Entrarono nella stanza interrogatori. Dalle facce dei presenti si
capiva che non si erano detti molto. Forse niente.
-Allora, ho deciso, che, in attesa di chiarimenti i signori qui...gli
inglesi, resteranno nostri ospiti stanotte. Maresciallo Cazzaniga
trovi delle manette, gliele metta e li accompagni nei loro
alloggi...ah, i signori hanno pranzato?
-Protesto, questo è un sopruso...shit! Voi non potete fare questo,
Capitano. Io esigo di parlare con il consolato inglese a Milano. E
vedremo poi quanto rideremo.
-Ueh, Maggiore comesichiama, qua non ride nessuno. Qui
c'è gente che lavora. Che significa quella parola che ha
detto? Che sembra come statti zitto in barese?
Thompson non disse niente. E nemmeno Santoro. Non era
il caso, in quel momento, di buttare benzina sul fuoco. Thompson
aveva imprecato, niente di che. Ma Gianuli avrebbe preso la
parola "shit" tradotta come "merda" per un offesa personale.
-Cazzanì, datti una mossa, meh, fece Gianuli. Cazzaniga uscì
dalla stanza per andarsi a procurare delle manette.
-Se ne pentirà amaramente, Capitano. La sua carriera
è finita, urlò Thomspon.
-La mia carriera sarà finita ma a voi domani mattina vi verrà a
prendere 'na bella corriera, disse Gianuli. Per Saint Victor,
conoscete?
Santoro era amareggiato. In quel momento odiava Cazzaniga
con tutto il cuore. Per la mancata registrazione.
Thomspon e i suoi scagnozzi se la sarebbero cavata.
Nonostante un omicidio-per il momento pareva solo
quello- e nonostante il possesso di una valigetta carica di
sacchetti di eroina.
Messi al fresco gli inglesi in alcune celle di sicurezza, il Capitano
Gianuli chiamò Santoro e Cazzaniga a rapporto. Si chiusero in
una stanza, quella di Gianuli. Tutta la caserma era in subbuglio.
Si chiedevano cosa stesse succedendo. Oltretutto c'era Santoro
di mezzo. Cosa che rendeva i fatti ancora più misteriosi e
interessanti da conoscere.
-Dunque, Santoro. Procederò in modo da mettere una pezza
a colori a questa foratura. Domani dovrò permettere
a quel pallone gonfiato di inglese di parlare con qualcuno del
consolato. Verrà qualcuno qui o mi telefoneranno, per
accertarsi che non farò resistenza, disse Gianuli. E tacque.
-E poi cosa succederà? Chiese Santoro.
-Poi saremo costretti a liberarli...non ho scelta...intanto si
passeranno la notte in gattabuia.
-Già, ma la scamperanno...e hanno ucciso uno dei nostri...e
il carico da undici dell'eroina, dove lo mettiamo? Disse
Santoro.
-Era portoghese, no?, disse Gianuli. E l'eroina, be', che se la tengano
loro. Basta che non circola sulle nostre strade.
Santoro non disse niente. Era inutile. Era come parlare
ad un muro.
-Bene, a questo punto ce ne possiamo andare a casa, fece Gianuli.
Erano quasi le cinque del pomeriggio. L'ora in cui morivano
i toreri. E anche l'ora in cui chi non sarebbe stato mai torero
levava le tende e timbrava il cartellino recentemente ribattezzato
badge di servizio.
-Ma come, sciur Capitan, lassè ander minga l'ingles? Accennò
Cazzaniga.
-Cazzanì, non ti ci mettere pure tu..e basta con sto milanese
ad ogni piè sospinto. E parla italiano, cribbio...e comunque sì.
Lo lascio andare, l'inglese. Buonanotte.
-Come buonanotte, Sciur Capitan, sono le cinc, cinc e mes?
-Beh, ognuno va a dormire quando gli pare...voi non c'avete
una moglie e due figli che scassano, disse Gianuli.
Santoro e Gianuli stettero seduti al "Tavolo del Maresciallo",
al Cin Cin bar, in corso Buenos Aires. Fino a tarda notte.
Cazzaniga si ammazzò di spritz. Santoro si uccise di camomille.
Santoro aveva raccontato altri particolari a Cazzaniga.
Gli parlò di Daniela Alves e che forse sarebbe stato il caso
di sentirla. Cazzaniga ascoltava attento, pur nel turbinio mentale
innescato dagli spritz.
Pochi stanchi passanti e già indossavano vestiti invernali.
Iniziava il freddo umido milanese che Santoro odiava. Gli si
riacutizzavano tutte le ferite.
Erano sempre seduti al Tavolo del Maresciallo, quando Cazzaniga
disse- sciur Marescial...scusi...
-Per cosa? Cazzanì? Chiese Santoro.
-Per la registrazione...che non ho saputo fare!
-Non ti preoccupare. Si vede che doveva andare così, disse un
Santoro quantomai profetico.
-Facciamo quelli che se ne vanno? Disse Cazzaniga.
-E sia, disse Santoro. Chiamarono Nando, che quella sera
faceva il serale, lì al Cin Cin e lo saldarono. Il Tavolo del
Maresciallo restò in bella mostra, all'aperto. Sembrava
un'esposizione di servizi di tazze e bicchieri. Ma quante
camomille beveva, il Maresciallo Santoro?, pensò Nando
mentre sparecchiava. Eppure aveva l'aria di essere un
tipo sveglio. Nando si beò della battuta che si era appena fatto
e rientrò in cabina di regia. Dietro al bancone
del bar.
Santoro non dormì affatto. Non era riuscito a chiudere
il caso assicurando il colpevole alla giustizia. Fino
ad allora sarebbe stato l'unico caso, che non si accingeva
a concludersi con l'arresto del colpevole e con la scoperta
piena della verità. Oddio, pensava Santoro, la verità
ormai era emersa. Ma senza un colpevole per la legge, per la
giustizia, era come se non ci fosse. Si sentiva sconfitto. Beffato.
Dalla legge stessa che lui era tenuto a far applicare. E dalla
storia. Un concorrente parecchio scomodo. Gli inglesi
erano politicamente potenti, in Europa, nonostante non ne
facessero più parte. Erano cugini degli americani e gli americani
erano ancora nostri padroni. Padroni degli italiani. Dopo 70
anni il mondo ancora dipendeva da eventi bellici persi nel
tempo.
E l'indomani, il peso della storia avrebbe fatto la sua parte.
Liberando i protervi di sempre. Nascosti dietro la pompa
di una bandiera.
Ma lui non ci poteva fare niente. Non era un alibi. Forse non
ce l'aveva mesa tutta. Era stanco e deconcentrato. Pensò
che non doveva puntare tutto su Cazzaniga. Cazzaniga aveva
fallito, ma la colpa di tutto era sua. Avrebbe dovuto escogitare
qualcosa di diverso, per avere prove certe che Thompson era
il mandante dell'omicidio del sottufficiale portoghese, Tiago
Carvalho. Non ne aveva avuto la forza. E le energie. Restò
seduto al tavolo della cucina tutta la notte.
Alle 8 circa del giorno dopo, Santoro stava salendo già le scale
in via della Moscova. Andava in ufficio da Gianuli.
Una volta entrato il Capitano era già lì. Seduto alla sua
scrivania. A scrivere rapporti di servizio. Era come certi
scrittori, pensò ironicamente Santoro. Uno che scriveva cose
che nessuno avrebbe mai letto. Proprio come gli scrittori
veri. Quelli che piacevano a lui.
-Buongiorno, signor Capitano.
-Buongiorno, Santoro, buongiorno, fece Gianuli. La doppietta
nel buongiorno era un brutto segno, pensò Santoro.
-E' successo qualcosa? Chiese Santoro.
-Purtroppo sì, caro maresciallo. Cazziatoni e lisc e bussi a
manetta, già da stanotte. Che quasi quasi preferivo a mia
moglie, disse Gianuli.
-Sì, signor Capitano, ma in concreto?
-In concreto? Maresciallo, tra pochi minuti deve venire un
addetto del consolato inglese a Milano a prendere in consegna
quell'inglese.
-Thompson, disse Santoro.
-Come?
-Si chiama Thompson, ribadì Santoro.
-Insomma, quello lì, ha capito, no?
-Sì, disse Santoro.
-Qualcosa da dire? Chiese Gianuli.
-E' un' ingiustizia! Sbottò Santoro.
-Un'ingiustizia resta sia che lo dice la legge sia che non lo dice.
La giustizia la dice solo la legge, disse Gianuli. E la legge...
maresciallo...è dalla loro.
-Siamo sicuri, signor Capitano? No perchè a me pare di no.
Quell'inglese, Thompson, è entrato in Italia con una valigia
di eroina. Questo dovrebbe essere sufficiente ad arrestarlo.
-In teoria sì, disse Gianuli. Ma in pratica lui ha già
telefonato al consolato. Qualcuno del consolato ha chiamato
il ministro dell'interno. Il quale ha detto al viceministro di
chiamarmi e farmi il sedere a strisce, disse Gianuli.
-Stelle e strisce, disse Santoro.
-Che significa?
-Niente, disse Santoro, facevo satira politica...
-Che vuol dire? Chiese con la pazienza al limite, Gianuli.
-Che gli angloamericani ci dicono ancora cosa fare e cosa
non fare. Non siamo ancora padroni del nostro paese...
ma andiamo, Capitano, sono passati 70 anni. E non esiste
più l'Unione Sovietica!
-Santoro, ma che, vuoi cambiare la storia adesso? Non ci sono
riusciti gli storici..è arrivato lui, disse Gianuli, beffandosi di
Santoro.
-Cerco solo di far assicurare alla giustizia un criminale
internazionale..dopotutto è anche nel loro interesse.
-Santò...non c'è la prova che sia colpevole di niente...perchè
lo dice il governo. In pratica il capo suo e mio, disse Gianuli.
Non ci sono prove che noi diciamo la verità, mi è stato detto
esplicitamente. Ma tu hai capito a me? E io ingoio, che devo
fare.
Attesero dieci minuti parlando del più e del meno.
Gianuli, per il momento, sembrava voler soprassedere
sulle vicende portoghesi di Santoro e su quello strano
certificato medico, che gli era giunto da Lisbona.
Si sentiva in colpa, pensò Santoro. Perchè non poteva
fare niente. E perchè sapeva che Santoro diceva il vero.
Poi ad un certo punto sentirono bussare alla porta. Santoro
pensò che fosse Cazzaniga. Era strano che non si fosse fatto
vivo. Invece l'appuntato Dioguardi annunciò un uomo. Un
giovane inglese.
Il giovane, biondo e in gran forma, si presentò in perfetto
italiano venato appena dal tipico accento britannico.
-Mi chiamo Paul Kerry...come il pollo al Kerry, disse sorridendo.
-Beh, e che vuole da noi, Paul Kerry come il pollo al Kerry? Fece
Gianuli.
-Il viceministro non l'ha ancora informata?
-Informata a chi? Chiese Gianuli pensando chissà perchè a sua
moglie.
-A lei, Capitano...credo le stia dando del lei, fece Santoro.
Gianuli lo fulminò con lo sguardo.
-C'è un malinteso, disse Paul Kerry. Io sono qui per prendere
in carico il maggiore Thompson e i suoi due collaboratori. Disse
i nomi. A Santoro quei nomi non dicevano niente.
-Oh, Dottor Paul Kerry. Qui nessuno prende in carico nessuno,
disse Gianuli.
-C'è un equivoco, provò a protestare sommessamente Paul
Kerry.
-Qui, io e il maresciallo Santoro, stiamo studiando la situazione.
Il maggiore Thompson è entrato nel nostro paese con una
valigetta piena di eroina. E noi non la beviamo che si tratti
di un'operazione-esca per trafficanti internazionali. Non ne
siamo persuasi, disse Gianuli rivolgendosi, in quel momento,
a Santoro.
-Ma come, ci avevano assicurato che lei avrebbe collaborato,
si lamentò Paul Kerry.
-Chi gliel'aveva assicurato? Chiese Gianuli.
-Il Ministro in persona, disse solennemente Paul Kerry.
-Forse il vostro ministro. Io non ho sentito nessuno, disse
Gianuli. Santoro non ci stava capendo più niente. Gianuli
sembrava improvvisamente impazzito. Si era messo a giocare
duro. Non se lo aspettava.
-Questa scocciatura ci farà perdere molto tempo, disse Kerry.
-Libereremo Thompson quando sarà il momento, disse Gianuli.
Arrivederci, lo congedò.
-Io vengo da parte dell'Ambasciatore in persona. Il quale sarà
molto scocciato per questo inconveniente, disse Kerry.
-Vi scocciate troppo presto, voi inglesi. Dovete avere più
pazienza, disse Gianuli. E con una mano congedò Kerry.
L'inglese uscì di filata con un'espressione del viso alquanto
contrariata.
Santoro restò solo con Gianuli. Lo osservò con molta curiosità.
-Signor Capitano, non la capisco.
-Che c'è da capire? Ci ho ripensato. Tanto oramai non mi
trasferiscono più. C'è gente che ha più Santi in Paradiso
di me. Che possono farmi? Seguiamo la lettera della legge.
E' entrato con la droga in Italia? E noi per questo lo tratteniamo.
Per accertamenti.
-Si ma prima o poi lo dovremo liberare, disse Santoro.
-Che vuole dire? Forse mi farò dei nemici. Ma è pure
il momento che mi faccia dei nemici. E che cribbio.
Sempre con questa paura della famiglia da mantenere e con
questa fissa della carriera. Tanto dove devo andare più?
-Tanto vale fare gli eroi? Disse Santoro.
-Una cosa del genere, fece Gianuli.
-Andiamo a interrogare il prigioniero, disse Gianuli.
Santoro lo seguì con una certa circospezione. Era
prudente. E a Gianuli sarebbe sembrato molto strano.
Ma in qualche modo, Santoro, per la prima volta
temeva per la carriera del suo comandante. Del Capitano
Gianuli.