In macchina il tassista aveva messo la radio su una stazione di bossa nova. Stava passando "so danco samba" di Joao Gilberto. Ogni tanto il tassista dava un'occhiata dietro. Santoro se ne stava seduto con Michel disteso sulle sue ginocchia. Svenuto! Ma non osava chiedere niente. Anche perche' lo sguardo di Santoro incuteva un certo timore. Anche se contrastava con la sua vera natura, quando era arrabbiato aveva addosso l'arrabbiatura dei buoni, quella che esplode al termine di una infinita catena di tolleranze e che quindi assume l'aspetto piu' terrifico che ci possa essere, ancora piu' terrifico di quello che potrebbe avere quello di un cattivo genetico. La canzone diceva che qualcuno era stanco dal tanto danzare samba. A Santoro invece gli sambavano persino gli zebedei. E non era un bel segnale. Davanti all'"Hospital Geral de Fortaleza", Santoro scese dalla mercedes del tassista come una furia e senza degnarsi di pagare l'uomo si catapulto' verso l'ingresso, con Michel in braccio. Non era ancora rinvenuto e Santoro cominciava a preoccuparsi. Agli infermieri dell'accoglienza in portoghese cerco' di spiegare la situazione. In due lo presero in consegna e lo internarono in quello che doveva essere il pronto soccorso. La struttura era immensa, vista da fuori. Santoro si accomodo' nella reception. Una infermiera mulatta , capelli ossigenati, sorridente , gli servi un bicchiere d'acqua. Santoro lo prese e la ringrazio'. Lei gli sorrise. Le brasiliane sorridevano sempre, vento , fulmini, pioggia, sole a 60 gradi, sorridevano sempre. Certo con il sole a sessanta gradi sorridevano perche' la vasodilatazione era tale da non consentire a nessuno di tenere le labbra chiuse, penso'. Era nervoso. Anche se dentro di se' sapeva che il ragazzo era svenuto per lo spavento di tutta la serata e non solo dell'ultima parte.Mentre aspettava, la mulatta dietro al bancone della reception continuava a fissarlo. Ma non era solo curiosita'. Santoro avrebbe giurato che si trattava di interesse. Il capello brizzolato, la complessione robusta, la carnagione scura, faceva di lui una specie di latinamericano. Era un italiano del sud, un pugliese e solo allora , in quel momento si accorse che nonostante le vicende movimentate e grazie anche alla conoscenza della lingua, in Brasile si era, fino a quel momento, sentito perfettamente a suo agio. E adesso l'infermiera lo guardava. Penso' per un momento che avrebbe potuto lasciar perdere tutta quella vicenda e lasciarsi andare, farsi trasportare dalla dolce vita di quei luoghi esotici dove faceva sempre caldo e si aveva sempre voglia di fare sesso, dove potevi fare un bagno nell'oceano li davanti quando volevi, bere una birra, sbirciare il culo di qualche garota dalla femminilita' accentuata, una femminilita' che in Italia non si vedeva dagli anni '50 o '60, e nell'estremo sud del paese , tra l'altro... uscire con la mulatta che lo desiderava, entrare nella sua vita , passeggiare con lei al chiar di luna, ballare insieme un samba, sbirciare una novela sulla tv sullo sfondo, mentre una cameriera nippobrasiliana gli serviva una caipirinha con miele schiacciandogli l'occhiolino. Ma si, penso', in fondo Vanessa e' morta, che importa sapere com'e' morta, sapere perche' e' morta. Non la riportera' in vita. Era stanco e vaneggiava. E un secondo dopo si vergogno' di aver provato quelle sensazioni. Perche' lui che era un cercatore di verita' sapeva che tutto non sarebbe andato al suo posto senza che fosse stata ristabilita' la verita'. Era semplicemente qualcosa che aveva a che fare con l'armonia universale. E la scoperta della verita' avrebbe liberato il fantasma di Vanessa e lo avrebbe lasciando andare sereno la' dove la profonda ingiustizia di una morte non voluta, una morte che le aveva sottratto amore e desiderio e prospettive future, impediva che andasse a fluttuare. Induri lo sguardo. Si alzo' dalla comoda poltrona della sala d'attesa e si diresse verso l'infermiera.
-Passo' muito tempo, quero saber oque esta acontecendo? chiese ex abrupto e senza tanti convenevoli.
-Nao posso entrar para ver como o menino esta! E' o seu filho ?
Santoro disse che non era un figlio ma che era un parente e che doveva accompagnarlo a casa personalmente perche' sua madre soffriva di cuore e sarebbe stato meglio che non avesse saputo che suo figlio era finito in ospedale.
La mulatta, una quarantenne dalle forme procaci , tette sode come ananas e culo a predellino, labbra africanoidi ma tratti europoidi, recava sulla divisa bianca da infermiera una targhetta identificativa con il nome. Si chiamava Neusa. Sorrise a Santoro in modo incontrovertibile. Solo che Santoro non capiva dove finisse la naturale predisposizione alla socievolezza tipica dei tropici e dove iniziasse un reale interesse per lui. Per cui se ne stette sulle sue. Non tanto perche' aveva ancora nella testa Vanessa , ma anche perche' era preoccupato per l'evoluzione della sua indagine. In quel mentre le sliding doors del pronto soccorso si schiusero e apparse Michel. Era sorretto da un medico e da una infermiera. Aveva il naso fasciato e un'espressione da toro infilzato da una panoplia di banderillas. Il medico disse che sarebbe stato meglio trattenere il ragazzo, ma che lui aveva manifestato la volonta' di andarsene a casa e di restare a riposarsi li. Santoro ringrazio' il medico, poi dette un'occhiata a Neusa.
-A gente se ve, disse, sorridendo. Neusa ricambio' il sorriso di Santoro con uno da parte sua ancora piu' convinto. Il medico noto' la scena e sorrise a sua volta. Disse qualcosa in portoghese che doveva suonare come un" Neusa e' libera". Santoro prese sotto braccio Michel, ancora un po' intontito e ando' verso l'uscita. All'uscita c'era ancora il tassista che lo aveva accompagnato e che Santoro non aveva ancora saldato. Mise Michel in macchina e dette l'indirizzo di casa sua . E che una volta era anche di Vanessa.
In auto non dissero niente. Non parlarono. Santoro non voleva insistere. Non voleva infierire. Tanto sapeva che sarebbe stata questione di tempo e il ragazzo avrebbe parlato. La traccia che voleva l'aveva trovata. E poi di sicuro Junior Moreno aveva rilasciato l'accoltellatore fallito...e s'era dimenticato di lui.
Una volta davanti a casa di Vanessa scarico' il ragazzo.
-Non e' finita qui. Ma questo lo sai bene. Tornero' a trovarti domani, disse Santoro.
Michel non disse niente. Sembrava rassegnato. O magari sperava che da quella situazione venisse qualcosa di buono per lui. Visto che a quanto pareva stava rischiando la pelle.
Santoro dette al tassista il nome dell'albergo, mentre in radio passava "Desafinado", uno dei suoi pezzi di bossa nova preferiti. La canzone nel refrain diceva che non era importante stonare , ma la cosa piu' importante pur nello stonare, pur nel distorcere con la chitarra , e' che nel petto di chi suona batta un cuore. Santoro si riconosceva , metaforicamente, in quelle parole. Non era perfetto, ma la sua buona fede, la sua onesta', la sua correttezza e le emozioni del cuore, lo portavano a risolvere casi che persino un approccio professionalmente scientifico non arrivava a districare. Si rilasso' per un momento sul sedile posteriore. E penso' al posteriore di Neusa. Ecco, penso', com'e' il Brasile. Nella tragedia c'e' sempre un barlume di speranza, un'oncia di allegria, un anelito di piacere e desiderio, che ti fa sentire vivo, anche quando l'unica cosa che sembra distinguerti da un morto e' il fatto che la tua tragedia personale non passa inosservata. E il fascino della sofferenza non passa inosservato in queste latitudini, dove il confine tra il riso e il pianto non esiste veramente, perche' in fondo il riso non e' altro che un pianto rovesciato. E una sconfitta nei mondiali di calcio viene annegata inevitabilmente dal carnevale successivo per ristabilire l'equilibrio delle forze in campo.
Era gia' sera e quando il tassista si fermo' ad un semaforo Santoro, sovrapensiero, abbasso' il finestrino. Subito si avvicinarono due ragazzini. Meninhos de rua fortalensi. Chiesero qualche real in elemosina. Il tassista urlo' di chiudere il finestrino. Ma Santoro cavo' dalle tasche qualche real di carta e lo dette ai due ragazzini. Il tassista riparti di colpo. In auto mentre riportava Santoro al suo albergo si prodigo' nello spiegargli che aveva rischiato di essere rapinato e che quei soldi che aveva dato sarebbero finiti in colla. Dal momento che la colla era la droga dei poveri, delle periferie e che anche i bambini ne facevano uso. Santoro lo stette a sentire, mentre si affannava in spiegazioni. Prima di chiudere la portiera del taxi e dopo aver pagato il tassista Santoro gli disse:" colla o non colla, i bambini erediteranno il mondo. E se c'era una sola possibilita' che portassero il pane a casa, beh, perche' escluderlo a priori? Non mi sembra che noi adulti siamo piu' nella posizione di fare la morale a qualcuno".
Il tassista penso' che Santoro era il solito gringo loco. O almeno cosi piacque pensare a Santoro. Mentre imboccava l'ingresso dell'albergo.
lunedì 14 dicembre 2015
venerdì 4 dicembre 2015
Brasil, capitolo 16
La situazione era critica. Per non dire di merda. Merda, ecco cosa gli mancava, un po' di linguaggio cannibale. Gli sembro', a Santoro, che ultimamente si stesse sdolcinando. Uno dei tre in agguato , quello che aveva estratto il coltello si muoveva con circospezione in attesa di sferrargli un colpo. Santoro dette una stretta al braccio di quello che aveva bloccato. Ecco, disse, adesso il tuo braccio e' mio, ne faccio quello che voglio. In portoghese. I tre titubavano, anche perche' quello di loro che stava sotto si lamentava. Poi si senti' il suono di un fischietto. I tre si dettero un'occhiata di intesa e si liquefecero all'istante. Vaporizzati. Confusi con la folla che stava accorrendo. Un uomo in divisa armato di m16 si stava avvicinando. Doveva essere lui che aveva fischiato. La cavalleria e' arrivata, penso' Santoro. Quando il militare fu vicino Santoro vide che era Junior Moreno. Alleluia, disse, ma quanto ci hai messo ad arrivare?
- Ainda voce, nao consegue ficar longe de problemas?
-Centrato, dove ci sono problemi trovi me, disse Santoro.
-Como?
-See, va beh, Brescia e Cremona, disse Santoro.
-Nao intendo.
-Mi sono capito da solo, disse Santoro.
-Que esta acontecendo, aqui?
-Niente, una divergenza di opinioni fra galantuomini, disse Santoro.
Junior Moreno prese in consegna il ragazzo che Santoro aveva preso in custodia forzata.
Si dimenava e diceva che lui era un brasiliano. Junior Moreno gli chiese spiegazioni. Sembrava disposto a lasciarlo andare.
-Ascolta, Junior, lui sara' brasiliano e io italiano, ma si da' il caso che voleva darmi una coltellata. Ora normalmente questo tizio dalle mie parti starebbe con la faccia per terra, due manette ben strette ai suoi polsi e nessun diritto da recitare. Non siamo in un film americano. Ora se tu lo rilasci, cazzo, per principio lo riprendo e gli spezzo il braccio. Era con quello che voleva bucherellarmi. E non e' carino.
Junior Moreno sembro' afferrare la situazione. Mise le manette al ragazzo , un bianco di chiare origini portoghesi. Ma poteva anche essere un gaucho indoispanico. Sbraitava come un ossesso. Santoro gli mollo' un manrovescio ben assestato. Il gaucho si tacque. Con le buone maniere, disse Santoro...
Santoro spiego' la situazione a Junior Moreno, il quale sembro' disposto a credere al maresciallo italiano. Ma a quel punto voleva prendere in consegna anche Michel. Santoro doveva venire allo scoperto. Disse che era un suo mezzo parente e che doveva chiarire con lui alcune questioni. Dopo di che lo avrebbe accompagnato di persona alla piu' vicina delegacia. Junior, incredibilmente, acconsenti. Porto' via il gaucho e saluto' Santoro. Lo prego' di non mettersi nei guai, che il suo capo, l'Ufficiale nero di cui ripete' sinistramente il nome, Cezar Sampajo, non lo avrebbe di certo perdonato. E avrebbe riempito il sacco anche a lui. A Junior. E lui questo non lo avrebbe tollerato.
Ok, disse Santoro, ricevuto.
Quando Junior Moreno si allontano', dette una mano a Michel a rialzarsi. Lo aiuto' a ricomporsi. Strappo' un lembo dalle sue bermuda e glielo dette per asciugarsi dal sangue. Gli avevano rotto il naso. A Santoro invece gli avevano rotto il cazzo. E la questione gli sembro' notevolmente piu' grave. Lo accompagno' sotto braccio dietro un palmizio che separava il marciapiede dalla spiaggia. La Praia. Michel disse che voleva tornare a casa. Santoro era piu' propenso a portarlo in ospedale. Ma Michel non sospettava che la cosa sarebbe avvenuta piu' tardi, quando Santoro, se non avesse ricevuto le risposte che voleva, avrebbe completato il lavoro dei quattro accoltellatori.
-Adesso vuota il sacco, fece ad un tratto Santoro. E la sua espressione non era di quelle raccomandabili. Sembrava incazzato nero. Non gli capitava tutti i giorni di schivare coltellate
-No capito, cosa tu volere da me, mugugno' Michel.
-Forse non mi sono spiegato. Ti ho visto spacciare droga. Cosa volevano quelli da te?
-No capito. Io ubriaco.
Santoro inspiro' profondamente. Sollevo' Michel di peso per un braccio e gli fece fare un tratto di spiaggia trascinandolo quasi con se'. Quando furono giunti davanti all'oceano, allorche' si avvertiva il rumore le onde, gli torse il braccio fino a costringerlo a piegarsi. La sua faccia , la faccia di Michel, incontro' la sabbia. Poi Santoro comincio' a spingere la faccia nella sabbia e , di conseguenza, il naso rotto. Adesso "era" incazzato nero, non lo sembrava solo.
-Ti ho visto dare bustine di coca tutta la sera, li dentro l'Armazem. Sei uno spacciatore. Ok, siamo mezzi parenti, ma non sono dell'esercito della salvezza e non sono della croce rossa. Quest'ultima questione sta a significare che se il tuo naso peggiora non saprei come curarti. Ora non scherzo piu', voglio che mi dici tutto.
-Ma tu ex fidansato di mia sorella, noi non essere parenti.
-Tanto meglio, cosi capisci che di te non me ne frega un cazzo.
Santoro presso' ancora un po' la faccia di Michel sulla sabbia. Vide sgorgare altro sangue.
Questo imbecille rischia veramente di farsi male. Spero che si sbrighi a vuotare il sacco, non e' mio costume comportarmi cosi, penso'. Anche se sono pur sempre un membro delle forze dell'ordine. Ma non vuol dire che la tortura rientri nei mie metodi estortivi della verita' . Per quanto, questo bastardello, sa qualcosa che non mi dice. E questo qualcosa , mi gioco gli zebedei, ha a che fare con Vanessa.
-Ok, si, si, io vendo droga. Mia famiglia povera...
-Senti , stronzetto, non mi recitare la favoletta dello spaccio per bisogno o per fame, perche' con me non attacca. Voi non siete poveri. D'accordo, non siete ricchi, ma non vi manca niente. Tuo padre ha un ottimo lavoro.
-Ma io volere soldi per me.
-Tu volere , tu essere...mi hai rotto, hai capito, ragazzino. Dimmi una cosa, in tutta questa storia di droga e affini, c'entra Vanessa?
Michel non parlava. Si lamentava ma non rispondeva. E Santoro era ancora piu' incazzato nero. Piu' dell'ufficiale nero, secondo lui, in quel momento.
-Vanessa ...accenno' Michel...Vanessa ha aiutato me.
-Lo immagino. Ma ora dimmi come stanno le cose.
Michel sembrava perdere fiato. Poi riprese:" Vanessa aiutato me uscire da droga. Pagato spacciatori miei capi. Ma a loro soldi non bastavano mai...".
Eccola la verita' che stava venendo fuori. Bingo! Penso' Santoro. Dunque Vanessa c'entrava. Porca puttana. Affermazione , non definizione.
-Avanti, sputa il rospo!
-Sputo cosa?
-Dimmi come stanno le cose.
-Quei ragazzi volere da me soldi. Io ho debito con grossi capi della droga.
-Si, d'accordo, ma cosa c'entra Vanessa in tutto questo?
Michel svenne. Non ce l'aveva fatta. Santoro lo sollevo', lo prese in braccio e attraverso' il palmizio che lo separava dal marciapiedi e dalla strada. Una volta in strada vide un taxi fermo li nei pressi.
"No hospital mas perto", urlo' al tassista. Poi davanti all'uomo perplesso, agito' il suo portafoglio di pelle. Cosi il tassista si convinse. Levo' le tende di li tempo zero. E tempo zero arrivo' davanti ad un ospedale.
- Ainda voce, nao consegue ficar longe de problemas?
-Centrato, dove ci sono problemi trovi me, disse Santoro.
-Como?
-See, va beh, Brescia e Cremona, disse Santoro.
-Nao intendo.
-Mi sono capito da solo, disse Santoro.
-Que esta acontecendo, aqui?
-Niente, una divergenza di opinioni fra galantuomini, disse Santoro.
Junior Moreno prese in consegna il ragazzo che Santoro aveva preso in custodia forzata.
Si dimenava e diceva che lui era un brasiliano. Junior Moreno gli chiese spiegazioni. Sembrava disposto a lasciarlo andare.
-Ascolta, Junior, lui sara' brasiliano e io italiano, ma si da' il caso che voleva darmi una coltellata. Ora normalmente questo tizio dalle mie parti starebbe con la faccia per terra, due manette ben strette ai suoi polsi e nessun diritto da recitare. Non siamo in un film americano. Ora se tu lo rilasci, cazzo, per principio lo riprendo e gli spezzo il braccio. Era con quello che voleva bucherellarmi. E non e' carino.
Junior Moreno sembro' afferrare la situazione. Mise le manette al ragazzo , un bianco di chiare origini portoghesi. Ma poteva anche essere un gaucho indoispanico. Sbraitava come un ossesso. Santoro gli mollo' un manrovescio ben assestato. Il gaucho si tacque. Con le buone maniere, disse Santoro...
Santoro spiego' la situazione a Junior Moreno, il quale sembro' disposto a credere al maresciallo italiano. Ma a quel punto voleva prendere in consegna anche Michel. Santoro doveva venire allo scoperto. Disse che era un suo mezzo parente e che doveva chiarire con lui alcune questioni. Dopo di che lo avrebbe accompagnato di persona alla piu' vicina delegacia. Junior, incredibilmente, acconsenti. Porto' via il gaucho e saluto' Santoro. Lo prego' di non mettersi nei guai, che il suo capo, l'Ufficiale nero di cui ripete' sinistramente il nome, Cezar Sampajo, non lo avrebbe di certo perdonato. E avrebbe riempito il sacco anche a lui. A Junior. E lui questo non lo avrebbe tollerato.
Ok, disse Santoro, ricevuto.
Quando Junior Moreno si allontano', dette una mano a Michel a rialzarsi. Lo aiuto' a ricomporsi. Strappo' un lembo dalle sue bermuda e glielo dette per asciugarsi dal sangue. Gli avevano rotto il naso. A Santoro invece gli avevano rotto il cazzo. E la questione gli sembro' notevolmente piu' grave. Lo accompagno' sotto braccio dietro un palmizio che separava il marciapiede dalla spiaggia. La Praia. Michel disse che voleva tornare a casa. Santoro era piu' propenso a portarlo in ospedale. Ma Michel non sospettava che la cosa sarebbe avvenuta piu' tardi, quando Santoro, se non avesse ricevuto le risposte che voleva, avrebbe completato il lavoro dei quattro accoltellatori.
-Adesso vuota il sacco, fece ad un tratto Santoro. E la sua espressione non era di quelle raccomandabili. Sembrava incazzato nero. Non gli capitava tutti i giorni di schivare coltellate
-No capito, cosa tu volere da me, mugugno' Michel.
-Forse non mi sono spiegato. Ti ho visto spacciare droga. Cosa volevano quelli da te?
-No capito. Io ubriaco.
Santoro inspiro' profondamente. Sollevo' Michel di peso per un braccio e gli fece fare un tratto di spiaggia trascinandolo quasi con se'. Quando furono giunti davanti all'oceano, allorche' si avvertiva il rumore le onde, gli torse il braccio fino a costringerlo a piegarsi. La sua faccia , la faccia di Michel, incontro' la sabbia. Poi Santoro comincio' a spingere la faccia nella sabbia e , di conseguenza, il naso rotto. Adesso "era" incazzato nero, non lo sembrava solo.
-Ti ho visto dare bustine di coca tutta la sera, li dentro l'Armazem. Sei uno spacciatore. Ok, siamo mezzi parenti, ma non sono dell'esercito della salvezza e non sono della croce rossa. Quest'ultima questione sta a significare che se il tuo naso peggiora non saprei come curarti. Ora non scherzo piu', voglio che mi dici tutto.
-Ma tu ex fidansato di mia sorella, noi non essere parenti.
-Tanto meglio, cosi capisci che di te non me ne frega un cazzo.
Santoro presso' ancora un po' la faccia di Michel sulla sabbia. Vide sgorgare altro sangue.
Questo imbecille rischia veramente di farsi male. Spero che si sbrighi a vuotare il sacco, non e' mio costume comportarmi cosi, penso'. Anche se sono pur sempre un membro delle forze dell'ordine. Ma non vuol dire che la tortura rientri nei mie metodi estortivi della verita' . Per quanto, questo bastardello, sa qualcosa che non mi dice. E questo qualcosa , mi gioco gli zebedei, ha a che fare con Vanessa.
-Ok, si, si, io vendo droga. Mia famiglia povera...
-Senti , stronzetto, non mi recitare la favoletta dello spaccio per bisogno o per fame, perche' con me non attacca. Voi non siete poveri. D'accordo, non siete ricchi, ma non vi manca niente. Tuo padre ha un ottimo lavoro.
-Ma io volere soldi per me.
-Tu volere , tu essere...mi hai rotto, hai capito, ragazzino. Dimmi una cosa, in tutta questa storia di droga e affini, c'entra Vanessa?
Michel non parlava. Si lamentava ma non rispondeva. E Santoro era ancora piu' incazzato nero. Piu' dell'ufficiale nero, secondo lui, in quel momento.
-Vanessa ...accenno' Michel...Vanessa ha aiutato me.
-Lo immagino. Ma ora dimmi come stanno le cose.
Michel sembrava perdere fiato. Poi riprese:" Vanessa aiutato me uscire da droga. Pagato spacciatori miei capi. Ma a loro soldi non bastavano mai...".
Eccola la verita' che stava venendo fuori. Bingo! Penso' Santoro. Dunque Vanessa c'entrava. Porca puttana. Affermazione , non definizione.
-Avanti, sputa il rospo!
-Sputo cosa?
-Dimmi come stanno le cose.
-Quei ragazzi volere da me soldi. Io ho debito con grossi capi della droga.
-Si, d'accordo, ma cosa c'entra Vanessa in tutto questo?
Michel svenne. Non ce l'aveva fatta. Santoro lo sollevo', lo prese in braccio e attraverso' il palmizio che lo separava dal marciapiedi e dalla strada. Una volta in strada vide un taxi fermo li nei pressi.
"No hospital mas perto", urlo' al tassista. Poi davanti all'uomo perplesso, agito' il suo portafoglio di pelle. Cosi il tassista si convinse. Levo' le tende di li tempo zero. E tempo zero arrivo' davanti ad un ospedale.
venerdì 27 novembre 2015
Brasil, capitolo 15
"Armazem", sembrava essere il nome di questo dancing club in Beira Mar , centro pulsante di Fortaleza, davanti all'oceano. Migliaia di persone pressate le une sulle altre danzavano forro', questa sorta di salsa brasiliana che pareva essere molto apprezzata dai locali. I turisti ai bordi osservavano ragazze e ragazzi brasiliani dai somatici misti, capolavori dell'alchimia e della mescolanza delle razze piu' disparate:dall'elemento nero, a quello bianco portoghese, all'indio Guarani' , al mulatto, e in quel coacervo di zigomi, seni all'insu' e culi svettanti e sodi come lignei predellini di treni salentini dell'infanzia di Santoro, si videro spuntare persino dei nippo-brasiliani e biondi tedeschi occhiazzurri, comunita' numericamente molto ben nutrite e ben rappresentate nel continente verdeoro. Santoro era ammirato da tanta grazia. Ragazze dai corpi sinuosi si alternavano in girandole con ragazzi atletici e flessibili dai volti androgini in una sarabanda di danze sfrenate. Gli italiani stavano ai bordi, bava alla bocca, pance debordanti, ultraquarantenni con vite spezzate e prostate pietrificate. Santoro passo' in mezzo a quella folla e un po' di quella energia sembro' pervaderlo, invaderlo, riscaldarlo. Si avvicino' ad un bancone del bar e chiese una caipirinha. La sorseggio' quasi centellinandola, mentre un gruppo di musicisti si esibiva dal vivo, un gruppo di forro' il cui cantante, un mulatto giovanissimo, si vociferava, trascorresse le notti dopo i concerti a darsi da fare con le sue fans in trepida attesa di essere soddisfatte sessualmente fuori dal suo albergo. Santoro si mosse verso un'altra ala del dancing , verso una zona coperta dove si sentiva in sottofondo musica commerciale da discoteca europea, brani commerciali che si sentivano passare in radio in Italia , abitualmente. Santoro era un amante del jazz, in particolare del jazz latino e quella musica la definiva chiasso e non la tollerava. Tuttavia in quel contesto , come sfondo dell'esplosione dei colori di pelli e vestiti sgargianti, cosce che si denudavano sfiorate da gonne corte di per se', zigomi africanoidi e afrori animali, riusciva persino a sembrare gradevole.
Nell'ala sinistra dell'"Armazem", coperta da una volta di legno, la discoteca classica imperversava, mentre fuori proseguiva il concerto di forro'. Neanche a dirlo era pieno di italiani. I soliti italiani che non sanno vivere se non secondo le proprie abitudini, che stanno male senza spaghetti, che se gli fai ballare una musica diversa dalla catatonica musica drogata da discoteche metropolitane tossiche si perdono come bambini impauriti polliceinbocca, penso' Santoro. Odiava quelle situazioni. E per servizio ne aveva viste tante. Tutti quegli anni a Milano gli avevano fatto rimpiangere la tarantella. Gli italiani erano cambiati, si erano newyorkizzati, senza avere la tolleranza e l'illuminismo artistico newyorkese, ma solo la spoccchia smargiassa dei soldi facili e lo sniffo serale per poi restare al verde e darsi da fare il giorno dopo, a fottere gli altri.
Ma ad un tratto, mentre si stava immalinconendo alla vista di tutti quelle seconde linee di arricchiti italici che dovevano fare diecimila chilometri per risparmiare sulla compravendita di corpi per piaceri sessuali, vide Michel. Era abbracciato in modo confidenziale ad un altro ragazzo. Sembravano molto intimi. Gli teneva il collo accarezzandoglielo e lo guardava con una certa malizia. Santoro cerco' subito di rendersi invisibile. Si volto', tanto la sua complessione robusta sarebbe stata scambiata come quella di qualsiasi turista sessuale italiano e mise il bicchiere davanti a se' sul banco del bar, un po' discosto. Il bicchiere di caipirinha riusciva incredibilmente a fargli da specchio. Per cui restando di schiena e osservando il bicchiere riusciva a vedere abbastanza bene cosa accadesse alle sue spalle. Vide distintamente Michel che passava qualcosa in mano al ragazzo al quale teneva il braccio sulla spalla. E gli sorrideva. Poi si dileguo' nella folla. Santoro si mise in movimento. Il divertimento era finito. Tornava investigatore. Si infilo' nella calca e segui con discrezione Michel.
Lo osservo' tutta la sera che distribuiva dosi di droga ad un bel po' di ragazzi. Insomma quella notte ebbe la certezza che Michel era uno spacciatore.
Poi lo perse di vista. Ma era ormai quasi l'alba. Il concerto di forro' era finito e il cantante del gruppo Avioes do Forro' era senz'altro intento a godersi la propria celebrita' intervistando con il suo microfono di pelle un buon numero di pulzelle fanatiche del genere. Usci' dall'Armazem che si sentiva lievemente sbronzo. Aveva bevuto alcune caipirinhas, che essendo alcol secco, non gli avevano arrecato un danno immediato alla colite. Se avesse bevuto birra sarebbe ancora attaccato a qualche cesso all'interno, penso'. Voleva una camomilla e andarsene a letto. Il bodyguard all'uscita che era lo stesso che era all'ingresso ma che gli sembrava piu' gigantesco se visto dietro una prospettiva decisamente piu' alcolica, lo riconobbe e gli strinse la mano. Gli chiese come mai non avesse rimorchiato.
-Ho detto che non mi sarei portato la mia ragazza , non che sarei tornato a casa sua con un altra. Anche perche' lei e' una capoerista, disse Santoro in portoghese.
Il bodyguard sorrise. La capoeira era una danza che derivava da una antica forma di lotta inventata dagli schiavi africani che per camuffare gli allenamenti della stessa, davanti ai loro padroni , spacciavano per ballo. Era estremamente allenante . Ed era un'arte marziale micidiale. Molti uomini la praticavano. Ma anche alcune donne.
Mentre a piedi andava verso il suo albergo, sotto le palme del marciapiedi su Beira Mar, scorse un trambusto di calci e pugni. Alcuni ragazzi si stavano picchiando dandosele di santa ragione. Erano in quattro contro uno. Normalmente sarebbe stato alla larga da simili situazioni ma il suo intuito gli suggeri' di dare un'occhiata piu' da vicino. Il ragazzo che stavano picchiando e che sanguinava copiosamente dal naso era Michel. Lo stavano massacrando. Santoro intervenne in sua difesa. I giovani che si stavano dando da fare con calci e pugni non si fecero minimamente impressionare e cominciarono a minacciare anche Santoro. Uno di loro tiro' fuori il coltello. Santoro rabbrividi'. Ma conservo' il suo sangue freddo. In quelle occasioni era incredibilmente lucido. Si preparo' a schivare il colpo. Dopo un po' il giovane avanzo' contro di lui e tento' di infliggergli un colpo al petto. Santoro finse di non spostarsi, poi all'ultimo istante si mosse. Il colpo ando' a vuoto ma Santoro riusci a prendergli il braccio armato. Glielo piego' in due e glielo blocco'. Se si fosse mosso ancora glielo avrebbe spezzato. Lo urlo' in portoghese di modo che tutti ascoltassero. Gli altri tre restarono fermi. Si sentivano i lamenti di Michel a terra sanguinante e del ragazzo che Santoro teneva bloccato. Gli tolse il coltello dalla mano. Allento' la presa. A quel punto uno dei tre tiro' fuori un altro coltello. La situazione non era divertente. Santoro aveva un'assicurazione sulla vita, ma a chi sarebbero andati tutti quei soldi? Doveva sposarsi, penso'.
Nell'ala sinistra dell'"Armazem", coperta da una volta di legno, la discoteca classica imperversava, mentre fuori proseguiva il concerto di forro'. Neanche a dirlo era pieno di italiani. I soliti italiani che non sanno vivere se non secondo le proprie abitudini, che stanno male senza spaghetti, che se gli fai ballare una musica diversa dalla catatonica musica drogata da discoteche metropolitane tossiche si perdono come bambini impauriti polliceinbocca, penso' Santoro. Odiava quelle situazioni. E per servizio ne aveva viste tante. Tutti quegli anni a Milano gli avevano fatto rimpiangere la tarantella. Gli italiani erano cambiati, si erano newyorkizzati, senza avere la tolleranza e l'illuminismo artistico newyorkese, ma solo la spoccchia smargiassa dei soldi facili e lo sniffo serale per poi restare al verde e darsi da fare il giorno dopo, a fottere gli altri.
Ma ad un tratto, mentre si stava immalinconendo alla vista di tutti quelle seconde linee di arricchiti italici che dovevano fare diecimila chilometri per risparmiare sulla compravendita di corpi per piaceri sessuali, vide Michel. Era abbracciato in modo confidenziale ad un altro ragazzo. Sembravano molto intimi. Gli teneva il collo accarezzandoglielo e lo guardava con una certa malizia. Santoro cerco' subito di rendersi invisibile. Si volto', tanto la sua complessione robusta sarebbe stata scambiata come quella di qualsiasi turista sessuale italiano e mise il bicchiere davanti a se' sul banco del bar, un po' discosto. Il bicchiere di caipirinha riusciva incredibilmente a fargli da specchio. Per cui restando di schiena e osservando il bicchiere riusciva a vedere abbastanza bene cosa accadesse alle sue spalle. Vide distintamente Michel che passava qualcosa in mano al ragazzo al quale teneva il braccio sulla spalla. E gli sorrideva. Poi si dileguo' nella folla. Santoro si mise in movimento. Il divertimento era finito. Tornava investigatore. Si infilo' nella calca e segui con discrezione Michel.
Lo osservo' tutta la sera che distribuiva dosi di droga ad un bel po' di ragazzi. Insomma quella notte ebbe la certezza che Michel era uno spacciatore.
Poi lo perse di vista. Ma era ormai quasi l'alba. Il concerto di forro' era finito e il cantante del gruppo Avioes do Forro' era senz'altro intento a godersi la propria celebrita' intervistando con il suo microfono di pelle un buon numero di pulzelle fanatiche del genere. Usci' dall'Armazem che si sentiva lievemente sbronzo. Aveva bevuto alcune caipirinhas, che essendo alcol secco, non gli avevano arrecato un danno immediato alla colite. Se avesse bevuto birra sarebbe ancora attaccato a qualche cesso all'interno, penso'. Voleva una camomilla e andarsene a letto. Il bodyguard all'uscita che era lo stesso che era all'ingresso ma che gli sembrava piu' gigantesco se visto dietro una prospettiva decisamente piu' alcolica, lo riconobbe e gli strinse la mano. Gli chiese come mai non avesse rimorchiato.
-Ho detto che non mi sarei portato la mia ragazza , non che sarei tornato a casa sua con un altra. Anche perche' lei e' una capoerista, disse Santoro in portoghese.
Il bodyguard sorrise. La capoeira era una danza che derivava da una antica forma di lotta inventata dagli schiavi africani che per camuffare gli allenamenti della stessa, davanti ai loro padroni , spacciavano per ballo. Era estremamente allenante . Ed era un'arte marziale micidiale. Molti uomini la praticavano. Ma anche alcune donne.
Mentre a piedi andava verso il suo albergo, sotto le palme del marciapiedi su Beira Mar, scorse un trambusto di calci e pugni. Alcuni ragazzi si stavano picchiando dandosele di santa ragione. Erano in quattro contro uno. Normalmente sarebbe stato alla larga da simili situazioni ma il suo intuito gli suggeri' di dare un'occhiata piu' da vicino. Il ragazzo che stavano picchiando e che sanguinava copiosamente dal naso era Michel. Lo stavano massacrando. Santoro intervenne in sua difesa. I giovani che si stavano dando da fare con calci e pugni non si fecero minimamente impressionare e cominciarono a minacciare anche Santoro. Uno di loro tiro' fuori il coltello. Santoro rabbrividi'. Ma conservo' il suo sangue freddo. In quelle occasioni era incredibilmente lucido. Si preparo' a schivare il colpo. Dopo un po' il giovane avanzo' contro di lui e tento' di infliggergli un colpo al petto. Santoro finse di non spostarsi, poi all'ultimo istante si mosse. Il colpo ando' a vuoto ma Santoro riusci a prendergli il braccio armato. Glielo piego' in due e glielo blocco'. Se si fosse mosso ancora glielo avrebbe spezzato. Lo urlo' in portoghese di modo che tutti ascoltassero. Gli altri tre restarono fermi. Si sentivano i lamenti di Michel a terra sanguinante e del ragazzo che Santoro teneva bloccato. Gli tolse il coltello dalla mano. Allento' la presa. A quel punto uno dei tre tiro' fuori un altro coltello. La situazione non era divertente. Santoro aveva un'assicurazione sulla vita, ma a chi sarebbero andati tutti quei soldi? Doveva sposarsi, penso'.
venerdì 20 novembre 2015
Brasil, capitolo 14
Trascorse la sera in albergo. Era di cattivo umore. Stava perdendo il suo proverbiale senso dell'umorismo. Ma il ricordo di Vanessa era veramente vivo in lui. L'aveva amata davvero tanto. E come a tutte le cose troppo belle, il buon Dio, come a ricordargli che godere troppo e' peccato, essere felici con un altro umano e' peccato, aveva posto termine. Staminchia, penso' subito dopo. Era stato qualche altro bastardo criminale di umano a farlo. E lui lo avrebbe scovato. Cosa gli avrebbe fatto non gli era dato ancora di sapere. Era concentrato in primis sulla cattura. Alla radio , Radio Bossa Nova , stava ascoltando "I can Let Go Now", dalla calda voce di Luciana Souza. Si sdraio' sul letto. Fuori da qualche parte nel buio infinito l'oceano faceva qi gong con le onde. Si mise a pensare alla situazione in corso. Diamine, dopotutto era in Brasile. E lui se ne stava rintanato in un buco di un fetido albergo sul mare, al buio. Azione! Ecco cosa ci voleva. Bingo!, penso'. Da quanto tempo non lo diceva? Da quanto tempo non andava in bagno per un attacco di colite? Si meraviglio' della cosa. Eppure di tensioni ne aveva avute. Doveva essere l'alimentazione, il clima, quelle ragazze che ondeggiavano sui marciapiedi o sulle spiagge con quei culi che ruotavano in una sincronia perfetta con le onde e i loro sorrisi bianchi sullo sfondo di pelli abbrunate dal sole o nere di natura, pelli di antenati africani, pelli di stregoni tenute tese e giovani grazie all'olio di cocco, pelli setose morbide al tatto perennemente in virtu' di tutta quella frutta tropicale, mango, goiaba, maracuja, papaya...fuori , a pochi metri da quella stanza c'era un mondo che si divertiva, lasciava correre le cose e lui per un momento si sentiva un barboso moralista che interrompeva il normale flusso taoista delle cose. Poi penso' che qualcuno che doveva mettere a posto le cose ci doveva essere . I contrasti eccessivi, le donne troppo belle che dovevano prostituirsi per vivere, dormire sull'amaca e internet gratis, le Ferrari e la farina di mandioca, ecco, una via di mezzo confuciana avrebbe reso questo posto veramente speciale. E chi era lui per ristabilire gli equilibri? Non lo avrebbe fatto, avrebbe solo aggiunto qualche contrappeso e riportato pace nella sua vita. Si sarebbe liberato del fantasma di Vanessa che Santoro sentiva vagare ancora inquieto e lo avrebbe lasciato andare la' dove i suoi avi la reclamavano. La dove le competeva , come donna, come compagna, come sacerdotessa candomblecista. Glielo doveva. E quasi, in quell'atmosfera magica, sogno' in una specie di reverie , che lei glielo stesse chiedendo.
Usci dalla stanza, si mise nell'ascensore, scese attraverso il tubo di cristallo che la proteggeva. I lumini delle candele della "comunidade" , al solito meglio conosciuta dagli occidentali col nome di favela, retrostante, erano accesi, ma come se ci fosse una festa , men che mai cimiteriali. I sound system erano al massimo e suonavano forro' come sempre ad altissimo decibelaggio. Una volta in strada aveva deciso che si sarebbe fatto avvolgere dalla notte. Si sarebbe infilato in qualche locale dove era in corso l'eterno carnevale h24 nottegiorno. Avrebbe bevuto un paio di caipirinhas, magari con il miele, che a lui piacevano tanto quando gliele preparava Vanessa. No. Oggi niente Vanessa. Stanotte niente Vanessa. Solo Gabriele Santoro. Lui e basta. Brasile eccomi sto arrivando. Fino ad ora non mi hai conosciuto se non nella noiosa variante moralista. Ma non se ne era potuto fare a meno. C'erano evidenze che non si potevano sottacere. Anche perche' a lui i sottaceti davano fastidio alla colite. Le strade erano illuminate. Si diresse verso il Dragao Do Mar. Il marciapiedi di Beira Mar era pieno di ragazze giovanissime, ma fortunatamente, maggiorenni. E turisti, molti dei quali, sfortunatamente, italiani. Ad un certo punto osservando quei visi comuni di italiani , molti dei quali giuro' aveva visto a Milano, si, gli sembro' di stare a Milano dall'altra parte dell'oceano. Aveva cinquant'anni e si rese conto che non aveva vissuto. Sempre con questa cavolo di divisa addosso. Che portava anche quando non indossava. Idealmente. Sempre il dannato senso del dovere. Mentre gli altri ballavano, gozzovigliavano, ridevano, bevevano, e facevano sesso a gogo in giro. Un po' di quell'allegria, condensata e ben confezionata dall'amore aveva cominciato a provarla con Vanessa. Che era una compagna, una quasi moglie, che sapeva come mantenere il rapporto vivo, con continuo innamoramento, mediamente litigarello, ma per finta, sempre nuovo e fantasioso, un samba continuo di emozioni e un carnevale di sentimenti forti che alla fine venivano sapientemente convogliati catarticamente nelle battaglie del letto. Ad un tratto vide una fila di persone. Molti erano giovani. Facevano la fila per entrare in discoteca. Erano "selezionati" da dei bodyguard di colore dai fisici scultorei. Un po' automaticamente Santoro si mise in fila. Non ci penso' minimamente a qualificarsi come carabiniere italiano. Scherziamo, lui era in incognito. Aveva detto a quell'ufficiale che il consolato italiano era al corrente della sua presenza sul territorio brasiliano, bluffando, per impressionarlo. E forse era stata proprio quella la chiave che lo aveva liberato.
Quando tocco' a lui il bodyguard lo osservo' stranamente. Gli chiese in portoghese se avesse una donna al seguito. Lui rispose in portoghese perfetto con accento nordestino che aveva una donna ma che non se la sarebbe certo portata al seguito in un posto come quello dove pullulavano piu' belle ragazze che in una finale di miss Mondo. La battuta piacque molto al bodyguard.
"Entra , caralho, voce e' um homen sabido". Sei un saggio, gli aveva detto.
La discoteca era affollatissima. Santoro si avvicino' al bancone del bar e chiese una caipirinha con miele. Gli fu servita dopo un tempo congruo che gli ricordo' che nei paesi del tropico il tempo era un' astrazione. E mentre una folla spropositata in quel luogo aperto immenso che dietro le mura che lo racchiudevano non si sarebbe immaginato, ballava una versione dance di Samba do Carioca con l'improbabile voce di Carlos Lyma computerizzata, Santoro, caipirinha in mano, si avventuro' in quel mare di carne e ormoni.
Usci dalla stanza, si mise nell'ascensore, scese attraverso il tubo di cristallo che la proteggeva. I lumini delle candele della "comunidade" , al solito meglio conosciuta dagli occidentali col nome di favela, retrostante, erano accesi, ma come se ci fosse una festa , men che mai cimiteriali. I sound system erano al massimo e suonavano forro' come sempre ad altissimo decibelaggio. Una volta in strada aveva deciso che si sarebbe fatto avvolgere dalla notte. Si sarebbe infilato in qualche locale dove era in corso l'eterno carnevale h24 nottegiorno. Avrebbe bevuto un paio di caipirinhas, magari con il miele, che a lui piacevano tanto quando gliele preparava Vanessa. No. Oggi niente Vanessa. Stanotte niente Vanessa. Solo Gabriele Santoro. Lui e basta. Brasile eccomi sto arrivando. Fino ad ora non mi hai conosciuto se non nella noiosa variante moralista. Ma non se ne era potuto fare a meno. C'erano evidenze che non si potevano sottacere. Anche perche' a lui i sottaceti davano fastidio alla colite. Le strade erano illuminate. Si diresse verso il Dragao Do Mar. Il marciapiedi di Beira Mar era pieno di ragazze giovanissime, ma fortunatamente, maggiorenni. E turisti, molti dei quali, sfortunatamente, italiani. Ad un certo punto osservando quei visi comuni di italiani , molti dei quali giuro' aveva visto a Milano, si, gli sembro' di stare a Milano dall'altra parte dell'oceano. Aveva cinquant'anni e si rese conto che non aveva vissuto. Sempre con questa cavolo di divisa addosso. Che portava anche quando non indossava. Idealmente. Sempre il dannato senso del dovere. Mentre gli altri ballavano, gozzovigliavano, ridevano, bevevano, e facevano sesso a gogo in giro. Un po' di quell'allegria, condensata e ben confezionata dall'amore aveva cominciato a provarla con Vanessa. Che era una compagna, una quasi moglie, che sapeva come mantenere il rapporto vivo, con continuo innamoramento, mediamente litigarello, ma per finta, sempre nuovo e fantasioso, un samba continuo di emozioni e un carnevale di sentimenti forti che alla fine venivano sapientemente convogliati catarticamente nelle battaglie del letto. Ad un tratto vide una fila di persone. Molti erano giovani. Facevano la fila per entrare in discoteca. Erano "selezionati" da dei bodyguard di colore dai fisici scultorei. Un po' automaticamente Santoro si mise in fila. Non ci penso' minimamente a qualificarsi come carabiniere italiano. Scherziamo, lui era in incognito. Aveva detto a quell'ufficiale che il consolato italiano era al corrente della sua presenza sul territorio brasiliano, bluffando, per impressionarlo. E forse era stata proprio quella la chiave che lo aveva liberato.
Quando tocco' a lui il bodyguard lo osservo' stranamente. Gli chiese in portoghese se avesse una donna al seguito. Lui rispose in portoghese perfetto con accento nordestino che aveva una donna ma che non se la sarebbe certo portata al seguito in un posto come quello dove pullulavano piu' belle ragazze che in una finale di miss Mondo. La battuta piacque molto al bodyguard.
"Entra , caralho, voce e' um homen sabido". Sei un saggio, gli aveva detto.
La discoteca era affollatissima. Santoro si avvicino' al bancone del bar e chiese una caipirinha con miele. Gli fu servita dopo un tempo congruo che gli ricordo' che nei paesi del tropico il tempo era un' astrazione. E mentre una folla spropositata in quel luogo aperto immenso che dietro le mura che lo racchiudevano non si sarebbe immaginato, ballava una versione dance di Samba do Carioca con l'improbabile voce di Carlos Lyma computerizzata, Santoro, caipirinha in mano, si avventuro' in quel mare di carne e ormoni.
venerdì 13 novembre 2015
Brasil , Capitolo 13
Santoro se ne stava seduto su una panca di legno nella Delegacia 25 di Fortaleza. Era nei pressi di Beira Mar. Al suo fianco , in manette, al contrario di lui che ne era rimasto inspiegabilmente privo, c'erano degli altri, uomini e donne, che pareva avessero compiuto crimini. In teoria attendeva che fosse esaminato il suo caso. Li dentro c'era un chiasso infernale , pareva il pronto soccorso di un ospedale di Beirut. Di un ospedale di Beirut durante la guerra, penso'. Ma cosa ci faccio' qui?, stava pensando. Un reporter con un cameraman al seguito si aggirava intervistando un po' tutti, compresi i criminali. Sulla telecamera c'era un logo con tre lettere CBT. Era una Tv nazionale che trasmetteva quella trasmissione tutti i giorni. E Santoro ricordo' che Vanessa gliene aveva parlato. Incredibile, penso' Santoro, questi qui, i brasiliani, dovevano aver fatto scuola di comunicazione giornalistica audiovisiva negli Stati Uniti. Negli Stati Uniti di Charles Manson, dove questo individuo era considerato un eroe e riceveva migliaia di lettere tutti i giorni. Una cosa incivile. Lula avrebbe dovuto proibire trasmissioni del genere. Si scopri autoritario, con questo suo pensiero. Ma la liberta' non era senza limiti. Specie quando ledeva le semplici leggi della convivenza civile. E mostrare sempre tutto , in termini di vissuto criminale era un po' come avere tutto il giorno tre o quattro donne nude per casa. Dopo un po' si sarebbero rimpiante le gonne con lo spacco e le giarrettiere. Per quanto, penso' Santoro, il paragone era un po' forzato. Ad avere quattro donne sempre nude per casa, non ci si abitua mai veramente.
Accanto a lui c'erano delle prostitute e dei transessuali. Facevano un casino della madocina, penso'. Il Brasile non conosce il dono del silenzio. Doveva essere per quello che c'erano tutti quegli omicidi. Uomini che dopo un po' che le donne chiacchieravano come pappagallini verdi e non la finivano piu', le sopprimevano. O Donne stanche di essere picchiate da chiassosi mariti sbronzi li avvelenavano per avere un po' di silenzio. Pensava cose assurde. Ma era nervoso e quando era nervoso doveva ingannare la colite, anche perche' la vedeva complicata ad andare in bagno proprio li in quella situazione. Non credeva che sarebbe stato possibile. Aveva perso il controllo, ma la pedofilia, vedere quei vecchi bavosi e apprendere , per di piu', che erano del suo paese, lo aveva mandato fuori di testa. Avrebbe scommesso che quei vecchi avevano delle mogli e figli a cui avevano detto di essere fuori per lavoro o altro. E magari erano considerati in patria rispettabili professionisti. Anche se Santoro aborriva quella mentalita' ridicolmente provinciale che ascriveva nel campo delle persone degne di stima sociale individui che vantavano titoli o svolgevano professioni da cifre da capogiro, senza che venissero giudicate nel complesso. Senza rendersi conto se, magari, quello che facevano per guadagnare il proprio denaro, fosse o meno etico.
Il tempo passava e i coglioni di Santoro stavano cominciando a fare la capoeira. O almeno cosi gli venne fatto di pensare, visto che era in Brasile. Poi finalmente, l'uomo in divisa mimetica comparve. Un mulatto. Aveva l'aria di uno che nel frattempo fosse andato a mangiarsi una coserellina, magari un churrasco di carne, fagioli neri con riso bianco, insalata russa. 'Na cosa leggera. Prima dell'interrogatorio. Gli intimo' di alzarsi, mentre le prostitute che erano sedute a fianco, cosi belle che Santoro si chiese come mai svolgessero quella sia pur nobile professione quando potevano fare le mogli irreprensibili di stimati professionisti brasiliani, senza risolvere l'enigma nel timore che la risposta lo gettasse nell'ennesimo cul de sac, si misero ad urlare cose incomprensibili. Mentre si allontanava a Santoro parve , in quella gragnuola di parole, di distinguere il termine "Gringo". Che era l'epiteto che i brasiliani rivolgevano un po' spregiativamente ai non brasiliani, per lo piu' europei.
Santoro seguito dal poliziotto militare entro' in una stanza. Dentro c'era un altro tizio in divisa, un nero. Portava il basco in testa e teneva i piedi distesi sulla scrivania con un atteggiamento a dir poco irritante e arrogante. Santoro fu invitato a sedersi. La porta fu richiusa dal suo catturatore. Anche lui era nero, ma piu' sul mulatto, somatico piu' dolce , meno, come dire, centraficanoide.
Il catturatore resto' in piedi dietro a Santoro che aveva davanti questo nero che seduto sembrava immenso, con le gambe incrociate distese sulla scrivania. Adesso mi fanno il culo, penso' per un'istante. Ma fu solo un istante. Poi penso' alle puttane li fuori e si tranquillizzo' considerando che percentualmente avrebbe potuto conservare il suo di dietro intonso assai piu' facilmente che altri dimoranti , sia pure part time, di quel luogo.
-O que voce estava tentando de fazer? , urlo' all'improvviso il nero che aveva di fronte che doveva essere di grado superiore a suo catturatore. Santoro capiva bene il portoghese e aveva inteso la domanda. Intui , non seppe bene in base a quali elementi, che i due capivano l'italiano. E si comporto' di conseguenza.
-Beh ho fatto quello che non fate voi. Quello che vi impone di fare la divisa che indossate...
Il nero ebbe un sussulto. Trasali. Tolse le gambe dalla scrivania.
-Como , como, nao esto intendendo...
-Hai capito molto bene, invece...anzi, avete capito. Statemi a sentire, voi due. Io sono italiano e nel mio paese faccio il vostro stesso lavoro. Ora normalmente quei vecchi pedofili che si stavano dando da fare con bambine minorenni starebbero a marcire in galera. Voi invece avete arrestato me. Prima che io mi rivolga al mio consolato, che e' perfettamente a conoscenza della mia presenza sul territorio brasiliano, lasciatemi andare...e soprattutto datevi da fare ad arrestare i criminali veri!
Il nero divento' paonazzo in viso. Non credeva alle sue orecchie. Era uno abituato ad avere tutto il potere , li dentro e a fare quello che voleva degli arrestati. Poi parve calmarsi. Si rivolse al mulatto dietro Santoro. Gli chiese come fossero andate le cose. Il mulatto che doveva avere lo stesso grado di Santoro, si affretto' a raccontare i fatti. La spiegazione in portoghese fu corretta.
Al termine il nero lo osservo' con durezza. All'improvviso disse:" tu non deve venire da Italia a dire me cosa io fare. Tu, un ze bussetta qualsiasi, come se permitte!". Santoro non reagi. Stette al gioco. Intui che doveva farsi fare la ramanzina e che una volta terminata le cose si sarebbero messe per il verso giusto.
-Noi non potere arrestare sempre tutti..chiudiamo occhio qualche volta, disse ancora l'ufficiale.
-Voi gli occhi li chiudete tutti e due, disse Santoro. Non ce l'aveva fatta a starsene buono e zitto.
- O que voce intende dizer con isso?, chiese il nero sempre piu' indispettito.
-Che se siete dei poliziotti veri dovete impedire questa vergogna. Quelle potevano essere vostre figlie, figlie del popolo del vostro paese, disse Santoro.
-O que voce esta facendo aqui. Porque voce esta aqui no nosso pais? , chiese l'ufficiale.
-Sono venuto per turismo, disse Santoro, evidentemente non sessuale, aggiunse.
I due poliziotti si guardarono negli occhi. Si consultarono silenziosamente a vista. Poi l'ufficiale fece un cenno come per dire a Santoro di levare le tende. Santoro si alzo' e ,senza ringraziare, volto' le spalle all'ufficiale e fece per seguire il mulatto. Mentre usciva dalla porta di quella specie di ufficio l'ufficiale nero disse:" pois voce intende o nosso idioma muito bem, abra bem as orelhas. Voce tem 24 horas de tempo para voltar para Italia. Se vejo voce por as ruas de Fortaleza depois de 24 horas, eu fazo vc deportar como clandestino". Santoro si volto. Lo osservo' e disse:" si certo, lei potra' anche farmi deportare come clandestino se entro 24 ore non torno in Italia. Ma lei nei confronti di quelle bambine la' fuori e' gia' un clandestino". Si volto' e usci seguito dal sottufficiale.
Espletate le formalita' burocratiche e chiestogli di pagare una multa per un non meglio precisato reato di "disturbo della quiete pubblica", Santoro fu accompagnato fuori dal sottufficiale.
Una volta fuori il mulatto fece il gesto di stringergli la mano. Santoro accetto'.
"Voce e' um homen com sacco immenso. Eu admiro voce. Non so perche' lei qui in Brasile. Ma deve essere sicuro per buono motivo. Spero che si trova bene. Se io vedo in giro non disturbero' piu'. Mi chiamo Junior Moreno, della Policia Militar de Fortaleza. Eh...ultima cosa. Mio ufficiale, Cezar Sampajo, ha fatto cosi per salvare faccia di Policia Militare brasiliana. Deve sapere che noi pedofili combattiamo duramente. Ma abbiamo anche famiglie numerose. E ogni giorno chiedono noi soldi".
-Tutto il mondo e' paese, disse Santoro, un colpo al cerchio e uno alla botte. Anche da noi e' la politica piu' seguita. Ma ogni tanto ci vuole un bel colpo a cerchio e botte insieme. Giusto per ristabilire gli equilibri.
-Intendi muito bem o que voce falo'...capito bene. E sono de acordo, disse Junior Moreno.
Era nata un'amicizia, penso' Santoro. E finalmente aveva qualcuno su cui contare. Ed era un maresciallo come lui. Anche se magari i marescialli in Brasile non si chiamavano cosi.
Accanto a lui c'erano delle prostitute e dei transessuali. Facevano un casino della madocina, penso'. Il Brasile non conosce il dono del silenzio. Doveva essere per quello che c'erano tutti quegli omicidi. Uomini che dopo un po' che le donne chiacchieravano come pappagallini verdi e non la finivano piu', le sopprimevano. O Donne stanche di essere picchiate da chiassosi mariti sbronzi li avvelenavano per avere un po' di silenzio. Pensava cose assurde. Ma era nervoso e quando era nervoso doveva ingannare la colite, anche perche' la vedeva complicata ad andare in bagno proprio li in quella situazione. Non credeva che sarebbe stato possibile. Aveva perso il controllo, ma la pedofilia, vedere quei vecchi bavosi e apprendere , per di piu', che erano del suo paese, lo aveva mandato fuori di testa. Avrebbe scommesso che quei vecchi avevano delle mogli e figli a cui avevano detto di essere fuori per lavoro o altro. E magari erano considerati in patria rispettabili professionisti. Anche se Santoro aborriva quella mentalita' ridicolmente provinciale che ascriveva nel campo delle persone degne di stima sociale individui che vantavano titoli o svolgevano professioni da cifre da capogiro, senza che venissero giudicate nel complesso. Senza rendersi conto se, magari, quello che facevano per guadagnare il proprio denaro, fosse o meno etico.
Il tempo passava e i coglioni di Santoro stavano cominciando a fare la capoeira. O almeno cosi gli venne fatto di pensare, visto che era in Brasile. Poi finalmente, l'uomo in divisa mimetica comparve. Un mulatto. Aveva l'aria di uno che nel frattempo fosse andato a mangiarsi una coserellina, magari un churrasco di carne, fagioli neri con riso bianco, insalata russa. 'Na cosa leggera. Prima dell'interrogatorio. Gli intimo' di alzarsi, mentre le prostitute che erano sedute a fianco, cosi belle che Santoro si chiese come mai svolgessero quella sia pur nobile professione quando potevano fare le mogli irreprensibili di stimati professionisti brasiliani, senza risolvere l'enigma nel timore che la risposta lo gettasse nell'ennesimo cul de sac, si misero ad urlare cose incomprensibili. Mentre si allontanava a Santoro parve , in quella gragnuola di parole, di distinguere il termine "Gringo". Che era l'epiteto che i brasiliani rivolgevano un po' spregiativamente ai non brasiliani, per lo piu' europei.
Santoro seguito dal poliziotto militare entro' in una stanza. Dentro c'era un altro tizio in divisa, un nero. Portava il basco in testa e teneva i piedi distesi sulla scrivania con un atteggiamento a dir poco irritante e arrogante. Santoro fu invitato a sedersi. La porta fu richiusa dal suo catturatore. Anche lui era nero, ma piu' sul mulatto, somatico piu' dolce , meno, come dire, centraficanoide.
Il catturatore resto' in piedi dietro a Santoro che aveva davanti questo nero che seduto sembrava immenso, con le gambe incrociate distese sulla scrivania. Adesso mi fanno il culo, penso' per un'istante. Ma fu solo un istante. Poi penso' alle puttane li fuori e si tranquillizzo' considerando che percentualmente avrebbe potuto conservare il suo di dietro intonso assai piu' facilmente che altri dimoranti , sia pure part time, di quel luogo.
-O que voce estava tentando de fazer? , urlo' all'improvviso il nero che aveva di fronte che doveva essere di grado superiore a suo catturatore. Santoro capiva bene il portoghese e aveva inteso la domanda. Intui , non seppe bene in base a quali elementi, che i due capivano l'italiano. E si comporto' di conseguenza.
-Beh ho fatto quello che non fate voi. Quello che vi impone di fare la divisa che indossate...
Il nero ebbe un sussulto. Trasali. Tolse le gambe dalla scrivania.
-Como , como, nao esto intendendo...
-Hai capito molto bene, invece...anzi, avete capito. Statemi a sentire, voi due. Io sono italiano e nel mio paese faccio il vostro stesso lavoro. Ora normalmente quei vecchi pedofili che si stavano dando da fare con bambine minorenni starebbero a marcire in galera. Voi invece avete arrestato me. Prima che io mi rivolga al mio consolato, che e' perfettamente a conoscenza della mia presenza sul territorio brasiliano, lasciatemi andare...e soprattutto datevi da fare ad arrestare i criminali veri!
Il nero divento' paonazzo in viso. Non credeva alle sue orecchie. Era uno abituato ad avere tutto il potere , li dentro e a fare quello che voleva degli arrestati. Poi parve calmarsi. Si rivolse al mulatto dietro Santoro. Gli chiese come fossero andate le cose. Il mulatto che doveva avere lo stesso grado di Santoro, si affretto' a raccontare i fatti. La spiegazione in portoghese fu corretta.
Al termine il nero lo osservo' con durezza. All'improvviso disse:" tu non deve venire da Italia a dire me cosa io fare. Tu, un ze bussetta qualsiasi, come se permitte!". Santoro non reagi. Stette al gioco. Intui che doveva farsi fare la ramanzina e che una volta terminata le cose si sarebbero messe per il verso giusto.
-Noi non potere arrestare sempre tutti..chiudiamo occhio qualche volta, disse ancora l'ufficiale.
-Voi gli occhi li chiudete tutti e due, disse Santoro. Non ce l'aveva fatta a starsene buono e zitto.
- O que voce intende dizer con isso?, chiese il nero sempre piu' indispettito.
-Che se siete dei poliziotti veri dovete impedire questa vergogna. Quelle potevano essere vostre figlie, figlie del popolo del vostro paese, disse Santoro.
-O que voce esta facendo aqui. Porque voce esta aqui no nosso pais? , chiese l'ufficiale.
-Sono venuto per turismo, disse Santoro, evidentemente non sessuale, aggiunse.
I due poliziotti si guardarono negli occhi. Si consultarono silenziosamente a vista. Poi l'ufficiale fece un cenno come per dire a Santoro di levare le tende. Santoro si alzo' e ,senza ringraziare, volto' le spalle all'ufficiale e fece per seguire il mulatto. Mentre usciva dalla porta di quella specie di ufficio l'ufficiale nero disse:" pois voce intende o nosso idioma muito bem, abra bem as orelhas. Voce tem 24 horas de tempo para voltar para Italia. Se vejo voce por as ruas de Fortaleza depois de 24 horas, eu fazo vc deportar como clandestino". Santoro si volto. Lo osservo' e disse:" si certo, lei potra' anche farmi deportare come clandestino se entro 24 ore non torno in Italia. Ma lei nei confronti di quelle bambine la' fuori e' gia' un clandestino". Si volto' e usci seguito dal sottufficiale.
Espletate le formalita' burocratiche e chiestogli di pagare una multa per un non meglio precisato reato di "disturbo della quiete pubblica", Santoro fu accompagnato fuori dal sottufficiale.
Una volta fuori il mulatto fece il gesto di stringergli la mano. Santoro accetto'.
"Voce e' um homen com sacco immenso. Eu admiro voce. Non so perche' lei qui in Brasile. Ma deve essere sicuro per buono motivo. Spero che si trova bene. Se io vedo in giro non disturbero' piu'. Mi chiamo Junior Moreno, della Policia Militar de Fortaleza. Eh...ultima cosa. Mio ufficiale, Cezar Sampajo, ha fatto cosi per salvare faccia di Policia Militare brasiliana. Deve sapere che noi pedofili combattiamo duramente. Ma abbiamo anche famiglie numerose. E ogni giorno chiedono noi soldi".
-Tutto il mondo e' paese, disse Santoro, un colpo al cerchio e uno alla botte. Anche da noi e' la politica piu' seguita. Ma ogni tanto ci vuole un bel colpo a cerchio e botte insieme. Giusto per ristabilire gli equilibri.
-Intendi muito bem o que voce falo'...capito bene. E sono de acordo, disse Junior Moreno.
Era nata un'amicizia, penso' Santoro. E finalmente aveva qualcuno su cui contare. Ed era un maresciallo come lui. Anche se magari i marescialli in Brasile non si chiamavano cosi.
venerdì 30 ottobre 2015
Brasil , Capitolo 12
Praia Iracema. Era giunto a destinazione. La dove pensava avrebbe trovato Michel. Una spianata di ombrelloni con migliaia di tavolini e sedie sottostanti nascosti dall'ombra sotto un sole tropicale cocente e una miriade di meninhos in giro con cesti colmi di gamberi, ostriche, cocchi e baracche, baracche e ancora baracche. Parallelepipedi lignei tutti uguali, gestiti da brasiliani ma anche da italiani, con dentro la solita cucina e lo schiavetto negro , fosse gestita o meno la baracca da brasiliani non importava perche', con buona pace di Chico de Matilde il razzismo , a disparita' di condizioni economiche di partenza, era tutt'altro che debellato, si stagliavano come immensi campi di sterminio della monotonia , lungo l'infinita spiaggia, dove , in gruppi, si giocava a futbol e le garotas facevano a gara per ancheggiare rullando i bacini al ritmo delle onde oceaniche. Santoro taglio' la spiaggia nel mezzo e passo' in mezzo alle baracche. Ma gia' alla prima baracca, sotto la tettoia di legno anziche' sui tavolini protetti dagli ombrelloni dove come birilli inerti campeggiavano gia' sfilze di vitree Antarticas, Santoro noto' qualcosa di strano. Di particolare. Di tragicamente fastidioso. E si fermo' per vederci piu' chiaro. Entro' sotto la tettoia dove uomini di una certa eta', diciamo pure degli anziani piuttosto messi male in arnese, gozzovigliavano con caipirinhas e altri superalcolici sui loro tavoli di legno, mentre avevano sulle gambe , accoccolate , mezzo sorridenti e mezzo terrorizzate, delle ragazzine che piu' che ragazzine erano bambine. Con la sua andatura da plantigrado, le bermuda larghe, le infradito mezze liquefatte dalla sabbia incandescente e la canotta mezza sdrucita, al limite del barbonismo militante, si insinuo' fra quei tavolini. E ascolto' quei vecchi ridere' della grossa, concionare ad alta voce e sussurrare paroline irripetibili nelle orecchie di quelle bambine...e fin li , per un momento, era riuscito a contenersi. Ma fu quando ascolto' meglio le parole dei vecchi e scopri che erano italiani, che un conato di vomito drammaticamente disposto a traformare la sua colite da spastica a pseudomembranosa, lo costrinse a piegarsi sulle ginocchia. Quel movimento fu notato da uno di questi vecchi che con un gesto di scherno , facendo segno ai suoi compardes di tregenda, disse in milanese: " ma chi l'e' el barbun qui?". Santoro non ci vide piu'. Si sollevo' di scatto e si avvicino' a quell'uomo con i capelli bianchi che nonostante fosse seduto doveva essere alto e che teneva fra ginocchia una bambina che poteva essere sua nipote che accarezzava con lascivia pedofila. Senza proferir parola gli strappo' la bambina dalle braccia, la poso' delicatamente e si volto' verso il vecchio. Con un gesto rapido che avrebbe fatto impallidire Bruce Lee gli sferro' un calcio che lo fece cadere dalla sedia. Subito si scateno' un parapiglia. Gli altri vecchi si alzarono imbestialiti e uno di loro, un vecchio barbuto con la pelata, fece un cenno a un gorilla in divisa da vigilante di darsi da fare per intervenire. Santoro comincio' a strappare dalle mani di quella mezza dozzina di vecchi le bambine, le quali, per inciso, protestavano, probabilmente individuando in Santoro un inatteso disturbo verso il conseguimento di qualche spicciolo da guadagnare che avrebbe potuto dare momentaneo ristoro alle loro famiglie-pratica purtroppo molto diffusa in un'economia povera che stava giustappunto cominciando ad uscire dalle secche di quella miseria becera e inaccettabile e alla quale Lula stava tentando di mettere argine con campagne governative di sensibilizzazione-...Il vigilante nero si scapicollo', a quel punto, verso Santoro, che , con la coda dell'occhio lo vide arrivare , mentre arginava un colpo che uno della sporca mezza dozzina stava tentando di infliggergli. Afferro' una di quelle sedie di legno di fattura artigianale e con un gesto rapido la diresse verso il gorilla. Il gorilla in quel momento nella foga di intervenire ando' a planarci su con la sua arcata dentaria. Sgorgo' del sangue e le cose sembravano mettersi male, per Santoro. A quel punto pero', mentre il maresciallo pugliese era circondato da un mucchio di gente cui sembrava avesse rotto le uova nel paniere, si udi un colpo di fucile. Un uomo in mimetica con la divisa della polizia militare, si avvicino' con il suo m16 e fece segno a tutti di spostarsi. Prese Santoro in consegna e fece come per allontanarsi. Santoro si divincolo', guardo' quell'uomo in faccia e gli disse in portoghese- voce deixa que acontece esa coisa horrivel no seu pais , diante os seus olhos?[Lasci che accada questa cosa orribile nel tuo paese davanti ai tuoi occhi?]
L'uomo resto' molto colpito da quella frase. E intui dall'accento che Santoro non era brasiliano. La faccenda, penso' Santoro, stava assumendo un altro risvolto. Quell'uomo della polizia militare che sembrava avere tutto il potere e carta bianca ad libitum , in quei lidi, si trovava di fronte ad un elemento non facilmente identificabile. Che, per giunta non era brasiliano e che poteva rappresentare un pericolo, specie se era collegato ad altri. E non sembrava un tipico turista. Questi elementi rassicurarono Santoro. Tanto che si infilo' le mani in tasca per afferrare un mucchio di banconote, e , con molta circospezione, raggiunse un paio di quelle bambine e gliele mise in mano. Le bimbe ringraziarono con un inchino commovente. Poi , sempre sotto gli occhi del poliziotto ando' verso i pedofili vegliardi, tutti italiani e gli disse:" vi ho visti in faccia uno per uno e vi giuro su Dio che quando tornero' in Italia vi daro' la caccia fino a scovarvi e a portarvi davanti ad un giudice. Sempre se non vi succede qualcosa lungo il tragitto. E adesso toglietevi dai coglioni". Il vecchio pelato con la barba lo osservo' minaccioso- stai molto attento a quello che dici , tu non sai con chi hai a che fare. Te ne faremo pentire.
Santoro registro' quelle parole. E prima di lasciarsi arrestare dal poliziotto militare lo scruto' come si deve negli occhi e disse- stammi bene a sentire, pensi che le tue minacce mi impressionino?Ho registrato la tua faccia e io in queste cose sono meglio di un computer di Csi Miami. Inoltre hai una faccia talmente di cazzo che se ti viene un herpes di sicuro e' genitalis. Ci vediamo in Italia...sempre se riesci a ripartire...
E scivolo' via fra i tavoli fra gli sguardi degli astanti, molti dei quali, giuro' di aver intuito Santoro, ammirati da quella scena. Visto che il poliziotto era senz'altro un corrotto e lo aveva comunque lasciato fare. E doveva essere una grossa novita' per quei lidi.
L'uomo resto' molto colpito da quella frase. E intui dall'accento che Santoro non era brasiliano. La faccenda, penso' Santoro, stava assumendo un altro risvolto. Quell'uomo della polizia militare che sembrava avere tutto il potere e carta bianca ad libitum , in quei lidi, si trovava di fronte ad un elemento non facilmente identificabile. Che, per giunta non era brasiliano e che poteva rappresentare un pericolo, specie se era collegato ad altri. E non sembrava un tipico turista. Questi elementi rassicurarono Santoro. Tanto che si infilo' le mani in tasca per afferrare un mucchio di banconote, e , con molta circospezione, raggiunse un paio di quelle bambine e gliele mise in mano. Le bimbe ringraziarono con un inchino commovente. Poi , sempre sotto gli occhi del poliziotto ando' verso i pedofili vegliardi, tutti italiani e gli disse:" vi ho visti in faccia uno per uno e vi giuro su Dio che quando tornero' in Italia vi daro' la caccia fino a scovarvi e a portarvi davanti ad un giudice. Sempre se non vi succede qualcosa lungo il tragitto. E adesso toglietevi dai coglioni". Il vecchio pelato con la barba lo osservo' minaccioso- stai molto attento a quello che dici , tu non sai con chi hai a che fare. Te ne faremo pentire.
Santoro registro' quelle parole. E prima di lasciarsi arrestare dal poliziotto militare lo scruto' come si deve negli occhi e disse- stammi bene a sentire, pensi che le tue minacce mi impressionino?Ho registrato la tua faccia e io in queste cose sono meglio di un computer di Csi Miami. Inoltre hai una faccia talmente di cazzo che se ti viene un herpes di sicuro e' genitalis. Ci vediamo in Italia...sempre se riesci a ripartire...
E scivolo' via fra i tavoli fra gli sguardi degli astanti, molti dei quali, giuro' di aver intuito Santoro, ammirati da quella scena. Visto che il poliziotto era senz'altro un corrotto e lo aveva comunque lasciato fare. E doveva essere una grossa novita' per quei lidi.
domenica 11 ottobre 2015
Brasil , capitolo 11
Percorse tutta avenida Conde D'Eu e attraverso' Praca Pedro II. Le avenidas erano trafficate all'inverosimile, tanto che a piedi Santoro faceva piu' progressi spaziali che le auto in coda. Inoltre ci si metteva la Policia Federal a fermare automobili per controlli. Agenti con divise mimetiche e M16 di nuova generazione a tracolla, le "stupide" calate in testa sopra occhiali da sole da gangster per nulla rassicuranti. Dopo dieci minuti, lungo marciapiedi che ospitavano commerci di ogni tipo, scarpe, borse, cd musicali e qualche Banca de jornais, popolati di giovani pagati a provigione, Santoro si trovo' di fronte alla Cattedrale di San Jose', un enorme edificio adibito a chiesa, di stile coloniale portoghese con riferimenti gotici, senza fronzoli o barocchismi, semplice, lineare, con due enormi comignoli che svettavano verso il cielo come sputnik russi antelitteram e un rosone che pareva una combinazione geometrica di croci celtiche ovalizzate. Sui gradini che davano sull'ingresso dell'enorme complesso edilizio uno strano uccello pascolava tranquillamente beccando qualche seme caduto da sacchi di granaglie trasportati in chiesa poco prima , evidentemente, da distribuire ai poveri. Santoro aveva una propria religione personale, rispettava chi credeva in Dio e anche lui in un certo senso credeva nella sua esistenza. Ma era dell'idea che gli uomini fossero stati lasciati soli nella ricerca della propria felicita' e che Dio avesse dato loro la ragione per far fronte a tutti i loro problemi. La questione si complicava perche' la maggior parte degli uomini sembrava che questa ragione l'avessero persa per strada. Erano rimasti alla fase animale. Santoro amava dire , seguendo i ragionamenti di Freud, alla fase anale.
Passo' oltre, mentre alle sue spalle c'erano dei giardini sulle cui panchine erano seduti dei vecchietti che bevevano cocchi, ascoltavano i terribili e urlanti pappagallini verdi e osservavano l'oceano con la calma serafica di chi filosoficamente aveva compreso che la distanza con l'Europa fosse incolmabile persino in aereo. O in nave. Men che meno e follemente a nuoto. E questo sembrava rafforzare le loro convinzioni statiche.
In lontananza Santoro ammiro' la sagoma esterna di un edificio sul quale campeggiava la scritta icastica Mercado Central. Ricordo' che Vanessa glielo aveva descritto come il regno delle cianfrusaglie per turisti con prodotti tipici , maschere candomble'e collane e collanine, souvenir costosissimi che appena i viaggiatori stranieri si potevano permettere.
A quel punto si diresse verso Dragao do Mar, un'area che a Vanessa piaceva molto, tanto che tutte le volte che lei gli telefonava dal Brasile sembrava che fosse li ... o di li fosse appena tornata a casa . Un luogo magico dedicato a un personaggio del posto, tale Chico de Matilde, che combatte' per l'abolizionismo della schiavitu' dei neri. Era costituito da un vasto complesso di edifici, piazze e ponti, che attraversavano mostre, musei e dove si svolgono spettacoli musicali e culturali. Santoro attraverso' un ponte metallico rosso dal quale si godeva lo splendido panorama di tavolini davanti a locali e ristorantini tipici, dove di solito stazionavano per ore artisti e borghesia culturale della citta', frammista a qualche turista miracolosamente sfuggito all'industria del puttanaggio locale. Spesso Vanessa raccontava che fra quei tavolini poeti di strada declamavano i propri versi . E cantanti girovaghi raccontavano in musica le loro peregrinazioni nell'immenso continente verdeoro.
Stette su quel ponte da dove godeva di un'ottima prospettiva della zona, per un bel po'. Il suo sguardo acuto avrebbe potuto catturare Michel in men che non si fosse detto o pensato. Ma Michel non c'era. O invece c'era ma Santoro non lo scorgeva .Perche' i sensi di Santoro erano ottenebrati dal ricordo nostalgico di una donna che aveva avuto la magia, non sapeva se reale o immaginaria, visto che era una sacerdotessa candomblecista, di catturare il suo cuore e ancorarlo in fondo al mare della propria anima, una volta tanto, sazia d'amore. Si sorprese a pensare questo. Era un carabiniere, ma era anche un uomo. E fare il maschio alfa della situazione persino nel silenzio dei propri pensieri, quando al riparo dal mondo, si poteva restare soli con se stessi davanti allo specchio deformato della propria coscienza reale, gli sembrava quanto meno ridicolo. Ma quello stato d'animo gli toglieva lucidita'. Il ricordo di quella donna amata doveva essere accantonato. Per il momento. Lo richiedeva il lucido raziocinio dell'indagine.
Si mise in movimento verso Praia Iracema. Sentiva che Michel doveva essere andato li. Del resto era la spiaggia del centro citta', dove tutti i Fortalensi andavano a svagarsi, persino durante la settimana, quando in Europa era inverno, e da loro estate. Mentre l'occidente era alle prese con smog , fango, merda e produzione, loro avevano sole, cocchi, sesso, mare e ancora sole. E certo, anche smog , merda e fango. Ma vogliamo mettere? Penso' Santoro . Quanto si sopportano meglio certe cose, se puoi bere una birra gelata in santa pace, mentre sotto un ombrellone osservi l'oceano infinito e una mulatta dallo sguardo malizioso con i suoi occhi da cerbiatta ti scioglie il ghiaccio persino nel bicchiere?
Passo' oltre, mentre alle sue spalle c'erano dei giardini sulle cui panchine erano seduti dei vecchietti che bevevano cocchi, ascoltavano i terribili e urlanti pappagallini verdi e osservavano l'oceano con la calma serafica di chi filosoficamente aveva compreso che la distanza con l'Europa fosse incolmabile persino in aereo. O in nave. Men che meno e follemente a nuoto. E questo sembrava rafforzare le loro convinzioni statiche.
In lontananza Santoro ammiro' la sagoma esterna di un edificio sul quale campeggiava la scritta icastica Mercado Central. Ricordo' che Vanessa glielo aveva descritto come il regno delle cianfrusaglie per turisti con prodotti tipici , maschere candomble'e collane e collanine, souvenir costosissimi che appena i viaggiatori stranieri si potevano permettere.
A quel punto si diresse verso Dragao do Mar, un'area che a Vanessa piaceva molto, tanto che tutte le volte che lei gli telefonava dal Brasile sembrava che fosse li ... o di li fosse appena tornata a casa . Un luogo magico dedicato a un personaggio del posto, tale Chico de Matilde, che combatte' per l'abolizionismo della schiavitu' dei neri. Era costituito da un vasto complesso di edifici, piazze e ponti, che attraversavano mostre, musei e dove si svolgono spettacoli musicali e culturali. Santoro attraverso' un ponte metallico rosso dal quale si godeva lo splendido panorama di tavolini davanti a locali e ristorantini tipici, dove di solito stazionavano per ore artisti e borghesia culturale della citta', frammista a qualche turista miracolosamente sfuggito all'industria del puttanaggio locale. Spesso Vanessa raccontava che fra quei tavolini poeti di strada declamavano i propri versi . E cantanti girovaghi raccontavano in musica le loro peregrinazioni nell'immenso continente verdeoro.
Stette su quel ponte da dove godeva di un'ottima prospettiva della zona, per un bel po'. Il suo sguardo acuto avrebbe potuto catturare Michel in men che non si fosse detto o pensato. Ma Michel non c'era. O invece c'era ma Santoro non lo scorgeva .Perche' i sensi di Santoro erano ottenebrati dal ricordo nostalgico di una donna che aveva avuto la magia, non sapeva se reale o immaginaria, visto che era una sacerdotessa candomblecista, di catturare il suo cuore e ancorarlo in fondo al mare della propria anima, una volta tanto, sazia d'amore. Si sorprese a pensare questo. Era un carabiniere, ma era anche un uomo. E fare il maschio alfa della situazione persino nel silenzio dei propri pensieri, quando al riparo dal mondo, si poteva restare soli con se stessi davanti allo specchio deformato della propria coscienza reale, gli sembrava quanto meno ridicolo. Ma quello stato d'animo gli toglieva lucidita'. Il ricordo di quella donna amata doveva essere accantonato. Per il momento. Lo richiedeva il lucido raziocinio dell'indagine.
Si mise in movimento verso Praia Iracema. Sentiva che Michel doveva essere andato li. Del resto era la spiaggia del centro citta', dove tutti i Fortalensi andavano a svagarsi, persino durante la settimana, quando in Europa era inverno, e da loro estate. Mentre l'occidente era alle prese con smog , fango, merda e produzione, loro avevano sole, cocchi, sesso, mare e ancora sole. E certo, anche smog , merda e fango. Ma vogliamo mettere? Penso' Santoro . Quanto si sopportano meglio certe cose, se puoi bere una birra gelata in santa pace, mentre sotto un ombrellone osservi l'oceano infinito e una mulatta dallo sguardo malizioso con i suoi occhi da cerbiatta ti scioglie il ghiaccio persino nel bicchiere?
lunedì 28 settembre 2015
Brasil, capitolo 10
Una volta sull'omnibus, Santoro fece il biglietto. Il bigliettaio, figura che in Italia era scomparsa sotto gli effetti della politica di austerity occupazionale, prese un real e cinquanta centavos e lo fece passare attraverso un cancelletto aperto da lui stesso. Santoro si accomodo' nell'omnibus, un mezzo vecchio ma confortevole, con sedili in plastica dura che dovevano avere scaturigine dall'idea che quelli in stoffa seppur maggiormente confortevoli non avessero molto senso a 38 gradi di temperatura con oltre il 90% di umidita'. Il mezzo attraverso' il bairro Jose' Valter e si diresse verso il centro, in mezzo a strade di asfalto crepato, sotto alberi di goiaba e mango, lungo il limine di marciapiedi ideali lungo abitazioni di muri di mattoni forati senza intonaco con le finestrelle che parevano occhi bui di poeti borgesiani. Mano mano che si affastellavano le paradas, le fermate, salivano studentesse, per lo piu' bianche, di collegi privati, di cui il Brasile era pieno per le famiglie che potevano permetterselo, in divisa sociale e con cartellette di cuoio nere e qualche ganzo di strada vestito appena di bermuda e canotta sdrucita con tipici braccialetti di stoffa che recavano scritte di nomi di santi e santerie varie. Santoro sudava e osservava la natura circostante. Ogni tanto sui muri scritte pubblicitarie e elettorali o commerciali realizzate a mano in luogo di rutilanti manifesti di plastiche lucide che doveva aver dato da mangiare a insigni pittori che arrotondavano per mantenere i propri improvvisati atelier nei quartieri poveri e nelle comunidades. L'omnibus si avvicinava al centro e mano mano i grattacieli si facevano piu' imponenti e svettavano come babelici alveari dalle cui vette si poteva vedere l'oceano in tutto il suo desertico splendore. Poi via lungo le avenidas trafficate dalle miriadi di auto di foggia americana, ingombranti come portaerei in stagni sovraffollati. Arrivato in centro, nei pressi di una piazza dove si trovava una chiesa avventista del settimo giorno che propagandava scritti a pennello sui muri corsi di formazione professionale gratuiti di cabelleleiros [parrucchieri], cocineros [cuochi] e costureiros[sarti], scese. A quel punto decise di insinuarsi nelle strade del centro , verso piazza Ferreira, dove avrebbe di li a poco osservato la "Colonna Ora", il gigantesco orologio montato su una colonna metallica che era proprio al centro dell'ammattonato.Non prima pero' di aver ammirato un sedicente artista di strada che nella piazzetta schiacciava le noci di cocco con la testa. Percorse delle vie secondarie, per non dare troppo nell'occhio, perche', pur vestito alla brasiliana, con infradito ai piedi, bermudas , canotta e zero ammenicoli d'oro e orologi addosso, sapeva che ad uno sguardo attento non sarebbe sfuggito che si trattava di uno straniero. E nella fattispecie di un "gringo", come venivano definiti gli stranieri di foggia europea non autoctoni. In cinque minuti imbocco' l'ingresso della piazza e subito noto' l'orologio al centro e un grande grattacielo sullo sfondo di quella piazza piena di panchine e di alberi non troppo cresciuti. Il monitor dei suoi occhi indagatori entro' in azione, notando senza essere notato. Dove sarebbe potuto andare Michel, con quella giornata di caldo intenso se non a mare, dalle parti di Praia Iracema, magari, dove ricordava piaceva andare a Vanessa? Perlomeno rammentando i suoi racconti. Ma prima magari poteva essersi fermato a qualche bar a rifornirsi di cerveza bem gelada o assaporare qualche cocco verde appena traforato e pronto per rifocillare dal caldo torrido. Noto' che c'erano un mucchio di meninhos de rua, in giro per la piazza, che tentando di vendere le loro mercanzie di cianfrusaglie studiavano possibili colpi rapidi e veloci , tipo scippi o furti con destrezza. Non erano cattivi, i loro sguardi erano sguardi di fame , sguardi rancorosi...per non aver avuto, magari, la possibilita' di indossare qualcuna di quelle divise collegiali che poteva schiudergli le porte del mondo dorato di una vita normale da borghese medio brasiliano . Per poi magari lavorare in una banca. Dove si custodivano quei soldi che loro non avevano e mai avrebbero avuto per se'. Ecco un'altra cosa su cui doveva lavorare Lula, si disse Santoro. Sull'istruzione pubblica.
Si fermo' in un chiosco a bere un'agua de coco. La noce di cocco appena estratta dal frigo era tanto fredda da non riuscire quasi a stargli in mano, ma dopo un po' sotto l'effetto del caldo inteso si riscaldo' di quel tanto da nidificare nella sua mano. Era la seconda agua de coco della giornata e , non ci avrebbe giurato, ma qualsiasi traccia di possibili attacchi di colite, sembrava scomparsa. E forse era merito di quell ' acqua miracolosa , di quel liquido curativo, che veniva da un semplice frutto sia pur tropicale. Si diresse verso praia Iracema, dove secondo lui, molto probabilmente avrebbe trovato Michel, il personaggio cardine della situazione, a giudizio rabdomantico di Santoro. Passando caracollando lentamente lungo avenida Conde D'Eu , senti distintamente che proveniva da un negozio di dischi una melodia inconfondibile. Una canzone di Bossa Nova famosissima: "Desafinado", splendida canzone composta negli anni sessanta da Antonio Carlos Jobim, uno dei padri spirituali di questo stile musicale che mescola sapientemente jazz e samba. Le parole in portoghese giunsero dirette al cuore si Santoro, perche' gli ricordarono Vanessa e la sua ironia, di quando lo sfotteva nel dire che un cantante stonato sarebbe stato anche un pessimo amante, tema ironico della canzone appunto. E subito dopo aggiungeva che essendo lui, Santoro, un carabiniere e non un cantante il problema non si sarebbe mai posto . Dal momento che come amante non c'era proprio nulla di cui lamentarsi.
Si fermo' in un chiosco a bere un'agua de coco. La noce di cocco appena estratta dal frigo era tanto fredda da non riuscire quasi a stargli in mano, ma dopo un po' sotto l'effetto del caldo inteso si riscaldo' di quel tanto da nidificare nella sua mano. Era la seconda agua de coco della giornata e , non ci avrebbe giurato, ma qualsiasi traccia di possibili attacchi di colite, sembrava scomparsa. E forse era merito di quell ' acqua miracolosa , di quel liquido curativo, che veniva da un semplice frutto sia pur tropicale. Si diresse verso praia Iracema, dove secondo lui, molto probabilmente avrebbe trovato Michel, il personaggio cardine della situazione, a giudizio rabdomantico di Santoro. Passando caracollando lentamente lungo avenida Conde D'Eu , senti distintamente che proveniva da un negozio di dischi una melodia inconfondibile. Una canzone di Bossa Nova famosissima: "Desafinado", splendida canzone composta negli anni sessanta da Antonio Carlos Jobim, uno dei padri spirituali di questo stile musicale che mescola sapientemente jazz e samba. Le parole in portoghese giunsero dirette al cuore si Santoro, perche' gli ricordarono Vanessa e la sua ironia, di quando lo sfotteva nel dire che un cantante stonato sarebbe stato anche un pessimo amante, tema ironico della canzone appunto. E subito dopo aggiungeva che essendo lui, Santoro, un carabiniere e non un cantante il problema non si sarebbe mai posto . Dal momento che come amante non c'era proprio nulla di cui lamentarsi.
sabato 19 settembre 2015
Brasil, capitolo 9
A quel punto a Santoro non restava che interrogare Andreina, sorella di Vanessa, una mulatta dalla bellezza ammaliante e Michel, il misterioso fratello che a lume di naso non piaceva al maresciallo pugliese.
Santoro chiese quindi a Maritza di andarli a scollare dalla novela garibaldina che era ipnoticamente ancora in onda di la' in sala. Dopo che fu andata di la' Maritza torno con Andreina. E disse che Michel non c'era. Era uscito con degli amici. Uscito con degli amici? penso' Santoro, che tempismo!
Fece accomodare Andreina. Lei gli sorrideva ma anche un po' tremava.
"Stai tranquilla, voglio solo sapere se tua sorella ti ha confidato qualcosa che noi non sappiamo e che potrebbe chiarire le circostanze della sua morte", disse Santoro.
In portoghese Andreina spiego' a Santoro che Vanessa spesso viaggiava per tutto il Brasile per le sue pratiche candombleciste, perche' era una sacerdotessa del culto, una "Mae de Santo".
" E questo viaggio nel quale durante il ritorno ha avuto quello che voi chiamate incidente con l'autobus era uno di questi viaggi?", chiese Santoro.
Andreina tacque. Pareva riflettere. Maritza che nella circostanza sembrava il luogotenente di Santoro la osservava con severita'. Ma a Santoro l'idea che tutti i componenti della famiglia se ne stesero a drogarsi di telenovela in un momento in cui lui stava cercando la verita' sulla morte di una figlia continuava a "suonare" strano. La cosa lo innervosiva e disgustava al medesimo tempo.
A un certo punto Andreina, scosse quei suoi riccioli angolani e disse" nao sei dizer com certeza". Non lo sapeva con certezza. Ma il fatto che avesse dei dubbi allargo' la voragine dei sospetti di Santoro sulla torbidezza di quella situazione.
Santoro a quel punto le chiese dove pensava fosse andato Michel. In centro, disse, con gli amici, a divertirsi e forse a farsi il bagno a Beira Mar, la zona dove Santoro albergava. La zona del divertimento per antonomasia, del centro, delle discoteche, dei locali e della baracche sul mare dove si prendeva il sole o si dormiva sotto gli ombrelloni, fra una mangiata di gamberi o una "caranguejada", scorpacciata di granchi giganti a cui si rompevano le chele con un martelletto di legno per succhiarne l'interno, di carne bianca saporita.
A quel punto Santoro usci. Saluto' appena Maritza. Contava che se si fosse mosso in fretta avrebbe incocciato Michel alla fermata dell'omnibus. Posto che non e' che i mezzi pubblici partissero a scansioni temporali svizzere. Santoro penso' che nonostante il sarcasmo nascosto dietro quel pensiero avrebbe preferito i ritmi tropicali. A piedi a passo svelto attraverso' la strada e si diresse verso il campo dove ancora indefessamente giocavano a calcio-lo avrebbero di certo fatto tutto il giorno, tanto che avevano da fare se non lavoravano ne', c'era da dirlo, rubavano?-
Quando arrivo' alla fermata degli omnibus, c'era un autista che stava seduto sotto la pensilina di cemento sbreccato sorseggiando con una cannuccia il suo cocco verde gelato appena preso da un bar li di fronte. Santoro gli chiese in portoghese se fosse partito qualche autobus e per dove fosse diretto. L'autista un uomo di colore robusto, sollevo' il capo dalla cannuccia, con tutta calma, lo osservo' e gli chiese il perche' di quella domanda. Tanto faceva caldo e non si doveva avere fretta, perche' con il caldo la fretta poteva uccidere, che suo cugino a causa del caldo, per la fretta di arrivare in tempo a incontrarsi con la moglie che temeva lo tradisse era morto per un incidente stradale. E nell'incidente si seppe dopo era morta anche la moglie del tizio che stava a letto in quel momento con la moglie del cugino. In fin dei conti, disse l'uomo, se mio cugino non avesse avuto fretta ora ci sarebbero due persone vive in piu' e due vedovi in meno. Che era meglio qualche cornuto in piu' che dei figli orfani. Santoro resto' colpito dalla storiella. E ad ascoltarla il tempo era trascorso e Michel chissa' dov'era ormai a quell'ora. Ma non se la prese piu' di tanto. I pesci li peschi quando affrontano la curva, mentre rallentano, era li che un bravo pescatore li doveva aspettare, penso'. Era in fondo la sua filosofia di vita e anche la sua tecnica di indagine. La stessa tecnica di indagine che gli aveva permesso di arrivare volutamente tardi durante una rapina per evitare conflitti a fuoco e inutili morti. Tanto dopo i rapinatori li avrebbe presi tutti con calma. Facendo le sue indagini. E nessuno si sarebbe fatto male . Ando' al bar e si fece servire una noce di cocco ben gelida. Bem gelada, disse al tizio del baretto. Il tizio gli sorrise dalle finestre degli incisivi mancanti e Santoro ebbe la sua "agua de coco". Si sedette in attesa del prossimo omnibus. In fondo non gli importava dove fosse diretto Michel. Sentiva che lo avrebbe trovato lo stesso.
Santoro chiese quindi a Maritza di andarli a scollare dalla novela garibaldina che era ipnoticamente ancora in onda di la' in sala. Dopo che fu andata di la' Maritza torno con Andreina. E disse che Michel non c'era. Era uscito con degli amici. Uscito con degli amici? penso' Santoro, che tempismo!
Fece accomodare Andreina. Lei gli sorrideva ma anche un po' tremava.
"Stai tranquilla, voglio solo sapere se tua sorella ti ha confidato qualcosa che noi non sappiamo e che potrebbe chiarire le circostanze della sua morte", disse Santoro.
In portoghese Andreina spiego' a Santoro che Vanessa spesso viaggiava per tutto il Brasile per le sue pratiche candombleciste, perche' era una sacerdotessa del culto, una "Mae de Santo".
" E questo viaggio nel quale durante il ritorno ha avuto quello che voi chiamate incidente con l'autobus era uno di questi viaggi?", chiese Santoro.
Andreina tacque. Pareva riflettere. Maritza che nella circostanza sembrava il luogotenente di Santoro la osservava con severita'. Ma a Santoro l'idea che tutti i componenti della famiglia se ne stesero a drogarsi di telenovela in un momento in cui lui stava cercando la verita' sulla morte di una figlia continuava a "suonare" strano. La cosa lo innervosiva e disgustava al medesimo tempo.
A un certo punto Andreina, scosse quei suoi riccioli angolani e disse" nao sei dizer com certeza". Non lo sapeva con certezza. Ma il fatto che avesse dei dubbi allargo' la voragine dei sospetti di Santoro sulla torbidezza di quella situazione.
Santoro a quel punto le chiese dove pensava fosse andato Michel. In centro, disse, con gli amici, a divertirsi e forse a farsi il bagno a Beira Mar, la zona dove Santoro albergava. La zona del divertimento per antonomasia, del centro, delle discoteche, dei locali e della baracche sul mare dove si prendeva il sole o si dormiva sotto gli ombrelloni, fra una mangiata di gamberi o una "caranguejada", scorpacciata di granchi giganti a cui si rompevano le chele con un martelletto di legno per succhiarne l'interno, di carne bianca saporita.
A quel punto Santoro usci. Saluto' appena Maritza. Contava che se si fosse mosso in fretta avrebbe incocciato Michel alla fermata dell'omnibus. Posto che non e' che i mezzi pubblici partissero a scansioni temporali svizzere. Santoro penso' che nonostante il sarcasmo nascosto dietro quel pensiero avrebbe preferito i ritmi tropicali. A piedi a passo svelto attraverso' la strada e si diresse verso il campo dove ancora indefessamente giocavano a calcio-lo avrebbero di certo fatto tutto il giorno, tanto che avevano da fare se non lavoravano ne', c'era da dirlo, rubavano?-
Quando arrivo' alla fermata degli omnibus, c'era un autista che stava seduto sotto la pensilina di cemento sbreccato sorseggiando con una cannuccia il suo cocco verde gelato appena preso da un bar li di fronte. Santoro gli chiese in portoghese se fosse partito qualche autobus e per dove fosse diretto. L'autista un uomo di colore robusto, sollevo' il capo dalla cannuccia, con tutta calma, lo osservo' e gli chiese il perche' di quella domanda. Tanto faceva caldo e non si doveva avere fretta, perche' con il caldo la fretta poteva uccidere, che suo cugino a causa del caldo, per la fretta di arrivare in tempo a incontrarsi con la moglie che temeva lo tradisse era morto per un incidente stradale. E nell'incidente si seppe dopo era morta anche la moglie del tizio che stava a letto in quel momento con la moglie del cugino. In fin dei conti, disse l'uomo, se mio cugino non avesse avuto fretta ora ci sarebbero due persone vive in piu' e due vedovi in meno. Che era meglio qualche cornuto in piu' che dei figli orfani. Santoro resto' colpito dalla storiella. E ad ascoltarla il tempo era trascorso e Michel chissa' dov'era ormai a quell'ora. Ma non se la prese piu' di tanto. I pesci li peschi quando affrontano la curva, mentre rallentano, era li che un bravo pescatore li doveva aspettare, penso'. Era in fondo la sua filosofia di vita e anche la sua tecnica di indagine. La stessa tecnica di indagine che gli aveva permesso di arrivare volutamente tardi durante una rapina per evitare conflitti a fuoco e inutili morti. Tanto dopo i rapinatori li avrebbe presi tutti con calma. Facendo le sue indagini. E nessuno si sarebbe fatto male . Ando' al bar e si fece servire una noce di cocco ben gelida. Bem gelada, disse al tizio del baretto. Il tizio gli sorrise dalle finestre degli incisivi mancanti e Santoro ebbe la sua "agua de coco". Si sedette in attesa del prossimo omnibus. In fondo non gli importava dove fosse diretto Michel. Sentiva che lo avrebbe trovato lo stesso.
lunedì 7 settembre 2015
Brasil , capitolo 8
Quando usci dal bagno trovo' una tazza di valeriana ad attenderlo, fumante, sul tavolo della cucina. La cucina era sobria, un tavolo con sei sedie, un piano cottura alimentato da una bombola a gas e qualche stipetto recuperato da qualcuno che se ne era voluto disfare. Maritza con i suoi occhi luccicanti era seduta al tavolo e osservava Santoro. Santoro in tutta calma si sedette. E trovo' alquanto strano che gli altri abitanti della casa avessero continuato a guardare la novela senza omaggiare l'ospite in modo adeguato. Forse i sud del mondo non erano tutti uguali. Forse sarebbe accaduta la stessa cosa se fosse andato a far visita in una casa del sud Italia e di li in salotto ci fosse stato il televisore acceso su Pomeriggio 5 e Barbara D'Urso. Comunque trovo' la cosa inusuale, quanto meno. Bevve quella valeriana calda, gesto che nonostante facesse caldo non apparve distonico rispetto alla giornata e al clima afoso. Il calore ne esaltava il gusto delicato e Santoro aveva bisogno di brodaglie dolciastre in pancia, perche' si sentiva come ammalato, come se avesse la febbre.
-Como voce esta?, chiese Santoro a Maritza.
- Estou em pe, disse Maritza, nel senso che "stava in piedi" nonostante la tragedia che li aveva colpiti, lei e la sua famiglia. Lei era la sorella di Ana, la madre di Vanessa e le assomigliava parecchio. Nonostante avesse parecchi anni in piu'. Le nere erano cosi, penso' Santoro, non dimostravano mai gli anni che avevano, sembravano giovani sempre. Con i loro corpi scolpiti senza neanche aver mai fatto un giorno di palestra, gli veniva da dire, plasmati da Dio, e quelle loro pelli setose, sembravano tavole anatomiche viventi. Doveva essere per questo che molti bianchi erano razzisti. Oltre che invidia nel pene, questa sul versante maschile, invidia anatomica in generale. Ed era anche per quelle loro anatomie perfette, credette in quel mentre Santoro, su cui i neri si erano adagiati, buone per atletismi, danze e musica, che non gli era importato molto di studiare. Anche se le vicende erano molto piu' complicate di quei suoi ragionamenti rozzi dettati dal disagio del momento. Aveva saltato diversi secoli di razzismo e discriminazione, ecco.
Santoro termino' di bere la valeriana e Maritza, osservandolo con curiosita' gli chiese quale fosse il vero motivo della sua visita.
Santoro disse che era li perche' voleva sapere come era morta Vanessa. Maritza tacque. Santoro ne resto' sorpreso. Normalmente avrebbe dovuto aspettarsi la tipica espressione fatalista con invocazione religiosa finale di raccomandare l'anima della nipote a Dio. Ma invece quel silenzio dette ai sospetti di torbidita' di Santoro ancora piu' forza. E la freddezza generale nell'accoglierlo.
- Que voce pensa, Maritza, le chiese Santoro.
- E' voce que sabe, disse Maritza," lo sai tu", come dicevano sempre alcune donne brasiliane "old generation" che si affidavano al giudizio del maschio alfa dominante, non solo in senso sessuale.
Santoro disse che intendeva scoprirlo. E non se ne sarebbe andato dal Brasile se non fosse venuto a conoscenza di una versione plausibile, accettabile.
Si alzo' ed entro' nella stanza da pranzo-soggiorno. Chiamo' Ana con un gesto della mano, facendole segno di entrare con lui in cucina.
Ana accondiscese non senza un certo atteggiamento restio, come se fosse seccata dalla cosa.
Santoro parlo' in italiano. Anche perche' li tutti conoscevano l'italiano. Vanessa glielo aveva insegnato un poco. Lei parlava spesso in italiano con loro. Specie quando era arrabbiata. Parolacce non ne diceva. Si considerava una sacerdotessa "candomblecista". I santi si dovevano lasciar stare. Anche perche', diceva sempre Vanessa, il confine fra un santo e un diavolo era molto labile e bastava poco per passare di stadio. Bastava che per sbaglio il santo vedesse la propria anima allo specchio. Se avesse resistito sarebbe restato santo. Il corpo di puo' modificare, l'anima no. E spesso non e' un bello spettacolo.
Santoro disse che non gli erano ben chiare le circostanze della morte di Vanessa. Dove stava andando con quell'autobus? Era successo all'andata o al ritorno ? E se era accaduto al ritorno dove era stata?
Ana lo ascoltava e quasi le venne da piangere. Ma resistette.
" Nos nao sabemos onde ela foi". Non si sapeva dove fosse andata. E si, era successo al ritorno.
- Chi puo' saperlo, disse Santoro.
Ana lo guardo' per un momento. Poi abbasso' la testa. Scoppio' a piangere e torno' di la'. A Santoro una donna che piangeva faceva venire in mente molte cose. Ma fra le tante al vaglio della sua mente la prima che gli sovvenne fu" sa qualcosa che io non so". E non doveva essere qualcosa di leggero.
Santoro dette un'occhiata a Maritza. Lei lo guardava con una certa fierezza. Come qualcuno che finalmente fosse venuto a mettere a posto le cose.
-Me chama o Cezar, le intimo' Santoro.
Maritza ando' di la' in sala. Dopo qualche minuto entro' Cezar. Santoro comincio' a sentire la rabbia che gli montava dentro. Sapevano qualcosa e non gliela volevano dire. Forse Maritza era quella che sapeva meno. Ed era l'unica, a quanto pareva, disposta ad aiutarlo.
Cezar si accomodo' al tavolo e lo guardo' con espressione di sfida. I convenevoli iniziali sembravano gia' sideralmente lontani anni luce.
- Voce veio fazer o policial na minha casa?, disse intendendo che Santoro fosse andato a fare degli interrogatori polizieschi nella sua casa. Santoro fece di si con il capo. Poi mosse di nuovo il capo a sottolineare con insistenza che non era li a fare sconti e nessuno.
- Dove era andata Vanessa con l'autobus? , chiese Santoro.
-Sol Deus que sabe. Lo sa solo dio.
Santoro riflette' un momento. Poi improvvisamente ebbe una specie di intuizione.
-Di chi avete paura? Beh, perche' se avete paura di qualcuno vi garantisco che non vi fara' tanta paura di quanta ve ne faro' io.
Era assurdo. Santoro sembrava tenerci piu' alla scoperta su come fosse morta Vanessa dei propri genitori. Oppure, penso' Santoro, non ne vogliono piu' sapere perche' hanno sofferto troppo. C'era tuttavia un'altra ipotesi che Santoro non voleva prendere in considerazione. Ma che cominciava a frullargli nella testa. Vanessa aveva fatto qualcosa per loro e quel qualcosa poteva averla uccisa. Si, penso' Santoro, doveva essere cosi. Ed era precisamente in quella direzione , si disse , che doveva indagare.
- Dio non c'entra niente in questa storia. E nemmeno il diavolo. Perche' c'e' chi lo supera in malvagita'. E cioe' l'uomo.
Cezar lo osservo' a lungo. Ma non disse niente. Si alzo' e ando' a vedersi il finale della puntata di "a casa da sete mulheres".
-Como voce esta?, chiese Santoro a Maritza.
- Estou em pe, disse Maritza, nel senso che "stava in piedi" nonostante la tragedia che li aveva colpiti, lei e la sua famiglia. Lei era la sorella di Ana, la madre di Vanessa e le assomigliava parecchio. Nonostante avesse parecchi anni in piu'. Le nere erano cosi, penso' Santoro, non dimostravano mai gli anni che avevano, sembravano giovani sempre. Con i loro corpi scolpiti senza neanche aver mai fatto un giorno di palestra, gli veniva da dire, plasmati da Dio, e quelle loro pelli setose, sembravano tavole anatomiche viventi. Doveva essere per questo che molti bianchi erano razzisti. Oltre che invidia nel pene, questa sul versante maschile, invidia anatomica in generale. Ed era anche per quelle loro anatomie perfette, credette in quel mentre Santoro, su cui i neri si erano adagiati, buone per atletismi, danze e musica, che non gli era importato molto di studiare. Anche se le vicende erano molto piu' complicate di quei suoi ragionamenti rozzi dettati dal disagio del momento. Aveva saltato diversi secoli di razzismo e discriminazione, ecco.
Santoro termino' di bere la valeriana e Maritza, osservandolo con curiosita' gli chiese quale fosse il vero motivo della sua visita.
Santoro disse che era li perche' voleva sapere come era morta Vanessa. Maritza tacque. Santoro ne resto' sorpreso. Normalmente avrebbe dovuto aspettarsi la tipica espressione fatalista con invocazione religiosa finale di raccomandare l'anima della nipote a Dio. Ma invece quel silenzio dette ai sospetti di torbidita' di Santoro ancora piu' forza. E la freddezza generale nell'accoglierlo.
- Que voce pensa, Maritza, le chiese Santoro.
- E' voce que sabe, disse Maritza," lo sai tu", come dicevano sempre alcune donne brasiliane "old generation" che si affidavano al giudizio del maschio alfa dominante, non solo in senso sessuale.
Santoro disse che intendeva scoprirlo. E non se ne sarebbe andato dal Brasile se non fosse venuto a conoscenza di una versione plausibile, accettabile.
Si alzo' ed entro' nella stanza da pranzo-soggiorno. Chiamo' Ana con un gesto della mano, facendole segno di entrare con lui in cucina.
Ana accondiscese non senza un certo atteggiamento restio, come se fosse seccata dalla cosa.
Santoro parlo' in italiano. Anche perche' li tutti conoscevano l'italiano. Vanessa glielo aveva insegnato un poco. Lei parlava spesso in italiano con loro. Specie quando era arrabbiata. Parolacce non ne diceva. Si considerava una sacerdotessa "candomblecista". I santi si dovevano lasciar stare. Anche perche', diceva sempre Vanessa, il confine fra un santo e un diavolo era molto labile e bastava poco per passare di stadio. Bastava che per sbaglio il santo vedesse la propria anima allo specchio. Se avesse resistito sarebbe restato santo. Il corpo di puo' modificare, l'anima no. E spesso non e' un bello spettacolo.
Santoro disse che non gli erano ben chiare le circostanze della morte di Vanessa. Dove stava andando con quell'autobus? Era successo all'andata o al ritorno ? E se era accaduto al ritorno dove era stata?
Ana lo ascoltava e quasi le venne da piangere. Ma resistette.
" Nos nao sabemos onde ela foi". Non si sapeva dove fosse andata. E si, era successo al ritorno.
- Chi puo' saperlo, disse Santoro.
Ana lo guardo' per un momento. Poi abbasso' la testa. Scoppio' a piangere e torno' di la'. A Santoro una donna che piangeva faceva venire in mente molte cose. Ma fra le tante al vaglio della sua mente la prima che gli sovvenne fu" sa qualcosa che io non so". E non doveva essere qualcosa di leggero.
Santoro dette un'occhiata a Maritza. Lei lo guardava con una certa fierezza. Come qualcuno che finalmente fosse venuto a mettere a posto le cose.
-Me chama o Cezar, le intimo' Santoro.
Maritza ando' di la' in sala. Dopo qualche minuto entro' Cezar. Santoro comincio' a sentire la rabbia che gli montava dentro. Sapevano qualcosa e non gliela volevano dire. Forse Maritza era quella che sapeva meno. Ed era l'unica, a quanto pareva, disposta ad aiutarlo.
Cezar si accomodo' al tavolo e lo guardo' con espressione di sfida. I convenevoli iniziali sembravano gia' sideralmente lontani anni luce.
- Voce veio fazer o policial na minha casa?, disse intendendo che Santoro fosse andato a fare degli interrogatori polizieschi nella sua casa. Santoro fece di si con il capo. Poi mosse di nuovo il capo a sottolineare con insistenza che non era li a fare sconti e nessuno.
- Dove era andata Vanessa con l'autobus? , chiese Santoro.
-Sol Deus que sabe. Lo sa solo dio.
Santoro riflette' un momento. Poi improvvisamente ebbe una specie di intuizione.
-Di chi avete paura? Beh, perche' se avete paura di qualcuno vi garantisco che non vi fara' tanta paura di quanta ve ne faro' io.
Era assurdo. Santoro sembrava tenerci piu' alla scoperta su come fosse morta Vanessa dei propri genitori. Oppure, penso' Santoro, non ne vogliono piu' sapere perche' hanno sofferto troppo. C'era tuttavia un'altra ipotesi che Santoro non voleva prendere in considerazione. Ma che cominciava a frullargli nella testa. Vanessa aveva fatto qualcosa per loro e quel qualcosa poteva averla uccisa. Si, penso' Santoro, doveva essere cosi. Ed era precisamente in quella direzione , si disse , che doveva indagare.
- Dio non c'entra niente in questa storia. E nemmeno il diavolo. Perche' c'e' chi lo supera in malvagita'. E cioe' l'uomo.
Cezar lo osservo' a lungo. Ma non disse niente. Si alzo' e ando' a vedersi il finale della puntata di "a casa da sete mulheres".
giovedì 6 agosto 2015
Brasil, capitolo 7
Davanti al cancello dell'ingresso della dimora della sua defunta fidanzata, Vanessa Conceicao De Almeida, dette alcuni colpetti con le nocche della mano sinistra. Il suono di quei tocchi suono' alquanto sinistro. E per un momento i pappagallini verdi tacquero. Due minuti dopo il cancello si apri e la madre di Vanessa quasi si spavento', guardando il rubicondo faccione mediterraneo di Santoro. La meraviglia pervase i suoi occhi e cerco' di congetturare dentro di se' se stesse sognando oppure no.
" Ciao , Ana", disse Santoro. E sorrise in modo controllato. Ana, madre di Vanessa, una donna di colore di origine bahiana, ancora incredula, si fiondo' ad abbracciare quello che era il suo ex genero. Ma fu un abbraccio forzato, poco convinto e senza nessuno slancio passionale. E Santoro non seppe dire dentro di se' se fosse dovuto al riaprirsi di una ferita nel ricordo della figlia o a qualcos'altro di non meglio definibile che avrebbe potuto benissimo pero' essere ascritto nel campo dello scarso gradimento della sua presenza.
Ana lo invito' ad entrare. Subito dopo gli dette un buffetto affettuoso sulla nuca e lo rimprovero' per non aver avvisato di quella sua visita improvvisa. Entrarono in casa. Dentro c'era fresco, due o tre ventilatori di vecchia generazione accesi e la tv, perenne acquario caleidoscopico, presenza costante e dispensatrice di soporifere quanto seguitissime soap operas meglio definite in quei lidi come "novelas". In quel momento in tv, Santoro non pote' fare a meno di notarlo, ce n'era una, di novela, che trattava della vita di Garibaldi, l'eroe dei due mondi che in Brasile c'era stato veramente. Il titolo che campeggiava in calce sul teleschermo sotto le immagini che in quel momento si irradiavano nel buio e nella frescura di quell'antro della sala d'ingresso sembrava fosse:" A casa das sete mulheres". Vale a dire " La casa delle sette mogli". C'era della gente stravaccata li intorno su divani sedie e tappeti, tutti scalzi, immagino' Santoro, dal momento che non si era ancora abituato gli occhi al buio di quell'interno, giacche' proveniva dal sole esterno a quell'ora decisamente abbacinante. Dedusse che erano tutti scalzi dal fatto che fuori, parcheggiate in ordine sparso, era pieno di " havaianas", le caratteristiche ciabatte a infradito, com'era tradizione delle maggior parte delle famiglie di quella parte di Brasile ancora in via di sviluppo e dove il clima era di perenne estate. Poi piano piano vide due occhi luccicanti, due lapislazzuli nella notte e quei capelli lungi e neri, nonostante i cinquant'anni passati da un pezzo, della cia Maritza, la sorella di Ana. Viveva con loro. Santoro , per degli arcani motivi alchemici al limite del metempsicotico, sembrava essere a lei particolarmente simpatico. Sembrava che stravedesse per lui. Eppure lo aveva conosciuto solo qualche giorno e per di piu' al funerale di Vanessa, sua nipote. Infatti lo abbraccio' con molto calore. Santoro avverti il suo abbraccio caldo, franco, quasi sensuale. E quella creatura senza eta' che sembrava provenire da un'epoca arcana o ancora al di la' da venire, gli trasmise un calore corporeo che quasi gli lascio' addosso la febbre.
Poi via via si fecero avanti gli altri parenti. Cezar, il padre di Vanessa, un ex allevatore di galline ed ex ballerino di fevro. Perlomeno da quel che ricordava degli scarni racconti sulla propria famiglia di Vanessa. Un bell'uomo ancora in forma, tutti i capelli neri, nero di carnagione. Poi Andreina, la sorella di Vanessa, inspiegabilmente mulatta, ma somatico negroide anche lei, non di tipo africano, con zigomi sporgenti, ma caraibico, dai tratti dolci, europei quasi. Una ragazza sui trent'anni dall'evidente avvenenza. Capelli ricci e gonfi, occhi verdi, labbra tumide, seno scolpito di quelli che a Santoro faceva venire in mente il concetto del poterci appendere la borsa da calcio. Anche lei abbraccio' Santoro con molto trasporto. Un trasporto ben oltre il senso di ospitalita'. Infine Michel, un ragazzo filiforme, anch'egli sui trent'anni, altro fratello di Vanessa, che senza troppo entusiasmo dette il benvenuto a Santoro con lo stesso entusiasmo che avrebbe potuto avere nell'abbracciare un alveare. Santoro avverti subito qualcosa di strano. Come se il ragazzo non gradisse la sua visita. Era rabdomantico, in questo. E tutti questi saluti e convenevoli gli avevano creato i presupposti per un attacco di colite in piena regola. Chiese ad Ana, la padrona di casa , se poteva usufruire del bagno. Lei lo accompagno' personalmente. Davanti alla porta del bagno gli disse che dopo avrebbe trovato pronta una tazza di valeriana. Evidentemente Vanessa aveva raccontato alla famiglia di questo suo disturbo ansioso. Ma piu' che indispettito si senti rassicurato. Una volta in bagno si sedette sulla tazza dopo che la ebbe foderata di carta igienica come si deve. Comincio' a congetturare. Aveva la netta impressione che li in quella casa ci fossero le chiavi della cassaforte dei misteri di Vanessa. Si rilasso' per un momento e penso', non senza un certo fastidio, a quanto fosse difficile defecare senza leggere qualcosa. Davanti a lui c'era il fustino di un detersivo. E comincio' a leggerne i componenti in portoghese.
" Ciao , Ana", disse Santoro. E sorrise in modo controllato. Ana, madre di Vanessa, una donna di colore di origine bahiana, ancora incredula, si fiondo' ad abbracciare quello che era il suo ex genero. Ma fu un abbraccio forzato, poco convinto e senza nessuno slancio passionale. E Santoro non seppe dire dentro di se' se fosse dovuto al riaprirsi di una ferita nel ricordo della figlia o a qualcos'altro di non meglio definibile che avrebbe potuto benissimo pero' essere ascritto nel campo dello scarso gradimento della sua presenza.
Ana lo invito' ad entrare. Subito dopo gli dette un buffetto affettuoso sulla nuca e lo rimprovero' per non aver avvisato di quella sua visita improvvisa. Entrarono in casa. Dentro c'era fresco, due o tre ventilatori di vecchia generazione accesi e la tv, perenne acquario caleidoscopico, presenza costante e dispensatrice di soporifere quanto seguitissime soap operas meglio definite in quei lidi come "novelas". In quel momento in tv, Santoro non pote' fare a meno di notarlo, ce n'era una, di novela, che trattava della vita di Garibaldi, l'eroe dei due mondi che in Brasile c'era stato veramente. Il titolo che campeggiava in calce sul teleschermo sotto le immagini che in quel momento si irradiavano nel buio e nella frescura di quell'antro della sala d'ingresso sembrava fosse:" A casa das sete mulheres". Vale a dire " La casa delle sette mogli". C'era della gente stravaccata li intorno su divani sedie e tappeti, tutti scalzi, immagino' Santoro, dal momento che non si era ancora abituato gli occhi al buio di quell'interno, giacche' proveniva dal sole esterno a quell'ora decisamente abbacinante. Dedusse che erano tutti scalzi dal fatto che fuori, parcheggiate in ordine sparso, era pieno di " havaianas", le caratteristiche ciabatte a infradito, com'era tradizione delle maggior parte delle famiglie di quella parte di Brasile ancora in via di sviluppo e dove il clima era di perenne estate. Poi piano piano vide due occhi luccicanti, due lapislazzuli nella notte e quei capelli lungi e neri, nonostante i cinquant'anni passati da un pezzo, della cia Maritza, la sorella di Ana. Viveva con loro. Santoro , per degli arcani motivi alchemici al limite del metempsicotico, sembrava essere a lei particolarmente simpatico. Sembrava che stravedesse per lui. Eppure lo aveva conosciuto solo qualche giorno e per di piu' al funerale di Vanessa, sua nipote. Infatti lo abbraccio' con molto calore. Santoro avverti il suo abbraccio caldo, franco, quasi sensuale. E quella creatura senza eta' che sembrava provenire da un'epoca arcana o ancora al di la' da venire, gli trasmise un calore corporeo che quasi gli lascio' addosso la febbre.
Poi via via si fecero avanti gli altri parenti. Cezar, il padre di Vanessa, un ex allevatore di galline ed ex ballerino di fevro. Perlomeno da quel che ricordava degli scarni racconti sulla propria famiglia di Vanessa. Un bell'uomo ancora in forma, tutti i capelli neri, nero di carnagione. Poi Andreina, la sorella di Vanessa, inspiegabilmente mulatta, ma somatico negroide anche lei, non di tipo africano, con zigomi sporgenti, ma caraibico, dai tratti dolci, europei quasi. Una ragazza sui trent'anni dall'evidente avvenenza. Capelli ricci e gonfi, occhi verdi, labbra tumide, seno scolpito di quelli che a Santoro faceva venire in mente il concetto del poterci appendere la borsa da calcio. Anche lei abbraccio' Santoro con molto trasporto. Un trasporto ben oltre il senso di ospitalita'. Infine Michel, un ragazzo filiforme, anch'egli sui trent'anni, altro fratello di Vanessa, che senza troppo entusiasmo dette il benvenuto a Santoro con lo stesso entusiasmo che avrebbe potuto avere nell'abbracciare un alveare. Santoro avverti subito qualcosa di strano. Come se il ragazzo non gradisse la sua visita. Era rabdomantico, in questo. E tutti questi saluti e convenevoli gli avevano creato i presupposti per un attacco di colite in piena regola. Chiese ad Ana, la padrona di casa , se poteva usufruire del bagno. Lei lo accompagno' personalmente. Davanti alla porta del bagno gli disse che dopo avrebbe trovato pronta una tazza di valeriana. Evidentemente Vanessa aveva raccontato alla famiglia di questo suo disturbo ansioso. Ma piu' che indispettito si senti rassicurato. Una volta in bagno si sedette sulla tazza dopo che la ebbe foderata di carta igienica come si deve. Comincio' a congetturare. Aveva la netta impressione che li in quella casa ci fossero le chiavi della cassaforte dei misteri di Vanessa. Si rilasso' per un momento e penso', non senza un certo fastidio, a quanto fosse difficile defecare senza leggere qualcosa. Davanti a lui c'era il fustino di un detersivo. E comincio' a leggerne i componenti in portoghese.
domenica 2 agosto 2015
Brasil, capitolo 6
Santoro si fece lasciare poco prima dell'abitazione di Vanessa. Non voleva presentarsi sull'uscio con il taxi, per non impaurirli. E perche' voleva comunque fidare sull'effetto sorpresa. Non che s'aspettasse grandi cambiamenti. Aveva gia' appreso da Vanessa che la vita in Brasile, specie in quelle regioni del nordest, si svolgeva in modo lento e uguale, oziosamente ripetitiva quanto a ritmi, tergiversante, come un boa, in attesa dei quattro giorni fatidici del Carnevale, O Carnaval, un rito mistico e religioso dietro al quale si celava una vera e propria industria di costumi , carri allegorici e indotti vari, che per i brasiliani doveva riscattare quella vita piatta e oziosa, fatta di stenti , pur senza i propri piccoli svaghi fatti di cerveza bem gelada, birra gelata , Antartica, in questi lidi, servita in bottiglia gelida vestita da un recipiente di polistirolo, perche' si riscaldasse il piu' tardi possibile, sesso e forro', tradizionale "salsa" nordestina. Il Brasile , penso' Santoro, mentre si avvicinava a piedi verso l'abitazione di Vanessa, era geograficamente , sul piano climatico e come sviluppo tecnologico, il contrario dell'Italia, il suo paese: il sud, con Sao Paulo come capitale, sorta di Milano sudamericana alla dodicesima, piu' freddo e umido, con grandi comparti produttivi di industria pesante, e il nord, invece, specie il nordest, piu' simile al meridione d'Italia e se possibile in molti casi ancora primitivo e inesplorato, agropastorale, caldo , sitibondo, povero, ma affascinante, misterico, ricco di culti africani e cristianesimo evangelico.
A piedi, prima di presentarsi sull'uscio di casa di Vanessa, decise di fare un giro del quartiere. Un "bairro", questa la definizione di quartiere in portoghese, in cui c'erano inclusi gli aspetti essenziali di una comunita': un supermercato, una chiesa, un campo da calcio cosparso di sabbia in cui in quel momento, pieno giorno, si disputava una partita fra ragazzi che a quell'ora nell'emisfero opposto del pianeta sarebbe stato raro vedere [dato che c'era la scuola o il lavoro], la fermata degli autobus con una pensilina in calcestruzzo sbreccata a cui non era affisso alcun orario, dato che sarebbe stato un elenco di consigli, piu' che altro...un paio di baracchini per birre e sanduiches, come chiamavano i panini in Brasile e la farmacia, pronunciato con l'accento sulla seconda "a", dove non era necessario alcuna ricetta medica per acquistare dei farmaci:qualsiasi farmaco. Dato che il servizio sanitario in Brasile era privatizzato. Se pagavi ti curavano, altrimenti all'ospedale dei poveri aspettavi l'obitorio. Ecco una cosa che Lula , l'attuale presidente, doveva fare, penso' Santoro. Rendere la sanita' pubblica. Il resto delle cose era fuffa, penso' . Ma c'era prima da pensare a dare tre pasti al giorno a tutti i brasiliani. E forse Lula doveva procedere per gradi. Si sorprese a fare queste considerazioni. Ma stava solo prendendo la rincorsa, scaldando i neuroni. Per quanto, riguardo al caldo, pur vestito in modo minimalista, con bermuda e canotta e a zero catenine d'oro e orologi,come consigliavano le circostanze, per non attirare l'attenzione di microcrimine e affini, stava gia' cominciando a soffrirne. Sudava copiosamente e decise che era giunto il momento di rifugiarsi all'ombra dell'abitazione di Vanessa e di ficcare il suo faccione pugliese davanti ad una fattispecie di ventilatore stile "Apocalypse now". Fece un centinaio di metri sul marciapiede che a mala pena si distingueva dalla strada brecciosa, sotto alberi di goiaba e mango, con il sottofondo sonoro di quei terrificanti pappagallini verdi urlatori che dai rami piu' alti scandivano il loro chiacchiericcio ornitologico con la stessa fastidiosa alterigia di politici in un talk show. Intorno le abitazioni non erano come in una favela, le cosiddette "comunidades", senza intonaco, con muri di mattoni forati e file di panni stesi intorno, ma ben rifinite, con giardini circondati da muri alti in cima ai quali c'era del filo spinato, per impedire rapine o ladrocini. Un quartiere, si potrebbe dire, del ceto medio. Un ceto medio che stava cominciando a crescere, con le leggi di Lula sull'aumento dei salari e delle pensioni minime. Davanti all'abitazione di Vanessa il cancello era chiuso. Un cancello bianco metallico, davanti al quale Vanessa si era fatta scattare moltissime foto. Da sola , con vari personaggi del quartiere o con i suoi parenti. Una famiglia numerosa, quella di Vanessa. Dieci figli, di cui lei era una delle ultime. Ma con i genitori ormai anziani, vivevano ormai solo due sorelle, un fratello e qualche nipote sparso, che di quando in quando aumentava o scompariva, a seconda della transumanza in entrara o in uscita di questi "meninhos", che andavano ad aumentare altri nuclei familiari , liberando i loro genitori originari dal gravame del loro mantenimento. Diventando persino figli adottivi "per usucapione". A furia di ricevere pasti in un altra famiglia con meno figli e piu' disponibilita' economica. O persino per la quale nutrivano maggior simpatia, con cui avevano instaurato un miglior feeling.
A piedi, prima di presentarsi sull'uscio di casa di Vanessa, decise di fare un giro del quartiere. Un "bairro", questa la definizione di quartiere in portoghese, in cui c'erano inclusi gli aspetti essenziali di una comunita': un supermercato, una chiesa, un campo da calcio cosparso di sabbia in cui in quel momento, pieno giorno, si disputava una partita fra ragazzi che a quell'ora nell'emisfero opposto del pianeta sarebbe stato raro vedere [dato che c'era la scuola o il lavoro], la fermata degli autobus con una pensilina in calcestruzzo sbreccata a cui non era affisso alcun orario, dato che sarebbe stato un elenco di consigli, piu' che altro...un paio di baracchini per birre e sanduiches, come chiamavano i panini in Brasile e la farmacia, pronunciato con l'accento sulla seconda "a", dove non era necessario alcuna ricetta medica per acquistare dei farmaci:qualsiasi farmaco. Dato che il servizio sanitario in Brasile era privatizzato. Se pagavi ti curavano, altrimenti all'ospedale dei poveri aspettavi l'obitorio. Ecco una cosa che Lula , l'attuale presidente, doveva fare, penso' Santoro. Rendere la sanita' pubblica. Il resto delle cose era fuffa, penso' . Ma c'era prima da pensare a dare tre pasti al giorno a tutti i brasiliani. E forse Lula doveva procedere per gradi. Si sorprese a fare queste considerazioni. Ma stava solo prendendo la rincorsa, scaldando i neuroni. Per quanto, riguardo al caldo, pur vestito in modo minimalista, con bermuda e canotta e a zero catenine d'oro e orologi,come consigliavano le circostanze, per non attirare l'attenzione di microcrimine e affini, stava gia' cominciando a soffrirne. Sudava copiosamente e decise che era giunto il momento di rifugiarsi all'ombra dell'abitazione di Vanessa e di ficcare il suo faccione pugliese davanti ad una fattispecie di ventilatore stile "Apocalypse now". Fece un centinaio di metri sul marciapiede che a mala pena si distingueva dalla strada brecciosa, sotto alberi di goiaba e mango, con il sottofondo sonoro di quei terrificanti pappagallini verdi urlatori che dai rami piu' alti scandivano il loro chiacchiericcio ornitologico con la stessa fastidiosa alterigia di politici in un talk show. Intorno le abitazioni non erano come in una favela, le cosiddette "comunidades", senza intonaco, con muri di mattoni forati e file di panni stesi intorno, ma ben rifinite, con giardini circondati da muri alti in cima ai quali c'era del filo spinato, per impedire rapine o ladrocini. Un quartiere, si potrebbe dire, del ceto medio. Un ceto medio che stava cominciando a crescere, con le leggi di Lula sull'aumento dei salari e delle pensioni minime. Davanti all'abitazione di Vanessa il cancello era chiuso. Un cancello bianco metallico, davanti al quale Vanessa si era fatta scattare moltissime foto. Da sola , con vari personaggi del quartiere o con i suoi parenti. Una famiglia numerosa, quella di Vanessa. Dieci figli, di cui lei era una delle ultime. Ma con i genitori ormai anziani, vivevano ormai solo due sorelle, un fratello e qualche nipote sparso, che di quando in quando aumentava o scompariva, a seconda della transumanza in entrara o in uscita di questi "meninhos", che andavano ad aumentare altri nuclei familiari , liberando i loro genitori originari dal gravame del loro mantenimento. Diventando persino figli adottivi "per usucapione". A furia di ricevere pasti in un altra famiglia con meno figli e piu' disponibilita' economica. O persino per la quale nutrivano maggior simpatia, con cui avevano instaurato un miglior feeling.
venerdì 24 luglio 2015
Brasil, capitolo 5
La mattina dopo Santoro scese nella hall e pote' godere di un'ottima colazione alla brasiliana. Gusto' quel caffe' lungo tipico dall'aroma intenso, che per essere un caffe' lungo all'americana che nella maggior parte dei casi, in altri lidi o emisferi, nella migliore delle ipotesi poteva avere il sapore di acqua di rigovernatura, aveva un profumo intenso ed un gusto da espresso napoletano moltiplicato per dieci. O almeno questa fu la sensazione che ebbe Santoro. Poi mangio' del pane bianco e morbido con prosciutto, abbinando il dolce al salato, com'era del resto suo costume abituale. Infine bevve un succo di maracuja, dal colore giallo e dal sapore intenso e servito ben fresco. Adorava il succo di maracuja. E "l'agua de coco", il liquido aspirato direttamente da un cocco verde con una cannuccia dopo che il cocco medesimo era stato aperto con una sorta di cavatappi speciale che praticava un foro perfetto in cima al frutto. Quel liquido sembrava massaggiargli lo stomaco e rilassarlo. I ricordi di tutte queste delizie alimentari che la bella Vanessa gli aveva fatto assaporare riaffioravano alla mente piano piano, dapprima sommessamente , ma nella direzione di diventare virulenti . E gli procuravano un nodo allo stomaco, facendogli provare in concreto quel sentimento struggente e inspiegabile, per un non brasiliano, di nostalgia estrema e malinconia che trabocca di quando in quando in improvvisi sbocchi di allegria alternata a disperazione , meglio conosciuta dai brasiliani doc come "saudade". Subito dopo dette un'occhiata alla collocazione dei bagni. Mentre era seduto ad un tavolo al primo piano, all'aperto, al centro di un'ampia terrazza che traguardava l'oceano. Erano giusto a un tiro di schioppo da lui, poteva scorgerli dietro la vetrata che mostrava in primo piano il bancone della reception. La nostalgia era una brutta questione e soprattutto un pericoloso grimaldello per un possibile riacutizzarsi della sua proverbiale colite. Chiamo' il cameriere e gli chiese un bicchiere caldo di valeriana. Vanessa gliela preparava in alternativa alla camomilla. Sosteneva, la nera bahiana candomblecista e conoscitrice di erbe, che il disturbo di cui Santoro soffriva fosse causato da problemi ansiosi e che la valeriana fosse infinitamente piu' efficace, a tal scopo, della camomilla. Poco dopo sullo sfondo di quella vista oceanica, proveniente dalla filodiffusione dell'albergo, gli giunse alle orecchie un pezzo immarcescibile di bossa nova, uno dei generi musicali da lui preferito, un genere che nasceva dalla mescolanza di samba , musica tradizionale brasiliana, e jazz afroamericano. L'Africa stava decisamente entrandoci un bel po', in questa storia, penso' Santoro. E la cosa gli trasmise uno strano brivido e gli suggeri la traccia di un non ben identificabile presentimento. Era "Trem das Onze", un pezzo cantato da Caetano Veloso, piuttosto struggente, in cui si narrava di un amore fatto di treni che attraversavano migliaia di chilometri nel continente verdeoro, al tempo dell'assenza di internet e persino dei telefoni, in cui qualcuno si macerava dentro nel dover ripartire , prendere un treno, e abbandonare un'amore per accudire l'anziana madre solitaria e malata. Ma invece di fargli venire il magone a Santoro gli fece iniziare una certa carburazione cerebrale. Era ora di muoversi. Aveva tergiversato troppo, cosa che non rientrava nel suo costume. L'ozio lo concepiva al fine del ricaricare le batterie, un ozio attivo, come momento di estrema concentrazione rilassata. Poteva sembrare un ossimoro , invece si attagliava perfettamente al carattere di Santoro. Si alzo', ando' verso la reception.
-Por favor, me chama um taxi, disse ad Alvaro, il receptionist.
-Com certeza, disse Alvaro.
Dieci minuti dopo il cabloco che lo aveva accompagnato si presento' con una macchina americana bianca striata di celeste. Fece un sorriso a Santoro e gli apri lo sportello. Santoro sali in macchina dietro. Si accomodo' come si deve e disse al caboclo:" rua 109, bairro Jose' Valter".
Era l'indirizzo della casa della famiglia di Vanessa. Il caboclo si sorprese nel sentire Santoro parlare cosi bene in portoghese. E il suo ghigno latino imbroglionesco si spense sotto i suoi baffetti.
-Por favor, me chama um taxi, disse ad Alvaro, il receptionist.
-Com certeza, disse Alvaro.
Dieci minuti dopo il cabloco che lo aveva accompagnato si presento' con una macchina americana bianca striata di celeste. Fece un sorriso a Santoro e gli apri lo sportello. Santoro sali in macchina dietro. Si accomodo' come si deve e disse al caboclo:" rua 109, bairro Jose' Valter".
Era l'indirizzo della casa della famiglia di Vanessa. Il caboclo si sorprese nel sentire Santoro parlare cosi bene in portoghese. E il suo ghigno latino imbroglionesco si spense sotto i suoi baffetti.
venerdì 17 luglio 2015
Brasil, capitolo 4
Il maresciallo Santoro entro' nella hall dell'Hotel Beira Mar, un grattacielo di non avrebbe ben saputo dire quanti piani, situato nell'omonima zona , di fronte al mare, all'oceano. Una zona centrale e tradizionalmente di divertimento, piena di alberghi e locali che davano sul mare, con davanti un ampio marciapiedi e una strada, frapposti fra campi di beach volley giocato alla brasiliana, con mani e piedi, e baracche di sollazzo, vere e proprie costruzioni di legno antistanti a spianate di sdraio e ombrelloni, solitamente pullulanti ad ogni ora di ogni sorta di meninhos [bambini] ambulanti, indaffarati nel tentativo di vendere qualcosa a turisti e affini, di fronte all'oceano. Dai gamberi , che poco dopo si potevano consegnare ai gestori della baracca per farglieli cucinare alla griglia, agli spiedini di formaggio brucciacchiati sul momento ,di consumo rapido, alle immancabili ostriche aperte all'istante e condite con "pimenta", peperoncino piccante, giusto per non farsi mancare niente. E per mettere in chiaro che se si erano percorsi migliaia di chilometri in aereo per sbarcare nel continente verdeoro, bisognava prepararsi ad essere all'altezza della situazione in termini di appetiti sessuali.
Poggio' per terra il borsone da viaggio nero che aveva quasi la muffa all'interno, tanto era il tempo che non viaggiava, e chiese al receptionist "um quarto", una camera. Il receptionist era un bianco con somatico lievemente indio, apri un registro e dette a Santoro la chiave di una camera.
-Beautifull landscape, disse in inglese a Santoro, intendendo che dalla camera che gli stava assegnando avrebbe goduto di uno splendido panorama.
- O cenario da frente deve ser bonito, mas aquele de atras?, disse Santoro in perfetto portoghese, intendendo che sicuramente dal balcone si sarebbe goduto l'oceano, non senza pero' essere privato della vista di cio' che avrebbe scorto alle spalle dell'albergo, dove invece una miriade di baracche probabilmente con tetto in eternit, mattoni forati senza intonaco e panni appena lavati sventolanti garruli, dovevano essere nascoste quanto piu' all'occhio del turista.
Il ragazzo della reception lo osservo' restando lievemente imbarazzato. Non s'aspettava che Santoro conoscesse e parlasse il portoghese. La maggior parte dei turisti italiani che aveva conosciuto non parlavano bene nessuna lingua. A volte nemmeno la propria. Ma recupero' subito scusandosi e facendo i complimenti a Santoro per il suo portoghese.
- Non c'e' di che, rispose Santoro questa volta in italiano. Sicuro che il receptionist avrebbe capito.
Infatti il ragazzo, che poteva avere una trentina d'anni, fece un cenno d'assenso con il capo. Santoro lesse il suo nome sulla targhetta identificativa: " Alvaro".
Alvaro gli chiese se voleva qualcuno per il bagaglio. Santoro fece un segno di diniego e si avvio' verso l'ascensore.
L'Ascensore era panoramico, infilato in un tubone di plexiglass e da li, per un breve ma significativo istante, mentre si attorcigliava nella salita verso i piani alti, intravide le luci fioche della favela che dimorava dietro al grande albergo, una " comunidade" che doveva essere fra le piu' numerose di Fortaleza.
Una volta in camera , una camera doppia [in Brasile ,da turisti, non c'era verso di averne di singole], poggio' il borsone sul letto e apri la finestra. Dal basso, dalla strada, che dal piano da cui guardava doveva sembrargli lontanissima, vide un profluvio di luci e ascolto' il fracasso dei numerosi suv decapottati muniti di potenti casse che animavano sound systems che suonavano musica ad altissimo decibelaggio. Uno degli status symbol del brasiliano: piu' grosso era il sound system che mostravi, piu' fico potevi essere considerato . Una musica , colonna sonora, che in tutto il Brasile, andava in onda non richiesta a qualsiasi ora del giorno e della notte e che alla fine, se ti ci abituavi, diventava silenzio, ninna nanna. Poi guardo' davanti a se'. E nel buio percepi l'oceano. L'oceano silenzioso e misterioso, l'oceano degli squali, dei surfisti, dalla acque calde e accoglienti come la vagina di una mulatta. E che come la vagina di una mulatta, era capace di accoglierti fra le sue brame , mostrandoti le meraviglie subacquee...fino a quando sarebbe stato troppo tardi per risalire in superficie.
Poggio' per terra il borsone da viaggio nero che aveva quasi la muffa all'interno, tanto era il tempo che non viaggiava, e chiese al receptionist "um quarto", una camera. Il receptionist era un bianco con somatico lievemente indio, apri un registro e dette a Santoro la chiave di una camera.
-Beautifull landscape, disse in inglese a Santoro, intendendo che dalla camera che gli stava assegnando avrebbe goduto di uno splendido panorama.
- O cenario da frente deve ser bonito, mas aquele de atras?, disse Santoro in perfetto portoghese, intendendo che sicuramente dal balcone si sarebbe goduto l'oceano, non senza pero' essere privato della vista di cio' che avrebbe scorto alle spalle dell'albergo, dove invece una miriade di baracche probabilmente con tetto in eternit, mattoni forati senza intonaco e panni appena lavati sventolanti garruli, dovevano essere nascoste quanto piu' all'occhio del turista.
Il ragazzo della reception lo osservo' restando lievemente imbarazzato. Non s'aspettava che Santoro conoscesse e parlasse il portoghese. La maggior parte dei turisti italiani che aveva conosciuto non parlavano bene nessuna lingua. A volte nemmeno la propria. Ma recupero' subito scusandosi e facendo i complimenti a Santoro per il suo portoghese.
- Non c'e' di che, rispose Santoro questa volta in italiano. Sicuro che il receptionist avrebbe capito.
Infatti il ragazzo, che poteva avere una trentina d'anni, fece un cenno d'assenso con il capo. Santoro lesse il suo nome sulla targhetta identificativa: " Alvaro".
Alvaro gli chiese se voleva qualcuno per il bagaglio. Santoro fece un segno di diniego e si avvio' verso l'ascensore.
L'Ascensore era panoramico, infilato in un tubone di plexiglass e da li, per un breve ma significativo istante, mentre si attorcigliava nella salita verso i piani alti, intravide le luci fioche della favela che dimorava dietro al grande albergo, una " comunidade" che doveva essere fra le piu' numerose di Fortaleza.
Una volta in camera , una camera doppia [in Brasile ,da turisti, non c'era verso di averne di singole], poggio' il borsone sul letto e apri la finestra. Dal basso, dalla strada, che dal piano da cui guardava doveva sembrargli lontanissima, vide un profluvio di luci e ascolto' il fracasso dei numerosi suv decapottati muniti di potenti casse che animavano sound systems che suonavano musica ad altissimo decibelaggio. Uno degli status symbol del brasiliano: piu' grosso era il sound system che mostravi, piu' fico potevi essere considerato . Una musica , colonna sonora, che in tutto il Brasile, andava in onda non richiesta a qualsiasi ora del giorno e della notte e che alla fine, se ti ci abituavi, diventava silenzio, ninna nanna. Poi guardo' davanti a se'. E nel buio percepi l'oceano. L'oceano silenzioso e misterioso, l'oceano degli squali, dei surfisti, dalla acque calde e accoglienti come la vagina di una mulatta. E che come la vagina di una mulatta, era capace di accoglierti fra le sue brame , mostrandoti le meraviglie subacquee...fino a quando sarebbe stato troppo tardi per risalire in superficie.
giovedì 9 luglio 2015
Brasil, capitolo 3
Mentre scendeva dalla scaletta del boeing, si trovo' a fronteggiare i 38 gradi, che , pur non essendo enfatizzati da un' umidita' di tipo milanese, avevano sempre una certa forza abbrustolente. Come quando aveva viaggiato in occasione del funerale di Vanessa, anche questa volta aveva dimenticato di cambiarsi in aereo e mettersi addosso qualcosa di piu' adeguato a quella calura. Una canottiera, un paio di bermuda, delle infradito, cose cosi. Adeguate alla situazione climatica. Invece scese dalla scaletta con i jeans , camicia e maglione pesante di lana- del resto veniva da una temperatura sotto lo zero-, scarpe e calze e comincio' a sudare come un yak tibetano.Uno yak tibetano in un bagno turco, per essere piu' precisi . A piedi raggiunse l 'aeroporto, e si posiziono' vicino a rullo trasportatore dei bagagli, che, come in tutti gli aeroporti , scorreva in circolo.
Recuperato il bagaglio dovette espletare le operazioni doganali e il controllo dei documenti. Ovviamente non aveva portato con se' l'arma. Per due ordini di motivi: non risultava in servizio e non voleva certamente attirare su di se' da subito le attenzioni delle autorita'. Come era suo costume non si fidava di nessuno. E le autorita' brasiliane , fossero le burocrazie come le forze dell'ordine, a occhio e croce, non dovevano essere diverse da quelle italiane. Imbottite di gente raccomandata con poche individuabili eccellenze investigative. Inutile dire che fra quelle italiane lui includeva se stesso. Penso' a questo con una certa ironia. E rise dentro di se', quando penso' che sua eccellenza investigativa stava per liquefarsi, cosi' vestito come d'inverno a Milano.
Le operazioni doganali pero' apparivano abbastanza laboriose. Vide che c'erano dei turisti, tre americani, che stavano questionando con un'addetta alla vigilanza dell'aeroporto. Un po' di portoghese che le aveva insegnato Vanesse gli basto' per capire cosa stesse accadendo. La ragazza, una tipa tosta, in divisa, mulatta, anche carina, ma dal viso deciso, stava spiegando con una certa fermezza che dovevano fare la fila come tutti gli altri e aspettare il proprio turno. Uno di questi ribatteva in inglese che erano sempre entrati per primi, che bastava sganciare un po' di dollari. La ragazza lo osservo'.Poi disse in portoghese che da quando c'era Lula, come presidente, gli americani dovevano fare la fila come tutti gli altri. Come tutti i brasiliani trattati come animali alla frontiera americane o alle frontiere europee. L'americano non capiva il portoghese, ma la ragazza con un gesto fermo gli fece capire che doveva rimettersi in fila. Che per primi toccava ai brasiliani, entrare.
I tre si rimisero in fila borbottando e insultando con improperi irripetibili la ragazza. Santoro resto' li a guardare la scena. Il mondo stava cambiando. Qualche anno prima, da quelle parti, agli americani avrebbero fatto i ponti d'oro, avrebbero fatto a gara per ospitarli. Un po' com'era a Cuba quando c'era Batista, prima di Castro.Ora questo Lula, questo presidente ex operaio metallurgico, sembrava aver ridato un po' di dignita' ad un paese che i politici che c'erano stati in precedenza aveva svenduto agli Stati Uniti e alle multinazionali. Quella semplice scena vista all'aeroporto, suggeri a Santoro tutte queste riflessioni. La qual cosa lo mise di buon umore, nonostante l'attesa.
Quando giunse il suo turno l'operatore chiese quanto tempo pensava di restare in Brasile.
-Il tempo necessario, disse Santoro.
In portoghese l'impiegato gli chiese se poteva specificarlo.
-Ho un'anima da seppellire, disse Santoro.
L'impiegato lo guardo' in modo strano. Ma senza commentare mise un timbro sul passaporto e lo fece passare.
Appena fuori dall'aeroporto, c'era una fila di taxi . Sali su su uno di quei trabiccoli, una macchina americana, bella larga.
Chiese al tassista se conosceva un albergo a buon mercato.
Il tassista sorrise.
-Ta bom, disse.
Intendendo che ci avrebbe pensato lui.
Santoro apri' la valigia che aveva tenuto con se sedendosi nel vano posteriore del taxi. Tiro' fuori una canottiera, un paio di bermuda e delle infradito verdi con la bandierina del Brasile al centro della "v" infraditale.
Si cambio' alla velocita' della luce, sotto gli occhi divertiti del tassista, un caboclo con i baffetti che masticava uno stuzzicadenti. Di li a poco sarebbe giunti a destinazione, in qualche albergo dal quale, quell'uomo che dirigeva il taxi, molto probabilmente, beccava una qualche percentuale.
Recuperato il bagaglio dovette espletare le operazioni doganali e il controllo dei documenti. Ovviamente non aveva portato con se' l'arma. Per due ordini di motivi: non risultava in servizio e non voleva certamente attirare su di se' da subito le attenzioni delle autorita'. Come era suo costume non si fidava di nessuno. E le autorita' brasiliane , fossero le burocrazie come le forze dell'ordine, a occhio e croce, non dovevano essere diverse da quelle italiane. Imbottite di gente raccomandata con poche individuabili eccellenze investigative. Inutile dire che fra quelle italiane lui includeva se stesso. Penso' a questo con una certa ironia. E rise dentro di se', quando penso' che sua eccellenza investigativa stava per liquefarsi, cosi' vestito come d'inverno a Milano.
Le operazioni doganali pero' apparivano abbastanza laboriose. Vide che c'erano dei turisti, tre americani, che stavano questionando con un'addetta alla vigilanza dell'aeroporto. Un po' di portoghese che le aveva insegnato Vanesse gli basto' per capire cosa stesse accadendo. La ragazza, una tipa tosta, in divisa, mulatta, anche carina, ma dal viso deciso, stava spiegando con una certa fermezza che dovevano fare la fila come tutti gli altri e aspettare il proprio turno. Uno di questi ribatteva in inglese che erano sempre entrati per primi, che bastava sganciare un po' di dollari. La ragazza lo osservo'.Poi disse in portoghese che da quando c'era Lula, come presidente, gli americani dovevano fare la fila come tutti gli altri. Come tutti i brasiliani trattati come animali alla frontiera americane o alle frontiere europee. L'americano non capiva il portoghese, ma la ragazza con un gesto fermo gli fece capire che doveva rimettersi in fila. Che per primi toccava ai brasiliani, entrare.
I tre si rimisero in fila borbottando e insultando con improperi irripetibili la ragazza. Santoro resto' li a guardare la scena. Il mondo stava cambiando. Qualche anno prima, da quelle parti, agli americani avrebbero fatto i ponti d'oro, avrebbero fatto a gara per ospitarli. Un po' com'era a Cuba quando c'era Batista, prima di Castro.Ora questo Lula, questo presidente ex operaio metallurgico, sembrava aver ridato un po' di dignita' ad un paese che i politici che c'erano stati in precedenza aveva svenduto agli Stati Uniti e alle multinazionali. Quella semplice scena vista all'aeroporto, suggeri a Santoro tutte queste riflessioni. La qual cosa lo mise di buon umore, nonostante l'attesa.
Quando giunse il suo turno l'operatore chiese quanto tempo pensava di restare in Brasile.
-Il tempo necessario, disse Santoro.
In portoghese l'impiegato gli chiese se poteva specificarlo.
-Ho un'anima da seppellire, disse Santoro.
L'impiegato lo guardo' in modo strano. Ma senza commentare mise un timbro sul passaporto e lo fece passare.
Appena fuori dall'aeroporto, c'era una fila di taxi . Sali su su uno di quei trabiccoli, una macchina americana, bella larga.
Chiese al tassista se conosceva un albergo a buon mercato.
Il tassista sorrise.
-Ta bom, disse.
Intendendo che ci avrebbe pensato lui.
Santoro apri' la valigia che aveva tenuto con se sedendosi nel vano posteriore del taxi. Tiro' fuori una canottiera, un paio di bermuda e delle infradito verdi con la bandierina del Brasile al centro della "v" infraditale.
Si cambio' alla velocita' della luce, sotto gli occhi divertiti del tassista, un caboclo con i baffetti che masticava uno stuzzicadenti. Di li a poco sarebbe giunti a destinazione, in qualche albergo dal quale, quell'uomo che dirigeva il taxi, molto probabilmente, beccava una qualche percentuale.
giovedì 2 luglio 2015
Brasil, capitolo 2
Ore 21, ora brasiliana, il boeing sul quale viaggiava il maresciallo Santoro stava sorvolando una vasta area al di sopra di Fortaleza. Le luci fioche dei quartieri periferici della citta' trasmettevano un'atmosfera tipo Bagdad durante la guerra del golfo nelle descrizioni dell'indimenticabile Lucio Manisco. O almeno cosi venne fatto di pensare a Santoro. Quando era partito dall'aeroporto della Malpensa, vicino a Milano, c'era il ghiaccio sulle piste e aveva nevicato. C'era una temperatura di meno sette gradi. Una volta atterrato l'aereo all'aeroporto Pinto Martins, di Fortaleza, capitale dello stato del Ceara', nordest del Brasile, avrebbe trovato piu' trentotto gradi. Niente male come sbalzo climatico. Santoro sperava che non gli accadesse niente. Che ne so, gli potevano esplodere le vene, per la pressione atmosferica. Oppure i coglioni. Quelli non credeva. Dal momento che per un bel po' non avrebbe visto il capitano Gianuli, il maresciallo Gargano e Crescenzi. Di Crescenzi, anche lui collega e maresciallo, un po' gli dispiaceva. Era simpatico e soprattutto non nascondeva le proprie imbranataggini. E non le mascherava con le inefficienze degli altri. Come faceva il capitano Gianuli.
L'aereo, un boeing di una strana a mai sentita compagnia italiana denominata Itavia, atterro' lasciando che il carrello facesse un fracasso che in confronto il rumore dei barattoli dei matrimoni napoletani attaccati dietro le auto degli sposi, tanto per restare nel territorio di Crescenzi, sarebbe potuto apparire puro silenzio. Poverini, dovevano essere stanchi, i piloti, dopo nove ore di volo e dopo essersi sorbiti ben sette film con Ben Stiller. Dovevano odiarlo, ormai, quel comico americano. A parte che di comico non aveva niente. Il che dimostrava, penso' Santoro, che gli americani non ridevano per le stesse cose per cui ridevano gli europei. Infatti. Gli europei avevano ben poco da ridere, con la crisi economica che tutta l'area stava attraversando. Ma chi cavolo si credeva Roosvelt, penso' di se' Santoro. In realta' era un altro dei suoi artifizi mentali per rimandare sine die tutti i ragionamenti del caso sul perche' si trovava in Brasile. E il motivo era Vanessa. Non riusciva a non pensare a lei senza che il suo viso si venasse di malinconia. Era stato insieme a lei per poco piu' di un anno. E sentiva che era la donna della sua vita. A volte uno impiega l'intero arco della propria esistenza, mezzo secolo, per intenderci, per incontrare l'anima gemella. Ed ecco che il destino beffardo te la porta via. Vanessa e la sua pelle nera, da discendente di africani. Vanessa e il suo Candomble', mentre riempiva ciotole di riso crudo , accendeva candele e recitava preghiere in lingue africane sconosciute. Vanessa e il suo fare l'amore selvaggio, intenso, eppure leggero, leggiadro, naturale, come respirare, mangiare, giocare...precristiano. Senza la becera sacralita' di un rituale prestabilito...come fra due animali, istinto, piacere, catarsi...
L'autobus sul quale viaggiava due anni prima aveva avuto un incidente. E Vanessa che stava andando a trovare una sua sorella di culto a Jericoacoara, a trecentocinquanta chilometri da Fortaleza, in un villaggio alimentato a pannelli solari e gruppi elettrogeni, una delle dieci spiagge piu' belle e grandi del mondo, che resta coinvolta nell'incidente e muore. Santoro ricordo' il giorno del suo funerale . Con tutti i parenti della sua compagna. E una strana conversazione con un funzionario della Policia Militar che lo assicurava, e pure troppo, che era stato fatto tutto il possibile per salvarla. Una volta portata in ospedale. Ma tutti quei visi, del poliziotto e di parenti e amici ,a Santoro, non convinsero troppo. Ebbe come la sensazione che fosse una terribile e tragica messa in scena modello parche greche che piangevano a comando. Ma all'epoca stava conducendo un'indagine importante. E fu costretto a tornare a Milano il giorno dopo il funerale. Seppelli' la sua Vanessa troppo in fretta. E spesso il volto raggiante ma con espressione di rimprovero della nera nordestina di origine , neanche a dirlo bahiana-dal momento che in quello stato del Brasile l'80% della popolazione era discendente di schiavi africani-era tornato a tormentarlo nei sonni agitati. Santoro non credeva al Candomble' , questo culto sincretico in cui gli orixas, dei semidei africani avevano intrecciato le proprie anime e i propri poteri con dei santi cristiani. Santoro non credeva e basta. Gli sarebbe potuto apparire Padre Pio [ genius loci religioso di tutti i pugliesi] davanti e avrebbe cominciato a pensare a cosa e quanto avesse bevuto il giorno prima. Ma era innamorato di Vanessa. E voleva dar seguito alle sue sensazioni. Glielo doveva. Non importava che cio' non gliel'avrebbe restituita. Magari, scoprire come e perche' era morta, avrebbe dato ristoro alla sua anima. E concesso sonni piu' tranquilli a Santoro.
L'aereo, un boeing di una strana a mai sentita compagnia italiana denominata Itavia, atterro' lasciando che il carrello facesse un fracasso che in confronto il rumore dei barattoli dei matrimoni napoletani attaccati dietro le auto degli sposi, tanto per restare nel territorio di Crescenzi, sarebbe potuto apparire puro silenzio. Poverini, dovevano essere stanchi, i piloti, dopo nove ore di volo e dopo essersi sorbiti ben sette film con Ben Stiller. Dovevano odiarlo, ormai, quel comico americano. A parte che di comico non aveva niente. Il che dimostrava, penso' Santoro, che gli americani non ridevano per le stesse cose per cui ridevano gli europei. Infatti. Gli europei avevano ben poco da ridere, con la crisi economica che tutta l'area stava attraversando. Ma chi cavolo si credeva Roosvelt, penso' di se' Santoro. In realta' era un altro dei suoi artifizi mentali per rimandare sine die tutti i ragionamenti del caso sul perche' si trovava in Brasile. E il motivo era Vanessa. Non riusciva a non pensare a lei senza che il suo viso si venasse di malinconia. Era stato insieme a lei per poco piu' di un anno. E sentiva che era la donna della sua vita. A volte uno impiega l'intero arco della propria esistenza, mezzo secolo, per intenderci, per incontrare l'anima gemella. Ed ecco che il destino beffardo te la porta via. Vanessa e la sua pelle nera, da discendente di africani. Vanessa e il suo Candomble', mentre riempiva ciotole di riso crudo , accendeva candele e recitava preghiere in lingue africane sconosciute. Vanessa e il suo fare l'amore selvaggio, intenso, eppure leggero, leggiadro, naturale, come respirare, mangiare, giocare...precristiano. Senza la becera sacralita' di un rituale prestabilito...come fra due animali, istinto, piacere, catarsi...
L'autobus sul quale viaggiava due anni prima aveva avuto un incidente. E Vanessa che stava andando a trovare una sua sorella di culto a Jericoacoara, a trecentocinquanta chilometri da Fortaleza, in un villaggio alimentato a pannelli solari e gruppi elettrogeni, una delle dieci spiagge piu' belle e grandi del mondo, che resta coinvolta nell'incidente e muore. Santoro ricordo' il giorno del suo funerale . Con tutti i parenti della sua compagna. E una strana conversazione con un funzionario della Policia Militar che lo assicurava, e pure troppo, che era stato fatto tutto il possibile per salvarla. Una volta portata in ospedale. Ma tutti quei visi, del poliziotto e di parenti e amici ,a Santoro, non convinsero troppo. Ebbe come la sensazione che fosse una terribile e tragica messa in scena modello parche greche che piangevano a comando. Ma all'epoca stava conducendo un'indagine importante. E fu costretto a tornare a Milano il giorno dopo il funerale. Seppelli' la sua Vanessa troppo in fretta. E spesso il volto raggiante ma con espressione di rimprovero della nera nordestina di origine , neanche a dirlo bahiana-dal momento che in quello stato del Brasile l'80% della popolazione era discendente di schiavi africani-era tornato a tormentarlo nei sonni agitati. Santoro non credeva al Candomble' , questo culto sincretico in cui gli orixas, dei semidei africani avevano intrecciato le proprie anime e i propri poteri con dei santi cristiani. Santoro non credeva e basta. Gli sarebbe potuto apparire Padre Pio [ genius loci religioso di tutti i pugliesi] davanti e avrebbe cominciato a pensare a cosa e quanto avesse bevuto il giorno prima. Ma era innamorato di Vanessa. E voleva dar seguito alle sue sensazioni. Glielo doveva. Non importava che cio' non gliel'avrebbe restituita. Magari, scoprire come e perche' era morta, avrebbe dato ristoro alla sua anima. E concesso sonni piu' tranquilli a Santoro.
lunedì 22 giugno 2015
Brasil , capitolo 1
Il capitano Gianuli era seduto alla sua scrivania. Piegato sul computer ci stava smanettando su. Era un maniaco delle statistiche. Per questo odiava Santoro. Gabriele Santoro, maresciallo a tre binari rossi deputato a incarichi speciali vantava il 100% dei casi risolti. Un' anomalia nel panorama investigativo italiano, dove la media , in generale era bassa.
Sollevo ' la testa da pc portatile e osservo ' la sagoma robusta di Santoro, il suo viso perennemente abbronzato, i capelli brizzolati dell' uomo di mezz' eta' e l' aspetto di un uomo in forma nonostante la mezz' eta' . Si chiese come facesse a restare in forma, nonostante la vita caotica milanese, gli orari di servizio assurdi e lo stress. Forse era invidioso ma non lo avrebbe mai dato a vedere.
" Mi dica, maresciallo, cosa posso fare per lei ?", fece a quel punto.
" Sono qui per chiederle di poter osservare un periodo di riposo".
"Cioe ' vuole andare in ferie ?".
" Qualcosa del genere", disse Santoro.
" Maresciallo, lei tutte le volte mi fa girare la testa con le sue frasi smorzicate dal significato incerto, mutiplo. Una buona volta mi dica cosa cavolo vuole e non mi faccia perdere tempo!".
" Beh, signor capitano, la vita e' di per se incerta e multiforme...pensi soltanto al fatto che una volta se non ti sposavi eri considerato gay, ora anche i gay si vogliono sposare", disse Santoro.
" E questo che mi viene a significare, maresciallo?".
" Che ora io che non sono gay e che non mi voglio sposare faccio parte di una minoranza discriminata...appunto, multiformita' della vita".
" Continuo a non capire...comunque per quanti giorni si vorrebbe assentare...tenga presente che negli ultimi anni il personale e ' ridotto all ' essenziale, quindi non posso concederle troppo tempo".
" Credo di non essermi spiegato a sufficienza. Provo a ribadire il concetto. Desidero un periodo di aspettativa a tempo indeterminato".
" Ah, non l' avevo percepita in tal senso, la sua richiesta".
" Benissimo, ora il messaggio le e ' arrivato forte e chiaro, spero", disse Santoro.
" Si , certo...mah, posso chiederle a cosa si deve questa decisione...ha qualche problema personale, per caso?"
" Due anni fa ho perso per un incidente d' autobus le cui circostanze non sono state mai chiarite, la mia compagna. Si chiamava Vanessa, era brasiliana, una bella donna di colore. Era in vacanza nel nordest del Brasile. Appresi la notizia quando ero nel pieno di un' indagine difficile. Partii per andare al suo funerale. Ma poi dovetti tornare per servizio. All' epoca pensai a quell' incidente come ad una fatalita'. Ma oggi non ne sono piu' tanto convinto. Ed ho deciso di andare in loco a svolgere un' indagine per mio conto".
" Capisco...e il fatto di essere in aspettativa e non in servizio effettivo, le lascerebbe le mani libere, giusto?", disse incuriosito Gianuli.
" Vedo che ha afferrato il senso pieno della questione", disse Santoro.
" Ovviamente non posso trattenerla...ma lei capisce, con la sua efficienza...nonostante la sua indisciplina, questo bisogna dirlo, lascera ' un vuoto incolmabile", disse il capitano.
" Beh ho lavorato tanto , per la Benemerita e le ho dato tanto. E ' giunto il momento che io faccia qualcosa per me stesso".
" Si, certo. Spero solo che lei non si metta in casini piu ' grandi di lei. Il Brasile non mi sembra un preclaro esempio di paese civile dove si rispettano le regole".
" Beh detto da un ufficiale in servizio di un paese dove basta che un primo ministro telefoni in questura perche ' tutti i funzionari di quel luogo se la facciano nelle mutande, suona un tantino fuori luogo", disse Santoro.
" Si, conosco le sue opinioni in materia. E per quanto discutibili so che non sono il frutto di un ragionamento politico. Ma prodotto dei pensieri di un buon servitore dello stato".
" Proprio cosi, capitano...ma il fatto che io sia un servitore dello stato non sta a significare che io dello stato sia un servo".
" Non fa una grinza, maresciallo. Tuttavia le consiglio di abbandonare questi pensieri, perche ' la porterebbero a delle conclusioni a cui non voglio nemmeno pensare che lei voglia giungere".
" Va bene, allora vado dal maresciallo Gargano per gli adempimenti burocratici?".
" Si, maresciallo, vada pure", disse Gianuli. Osservo' per un lunghissimo minuto Santoro, poi aggiunse," le auguro buona fortuna".
" Grazie, capitano, anche a lei. Forse ne avra' bisogno piu' di me", disse Santoro.
Si volto', era in borghese, come al solito, cosa che atteneva al proprio ruolo investigativo, e usci dall' ufficio.
Quel Santoro era sempre sibillino, non si capiva mai se ti prendeva per il culo o se diceva sul serio. Ma era sicuramente un investigatore con i fiocchi. Quello che non tollerava di lui , Gianuli, era che giungeva sempre a conclusioni diverse dalle sue e da quelle degli altri investigatori. Ma la cosa piu' irritante era che spesso aveva ragione. Ne avrebbe sentito la mancanza. E dentro di se' si auguro' che avesse fortuna. Sicuramente era un sentimentale. Stava facendo una cosa, che lui, Gianuli, non avrebbe fatto. A che cosa sarebbe servito ristabilire la verita'?Non gli avrebbe di certo restituito la sua donna! Non ci sarebbe mai arrivato. A capire che Santoro apparteneva ad una specie di uomo in via di estinzione. Era un cercatore di verita'.
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