venerdì 4 maggio 2018

La pianista cinese, capitolo 58

E venne il giorno del processo. A Santoro nel frattempo non era accaduto nulla. Segno che avevano intenzione di eliminarlo "per via legale" , di ucciderlo socialmente. Era senz'altro meglio che avere un martire, avranno pensato, considerò Santoro.
In un'auletta seminascosta del primo piano del tribunale di Milano si doveva svolgere il dibattimento.


Espletate le formule di rito si entrò nel merito. Santoro era preoccupato. Non vedeva Agostinelli. E in un giorno come quello gli parve strano che non ci fosse. Gli aveva telefonato un paio di volte, il cellulare suonava come libero, ma nessuno aveva risposto.
-Dunque, signor Santoro, siamo qui per le accuse , gravissime, rivoltele dal dottor Sponzini, fece il Pubblico Ministero.
Santoro non potè fare a meno di notare che il Pm si era rivolto a lui con la qualifica di signor Santoro e a Sponzini, un autentico criminale, l'aveva chiamato dottore. La cosa non lo mise affatto di buon umore.
-Lei è accusato di aver introdotto in casa del Dottor Sponzini, in modo surrettizio e ingannatorio degli elementi che lo compromettessero con la giustizia penale , nella fattispecie della droga, della cocaina, al fine di ricattarlo per estorcergli una non meglio precisata verità su altri fatti, che, per inciso, non attengono a questo processo.
L'avvocato Sghimbescia a quel punto disse- signor Giudice, potrei chiedere al signor Pubblico Ministero se ha degli elementi probatori più convincenti delle sole dichiarazione d'intenti?
Prima che il giudice rispondesse il Pm fece-certamente...il dottor Sponzini ha delle videocamere nel proprio appartamento. E dalle immagini di queste videocamere si nota chiaramente che le prove sono state introdotte surrettiziamente nell'appartamento del dottor Sponzini...così, se il dottor Gregori ritiene, le possiamo mostrare immediatamente.
Il giudice Gregori, un uomo quasi alle soglie della pensione,  dall'aria vissuta , dall'aria, insomma, di uno che ne avesse viste di cotte e di crude, assentì appena con il capo. Stancamente. Dalla faccia e dai modi, a Santoro dette l'impressione che dovesse essere del sud. Uno dei tanti giudici vincitori di concorso che se ne erano andati dal sud , dopo aver studiato, perché le altre alternative erano diventare affiliati a clan camorristico-mafiosi o a clan politici. Cose che in molti casi, purtroppo, risultavano coincidenti.
Il Pm, il dottor Carapace, veneto, attivò il proiettore connesso al pc portatile. E subito le immagini dell'interno dell'abitazione di Sponzini apparvero in tutta la loro nitidezza.
Erano riferite a quel giorno fatidico, oggetto del processo e il dottor Carapace, giovane padovano alle prese con uno dei suoi primi processi importanti, con enfasi si mise a commentare le immagini.
Si ascoltò la conversazione fra Santoro e Sponzini. Poi le immagini passarono a mostrare l'interno della cucina. E , porcaputtana, pensò Santoro, la videocamera era posta lateralmente ad Agostinelli. Si vedeva tutto. E Santoro sbiancò perché a quel punto sapeva che era indiscutibilmente fottuto. E nel peggiore dei modi. Ma nel mentre Agostinelli apriva il freezer, l'uomo di servizio che presumibilmente cucinava, passò davanti al brigadiere romano, impallando la videocamera. Si notò un gesto sospetto di Agostinelli, ma non si vide praticamente nulla. Santoro dette un'occhiata all'avvocato Sghimbescia. Il quale avrebbe dovuto trarre un sospiro di sollievo. Ma non accadde. Le immagini erano ambigue e non consentivano di smentire o confermare alcunché. A quel punto la parola di un funzionario dello stato, anzi di due, perché c'entrava anche Agostinelli , doveva assumere il suo giusto peso, nella vicenda.
Il giudice guardò il Pubblico ministero il quale guardava Sponzini in modo interrogativo. Evidentemente doveva avergli assicurato la visione di altre immagini. E a quel punto Santoro ebbe la certezza che non le aveva visionate prima. Anche il Pm doveva essere un corrotto e , si sa, fra corrotti, fa fede l'unità di intenti. Ci si copre il culo a vicenda. A meno che non ci siano terze parti imparziali. Come pareva potesse essere il giudice Gregori. Il quale con fare ironico disse rivolto al pm-be', mi pare che da queste immagini non ci sia la certezza che le prove siano state introdotte ad arte. E a questo punto sorge a me una domanda, aggiunse Gregori. Per esercitare questa presunta pressione sullo Sponzini, il maresciallo Santoro, che cosa imputa allo Sponzini stesso?
-Ma questo, dottor Gregori, non è inerente al processo, disse  il Pm, il dottor Carapace.
-Perché non è inerente? E' inerente alla mia curiosità, aggiunse Gregori, sorridendo lievemente.
A quel punto Sghimbescia avrebbe potuto scatenarsi. E Santoro si accomodò meglio per godersi il previsto bombardamento.
-Signor Giudice mio malgrado devo convenire con il Pubblico Ministero, non mi sembra una materia pertinente codesto dibattimento.
Santoro sbiancò
Il Pm sorrise in tralice e disse-ecco, appunto , chiamo a testimoniare il signor Esposito, uomo di fiducia nonché cuoco della famiglia Sponzini. Il quale dalla posizione in cui era non può non aver visto cosa il brigadiere Agostinelli abbia fatto. Brigadiere Agostinelli che, per inciso, avrebbe dovuto essere presente oggi, ma non vedo in aula.
Il giudice assunse un espressione perplessa. Qualcosa non gli tornava. Santoro capì che su Sghimbescia non poteva più contare. Era bruciato. Sicuramente era stato avvicinato e "convinto" da qualche amichetto di Sponzini.
Si metteva male. Santoro fu tentato di ricusare il suo avvocato.
Il giudice nel frattempo aveva acconsento alla testimonianza.
-Allora, signor Esposito, lei era presente al momento dei fatti contestati, dica alla corte che cosa ha visto esattamente.
Esposito, un uomo sui quaranta ex cuoco di crociere, si schiarì la voce e disse-ecco, io, ho visto distintamente il brigadiere Agostinelli aprire e richiudere il freezer.
-Ecco, appunto, era quello che volevamo sentire, disse il Pm, questo attesta il fatto che l'atto di aprire il freezer non era altro che una manfrina intentata dall'Agostinelli, evidentemente imbeccato dal Santoro, per fingere di aver trovato qualcosa. Qualcosa che l'Agostinelli aveva già in tasca . O addirittura mai entrata nell'appartamento del dottor Sponzini.
-Po' esse pure, disse una voce in lontananza. Era Agostinelli.
-Chiedo scusa per il ritardo, ma stavo lavorando. Stavo reperendo un altro testimone , disse Agostinelli rivolto al giudice.
Vicino a lui c'era una donna. Una signora bionda di mezz'età, molto in forma. Sembrava una di quelle donne borghesi cui gli anni hanno fatto la grazia di non pesare troppo sul loro aspetto, una che avesse abbastanza tempo e denaro per curare il proprio aspetto fisico e rallentare il logorio degli anni passati.
-Se permette, signor giudice, questa signora ha qualcosa da dire riguardo ai fatti in discussione.
Il Pm guardò Agostinelli e disse- come si permette lei di interrompere il dibattimento e di dare ordini a dei magistrati nel pieno svolgimento del proprio mandato, noi non tolleriamo...
-Dottor Carapace, la prego, tenga la sua retorica a freno almeno per un momento, desidererei capire, disse Gregori.
-La signora è l'attuale moglie del dottor Sponzini, disse Agostinelli . E la sua testimonianza può far luce su vicende di gran lunga più gravi, se me permettete, de questa farsa...
-Come si permette, disse il Pm...
-Dottor Carapace, lasci a me la valutazione dell'ammissione o meno di questo testimone. Potrebbe rientrare in una fattispecie di incidente probatorio, mettiamola così...prego signora, si accomodi.
-Buongiorno, fece la donna, mi chiamo Elena Rossi. Elena Rossi in Sponzini, almeno per ora ancora legalmente.
-No, non potete fare questo, si mise a urlare Sponzini. Non potete ammetterla al processo.
-Signor Sponzini, vuole insegnare a noi il nostro mestiere?, fece Gregori.
Sponzini tacque.
-Prego signora, continui.
-Come stavo dicendo io da molti anni sono separata da mio marito. Non riuscivamo ad avere figli per cui dopo molti anni di attesa decidemmo di adottarne una. Una ragazza italiana. Questo perché mio marito non voleva figli stranieri in nessun modo.
-Ma non vedo tutto ciò che cosa c'entri con il processo, disse Carapace.
Gregori lo guardò serissimo. E Carapace si mise a cuccia.
-Dicevo che dopo tanti anni adottammo questa bambina. E io ero felice: Giada cresceva sotto le nostre amorevoli cure. Anche se mio marito non sembrava essere troppo entusiasta di questo. Continuava a dire che lo aveva fatto per me. E questo amore che provavo per Giada, per questa figlia desiderata più di ogni cosa, forse, lo ammetto, minò il rapporto con mio marito. Mi piacerebbe pensarlo, perlomeno .
-Perché le piacerebbe pensarlo? , chiese Gregori.
-Perché in realtà più di ogni altra cosa erano i suoi affari che non mi andavano giù. I suoi affari e quelli che dicevano di essere suoi amici. Gente interessata a soldi e potere. Mio marito mi disse che negli anni '70 aveva partecipato ad una rapina. Doveva essere una rapina per finanziare un gruppo politico di estrema sinistra. Poi però tramite un suo amico, Carlo Nepoti, riuscì a tenersi tutti i soldi per sé. Si fece qualche anno di galera e quando uscì aveva questo gruzzolo da parte. Ma il suo "amico", disse la signora Rossi ancora con enfasi ironica, gli presentò il conto. Si mise in affari con lui. Droga, armi, tratta di esseri umani. Cose immorali. Io ho resistito finchè ho potuto, per amore di Giada. Poi quando mio marito ha acconsentito  alla relazione fra il suo "amico" Nepoti e mia figlia, non ce l'ho fatta più. Sono andata via di casa. Approvare questo significava solo una cosa. A lui di nostra figlia non importava nulla.
-Poi che accadde , signora?, le chiese con dolcezza Gregori.
-Mia figlia continuò ad avere rapporti con me, a frequentarmi insomma. E un giorno mi disse che era venuta a sapere da dove venivano le fortune economiche di mio marito. Glielo rivelò lo stesso Nepoti. Mia figlia ha ricevuto una buona educazione. E' cresciuta lontana dagli imbrogli di mio marito e dai suoi affari sporchi.
-Però i soldi a te a tua figlia non mi pare vi facessero schifo, urlò Sponzini.
-Signor Sponzini, se non sta zitto la faccio arrestare, urlò Gregori.
-Continui, la prego, disse Gregori.
-Giada si arrabbio con suo padre. Lo accusò di essere un delinquente. Gli disse che appena finita l'Università se ne sarebbe andata di casa per vivere da sola. E lasciò anche quel Nepoti. Un individuo squallido. Un commissario di Polizia invischiato nei più torbidi affari. Sequestrava droga e armi e poi tramite le reti commerciali di mio marito le rivendevano. Uno schifo. Ma non è tutto. Mia figlia minaccio di denunciare suo padre raccontando della rapina. Ecco perché mio marito la fece uccidere.
-Non è vero, è una menzogna, urlò Sponzini.
-Dottor Gregori, mi consenta, ma noi siamo qui per giudicare il signor Santoro e i reati da egli commessi.
-Dottor Carapace, la testimonianza della signora Rossi sta mettendo il tutto sotto una nuova a diversa luce. Per cui quando avrò ascoltato tutto quello che ha da dire la signora Rossi dovrò trasformare questo processo farsa in qualcosa d'altro. Per salvare se non altro la faccia al concetto di giustizia, disse il giudice Gregori.
- Sì, signor giudice, accuso mio marito di aver architettato un finto attentato durante il quale mia figlia doveva morire, facendo passare la sua morte come accidentale conseguenza, danno collaterale di questo cosiddetto attentato. Io stessa ero in casa nella stanza di Giada, la sera che mio marito ha pianificato tutto questo con il dottor Nepoti. E , sì, ebbene lo ammetto, ho origliato. E li ho sentiti. Con mia figli accanto nella stanza. Questi non sono uomini, sono bestie!
-Signora Rossi, a quale attentato si sta riferendo?
-A quello in Corso Como a Milano nel giorno dell'ultimo dell'anno.
Il giudice Gregori non stava più  nella pelle.
-Dichiaro chiuso il dibattimento , proporrò l'archiviazione per mancanza di prove circa le vicende del maresciallo Santoro. Maresciallo, lei può andare indisturbato. Non ha nulla da temere dalla giustizia. Dispongo che il signor Sponzini sia immediatamente tratto in arresto, avendo appreso in dibattimento notizia criminis di gravità eccezionale. Si sta parlando del reato di strage orchestrata per futili motivi.
Signor giudice, dizze ancora la moglie di Sponzini, vorrei aggiungere una cosa, se posso. Di recente ho appreso che Giada era figlia sanguinis, di mio marito. Nata da una delle tante sue relazioni extraconiugali. E non so come abbia fatto è riuscito ad adottarla. Non lo perdonerò mai per aver fatto uccidere carne della propria carne...
Il giudice non disse niente. Di abomini per quel giorno aveva fatto il pieno


Due poliziotti che erano in aula trassero in arresto Sponzini. Santoro si augurò che anche loro non fossero compromessi o venduti. Agostinelli fece l'occhiolino a Santoro. Il quale aveva improvvisamente recuperato colore.

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