venerdì 1 ottobre 2021

Lisboa 34

 Una volta in aeroporto, affrontato il check in sotto gli occhi

 attenti di Quaresma, Santoro si avviò verso le porte magnetiche.

 Non aveva bagaglio. Quaresma gli aveva detto che glielo

 avrebbe spedito a Milano. In caserma, aggiunse con un ghigno.

 Si salutarono con una stretta di mano, molto freddamente.

 Santoro non ci vedeva chiaro, un tutta quella vicenda. Doveva

 partire . Ma non voleva partire. Quaresma lo seguì con lo

 sguardo sino alla scaletta dell'aereo. Poi si voltò. Santoro

 approfittò di quel momento per ridiscendere dalla scaletta. Si

 nascose dietro i bagagli, che stazionavano su un trasporter a

 fianco all'aereo, prima di essere caricati sul velivolo. Nessuno in

 giro.

 Sbirciò da dietro al camioncino elettrico dei bagagli. Quaresma

 era ancora lì. E c'era da immaginare che sarebbe rimasto finchè

 non avesse visto l'aereo decollare. Quando l'ultimo passeggero

 fu imbarcato, gli uomini dei bagagli si misero a caricare valigie e

 trolley. Doveva escogitare qualcosa. Vide appesa al carrello

 dell'aereo una pettorina gialla, di quelle usate dal personale

 dell'aeroporto. La indossò velocemente e uscì da dietro il

 carrello dei bagagli. Si voltò verso l'aereo dando le spalle a 

 Quaresma. Il portoghese sembrava abbastanza lontano per 

 notare la cosa. Dopotutto Santoro era di schiena e indossava una

 pettorina gialla. Poteva benissimo essere scambiato per uno del

 personale che sovrintendeva le operazioni di decollo. L'aereo

 fece manovra e Santoro si mise a gesticolare come un vero

 addetto allo scalo che indicasse al velivolo la direzione da

 prendere. L'aereo decollò e gli altri addetti al decollo non fecero

 più di tanto caso alla sua presenza. L'aeroporto di Lisbona era

 abbastanza grande per poter ospitare anche del personale

 sconosciuto. Qualcuno mai visto prima. Poi gli addetti 

aeroportuali  allontanarono con l'aria di averne le tasche piene 

di quelle  operazioni che svolgevano quotidianamente non senza

 una certa monotonia. 

Quaresma non c'era più. Santoro immaginò che fosse già in

 macchina di ritorno a Lisbona, lungo i dieci chilometri di

 distanza dal centro della città. 

Con il fratino giallo rientrò nella hall dell'aeroporto. C'era

 abbastanza confusione per essere notato. 


Adesso aveva il  problema di dove alloggiare. Non una questione

 di poco conto. Comunque aveva con se la sua carta di credito.

 Almeno quella. E non credeva che le autorità portoghesi si

sarebbero messe a controllare anche quella. Era improbabile.

 Avevano altro a cui pensare. Per loro Santoro era solo un

 ficcanaso. In un indagine. Un indagine strana. Anomala. Troppe

 cose non quadravano. E Santoro aveva sempre saputo che non

 se ne sarebbe andato prima di aver raggiunto il suo scopo.

 Ristabilire la verità e, soprattutto, riabilitare Carvalho. Cosa

 che secondo lui non importava a nessuno. 

Prese un taxi e si fece portare in Centro. Si fece scaricare in zona

 Rossio. Era tardi ma in giro c'era comunque gente. C'era

 sempre gente in giro per Lisbona a qualunque ora. Prima di

 cercarsi un albergo e inventarsi una scusa per non essere arrivato a Milano il giorno successivo-era atteso da Gianuli,

 chiamò Cazzaniga.

-Ambrò, come va?

-Bene, sciur Marescial, già in viaggio?

-No Ambrò, no. Sono ancora a Lisbona! Disse.

-Ti se tutt matt, disse Cazzaniga in Milanese. Ma domani cosa

 dico a Gianuli?

-Ecco, appunto, è di questo che ti volevo parlare. Inventati una

 scusa. Digli che sono a casa ancora convalescente. E che mi

 presenterò in caserma tra qualche giorno. Smaltito il jet leg,

 robe del genere.

-Smaltito il jet leg...Ma quale jet leg? Con un ora e mezza di

 volo?

 Disse Cazzaniga.

-Tanto Ganuli non sa nemmeno che significa. Intortagliela come

 si deve. Magari leva la faccenda del jet leg. Lascia tutto il resto.

-Marescial, l'è in pericolo?

-Può darsi, disse Santoro. Ma io non me ne vado da qui finchè

 non ci vedo chiaro. Gli raccontò per sommi capi gli ultimi

 sviluppi. 

-U' signur, Sciur Marescial, stia attento, neh...

-Tranquillo, Cazzanì, tranquillo, so cosa devo fare. Risolvo le

 cose e rientro. Giusto per una camomilla finale al Cin Cin bar,

 ok?

-Sperem, disse Cazzaniga.

-Non fare il menagramo, disse Santoro. Sento che in poche ore

 risolverò tutto. Me lo sento, capisci. Sai che sono rabdomantico.

-Rabdo che?

-Niente, Cazzanì, è 'na cosa mia.

Santoro chiuse la comunicazione. L'intuito dell'indagatore. Ne

 aveva a iosa. E lui lo sapeva. Perchè mai Fonseca e Quaresma

 avrebbero dovuto andarsene a casa a dormire sonni tranquilli,

 quella sera. Gli sembrò plausibile che fossero ancora al quartier

 generale della Grp, al Chafariz do Carmo.

A piedi, con una certa velocità, percorse le strade di Baixa

 Chiado. I quartiere era infestato di turisti nordeuropei, ancora a

 quell'ora, e un quel mese autunnale.

Fonseca era un Camaleonte Cattivo. Quaresma ancora non lo

 aveva inquadrato, come si deve. Forse un Camaleonte Cattivo

 Junior. Cattivo ma per servilismo.

Giunto nei pressi della fontana al centro della piazza antistante,

 si mise alle sue spalle e dette un'occhiata all'ingresso della Grp.

 Sembrava tutto tranquillo, ma nonostante l'ora tarda, tutte le

 luci delle finestre erano accese. E sembrava ci fosse animazione.

 Bingo! Pensò Santoro. Non sono nato ieri, lo immaginavo,

 questo trambusto. 

Attese ancora una ventina di minuti, e cominciava a fare freddo.

 Un freddo umido che gli ricordò Milano. 

Eccolì lì, sempre insieme. Il gatto e la volpe.  Fonseca a

 Quaresma. Uscirono da lì a poco dall'edificio governativo.

Erano soli. Le luci delle finestre si spensero. Le riunioncine

 erano finite.

Si incamminarono a piedi lungo le viuzze del quartiere. Svoltato

 l'angolo c'era la fermata dei taxi. Salirono su una di quelle

 automobili neroverdi. Santoro fu lesto. Li aveva seguiti. Salì sul

 taxi che era parcheggiato in sequenza. 

-Segua quella macchina, disse senza esitazione, al tassista.

 L'uomo senza chiedere spiegazioni, eseguì il comando. Doveva

 essere abituato a simili circostanze. Un tassista di una metropoli

 europea doveva essere abituato ad ogni tipo di stranezza. 

Non fecero molta strada. Giunti nei pressi di Praca do Comercio,

 il taxi che precedeva l'investigatore italiano, scaricò i due

 militari portoghesi, in borghese. Santoro disse al tassista di

 accostare. Pagò in contanti e , con circospezione, una volta sceso

 dal mezzo, si mise a seguirli.

Fonseca e Quaresma attraversarono la strada, in mezzo ad un

 nugolo di spacciatori che gli si avvicinarono proponendogli il

 loro vasto campionario. Non li degnarono di uno sguardo.

 Avevano cose più importanti da fare, immaginò Santoro. Si

 incunearono sotto l'arco di Augusto e proseguirono per il lungo

 corso, camminando nel mezzo. Intorno , nonostante l'ora

 notturna, il solito corteo di miracoli e di elemosinieri. Ad un

 certo punto svoltarono a destra e si diressero verso l'ingresso di

 un albergo. Vi entrarono dentro. Santoro attese fuori. Faceva

 freddo, ora, e Santoro con il suo impermeabile sentiva che non

 aveva abbastanza stoffa addosso.

Dopo un'ora circa, Fonseca e Quaresma, uscirono. Quaresma

 portava con se' una ventiquattrore. Del tutto simile a quella che

 Santoro aveva visto in mano al "libanese" e scomparsa nel

 museo d'Oriente, la sera precedente. Una strana coincidenza o

 la puzza di bruciato aveva superato il limite di guardia?

Li seguì ancora, lungo la rua Augustea. Quasi alla fine, alla

 congiunzione con Rossio, svoltarono a destra. Camminarono

 lungo il marciapiedi. Si avvicinarono ad una mercedes nera , che

 a Santoro, sembrò essere una vettura di qualche corpo

 diplomatico. Vide che Fonseca si guardava intorno e si voltò

 guardano nella vetrina di un negozio. Le luci del negozio erano

 spente per cui la vetrina si presto alla perfezione a fare da

 specchio. Non riuscì a vedere chi ci fosse nella vettura. Ebbe

 un'idea. Forse se fosse tornato in dietro e avesse fatto il giro

 dell'isolato, sarebbe riuscito a vederla passare vicina. Ma doveva

 fare in fretta. E quindi svoltato l'angolo si mise a correre come

 forse non aveva mai fatto in vita sua. Lui camminatore indefesso

 che odiava gli strappi ginnici eccessivi. Giunto al termine

 dell'isolato si posizionò sull'incrocio. Vide la mercedes giusto in

 tempo. Era vicino al ciglio della strada e il mezzo passò radente

 il marciapiedi. 

Vide nel vano posteriore un uomo. Non poteva essere sicuro al

 100%, ma era molto fisionomista. Inoltre aveva già intuito di chi

 potesse trattare. Erano gli stessi motivi per cui una vocina

 interiore gli aveva sempre suggerito di sospettare del gatto e

 della volpe. L'uomo seduto sul retro era Thompson, il maggiore

 inglese. La targa dell'auto era di un corpo diplomatico. Quello

 britannico. 


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