Una volta in aeroporto, affrontato il check in sotto gli occhi
attenti di Quaresma, Santoro si avviò verso le porte magnetiche.
Non aveva bagaglio. Quaresma gli aveva detto che glielo
avrebbe spedito a Milano. In caserma, aggiunse con un ghigno.
Si salutarono con una stretta di mano, molto freddamente.
Santoro non ci vedeva chiaro, un tutta quella vicenda. Doveva
partire . Ma non voleva partire. Quaresma lo seguì con lo
sguardo sino alla scaletta dell'aereo. Poi si voltò. Santoro
approfittò di quel momento per ridiscendere dalla scaletta. Si
nascose dietro i bagagli, che stazionavano su un trasporter a
fianco all'aereo, prima di essere caricati sul velivolo. Nessuno in
giro.
Sbirciò da dietro al camioncino elettrico dei bagagli. Quaresma
era ancora lì. E c'era da immaginare che sarebbe rimasto finchè
non avesse visto l'aereo decollare. Quando l'ultimo passeggero
fu imbarcato, gli uomini dei bagagli si misero a caricare valigie e
trolley. Doveva escogitare qualcosa. Vide appesa al carrello
dell'aereo una pettorina gialla, di quelle usate dal personale
dell'aeroporto. La indossò velocemente e uscì da dietro il
carrello dei bagagli. Si voltò verso l'aereo dando le spalle a
Quaresma. Il portoghese sembrava abbastanza lontano per
notare la cosa. Dopotutto Santoro era di schiena e indossava una
pettorina gialla. Poteva benissimo essere scambiato per uno del
personale che sovrintendeva le operazioni di decollo. L'aereo
fece manovra e Santoro si mise a gesticolare come un vero
addetto allo scalo che indicasse al velivolo la direzione da
prendere. L'aereo decollò e gli altri addetti al decollo non fecero
più di tanto caso alla sua presenza. L'aeroporto di Lisbona era
abbastanza grande per poter ospitare anche del personale
sconosciuto. Qualcuno mai visto prima. Poi gli addetti
aeroportuali allontanarono con l'aria di averne le tasche piene
di quelle operazioni che svolgevano quotidianamente non senza
una certa monotonia.
Quaresma non c'era più. Santoro immaginò che fosse già in
macchina di ritorno a Lisbona, lungo i dieci chilometri di
distanza dal centro della città.
Con il fratino giallo rientrò nella hall dell'aeroporto. C'era
abbastanza confusione per essere notato.
Adesso aveva il problema di dove alloggiare. Non una questione
di poco conto. Comunque aveva con se la sua carta di credito.
Almeno quella. E non credeva che le autorità portoghesi si
sarebbero messe a controllare anche quella. Era improbabile.
Avevano altro a cui pensare. Per loro Santoro era solo un
ficcanaso. In un indagine. Un indagine strana. Anomala. Troppe
cose non quadravano. E Santoro aveva sempre saputo che non
se ne sarebbe andato prima di aver raggiunto il suo scopo.
Ristabilire la verità e, soprattutto, riabilitare Carvalho. Cosa
che secondo lui non importava a nessuno.
Prese un taxi e si fece portare in Centro. Si fece scaricare in zona
Rossio. Era tardi ma in giro c'era comunque gente. C'era
sempre gente in giro per Lisbona a qualunque ora. Prima di
cercarsi un albergo e inventarsi una scusa per non essere arrivato a Milano il giorno successivo-era atteso da Gianuli,
chiamò Cazzaniga.
-Ambrò, come va?
-Bene, sciur Marescial, già in viaggio?
-No Ambrò, no. Sono ancora a Lisbona! Disse.
-Ti se tutt matt, disse Cazzaniga in Milanese. Ma domani cosa
dico a Gianuli?
-Ecco, appunto, è di questo che ti volevo parlare. Inventati una
scusa. Digli che sono a casa ancora convalescente. E che mi
presenterò in caserma tra qualche giorno. Smaltito il jet leg,
robe del genere.
-Smaltito il jet leg...Ma quale jet leg? Con un ora e mezza di
volo?
Disse Cazzaniga.
-Tanto Ganuli non sa nemmeno che significa. Intortagliela come
si deve. Magari leva la faccenda del jet leg. Lascia tutto il resto.
-Marescial, l'è in pericolo?
-Può darsi, disse Santoro. Ma io non me ne vado da qui finchè
non ci vedo chiaro. Gli raccontò per sommi capi gli ultimi
sviluppi.
-U' signur, Sciur Marescial, stia attento, neh...
-Tranquillo, Cazzanì, tranquillo, so cosa devo fare. Risolvo le
cose e rientro. Giusto per una camomilla finale al Cin Cin bar,
ok?
-Sperem, disse Cazzaniga.
-Non fare il menagramo, disse Santoro. Sento che in poche ore
risolverò tutto. Me lo sento, capisci. Sai che sono rabdomantico.
-Rabdo che?
-Niente, Cazzanì, è 'na cosa mia.
Santoro chiuse la comunicazione. L'intuito dell'indagatore. Ne
aveva a iosa. E lui lo sapeva. Perchè mai Fonseca e Quaresma
avrebbero dovuto andarsene a casa a dormire sonni tranquilli,
quella sera. Gli sembrò plausibile che fossero ancora al quartier
generale della Grp, al Chafariz do Carmo.
A piedi, con una certa velocità, percorse le strade di Baixa
Chiado. I quartiere era infestato di turisti nordeuropei, ancora a
quell'ora, e un quel mese autunnale.
Fonseca era un Camaleonte Cattivo. Quaresma ancora non lo
aveva inquadrato, come si deve. Forse un Camaleonte Cattivo
Junior. Cattivo ma per servilismo.
Giunto nei pressi della fontana al centro della piazza antistante,
si mise alle sue spalle e dette un'occhiata all'ingresso della Grp.
Sembrava tutto tranquillo, ma nonostante l'ora tarda, tutte le
luci delle finestre erano accese. E sembrava ci fosse animazione.
Bingo! Pensò Santoro. Non sono nato ieri, lo immaginavo,
questo trambusto.
Attese ancora una ventina di minuti, e cominciava a fare freddo.
Un freddo umido che gli ricordò Milano.
Eccolì lì, sempre insieme. Il gatto e la volpe. Fonseca a
Quaresma. Uscirono da lì a poco dall'edificio governativo.
Erano soli. Le luci delle finestre si spensero. Le riunioncine
erano finite.
Si incamminarono a piedi lungo le viuzze del quartiere. Svoltato
l'angolo c'era la fermata dei taxi. Salirono su una di quelle
automobili neroverdi. Santoro fu lesto. Li aveva seguiti. Salì sul
taxi che era parcheggiato in sequenza.
-Segua quella macchina, disse senza esitazione, al tassista.
L'uomo senza chiedere spiegazioni, eseguì il comando. Doveva
essere abituato a simili circostanze. Un tassista di una metropoli
europea doveva essere abituato ad ogni tipo di stranezza.
Non fecero molta strada. Giunti nei pressi di Praca do Comercio,
il taxi che precedeva l'investigatore italiano, scaricò i due
militari portoghesi, in borghese. Santoro disse al tassista di
accostare. Pagò in contanti e , con circospezione, una volta sceso
dal mezzo, si mise a seguirli.
Fonseca e Quaresma attraversarono la strada, in mezzo ad un
nugolo di spacciatori che gli si avvicinarono proponendogli il
loro vasto campionario. Non li degnarono di uno sguardo.
Avevano cose più importanti da fare, immaginò Santoro. Si
incunearono sotto l'arco di Augusto e proseguirono per il lungo
corso, camminando nel mezzo. Intorno , nonostante l'ora
notturna, il solito corteo di miracoli e di elemosinieri. Ad un
certo punto svoltarono a destra e si diressero verso l'ingresso di
un albergo. Vi entrarono dentro. Santoro attese fuori. Faceva
freddo, ora, e Santoro con il suo impermeabile sentiva che non
aveva abbastanza stoffa addosso.
Dopo un'ora circa, Fonseca e Quaresma, uscirono. Quaresma
portava con se' una ventiquattrore. Del tutto simile a quella che
Santoro aveva visto in mano al "libanese" e scomparsa nel
museo d'Oriente, la sera precedente. Una strana coincidenza o
la puzza di bruciato aveva superato il limite di guardia?
Li seguì ancora, lungo la rua Augustea. Quasi alla fine, alla
congiunzione con Rossio, svoltarono a destra. Camminarono
lungo il marciapiedi. Si avvicinarono ad una mercedes nera , che
a Santoro, sembrò essere una vettura di qualche corpo
diplomatico. Vide che Fonseca si guardava intorno e si voltò
guardano nella vetrina di un negozio. Le luci del negozio erano
spente per cui la vetrina si presto alla perfezione a fare da
specchio. Non riuscì a vedere chi ci fosse nella vettura. Ebbe
un'idea. Forse se fosse tornato in dietro e avesse fatto il giro
dell'isolato, sarebbe riuscito a vederla passare vicina. Ma doveva
fare in fretta. E quindi svoltato l'angolo si mise a correre come
forse non aveva mai fatto in vita sua. Lui camminatore indefesso
che odiava gli strappi ginnici eccessivi. Giunto al termine
dell'isolato si posizionò sull'incrocio. Vide la mercedes giusto in
tempo. Era vicino al ciglio della strada e il mezzo passò radente
il marciapiedi.
Vide nel vano posteriore un uomo. Non poteva essere sicuro al
100%, ma era molto fisionomista. Inoltre aveva già intuito di chi
potesse trattare. Erano gli stessi motivi per cui una vocina
interiore gli aveva sempre suggerito di sospettare del gatto e
della volpe. L'uomo seduto sul retro era Thompson, il maggiore
inglese. La targa dell'auto era di un corpo diplomatico. Quello
britannico.
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