lunedì 28 settembre 2015

Brasil, capitolo 10

Una volta sull'omnibus, Santoro fece il biglietto. Il bigliettaio, figura che in Italia era scomparsa sotto gli effetti della politica di austerity occupazionale, prese un real e cinquanta centavos e lo fece passare attraverso un cancelletto aperto da lui stesso. Santoro si accomodo' nell'omnibus, un mezzo vecchio ma confortevole, con sedili in plastica dura che dovevano avere scaturigine dall'idea che quelli in stoffa seppur maggiormente confortevoli non avessero molto senso a 38 gradi di temperatura con oltre il 90% di umidita'. Il mezzo attraverso' il bairro Jose' Valter e si diresse verso il centro, in mezzo a strade di asfalto crepato, sotto alberi di goiaba e mango, lungo il limine di marciapiedi ideali lungo abitazioni di muri di mattoni forati senza intonaco con le finestrelle che parevano occhi bui di poeti borgesiani. Mano mano che si affastellavano le paradas, le fermate, salivano studentesse, per lo piu' bianche, di collegi privati, di cui il Brasile era pieno per le famiglie che potevano permetterselo, in divisa sociale e con cartellette di cuoio nere e qualche ganzo di strada vestito appena di bermuda e canotta sdrucita con tipici braccialetti di stoffa che recavano scritte di nomi di santi e santerie varie. Santoro sudava  e osservava la natura circostante. Ogni tanto sui muri scritte pubblicitarie e elettorali o commerciali realizzate a mano in luogo di rutilanti manifesti di plastiche lucide che doveva aver dato da mangiare a insigni pittori che arrotondavano per mantenere i propri improvvisati atelier nei quartieri poveri e nelle comunidades. L'omnibus si avvicinava al centro e mano mano i grattacieli si facevano piu' imponenti e svettavano come babelici alveari dalle cui vette si poteva vedere l'oceano in tutto il suo desertico splendore. Poi via lungo le avenidas trafficate dalle miriadi di auto di foggia americana, ingombranti come portaerei in stagni sovraffollati. Arrivato in centro, nei pressi di una piazza dove si trovava una chiesa avventista del settimo giorno che propagandava scritti a pennello sui muri corsi di formazione professionale gratuiti di cabelleleiros [parrucchieri], cocineros [cuochi] e costureiros[sarti], scese. A quel punto decise di insinuarsi nelle strade del centro , verso piazza  Ferreira, dove  avrebbe di li a poco osservato la "Colonna Ora", il gigantesco orologio montato su una colonna metallica che era proprio al centro dell'ammattonato.Non prima pero' di aver ammirato un sedicente artista di strada che nella piazzetta schiacciava le noci di cocco con la testa. Percorse delle vie secondarie, per non dare troppo nell'occhio, perche', pur vestito alla brasiliana, con infradito ai piedi, bermudas , canotta e zero ammenicoli d'oro e orologi addosso, sapeva che ad uno sguardo attento non sarebbe sfuggito che si trattava di uno straniero. E nella fattispecie di un "gringo", come venivano definiti gli stranieri di foggia europea non autoctoni. In cinque minuti imbocco' l'ingresso della piazza e subito noto' l'orologio al centro e un grande grattacielo sullo sfondo di quella piazza piena di panchine e di alberi non troppo cresciuti. Il monitor dei suoi occhi indagatori entro' in azione, notando senza essere notato. Dove sarebbe potuto andare Michel, con quella giornata di caldo intenso se non a mare, dalle parti di Praia Iracema, magari, dove ricordava piaceva andare a Vanessa? Perlomeno rammentando i suoi racconti. Ma prima magari poteva essersi fermato a qualche bar a rifornirsi di cerveza bem gelada o assaporare qualche cocco verde appena traforato e pronto per rifocillare dal caldo torrido. Noto' che c'erano un mucchio di meninhos de rua, in giro per la piazza, che tentando di vendere le loro mercanzie di cianfrusaglie studiavano possibili colpi rapidi e veloci , tipo scippi o furti con destrezza. Non erano cattivi, i loro sguardi erano sguardi di fame , sguardi rancorosi...per non aver avuto, magari, la possibilita' di indossare qualcuna di quelle divise collegiali che poteva schiudergli le porte del mondo dorato di una vita normale da borghese medio brasiliano . Per poi magari lavorare in una banca. Dove si custodivano quei soldi che loro non avevano e mai avrebbero avuto per se'. Ecco un'altra cosa su cui doveva lavorare Lula, si disse Santoro. Sull'istruzione pubblica.
Si fermo' in un chiosco a bere un'agua de coco. La noce di cocco appena estratta dal frigo era tanto fredda da non riuscire quasi a stargli in mano, ma dopo un po' sotto l'effetto del caldo inteso si riscaldo' di quel tanto da nidificare nella sua mano. Era la seconda agua de coco della giornata e , non ci avrebbe giurato, ma qualsiasi traccia di possibili attacchi di colite, sembrava scomparsa. E forse era merito di quell ' acqua miracolosa , di quel liquido curativo, che veniva da un semplice frutto sia pur tropicale. Si diresse verso praia Iracema, dove secondo lui, molto probabilmente avrebbe trovato Michel, il personaggio cardine della situazione, a giudizio rabdomantico di Santoro. Passando caracollando lentamente lungo avenida Conde D'Eu , senti distintamente che proveniva da un negozio di dischi una melodia inconfondibile. Una canzone di Bossa Nova famosissima: "Desafinado", splendida canzone composta negli anni sessanta da Antonio Carlos Jobim, uno dei padri spirituali di questo stile musicale che mescola sapientemente jazz e samba. Le parole in portoghese giunsero dirette al cuore si Santoro, perche' gli ricordarono Vanessa e la sua ironia, di quando lo sfotteva nel dire che un cantante stonato sarebbe stato anche un pessimo amante, tema ironico della canzone appunto. E subito dopo aggiungeva che essendo lui, Santoro, un carabiniere e non un cantante il problema non si sarebbe mai posto . Dal momento che come amante non c'era proprio nulla di cui lamentarsi.

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