giovedì 9 luglio 2015

Brasil, capitolo 3

Mentre scendeva dalla scaletta del boeing, si trovo' a fronteggiare i 38 gradi, che , pur non essendo enfatizzati da un' umidita' di tipo milanese, avevano sempre una certa forza abbrustolente. Come quando aveva viaggiato in occasione del funerale di Vanessa, anche questa volta  aveva dimenticato di cambiarsi in aereo e mettersi addosso qualcosa di piu' adeguato a quella calura. Una canottiera, un paio di bermuda, delle infradito, cose cosi. Adeguate alla situazione climatica. Invece scese dalla scaletta con i jeans , camicia e maglione pesante di lana- del resto veniva da una temperatura sotto lo zero-, scarpe e calze e comincio' a sudare come un yak tibetano.Uno yak tibetano in un bagno turco, per essere piu' precisi . A piedi raggiunse l 'aeroporto, e si posiziono' vicino a rullo trasportatore dei bagagli, che, come in tutti gli aeroporti , scorreva in circolo. 
Recuperato il bagaglio dovette espletare le operazioni doganali e il controllo dei documenti. Ovviamente non aveva portato con se' l'arma. Per due ordini di motivi: non risultava in servizio e non voleva certamente attirare su di se' da subito le attenzioni delle autorita'. Come era suo costume non si fidava di nessuno. E le autorita' brasiliane , fossero le burocrazie come le forze dell'ordine, a occhio e croce, non dovevano essere diverse da quelle italiane. Imbottite di gente raccomandata con poche individuabili eccellenze investigative. Inutile dire che fra quelle italiane lui includeva se stesso. Penso' a questo con una certa ironia. E rise dentro di se', quando penso' che sua eccellenza investigativa stava per liquefarsi, cosi' vestito come d'inverno a Milano.
Le operazioni doganali pero' apparivano abbastanza laboriose. Vide che c'erano dei turisti, tre americani, che stavano questionando con un'addetta alla vigilanza dell'aeroporto. Un po' di portoghese che le aveva insegnato Vanesse gli basto' per capire cosa stesse accadendo. La ragazza, una tipa tosta, in divisa, mulatta, anche carina, ma dal viso deciso, stava spiegando con una certa fermezza che dovevano fare la fila come tutti gli altri e aspettare il proprio turno. Uno di questi ribatteva in inglese che erano sempre entrati per primi, che bastava sganciare un po' di dollari. La ragazza lo osservo'.Poi disse in portoghese che da quando c'era Lula, come presidente, gli americani dovevano fare la fila come tutti gli altri. Come tutti i brasiliani trattati come animali alla frontiera americane o alle frontiere europee. L'americano non capiva il portoghese, ma la ragazza con un gesto fermo gli fece capire che doveva rimettersi in fila. Che per primi toccava ai brasiliani, entrare.
I tre si rimisero in fila borbottando e insultando con improperi irripetibili la ragazza. Santoro resto' li a guardare la scena. Il mondo stava cambiando. Qualche anno prima, da quelle parti, agli americani avrebbero fatto i ponti d'oro, avrebbero fatto a gara per ospitarli. Un po' com'era a Cuba quando c'era Batista, prima di Castro.Ora questo Lula, questo presidente ex operaio metallurgico, sembrava aver ridato un po' di dignita' ad un paese che i politici che c'erano stati in precedenza aveva svenduto agli Stati Uniti e alle multinazionali. Quella semplice scena vista all'aeroporto, suggeri a Santoro tutte queste riflessioni. La qual cosa lo mise di buon umore, nonostante l'attesa. 
Quando giunse il suo turno l'operatore chiese quanto tempo pensava di restare in Brasile.
-Il tempo necessario, disse Santoro.
In portoghese l'impiegato gli chiese se poteva specificarlo.
-Ho un'anima da seppellire, disse Santoro.
L'impiegato lo guardo' in modo strano. Ma senza commentare mise un timbro sul passaporto e lo fece passare.
Appena fuori dall'aeroporto, c'era una fila di taxi . Sali su su uno di quei trabiccoli, una macchina americana, bella larga.
Chiese al tassista se conosceva un albergo a buon mercato.
Il tassista sorrise.
 -Ta bom, disse. 
Intendendo che ci avrebbe pensato lui. 
Santoro apri' la valigia che aveva tenuto con se sedendosi nel vano posteriore del taxi. Tiro' fuori una canottiera, un paio di bermuda e delle infradito verdi con la bandierina del Brasile al centro della "v" infraditale.
Si cambio' alla velocita' della luce, sotto gli occhi divertiti del tassista, un caboclo con i baffetti che masticava uno stuzzicadenti. Di li a poco sarebbe giunti a destinazione, in qualche albergo dal quale, quell'uomo che dirigeva il taxi, molto probabilmente, beccava una qualche percentuale.

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