domenica 31 ottobre 2021

Lisboa 42

Entrarono nella stanza interrogatori. Dalle facce dei presenti si

capiva che non si erano detti molto. Forse niente. 

-Allora, ho deciso, che, in attesa di  chiarimenti i signori qui...gli 

inglesi, resteranno nostri ospiti stanotte. Maresciallo Cazzaniga

trovi delle manette, gliele metta e li accompagni nei loro

alloggi...ah, i signori hanno pranzato?

-Protesto, questo è un sopruso...shit! Voi non potete fare questo,

Capitano. Io esigo di parlare con il consolato inglese a Milano. E 

vedremo poi quanto rideremo.

-Ueh, Maggiore comesichiama, qua non ride nessuno. Qui

c'è gente che lavora. Che significa quella parola che ha 

detto? Che sembra come statti zitto in barese?

Thompson non disse niente. E nemmeno Santoro. Non era

il caso, in quel momento, di buttare benzina sul fuoco. Thompson

aveva imprecato, niente di che. Ma Gianuli avrebbe preso la 

parola "shit" tradotta come "merda" per un offesa personale.

-Cazzanì, datti una mossa, meh, fece Gianuli. Cazzaniga uscì 

dalla stanza per andarsi a procurare delle manette.

-Se ne pentirà amaramente, Capitano. La sua carriera

è finita, urlò Thomspon.

-La mia carriera sarà finita ma a voi domani mattina vi verrà a 

prendere 'na bella corriera, disse Gianuli. Per Saint Victor, 

conoscete?

Santoro era amareggiato. In quel momento odiava Cazzaniga

con tutto il cuore. Per la mancata registrazione.

 Thomspon e i suoi scagnozzi se la sarebbero cavata. 

Nonostante un omicidio-per il momento pareva solo

quello- e nonostante il possesso di una valigetta carica di 

sacchetti di eroina. 

Messi al fresco gli inglesi in alcune celle di sicurezza, il Capitano

Gianuli chiamò Santoro e Cazzaniga a rapporto. Si chiusero in

una stanza, quella di Gianuli. Tutta la caserma era in subbuglio.

Si chiedevano cosa stesse succedendo. Oltretutto c'era Santoro

di mezzo. Cosa che rendeva i fatti ancora più misteriosi e 

interessanti da conoscere.

-Dunque, Santoro. Procederò in modo da mettere una pezza

a colori a questa foratura. Domani dovrò permettere

a quel pallone gonfiato di inglese di parlare con qualcuno del

consolato. Verrà qualcuno qui o mi telefoneranno, per

accertarsi che non farò resistenza, disse Gianuli. E tacque.

-E poi cosa succederà? Chiese Santoro.

-Poi saremo costretti a liberarli...non ho scelta...intanto si 

passeranno la notte in gattabuia.

-Già, ma la scamperanno...e hanno ucciso uno dei nostri...e 

il carico da undici dell'eroina, dove lo mettiamo? Disse 

Santoro.

-Era portoghese, no?, disse Gianuli. E l'eroina, be', che se la tengano

loro. Basta che non circola sulle nostre strade.

Santoro non disse niente. Era inutile. Era come parlare

ad un muro.

-Bene, a questo punto ce ne possiamo andare a casa, fece Gianuli.

Erano quasi le cinque del pomeriggio. L'ora in cui morivano

i toreri. E anche l'ora in cui chi non sarebbe stato mai  torero

levava le tende e timbrava il cartellino recentemente ribattezzato

badge di servizio.

-Ma come, sciur Capitan, lassè ander minga l'ingles? Accennò

Cazzaniga.

-Cazzanì, non ti ci mettere pure tu..e basta con sto milanese

ad ogni piè sospinto. E parla italiano, cribbio...e comunque sì.

Lo lascio andare, l'inglese. Buonanotte.

-Come buonanotte, Sciur Capitan, sono le cinc, cinc e mes?

-Beh, ognuno va a dormire quando gli pare...voi non c'avete

una moglie e due figli che scassano, disse Gianuli.


Santoro e Gianuli stettero seduti al "Tavolo del Maresciallo", 

al Cin Cin bar, in corso Buenos Aires. Fino a tarda notte. 

Cazzaniga si ammazzò di spritz. Santoro si uccise di camomille.

Santoro aveva raccontato altri particolari a Cazzaniga. 

Gli parlò di Daniela Alves e che forse sarebbe stato il caso

di sentirla. Cazzaniga ascoltava attento, pur nel turbinio mentale

innescato dagli spritz.

Pochi stanchi passanti e già indossavano vestiti invernali.   

Iniziava il freddo umido milanese che Santoro odiava. Gli si

riacutizzavano tutte le ferite.

 Erano sempre seduti al Tavolo del Maresciallo, quando Cazzaniga 

disse- sciur Marescial...scusi...

-Per cosa? Cazzanì? Chiese Santoro.

-Per la registrazione...che non ho saputo fare!

-Non ti preoccupare. Si vede che doveva andare così, disse  un

Santoro quantomai profetico. 

-Facciamo quelli che se ne vanno? Disse Cazzaniga.

-E sia, disse Santoro. Chiamarono Nando, che quella sera

faceva il serale, lì al Cin Cin e lo saldarono. Il Tavolo del 

Maresciallo restò in bella mostra, all'aperto. Sembrava

un'esposizione di servizi di tazze e bicchieri. Ma quante

camomille beveva, il Maresciallo Santoro?, pensò Nando

mentre sparecchiava. Eppure aveva l'aria di essere un

tipo sveglio. Nando si beò della battuta che si era appena fatto

 e rientrò in cabina di regia. Dietro al bancone

del bar. 


Santoro non dormì affatto. Non era riuscito a chiudere

il caso assicurando il colpevole alla giustizia. Fino

ad allora sarebbe stato l'unico caso, che non si accingeva

a concludersi con l'arresto del colpevole e con la scoperta

piena della verità. Oddio, pensava Santoro, la verità

ormai era emersa. Ma senza un colpevole per la legge, per la

giustizia, era come se non ci fosse. Si sentiva sconfitto. Beffato.

Dalla legge stessa che lui era tenuto a far applicare. E dalla 

storia. Un concorrente parecchio scomodo. Gli inglesi 

erano politicamente potenti, in Europa, nonostante non ne

facessero più parte. Erano cugini degli americani e gli americani 

erano ancora nostri padroni. Padroni degli italiani. Dopo 70

anni il mondo ancora dipendeva da eventi bellici persi nel 

tempo. 

E l'indomani, il peso della storia avrebbe fatto la sua parte. 

Liberando i protervi di sempre. Nascosti dietro la pompa

di una bandiera.

Ma lui non ci poteva fare niente. Non era un alibi. Forse non 

ce l'aveva mesa tutta. Era stanco e deconcentrato. Pensò

che non doveva puntare tutto su Cazzaniga. Cazzaniga aveva

fallito, ma la colpa di tutto era sua. Avrebbe dovuto escogitare

qualcosa di diverso, per avere prove certe che Thompson era

il mandante dell'omicidio del sottufficiale portoghese, Tiago

Carvalho. Non ne aveva avuto la forza. E le energie. Restò

seduto al tavolo della cucina tutta la notte.


Alle 8 circa del giorno dopo, Santoro stava salendo già le scale

in via della Moscova. Andava in ufficio da Gianuli.

Una volta entrato il Capitano era già lì. Seduto alla sua

scrivania. A scrivere rapporti di servizio. Era  come certi 

scrittori, pensò ironicamente Santoro. Uno che scriveva cose 

che nessuno avrebbe mai letto. Proprio come gli scrittori

veri. Quelli che piacevano a lui. 

-Buongiorno, signor Capitano.

-Buongiorno, Santoro, buongiorno, fece Gianuli. La doppietta

nel buongiorno era un brutto segno, pensò Santoro.

-E' successo qualcosa? Chiese Santoro.

-Purtroppo sì, caro maresciallo. Cazziatoni e lisc e bussi a 

manetta, già da stanotte. Che quasi quasi preferivo a mia 

moglie, disse Gianuli.

-Sì, signor Capitano, ma in concreto?

-In concreto? Maresciallo, tra pochi minuti deve venire un

addetto del consolato inglese a Milano a prendere in consegna

quell'inglese.

-Thompson, disse Santoro.

-Come?

-Si chiama Thompson, ribadì Santoro.

-Insomma, quello lì, ha capito, no?

-Sì, disse Santoro.

-Qualcosa da dire? Chiese Gianuli.

-E' un' ingiustizia! Sbottò Santoro.

-Un'ingiustizia resta sia che lo dice la legge sia che non lo dice. 

La giustizia  la dice solo la legge, disse Gianuli. E la legge...

maresciallo...è dalla loro.

-Siamo sicuri, signor Capitano? No perchè a me pare di no.

Quell'inglese, Thompson, è entrato in Italia con una valigia

di eroina. Questo dovrebbe essere sufficiente ad arrestarlo.

-In teoria sì, disse Gianuli. Ma in pratica lui ha già

telefonato al consolato. Qualcuno del consolato ha chiamato 

il ministro dell'interno. Il quale ha detto al viceministro di

chiamarmi e farmi il sedere a strisce, disse Gianuli.

-Stelle e strisce, disse Santoro.

-Che significa?

-Niente, disse Santoro, facevo satira politica...

-Che vuol dire? Chiese con la pazienza al limite, Gianuli.

-Che gli angloamericani ci dicono ancora cosa fare e cosa

non fare. Non siamo ancora padroni del nostro paese...

ma andiamo, Capitano, sono passati 70 anni. E non esiste 

più l'Unione Sovietica!

-Santoro, ma che, vuoi cambiare la storia adesso? Non ci sono 

riusciti gli storici..è arrivato lui, disse Gianuli, beffandosi di 

Santoro. 

-Cerco solo di far assicurare alla giustizia un criminale 

internazionale..dopotutto è anche nel loro interesse.

-Santò...non c'è la prova che sia colpevole di niente...perchè

lo dice il governo. In pratica il capo suo e mio, disse Gianuli.

Non ci sono prove che noi diciamo la verità, mi è stato detto

esplicitamente. Ma tu hai capito a me? E io ingoio, che devo

fare.

Attesero dieci minuti parlando del più e del meno. 

Gianuli, per il momento, sembrava voler soprassedere

sulle vicende portoghesi di Santoro e su quello strano

certificato medico, che gli era giunto da Lisbona.

Si sentiva in colpa, pensò Santoro. Perchè non poteva

fare niente. E perchè sapeva che Santoro diceva il vero.

Poi ad un certo punto sentirono bussare alla porta. Santoro

pensò che fosse Cazzaniga. Era strano che non si fosse fatto

vivo. Invece l'appuntato Dioguardi annunciò un uomo. Un 

giovane inglese.

Il giovane, biondo e in gran forma, si presentò in perfetto

italiano venato appena dal tipico accento britannico.

-Mi chiamo Paul Kerry...come il pollo al Kerry, disse sorridendo.

-Beh, e che vuole da noi, Paul Kerry come il pollo al Kerry? Fece

Gianuli.

-Il viceministro non l'ha ancora informata?

-Informata a chi? Chiese Gianuli pensando chissà perchè a sua 

moglie.

-A lei, Capitano...credo le stia dando del lei, fece Santoro.

Gianuli lo fulminò con lo sguardo.

-C'è un malinteso, disse Paul Kerry. Io sono qui per prendere 

in carico il maggiore Thompson e i suoi due collaboratori. Disse 

i nomi. A Santoro quei nomi non dicevano niente.

-Oh, Dottor Paul Kerry. Qui nessuno prende in carico nessuno,

disse Gianuli. 

-C'è un equivoco, provò a protestare sommessamente Paul 

Kerry.

-Qui, io e il maresciallo Santoro, stiamo studiando la situazione.

Il maggiore Thompson è entrato nel nostro paese con una 

valigetta piena di eroina. E noi non la beviamo che si tratti

di un'operazione-esca per trafficanti internazionali. Non ne 

siamo persuasi, disse Gianuli rivolgendosi, in quel momento,

a Santoro. 

-Ma come, ci avevano assicurato che lei avrebbe collaborato, 

si lamentò Paul Kerry.

-Chi gliel'aveva assicurato? Chiese Gianuli.

-Il Ministro in persona, disse solennemente Paul Kerry.

-Forse il vostro ministro. Io non ho sentito nessuno, disse 

Gianuli. Santoro non ci stava capendo più niente. Gianuli

sembrava improvvisamente impazzito. Si era messo a giocare

duro. Non se lo aspettava.

-Questa scocciatura ci farà perdere molto tempo, disse Kerry.

-Libereremo Thompson quando sarà il momento, disse Gianuli.

Arrivederci, lo congedò.

-Io vengo da parte dell'Ambasciatore in persona. Il quale sarà

molto scocciato per questo inconveniente, disse Kerry.

-Vi scocciate troppo presto, voi inglesi. Dovete avere più

pazienza, disse Gianuli. E con una mano congedò Kerry.

L'inglese uscì di filata con un'espressione del viso alquanto 

contrariata.

Santoro restò solo con Gianuli. Lo osservò con molta curiosità.

-Signor Capitano, non la capisco.

-Che c'è da capire? Ci ho ripensato. Tanto oramai non mi 

trasferiscono più. C'è gente che ha più Santi in Paradiso

di me. Che possono farmi? Seguiamo la lettera della legge.

E' entrato con la droga in Italia? E noi per questo lo tratteniamo.

Per accertamenti. 

-Si ma prima o poi lo dovremo liberare, disse Santoro.

-Che vuole dire? Forse mi farò dei nemici. Ma è pure

il momento che mi faccia dei nemici. E che cribbio.

Sempre con questa paura della famiglia da mantenere e con 

questa fissa della carriera. Tanto dove devo andare più?

-Tanto vale fare gli eroi? Disse Santoro.

-Una cosa del genere, fece Gianuli.

-Andiamo a interrogare il prigioniero, disse Gianuli.

Santoro lo seguì con una certa circospezione. Era 

prudente. E a Gianuli sarebbe sembrato molto strano.

Ma in qualche modo, Santoro, per la prima volta

temeva per la carriera del suo comandante. Del Capitano

Gianuli.















mercoledì 27 ottobre 2021

Lisboa 41

Entrarono in caserma, in via della Moscova, Legione dei 

Carabinieri di Milano e provincia. All'ingresso Cazzaniga

si fece riconoscere. Il taxi si fermò e sputò fuori i suoi ospiti

dalla carlinga gialla.

Salirono per le scale. Thompson sempre con quel suo

atteggiamento strafottente, sicuro di se'.

Percorsero il corridoio in mezzo agli sguardi esterrefatti

dei colleghi. Santoro guidava il drappello, che nel frattempo

aveva rinfoderato le pistole. Lì non ce n'era bisogno. Per 

il momento, pensò Santoro. E ad un certo punto Santoro si vide 

davanti il Capitano Gianuli. Il suo comandante. Aveva un viso

terreo. 

-Santoro, che succede?

-Capitano, poi le spiego, li portiamo nella sala degli 

interrogatori.

-Ma chi sono questi signori? Fece Gianuli.

-Inglesi, disse Cazzaniga ostentando un fiero disprezzo.

-Si, ma che hanno fatto?

-Spaccio di stupefacenti e omicidio, disse Santoro.

Gianuli li seguì con un viso tra l'incuriosito e l'incazzato.

Entrarono in uno stanzone, dove di solito interrogavano

le persone catturate...prima di portarle a San Vittore, carcere

di Milano.

Si sedettero tutti. 

-Allora, Santoro...esigo una spiegazione, cribbio! Fece Gianuli.

-E che non so da dove iniziare...forse invece sì...Ambrò...la 

registrazione.

Cazzaniga sbiancò in viso. -Sciur Marescial...non lo so minga se 

ce l'ho fatta a registrare.

-Cooo..cooome? Disse Santoro.

Cazzaniga abbassò lo sguardo. E si mise a tramestare nello

smartphone. Per buoni cinque minuti. Thompson guardava 

i suoi due sodali e ridacchiava. Santoro schiumava rabbia.

-Non trovo niente di registrato, disse Cazzaniga.

Santoro non disse niente. Avrebbe voluto farsi dare un

calendario per iniziare a bestemmiare i santi dal primo

all'ultimo.

A quel punto Santoro doveva andare a braccio. Come un

marines. Al solito doveva improvvisare.

Cominciò a raccontare la vicenda. Senza perdersi troppo 

nei particolari. Thomspon ascoltava senza più sghignazzare,

tanto. Mano mano che Santoro raccontava, Cazzaniga faceva

di sì con la testa a mò di accompagnamento.

Il Maresciallo Santoro raccontò tutto. La conoscenza di 

Carvalho, l'amicizia nata, anche se solo per un giorno, grazie alle

loro affinità caratteriali...nonostante la differenza d'età e di

atletismo. Bastava prendere Santoro e togliergli il fisico scolpito, 

le donne conquistate  e una moglie come quella che aveva

Carvalho, e si otteneva praticamente un Santoro portoghese.

Poi Santoro parlò delle indagini da lui condotte, delle scuse 

inventate per trattenersi sul suolo portoghese e scoprire i 

mandanti dell'assassinio di Tiago Carvalho. Parlò di Quaresma 

e di Fonseca e della scena all'Acquario in cui aveva visto 

Thompson, il Maggiore relatore del corso sui reati informatici

che aveva il vizio di delinquere allo scopo di arricchirsi, passare 

una valigetta a un "Libanese". Che magari era portoghese pure 

lui. Non l'avrebbe mai saputo. Un pesce piccolo, niente di 

importante. Poi raccontò la scena al museo. Ma non parlò di 

Daniela Alves. Quella era la sua polizza di assicurazioni.

O almeno sperava che si sarebbe dimostrata tale. Poi i 

pedinamenti di Thompson fino a seguirlo in Italia.

Gianuli ascoltò con molta attenzione. Fece silenzio. Stava

raccogliendo le idee. Santoro scommise sulla conclusione di

tutta quella vicenda. Gianuli l'insabbiatore l'avrebbe

archiviata. E con tante scuse a Thomspon. La solita scusa

banale dell'evitare conflitti si competenza su reati compiuti o

meno all'estero.

-Santoro, lei o è pazzo o vuol far diventare pazzo il sottoscritto, 

fece Gianuli.

-Ecco, bravo, glielo dica, approfittò per parlare, Thompson.

-Lei stia zitto , non ho ancora finito.

Santoro restò spiazzato, sorpreso. Non aveva capito dove

Gianuli volesse andare a parare. 

-Lei doveva semplicemente fare un corso e riportare quì

in via Moscova quanto si era lì riferito...questo era il suo

compito...fece un singulto, a quel punto. Restarono tutti

sorpresi. Ma Santoro che lo conosceva sapeva che Gianuli

si stava autocensurando. Che stava per dire una parolaccia

in dialetto barese. Faceva sempre così.

-E invece la trovo invischiata in una storia assurda di omicidi 

e spaccio di stupefacenti...il solito Santoro, viene da dire. Solo

che stavolta il casino è assai! Nuovo singulto. 

-Sono un Maggiore dell'esercito inglese e lavoro per i servizi 

inglesi. Godo dell'immunità diplomatica. Parlo con lei che

è un dirigente delle forze dell'ordine italiane, disse Thomspon

rivolto a Gianuli. -Esigo che io e i miei colleghi...insomma, che 

ci liberiate immediatamente. Pena l'incidente diplomatico. Sono

sicuro lei è molto più comprensivo e rispettoso delle convenzioni

internazionali del suo collega visionario...Maresciallo Santoro, 

disse ancora rivolto a Gianuli.

-Ancora sta parlando? Si deve stare zitto, lei. Qualcuno l'ha 

interrogato?

-No, disse Cazzaniga.

-Parlavo con lui, tagliò corto Gianuli. In realtà voleva dire 

"qualcuno l'ha interrogata?". Santoro non disse niente. 

Se l'avesse corretto,  a Gianuli, in quel 

momento, sarebbe stato come innescare una bomba a mano 

a spoletta corta. Gianuli sarebbe esploso. Santoro invece

era meravigliato del suo atteggiamento. Per nulla sottomesso

davanti al Maggiore inglese.

-Ma andiamo, Capitano, non vorrà credere alle fandonie del suo

sottoposto, no? Le sue sono menzogne da illusionista...e già che

voi italiani siete esperti, in queste cose.

Non avrebbe dovuto dirlo. In Gianuli scattò l'amor di patria. E 

inaspettatamente gli venne la voglia di mettere in dubbio le sue

parole. E di dare ragione a Santoro. Anche se non l'avrebbe mai

ammesso. Perchè di Santoro si doveva sanzionare questo suo

atteggiamento di continua ribellione all'autorità gerarchica 

e questo suo continuo indagare per conto suo. Come se fosse

un detective di una serie tv americana. E non un Maresciallo

dei Carabinieri. 

-Santoro, lei mi deve delle spiegazioni. Si metta a rapporto. 

immediatamente. Andiamo nella stanza a fianco. Lei Cazzaniga

stia qui con questi inglesi. L'aggettivo peggiorativo che non  

 pronunciò lo lasciò imprigionato nel tono di voce.

Gianuli e Santoro andarono nella stanza a fianco. Gianuli si 

sedette alla scrivania. E invitò con un gesto stizzito, Santoro, a 

sederglisi di fronte. 

-Ma possibile che lei deve sempre combinare casini? E ci devo 

sempre andare di mezzo io. Questa situazione è davvero pesante.

Probabilmente questi qui, gli inglesi...be', dovrò farli uscire. Non 

ci sono prove delle accuse da lei mosse. Santoro, lei è un 

Maresciallo dei Carabinieri. Quello è un Maggiore inglese e per 

di più dei servizi. 

-Igienici, disse Santoro.

-Sapevo che l'avrebbe detto. Dopo tanti anni so sempre dove vuole

andare a parare. Voglio dire, che se quello riesce a parlare

con l'ambasciata inglese e viene fuori che veramente la droga

serve per un'operazione di polizia internazionale...siamo fregati.

I miei superiori mi scuoiano, vivo. E che quelli non aspettano 

altro, Santò. La calata barese si era fatta più netta. A Gianuli

succedeva quando gli giravano pesantemente gli zebedei.

-Signor Capitano, le voglio fare una domanda...se posso.

Gianuli assentì , scocciato, con il capo.

-Se fosse capitato a lei  quello che è capitato a me...non avrebbe

agito nello stesso modo? O avrebbe lasciato cadere la cosa 

trincerandosi dietro la scusa del "non è di mia competenza"?

Gianuli lo guardò. Sapeva che doveva stare attento a quello

che diceva. Sapeva che Santoro sapeva che lui avrebbe fatto 

esattamente così. Avrebbe lasciato che se la sbrigassero fra loro,

Portoghesi , inglesi o libanesi del cavolo. Ma Santoro lo aveva 

messo con le spalle al muro. E non poteva rispondere in relazione

a come avrebbe agito realmente, se si fosse trovato nelle 

circostanze in cui si era trovato Santoro, perchè avrebbe perso

la sua stima.  E sapeva anche che Santoro

non lo giudicava un vile. Era uno che rispettava ciecamente

le regole d'ingaggio. E non faceva mai nulla al di fuori o al di 

sopra delle suddette regole. Per cui disse- Santoro, da quanto 

tempo ci conosciamo? Anni, non ricordo neanche quanti. Sa 

bene che a me questa domanda non me la può fare. Perchè

conosce la risposta. E le dirò un'altra cosa. Io le credo. Io credo

a lei. Lei ha sempre avuto un intuito eccezionale, per le indagini,

un talento naturale. Ma il talento senza disciplina è come andare

a polpi senza zampa di gallina e senza la fiocina giusta.

Santoro restò impassibile. Ma dentro di lui provò un certo 

compiacimento per le parole del suo comandante. Che per la

prima volta scopriva comprensivo nei suoi confronti.

-E quindi li rilascerà? Gli chiese a quel punto Santoro.

-Non posso fare diversamente...non ci sono prove. Per incastrare

quei figli di buona donna, ci vogliono prove superiori alle

prove che ci vogliono per incastrare poveri disgraziati, mi sono 

spiegato?

Santoro non disse niente. Poi sollevò la testa e fece-le chiedo

solo un favore, Signor Capitano.

-Dica pure maresciallo...se è fattibile...

-Vorrei che non fossero rilasciati così, senza colpo ferire, con 

facilità. Le cose devono andare nel modo più difficile, per loro.

Vorrei che se ne discutesse a livello diplomatico. Saranno 

rilasciati lo stesso...ma a qualcuno dei loro, che ne so, la pulce 

nell'orecchio gli entrerà per forza, a quel punto.

-Uhm...naturalmente le alte sfere mi cazzieranno...ma a conti 

fatti, dopo quello che ha passato...e so che è vero, perchè lei

ha un sacco di difetti ma quello che dice, pur non sempre 

verificabile, è vero e reale, se lo merita. Santoro dette un cenno

d'intesa col capo. Si misero in piedi e si accinsero a tornare dagli 

inglesi.





lunedì 18 ottobre 2021

Lisboa 40

 Entrarono come due furie. Alle reception c'era il Porpora. Li guardò

incuriosito.

-Che c'è? Disse.

-In che camera sta l'olandese?

-L'olandese? Chiese Cazzaniga.

-Si, disse Santoro, si è registrato come olandese.

-Urca! Un altro reato, fece Cazzaniga.

-Cazzanì, non è il momento, disse Santoro.

-Camera 48, disse Porpora, ma che volete fare?

-Entrare, disse Santoro.

-Hanno appena chiesto tre spritz, disse Porpora. Li stanno

preparando.

-Ottimo, disse Santoro. Possiamo coglierli di sorpresa.

-Come, fece Cazzaniga.

-Il nostro amico, qui, il futuro avvocato Porpora, porterà

gli spritz. Così quando aprono la porta, non avranno il tempo

di preparare il comitato d'accoglienza.

-Non è male come idea, disse Cazzaniga.

-Ma io non posso abbandonare la reception, disse Porpora.

-Porpora, fece Santoro.

-U capì, disse il giovane receptionista.

Organizzarono il tutto. Porpora tornò dalla cucina con un vassoio

pieno di tartine e tre bicchieri di spritz. A Cazzaniga venne

l'acquolina in bocca. Santoro se ne accorse.

-Non è il momento, gli strillò Santoro.

Salirono in ascensore. 

Mentre salivano Santoro disse rivolto a Cazzaniga-ho un idea.

-Una delle tante, disse Cazzaniga.

-Che c'è , fai dello spirito?

-No, che c'entra, era per dire.

-Tu che sai usare questi telefonini in voga. Tu ne hai uno, giusto?

-Sì, disse Cazzaniga.

-Questi congegni hanno anche la possibilità di registrare, corretto?

-Sì, sì...ma che vuole fare?

-Cercherò si far parlare Thompson. Di fargli confessare l'omicidio

di Carvalho.

-Due piccioni con una fava?

-Esatto, Ambrò. 

-Ma non mi ricordo come si fa ad azionare il registratore.

-Cazzanì...non mi fare questo, adesso. Datti da fare.

Cazzaniga si mise a smanettare il suo smartphone. Porpora

si stava chiedendo se fosse la scena di un film comico oppure

era tutto vero. Un comico poliziesco, ecco cosa sembrava.

L'ascensore arrivò al piano. Terzo piano. Si incunearono in un 

corridoio. Si fermarono davanti alla porta. Porpora di fronte. I due 

carabinieri piazzati ai lati. Per evitare di essere scorti dallo

spioncino. Santoro non sapeva se Cazzaniga fosse riuscito 

ad attivare il registratore. Ma era troppo tardi per chiederglielo.

In quel momento dovevano stare in silenzio.

Porpora dette di nocche.

Avvertirono che qualcuno da dentro la stanza, stava guardando

attraverso lo spioncino.

La porta si aprì e Santoro e Cazzaniga fecero il loro ingresso

trionfale, le pistole entrambe spianate.

I tre uomini furono effettivamente colti di sorpresa. Non avevano

armi in mano pronte a far fuoco. E tanto bastò a Santoro.

Thomspon lo osservò bene. Abbassò gli occhiali da miope che 

si accinge a guardare lontano.

-Maresciallo, che ci fa lei qui? Disse Thompson in perfetto italiano.

-Uh? Lei parla in italiano?

-Quando occorre, disse Thompson. E fece segno ai due sgherri di 

stare tranquilli.

-Che cosa vuole, lei qui. E con un complice al seguito armato come 

lei? Chi la manda, l'ambasciata inglese, per proteggermi?

-Cos'è, un esempio classico di humor inglese? disse Santoro, 

continuando a tenere il Maggiore inglese sotto tiro.

-Dov'è la valigetta? Disse Santoro.

-Quale valigetta? Chiese Thompson. 

Santoro dette un'occhiata in giro. C'era una poltrona girata di

schiena, nella stanza. Il letto sfatto. Avevano dormito in tre.

Non era il momento di indagini sui gusti sessuali di nessuno,

pensò Santoro. Si avvicinò alla poltrona. La superò sul lato. E

vide la valigetta. La prese, la posò su una consolle lì a fianco. La aprì

e ne controllò il contenuto. I sacchetti di eroina erano ancora lì.

-Bene, fece, tenendo la valigetta in mano. Caro il nostro ineffabile

Maggiore Thompson dei miei stivali. Sorseggi pure il suo spritz. 

Perchè ho idea che passerà parecchio tempo prima che lei possa 

degustarne qualcun altro. I due uomini al seguito di Thompson

presero ad agitarsi. Cazzaniga li teneva sotto tiro. 

-Lei si sta mettendo nei guai, Maresciallo. Guai seri, disse 

Thompson. Porpora era rimasto con il vassoio in mano. Gli veniva 

da orinare. Per la paura, credette. Non poteva essere che un film,

pensò, per farsi coraggio. 

-Lei non ha la più pallida idea di quello che potrebbe accaderle. Lei 

non conosce il motivo per cui in quella valigetta c'è della droga. E

a cosa serva, soprattutto.

-Ho idea che presto conoscerò questo segreto di Fatima, disse 

Santoro.

-E' per un'operazione di polizia internazionale, disse Thompson.

Un'esca!

-Un'esca...fece Santoro. Di tutte le cose che poteva dire, questa

è la più comica in assoluto. E lei si aspetta che me la beva?

Guardi che so tutto. L'operazione è di spaccio internazionale, altro

che di polizia!

Thompson a quel punto stava pensando a quali carte giocarsi.

-Maresciallo, le ripeto. Cessi immediatamente questa

sceneggiata e se ne vada. E io farò finta che non sia successo

niente.

-Secondo lei Carvalho a questo punto che cosa avrebbe fatto.

Thompson accusò il colpo. -Carvalho? Lei conosceva Carvalho?

-L'ho conosciuto al corso, disse Santoro. E se quel poco che 

l'ho conosciuto mi potesse dare la cifra morale di quell'uomo,

be', caro Maggiore, crede che Carvalho se ne sarebbe andato?

-Infatti. E per questo è morto, disse Santoro.

-Ucciso da lei, giusto? Santoro pregò che Thompson rispondesse

in modo adeguato. E pregò anche perchè Cazzaniga fosse riuscito

ad attivare il registratore del telefono. 

-Non da me, no...disse Thompson...e sorrise. Queste incombenze

le lascio a quelli di infimo grado. 

-Quindi lei è il mandante, giusto?

Thompson sorrise.-Carvalho si era messo a fare un gioco troppo

rischioso. Proprio come lei. E guardi che fine ha fatto. Lei vuole

morire? Non credo. Abbassi la pistola, la prego.

Per tutta risposta disse-che fine gli ha fatto fare, disse Santoro.

-Che differenza fa? Tanto lo avrebbero ucciso comunque. Era un

poliziotto e i poliziotti muoiono. Quelli stupidi!

Era una confessione. Santoro disse a Cazzaniga di ammanettare i 

due sodali di Thompson. Cazzaniga lo guardò esterrefatto.

-Sciur Marescial, non le ho portate con me, disse. Santoro si mise 

una mano in fronte. Poi si riebbe.-Non c'è problema. Cazzanì. 

Squestra le pistole dei nostri due amici e chiama un taxi.

Cazzaniga eseguì.

-Come hanno fatto a farle passare dal metal detector? Chiese a 

Santoro.

-Semplice: immunità diplomatica.

-Ecco, appunto. Maresciallo, disse Thompson. Io e i miei due 

colleghi godiamo dell'immunità diplomatica. Non può arrestarci.

Siamo cittadini inglesi.

-Olandesi, prego, disse Santoro.

Thomspon sorrise. Appariva tranquillo e sicuro di sè. Per nulla

turbato da quello che stava accadendo. 

-E' una copertura per l'operazione, Maresciallo, semplice.

-See, see...Elementare Thompson, disse Santoro. Cazzaniga 

sorrise a mezz'asta.

Scesero a piedi: Santoro dietro Thompson che era dietro a Cazzaniga

che era dietro i due agenti che scortavano Thompson. La pistola

spianata. Thomspon sapeva che, per quanto buffi, i due Carabinieri

erano in grado di sparare. Per cui non fece niente. Pensava che

se la sarebbe sfangata con altri mezzi. 

Salirono sul Taxi. Santoro dietro con Thompson e i due suoi Agenti.

Cazzaniga davanti. Si voltò e tenne di mira gli inglesi. Il taxi 

stracolmo, si mosse verso Corso Buenos Aires. Thompson disse 

qualcosa in inglese ai suoi agenti. I due risero di gusto. Santoro

aveva percepito che Thompson li aveva tranquillizzati con una 

battuta maldestra sull'inefficienza degli italiani. Porpora guardò il

taxi muoversi verso il corso. Aveva ancora il vassoio con i tre spritz

in mano.  Ne prese in mano uno e se lo scolò. Posò il bicchiere.

 Fare il receptionist all'Hotel Colombia, era meglio che vedere un film 

al Multisala di Viale Sarca. Qui ci potevi partecipare,

pensò.  







venerdì 15 ottobre 2021

Lisboa 39

 Seduti al Cin Cin Bar. Cazzaniga e Santoro. Al tavolo del 

Maresciallo. 

Santoro degustava di giustezza la sua proverbiale camomilla. Gli era 

mancata. Farlo lì, seduto ad un tavolo su un marciapiedi affollato, in 

mezzo alla gente. Gli era mancato quel momento. Gli ricordò la pubblicità

del Cynar: Calindri seduto su un tavolino al centro della folla che 

passava. Ma non glielo disse a Cazzaniga. Più giovane di lui, anche 

se non di molto, lo avrebbe fatto sembrare ancora più vecchio. 

Dicendo che non se lo ricordava. Cazzaniga era già al secondo 

cornetto. -Sembri tu, reduce da un viaggio all'estero. Con voglia

di riassaporare sapori di casa.

-Sciur Marescial...nessuno le vieta di fare lo stesso.

-Me lo vieta la mia colite. Non pensare che io non sia in 

tensione. Devo catturare quel farabutto inglese.

-Ma adesso mi fate il razzista?

-Inglese è la nazionalità..non l'aggravante. Quella non gliel'ho

ancora contestata.

-Giusto, sciur Marescial, disse Cazzaniga e addentò il cornetto.

Poi bevve il suo secondo marocchino. Quel caffè chiamato

così a Milano evocante, questo sì, riferimenti razzisti. Santoro

non si rassegnava al mutare dei tempi. Da 30 anni a Milano e 

ancora inseguiva quella correttezza nei termini che dava la cifra

dell'essere o meno un paese civile. Una battaglia persa.

-Muoviamoci, disse ad un certo punto, Santoro.

-Io devo andare da Gianuli.

-Per dirgli cosa?

-Che lei è arrivato e che si farà vivo più tardi. Che deve riposarsi dal

viaggio.

-Il capitano non se la berrà.

-Se la deve bere. Non ha alternative. Anche perchè lei staccherà il 

cellulare.

-Brava la volpe. E come comunichiamo tra noi?...Tra l'altro la volpe, 

quell'altra, è a Lisbona, in questo momento. E anche con Daniela?

Come comunichiamo?

-Daniela? Sciur Marescial, non la riconosco più. Daniela? Il 

sottuficiale Alves, semmai.

-Sì, Ambrò. Hai ragione! Mi sono lasciato andare sul linguaggio 

formale. Sto tracimando un pò. Il fuso orario.

-Qui di fuso c'è qualcun altro...altro che il fuso orario! Disse 

Cazzaniga.

-Va bene. Tengo il telefono acceso e non rispondo a nessuno se non a

te? Va bene così?

-La volpe si Lisbona, me ricordi mica come se ciama?

-Fonseca, Cazzanì. Colonnello Fonseca. E stampatelo bene in 

mente. Mi dovesse succedere qualcosa.

Sul marciapiedi transitavano belle donne che non rinunciavano

alla minigonna, nonostante il freddo di fine novembre. Ragazze

giovani, modelle, manager, bancarie, assicuratrici e tutto il 

campionario. Corso Buenos Aires era la passerella di Milano.

Ma era anche il corso dello struscio, delle cosiddette vasche, su e

giù a guardare a farsi guardare. Non era molto diverso da qualsiasi

altro corso di un qualsiasi paese italiano della provincia.

La differenza era che ti sentivi un personaggio anche se non eri 

nessuno. Solo per il fatto che eri a Milano. La capitale europea della

moda. Molto glamour, all'apparenza. Molto di moda, se avevi due 

soldi da parte. Tanto sarebbero tutti finiti in una casa di riposo

con qualcuno non del tutto glamour che gli avrebbe pulito il culo e cambiato

i panni. Santoro compreso. Da vecchi. Sarebbe stato quello il redde 

rationem. La vecchiaia è il vero comunismo, pensò Santoro.

-Io vado davanti all'Hotel Colombia. Vado a vedere se c'è già 

movimento. Tu vai da Gianuli. Poi con una scusa raggiungimi, disse

Santoro.

-Che scusa?

-Intendevo dire che non dovrai dire a Gianuli che vieni da me. E

nemmeno a fare cosa.

-Perchè che dobbiamo fare?

-Ti conviene dare un'occhiata alla calibro 9. Vedi se è ben oliata e 

togli la sicura.

-Sciur Marescial, te si tutt matt...

-Sono stanco di farmi prendere in giro. Ora sono sul mio terreno

e le regole le faccio io. Già che ci sei, passa da casa. La portiera

ti conosce. Fatti dare le chiavi di casa. E prendimi la parabellum.

-E dov'è che la tenete?

-Sotto i dischi di Yuja Wang. Solleva i cd e la troverai lì sotto.

-Sperem che ce la faccio.

-Cazzanì...

-Sì, lo so, Sciur Marescial: per IERI!

-Ecco bravo, la volpe due. Oggi ti chiamerò così. Per distinguerti

da quell'infame di Fonseca. Spero che Danie...ehm, la Alves, lo

sistemi per le feste. 

Cazzaniga ghignò sotto i baffi che non aveva. Si alzò e si mise

in movimento. Tirò fuori lo smartphone e chiamò un taxi.

Santoro saldò il conto e si accinse ad attraversare la strada. 

Direzione Hotel Colombia.

A piedi attraversò Corso Buenos Aires. Schivò due biciclette

e tre monopattini elettrici. Anche qui in mezzo agli zebedei,

pensò. Va bene l'ecologia, l'ambiente e compagnia bella...

ma qua si tratta semplicemente di andarsene in giro

senza camminare a piedi e con i contributi statali. 

L'ecologia c'entrava con questa gente come l'Amazzonia con la 

Formula Uno. 

Davanti all'Hotel Colombia sorvegliava i movimenti. Pensò

ai suoi baffi posticci. Li aveva lasciati in un cestino 

in Stazione Centrale. Ci mancava il naso rosso da clown

e la sceneggiata sarebbe stata completa. Non gli andava giù

di dover fare il pagliaccio. Queste cose da film di 007 gli 

davano fastidio. Lui era uno della vecchia scuola. Affrontava

il nemico faccia a faccia. A costo di rimetterci. Era una questione

di stile. E questa gente non ne aveva. Thomspon compreso. E ci 

mise anche la Alves.  Che gli aveva suggerito quello 

stratagemma.

Entrò nell'albergo quasi senza volere. Non sapeva ancora bene

cosa volesse fare. 

Si presentò davanti al receptionista e gli chiese:-alloggia quì un 

certo Thompson? Un inglese?

-Non sono tenuto a dare...

-Carabinieri, disse Santoro mostrando il tesserino.

-Un...attimo, do un'occhiata.

-Ecco, bravo, dai un'occhiata, disse Santoro.

Aveva un fare quasi strafottente. Come di qualcuno che era 

stato compresso a lungo.  E ora era libero di muoversi.

-PER IERI, giovane, gli intimò Santoro.

-No. Non c'è nessuno con quel nome, disse il giovane. Era un 

italiano fresco fresco di alberghiero, gli sembrò a Santoro.

-E a che nome si è registrato quell'inglese che è entrato qui

un'oretta fa?

Il giovane lo osservò titubante.

-Sono sempre dei Carabinieri. Non è che nel frattempo mi sono

dimesso, disse Santoro con una certa ironia.

-Era un signore di mezz'età, con gli occhiali e con due tipi che

gli stavano attaccati come fossero due remore?

Però, pensò Santoro, fanno passi da gigante, all'alberghiero!

-Bingo, ragazzo. Hai vinto. Che mi dici al riguardo?

-Si è registrato come Jan Resembrik. Si è presentato parlando

in italiano. Passaporto olandese.

-Bravo, ragazzo. Un ultima cosa. Non fare parola di questa

conversazione con anima viva. Altrimenti...be', hai capito...

-Mi sbatte dentro per intralcio alle indagini, disse il giovane.

Moro, carnagione scura, capelli corti, sbarbato. Santoro 

lo osservò. -Però, all'alberghiero hanno fatto passi da 

gigante, disse.

-Ho fatto il classico. E sono iscritto a Giurisprudenza, disse

il giovane.

Santoro stava perdendo lucidità. La sua proverbiale

capacità di inquadrare immediatamente chi aveva

di fronte perdeva colpi.

-Come ti chiami, gli chiese.

-Luca. Luca Porpora.

-Bene, Luca Porpora. Devi farmi un favore. E visto che

te lo chiedo io è un favore istituzionale. Ora io esco. Attendo

un mio collega. In che stanza è questo signor Resembrik?

-Stanza 57, disse il giovane.

-Questo è il mio numero di cellulare...hai da segnare?

Il giovane prese un post it e molto rapidamente annotò

il numero. 

-Qualsiasi movimento dovessi notare, del signor Resembrik , devi

chiamarmi. E anche se riceve visite. D'accordo?

Il giovane restò un pò sulle sue.

-D'accordo? Ribadì Santoro.

-D'accordo disse il Porpora. 

Santoro uscì dall'albergo lentamente. Così come, lentamente, 

aveva fatto il suo ingresso.

Uscendo andò a sedersi al bar di fronte. Bar Pasticceria 

Migliarini. 

Mentre se ne stava seduto, ad un tavolino all'interno e 

attraverso la vetrina sorvegliava l'ingresso dell'Hotel Colombia

Se ne stette lì per un'ora buona. E di Cazzaniga nessuna 

traccia. Ma che fine ha fatto, questo, pensò.

Mentre si accingeva ad estrarre dalla tasca della giacca 

la Zanna di Dinosauro, vide Cazzaniga che entrava nel

bar.

-Ueh, fece Santoro, come sapevi che stavo quì.

-Fiuto, disse Cazzaniga, sono Maresciallo pure io.

Cazzaniga si guardò intorno. Estrasse dalla tasca del

piumino nero la Beretta di Santoro. E lontano da occhi

indiscreti gliela porse. Santoro la fece sparire sotto la

cintura dei jeans.

-Allora? Che ha detto Gianuli.

-Strano ma vero, non ha detto niente. Se l'è bevuta, porco Diga!

-Meglio così, disse Santoro. Raccontò a Cazzaniga del Porpora

e dell'accordo che aveva stretto con lui.

-Come sa che al ragazzo reggeranno i nervi?

-Perchè uno che studia legge per diventare avvocato

è un tipo predisposto a sollevare il lenzuolo di un morto

in obitorio, disse Santoro.

-Bom, disse Cazzaniga. Aspettem.

-Ancora non è successo nulla. Nessun movimento sospetto.

-Come ci muoviamo, Sciur Marescial?

-L'operazione è da concludere subito. Non abbiamo

tempo da perdere.

-E se l'inglese non fa niente?

-Faremo noi, Cazzanì, faremo noi. Tanto ha la roba con lui.

Potrebbe essere sufficiente a beccarlo e incriminarlo.

-Si ma per l'amico suo? Come facciamo a dimostrare che

è stato lui a farlo fuori?

-Non lo so ancora. Traffico di droga è un conto. Ma l'omicidio...

be', è un'altra cosa. Roba da finire in gattabuia e si butta via la 

chiave. 

Ad un certo punto ci fu movimento all'ingresso dell'Hotel. 

Un tizio dal somatico sudamericano, fece il suo ingresso.

-Ci siamo, è il nostro uomo. Un corriere, disse Santoro.

Cazzaniga sorseggiava un caffè, che aveva nel frattempo

ordinato. Posò la tazzina e tolse la sicura alla Beretta. 

Santoro fece lo stesso. Un minuto dopo Santoro ricevette 

una telefonata. Era Porpora. Disse che Resembrik stava per

ricevere un uomo, in camera. Un sudaca.

-Che significa, sudaca, chiese al telefono?

-Sudaca è sudamericano. In milanese, disse Porpora.

-Cazzanì, lo sapevi che sudaca significa sudamericano in

milanese?

-No. Deve essere una roba de fiulet de oggi.

-Fiulet? Sarebbe?

-Giovanotto! Disse Cazzaniga spazientito. Santoro

non era concentrato sulla conversazione. Meglio, pensò,

si stava concentrando sull'azione.

Santoro chiuse lo sportellino del Nokia.

-Aspettiamo che esca questo sudaca, come dite voi.

-Io non lo dico. E fioeu lì lo dice.

-Comunque, stavo dicendo, al bando queste baggianate

...vediamo quando esce il tizio, che presumiamo sia il corriere.

Vediamo se esce pulito o con bagagli al seguito. E lo blindiamo

subito. Lo interroghiamo seduta stante. Poi andiamo da 

Thompson. Che ne dici.

-Non lo so, il capo è lei.

-Come dicono i mariti...

-Come? Chiese Cazzaniga.

-Cazzanì..e basta con sto "lei". Siamo Marescialli tutti e due!

Cazzaniga non disse niente.

Videro uscire il corriere o quello che pensavano fosse un 

corriere. 

I due carabinieri uscirono all'istante. Il sudamericano aveva

una borsa a tracolla. Santoro lo affiancò. Estrasse la Beretta

e gliela puntò sul fianco, facendogli sentire il ferro della canna.

Il giovane uomo, scuro di carnagione, lo guardò meravigliato.

Come se non se l'aspettasse. Cazzaniga gli sfilò la borsa, mentre

Santoro lo teneva sotto tiro. La scena si svolgeva sul marciapiedi.

Per fortuna , essendo una strada secondaria, che incrociava, 

Corso Buenos Aires, non passava nessuno.

Cazzaniga guardò nella borsa. Rovistò con la mano. E niente. 

Dentro c'erano giornali.

-Sciur Marescial, ci sono giornali. Niente droga!

Santoro si fermò qualche secondo a riflettere. Poi intuì.

Cazzanì, vedi se ha un telefono addosso. Cazzaniga lo perquisì

mentre l'uomo diceva qualcosa in spagnolo, che nella 

concitazione della vicenda risultava ai carabinieri come

qualcosa leggermente superiore ad un lieve ronzìo.

Cazzaniga trovò il telefono.

-Lascialo andare, tieni il telefono, ordinò Santoro. Il sudamericano si 

riprese la borsa e si allontanò velocemente.

Il suo cellulare squillò in mano a Cazzaniga.

-Qui nessuno parla sudamericano, Cazzanì. Quindi non

rispondere. Ho capito tutto. Questo tizio doveva fare da esca

per capire se fuori era sicuro. O se magari, Thomspon e 

company, fossero controllati. Sono furbi.

-Che facciamo? Chiese Cazzaniga.

-Sono stanco di questi giochetti. Andiamo a  prenderlo.

-Non aspettiamo rinforzi? Chiese debolmente Cazzaniga.

-Loro sono in tre. Noi in due. Ma non hanno ancora mangiato

la foglia. Li prenderemo di sorpresa. Con la roba addosso.

Andiamo, non sono mica Silvan che la fanno sparire all'istante.

E quella roba trovata addosso, scotta parecchio. E' un 

quantitativo da grosso spaccio.

-E' un inglese di grado alto della Polizia inglese. Forse è dei 

servizi.

-Non nominare i servizi, Cazzanì. Non in questo momento!

-Perchè? Chiese Cazzaniga.

-Perchè, diavolo, lo sai che soffro di colite...

-E che c'entra?

-C'entra, perchè "servizi" è la parola più seguita dall'aggettivo 

pluirale "igienici".

-Ussignur, cum te si sofisticato, disse Cazzaniga. 

Poco dopo si mossero. Entrarono dall'ingresso dell'Hotel

Colombia, come due furie.














giovedì 14 ottobre 2021

Lisboa 38

 Aeroporto di Lisbona-Portela. Santoro era arrivato puntuale. 

Poi andò nel primo bagno che trovò. Una volta dentro si guardò 

allo specchio. Si aggiustò i baffi. Non voleva che gli si staccassero e lo mettessero

 in difficoltà. Sembravano ben attaccati. Uscì dal bagno. Non aveva trolley.

 La Alves gli aveva procurato dei vestiti nuovi. Indossava jeans,

camicia bianca e una giacca di pelle nera. 

Cravatta sottile un pò alla Keanu Reeves in Matrix. Un film che 

non aveva mai visto se non in una pubblicità su un manifesto. 

Solo che lui sembrava un pensionato italiano di quelli che vanno 

in Portogallo perchè non hanno la pensione tassata, di ritorno 

in Italia per riabbracciare aria di casa. Pancetta, guance 

rubiconde e capelli semibrizzolati. I baffi erano neri, però. 

Ma nessuno ci avrebbe fatto caso, pensò. Si mise in coda per il 

check in. 

Era l'ultimo della fila. Non aveva ancora visto Thompson. 

E per un momento pensò che la Alves si fosse presa gioco di lui. 

Che fosse d'accordo con il Gatto e la Volpe per rimandarlo in 

Italia. Per sempre.  

E per toglierselo dagli zebedei. Poi all'improvviso, in fondo 

all'ingresso dei check in, vide Thompson. 

Aspetto molto serio. Sicuro di se'. Non preoccupato. Al suo 

fianco due sgherri dei servizi segreti anche loro. Immaginò che 

sapessero che cosa stavano facendo e che fossero complici di 

Thompson. Con tutti quei soldi in ballo si doveva disporre di 

una rete vasta e fidata di persone. 

Thompson gli passò a fianco. E non lo notò. Era stata la prova 

del nove. Thompson superò la fila e passò prima di tutti.

Godeva dell'immunità diplomatica.

 Aveva ancora nelle narici il suo profumo da creatura ultraterrena. 

Di Daniela Alves.

Si erano baciati intensamente, in taxi, poco tempo prima. Davanti

all'aeroporto. Poi lei era andata via. Troppo pericoloso per lei

restare in zona. Troppi occhi e troppe telecamere. E troppi 

servizi segreti in giro.

Fece come gli aveva detto la Alves. Entrò in aereo per ultimo.

Il controllo dei documenti fu una formalità. I baffi reggevano.

Entrò dalla coda del velivolo. Non riusciva a vedere il Maggiore

Thompson. Lo avrebbe seguito una volta in aeroporto. A

Malpensa.

Il viaggio in aereo fu tranquillo. Perfette condizioni 

atmosferiche. 

Le hostess erano due belle donne. Una mora e una bionda.

Un classico. 

L'atterraggio del boeing della Tap, compagnia aerea portoghese

fu morbido. Una volta atterrati si alzarono una fila per volta.

Vide in fondo all'interno del velivolo, rispetto a dove si trovava 

lui, in coda cioè, il Maggiore Thompson che si era alzato dal suo

posto per uscire. Aveva con lui la valigetta. Sembrava un 

prolungamento del suo braccio, tanta la cura con cui la teneva

stretta nella mano sinistra. 

Scese dal velivolo fecero un tratto in un lungo budello metallico

 su dei tapis roulant . Seguiva Thompson a distanza di sicurezza. 

Thompson non si voltò nemmeno una volta. Segno che era

tranquillo. Meglio così, pensò Santoro.

Non aveva la più pallida idea di come l'avrebbe agganciato. E

incastrato. 

Uscendo, Thompson & company, presero un taxi. Santoro si mise

in coda per prenderne uno anche lui. L'avrebbe perso, pensò. Ci 

metteva troppo a fare la fila. Poi all'improvviso vide una sagoma

a lui familiare. Robusto, paffutello, capelli grigi e viso scuro da

meridionale. Solo che il proprietario di quel viso era tutt'altro

che meridionale. Era il Maresciallo Ambrogio Cazzaniga.

Scrutava i passeggeri e non riconobbe Santoro. Santoro gli andò

incontro.

-Ambrò, sei in macchina?

-Sciur Marescial...ciumbia, cum te se cumbinà?

-Travestimento, Cazzanì, travestimento.

-Sì, ho parcheggiato quì vicino.

-Dimmi 'na cosa, Ambrò. Come sapevi che ci sarei stato io

su quel volo?

-Ho ricevuto una telefonata che me lo annunciava.

-Una telefonata? E di chi?

-Era una donna. Parlava un pò in inglese e un pò in italiano. 

Fatto sta che 'u capì che voleva dirmi.

-Prendiamo la macchina. Dobbiamo seguire il Maggiore 

Thompson.

-Ussignur, chi l'è chest chi?

-Ti spiego in macchina.

Ce la fecero a riagganciare il taxi che trasportava Thompson. 

Nel frattempo Santoro aveva raccontato ogni cosa nei minimi 

particolari al suo fedele amico e collega, maresciallo Cazzaniga.

Omise la faccenda del sesso con Daniela Alves. Non sarebbe 

stato nelle sue corde raccontare quella vicenda. Anche perchè

non serviva ai fini all'indagine. E quando Santoro andava a caccia

non voleva essere distratto da nulla.

-Sciur marescial, ci possiamo fidare dei portoghesi? Gli chiese

Cazzaniga,-hanno fama di essere cattivi pagatori.

-Questi sono portoghesi del Portogallo, Ambrò, non quelli che 

non pagano per entrare allo stadio.

-Sì, ma qualcosa di vero ci deve essere.

-Ambrò, sai da dove viene l'espressione "portoghesi"intesi come 

non paganti?

-No, sciur marescial. Ma mi ho l'impressiun che lo saprò tra poco, vero?

-Non mi ricordo in che epoca. Ma una volta l'ambasciatore 

portoghese dello Stato Pontificio invitò i suoi connazionali

ad uno spettacolo teatrale gratis a Roma. Purchè dichiarassero

che erano portoghesi. Riesci a immaginare che cosa successe?

Cazzaniga pensò per un momento. Poi si illuminò-u capì. Un

sacco di gente non portoghese si presentò dicendo che era 

portoghese!

-Bingo! Cazzanì...

Cazzaniga sorrise. Santoro non era cambiato. Ed era un buon 

segno. Per l'indagine e per tutto il resto. 

Poi Santoro si tacque. Si stava concentrando. Stava pensando a 

cosa fare.

-Sciur Marescial. Io dico che dobbiamo informare il Capitano

Gianuli, di questa indagine, disse Cazzaniga.

-Il Capitano Gianuli meno sa e meglio è. Quello è capace solo

di archiviare e di dirottare competenze.

-Ma noi siamo della omicidi, che c'entriamo con quel suo amico 

portoghese. Cum l'è che se ciamava?

-Tiago Carvalho, disse a quel punto Santoro. E se ne ricordò

il sorriso mentre conversava amabilmente con lui davanti

ad un baccalà in Rua Augusta.

-Thompson l'ha fatto uccidere...aggiunse a quel punto il 

Maresciallo Santoro. Come vedi, gli omicidi, c'entrano. Io faccio 

un favore ai portoghesi stroncando un traffico di droga. E loro

ne fanno uno a me: riabilitando Carvalho. Dopotutto era un

collega. E non si merita che gli si sputi sulla tomba. Non credi?

-Non fa una grinza, sciur Marescial, disse Cazzaniga.

Seguirono il taxi che trasportava Thomspon, fino in centro a 

Milano. Il taxi superò Porta Venezia e si incuneò in Corso 

Buenos Aires. La strada dei negozi, il corso commerciale della 

città che correva da Porta Venezia fino a Piazzale Loreto. E quasi

in mezzo c'era il Cin Cin bar. Praticamente l'ufficio a cielo 

aperto di Santoro. Santoro ebbe un moto di nostalgia.

Il taxi di Thompson, ad un certo punto, all'altezza di Via 

Vitruvio, svoltò a sinistra. Il Cin Cin Bar era ancora 

lontano da lì. Passarono nei pressi della Stazione Centrale, 

piazza Duca D'Aosta e si insinuarono nelle stradine a destra 

della Stazione. In Via Lepetit il taxi che trasportava la banda 

Thompson, era il caso di dire, si fermò. Anche Cazzaniga 

inchiodò. Sul lato vide che c'era un ristorante senegalese.

Fuori, seduto ad un tavolino, c'era un senegalese abbastanza

giovane, in abito tradizionale. Dette un'occhiata ai due

carabinieri in borghese, seduti in auto. Come se guardasse

pesci in un acquario. Poi tornò alle sue cose. Stava fumando

uno spinello. In tutta tranquillità.

Da lontano videro che Thomspon scendeva dal taxi e con i suoi

due scagnozzi al seguito, stava entrando in un albergo: Hotel 

Colombia. Santoro non riusciva a credere ai suoi occhi. O 

Thompson aveva un forte senso dell'umorismo. Che, essendo

inglese, poteva darsi. Oppure si sentiva talmente sicuro che 

scendere con una valigetta piena di droga all'Hotel Colombia

gli doveva sembrare una dichiarazione di conquista del territorio

italiano. 

-Che facciamo, sciur marescial? Chiese Cazzaniga.

-Andiamo al Cin Cin bar, disse Santoro.

-E chest chi?

-Thompson? Dove vuoi che vada. E' mezzogiorno. E' in Italia, a

Milano. Andrà a farsi una lasagna da qualche parte. Dopo tutto 

quel porridge tutta la vita...

-E se molla la valigetta ora? Chiese Cazzaniga.

-Non c'è pericolo. Non la molla ora. Me lo sento. E mi sento 

anche molto sicuro di incastrarlo. Mi sento a casa. Conosco 

queste strade.

Non mi può più sfuggire. Milano sarà la sua tomba.

Cazzaniga guardò Santoro con un pizzico di preoccupazione.

Ma nonostante tutto disse-cià, andem al Cin Cin Bar. 














sabato 9 ottobre 2021

Lisboa 37

Notte inoltrata. Quasi le 3. Un taxi scaricò Santoro da qualche 

parte in Bairro alto. Santoro non sapeva dove fosse. Era 

naturale, pensò. Per uno che non era di quelle parti. Di Lisbona. 

Neanche la Alves dava l'impressione di sapere bene dove fosse. 

Avevano bevuto parecchio. Vino bianco. E anche se era buono 

dava pur sempre alla testa. Bevuto in quantità elevata.

Si incunearono fra i vicoli. La Alves barcollava e ridacchiava. 

Santoro era un pò preoccupato.

Per la sua missione del giorno dopo. E non avevano ancora 

definito alcun particolare. Tipico dei portoghesi. Tipico del sud del 

mondo. Immaginò che ancora una volta avrebbe dovuto 

improvvisare.

Come i marines. Ma i marines erano pur sempre i marines. E lui 

era un semplice Maresciallo dei Carabinieri. Poi si disse, al 

diavolo i pregiudizi. I marines le avevano prese di santa ragione

dappertutto nel mondo. Erano i film americani che li avevano 

fatti sembrare imbattibili.

Quello che avevano perso sul terreno se l'erano ripreso 

attraverso Hollywood. 

Ad un certo punto, Daniela Alves disse che erano arrivati. 

Davanti ad un portoncino la Alves infilò una chiave nella toppa. 

Aprì il portoncino. C'era una scala da salire. Poco male, pensò 

Santoro. Mi servirà per svegliarmi.

Salirono reggendosi alle pareti laterali. Una volta in casa la 

Alves disse a Santoro di togliersi l'impermeabile. Avrebbero 

bevuto del Porto e pianificato la giornata successiva. Che poi

era quella. La nozione del tempo stava sfuggendo di mano alla 

portoghese, pensò Santoro.

Si sedettero ad un tavolo lì di fronte ad un cucinino. Daniela 

Alves prese una bottiglia di Porto

da qualche parte. E riempì due bicchieri. 

-Alla salute, disse. 

Urtarono i bicchieri. E sorseggiarono. Era un ottimo porto. 

Daniela Alves fece il bis. 

Santoro declinò.

-Domani mattina, verso mezzogiorno, andremo in aeroporto, 

disse la Alves.

-Tu avrai dei baffi posticci e documenti falsi. Ho già pianificato 

tutto.

-Sei sicura che Thomspon non mangerà la foglia?

-In che senso, disse la Alves.

-Che non se ne accorgerà.

-Garantito. Entrerai un pò in ritardo e dalla parte posteriore 

dell'aereo. Thompson sarà già seduto. I suoi due uomini a 

fianco. 

Non ti vedrà. Non si accorgerà di niente. Una volta a Milano 

starai attento a non farti notare. Sarai l'ultimo a scendere 

dall'aereo. Non dovrebbe esserti difficile.

-Si può fare, disse Santoro. E poi che faccio?

-Poi sei a casa tua. Sul tuo terreno di caccia. Thompson deve 

lasciare la sua valigia ad un altro corriere. Che deve partire 

per Roma. Lì, presumo, la droga sarà smerciata. 

-Sì, d'accordo. Ma io che devo fare?

-Devi intervenire nel momento in cui Thompson passa il carico. 

Intesi?

-Più facile a dirsi che a farsi. E' proprio necessario che io 

intervenga in quel momento? E se lo becco prima, con il carico al seguito?

-Non è una cattiva idea. Ma sarà difficile farlo prima. Sarà 

protetto dai suoi complici. E dall'immunità diplomatica. E 

non sappiamo se lo scambio avverrà all'aeroporto stesso o da 

qualche altra parte.

-Dove?

-In albergo, per esempio. Se va in albergo con il carico, be', lo 

scambio potrebbe avvenire lì. 

In effetti, ora che ci penso, all'aperto e, specialmente in 

aeroporto, potrebbe essere più rischioso, 

per lui. Ci sono molti occhi che osservano. E telecamere.

-Giuste osservazioni...Posso farti una domanda?

-Dimmi, accennò Daniela Alves.

-Come fai a reggere così bene l'alcol? Due minuti fa sembravi 

fuori combattimento. Ora invece sembri già aver smaltito la 

sbornia.

-Io l'alcol lo reggo. Al contrario di te, maresciallo. Peccato.

-Peccato perchè? Chiese Santoro.

La Alves lo osservò molto attentamente. Lo stava studiando 

come se lei fosse una creatura aliena 

e Santoro avesse invaso il suo pianeta. Il suo spazio. Come Alien 

versus Predator, pensò Santoro.

Aveva visto quel film una volta quando non aveva niente da fare 

e aveva lo stereo rotto. Non potendo ascoltare Yuja Wang fece

 un pò di zapping tra i canali. 

La tv non la vedeva quasi mai. 

La tv aveva la funzione di avere un mobile per la tv sul quale 

poggiava di tutto. Persino i preservativi. Adesso che ci pensò 

dovevano essere scaduti. Dato che era parecchio che non si dava 

da fare in quel campo. E che in Portogallo sembravano fuori 

moda.  Secondo le sue recenti esperienze.

Poi Alien fece la sua mossa. Agguantò Santoro-Predator e 

attaccò le sue labbra a ventosa alle sue

Predator predato, pensò a Santoro. Non si ricordava chi avesse 

vinto nel film. E non gli parve una cosa buona. 

La Alves trascinò Santoro in camera da letto. Che era attaccata

 alla cucina come le labbra di Alien-Alves alle sue di Santoro-

Predator.

Non sapeva cosa sarebbe successo. Non reggeva l'alcol per via 

della colite. Ma quando sei in debito, riguardo a questioni di sesso, 

non si sapeva mai cosa poteva accadere.

La Alves lo baciava dappertutto. E Santoro-Predator-Predato, 

alla fine si ricordò che nel film non si capiva, alla fine, chi aveva vinto. 

Per cui si mise l'animo in pace e si lasciò andare.

Dieci minuti dopo si stava dando da fare come un giovincello 

qualunque reduce da una lunga astinenza sotto gli occhi meravigliati 

ed estasiati di Daniela Alves.

Al termine Daniela Alves tirò fuori da qualche parte uno 

spinello già preparato. Santoro la guardò meravigliato.

-Che c'è? Ti meravigli? Non è eroina. O cocaina. E' mariujana. 

Una pianta.

-Anche la cocaina e l'eroina vengono da piante.

-In teoria. Ma la cocaina e l'eroina che vendono ai consumatori 

occidentali è più polvere di talco che altro. E altre schifezze peggiori.

-In effetti...ci puoi fare le strisce pedonali, disse Santoro. La 

Alves rise di gusto.

-Devo dirti una cosa, disse a quel punto Daniela Alves, mentre 

tirava qualche boccata alla canna. 

-Dimmi pure, disse Santoro.

-Non mi immaginavo che ci sapessi fare così. Adesso se ti 

fumassi uno spinello con me e ricominciassimo, sarebbe perfetto. 

Meglio che con qualunque giovane palestrato. Questi ragazzi

di oggi...sono tutti maricones. E sottolineò "maricones" ad alta 

voce.

-Be', che ci vuoi fare. Soffriranno del complesso di Edipo, disse 

Santoro per alleggerire la conversazione.

-Vi fanno corsi di psicologia, a voi dei Carabinieri? Chiese 

ironica la Alves.

-No. Era una battuta.

-Dico sul serio. Adesso fumi con me e lo rifacciamo. E' 

incredibile, sai? Non sei per niente atletico. Ma è come baci e 

come tocchi che mi fa impazzire. E poi hai un buon odore. Di

maschio.

-Anche tu hai un buon odore...disse Santoro.

-Che intendi dire?

-Quello che ho detto.

-Volevi alludere al fatto che sono negra?

Santoro sorrise. Raccolse le idee. Doveva stare attento a quello 

che avrebbe risposto.

-Senti, Daniela...Hai detto che vuoi fare carriera nel tuo lavoro. 

Per riscattare la tua condizione di figlia di migranti di colore, 

giusto?

La Alves non disse niente. Lo osservava e si limitava ad 

ascoltarlo.

-Non mi rispondi. Silenzio assenso. Ascoltami attentamente. 

Potrai fare tutta la carriera che vuoi.

E magari ci riuscirai. Ti auguro di riuscirci. Ma non sarai mai 

un bravo comandante se non ti libererai del tuo complesso di 

inferiorità. Se io dico che hai un buon odore e tu fraintendi per il 

fatto che io sono bianco...be', amica mia, sei messa male. Potrai 

diventare anche generale. Ma non sarai mai sicura di essere 

rispettata come donna, come nera. E soprattutto come generale.

Capisci cosa voglio dire?

-Più o meno, disse la Alves.

-Comunque hai un buon odore, ribadì Santoro. Un odore di 

selvatico. Un odore di sudore. Qualcosa che in questi tempi di 

creme e profumi che nascondono la condizione di scarsi lavaggi 

corporali, in molte donne, specie bianche, ti rende estremamente 

umana. E quindi, per me, estremamente appetibile. Sono stato 

più chiaro, adesso?

La Alves restò seria. Poi scoppiò improvvisamente a ridere.

-Ho capito...guarda che lo so. Ti mettevo alla prova. Dopotutto 

non ti conosco bene. Certo, però, che tu dici le cose, con estrema 

serietà, come un professore...e poi a letto sei un perfetto 

mandrillo...mi fai ridere.

-L'importante è che tu non abbia riso durante. Sarebbe stato un 

brutto segnale.

La Alves rise di nuovo di gusto. Finì di fumare il suo spinello e 

disse- andiamo a dormire, che è meglio. Dobbiamo recuperare

 energie per domani.

-Sono d'accordo, disse Santoro. E poi io in certe cose sono come 

Paganini. E Paganini non replica. Buona la prima. E ritiriamoci da vincenti.

La Alves lo osservò sorridendo.- E' una decisione saggia. A volte 

per esagerare si finisce per rovinare le cose.










lunedì 4 ottobre 2021

Lisboa 36


Presero un taxi. Gli occhi di Daniela Alves luccicavano nel buio della notte giovane. 

-Dove andiamo? Le chiese Santoro.

-Andiamo all'Alfama. In un'osteria: Clube de Fado.

-Interessante. Si mangia bene?

-Si mangia cibo tipico portoghese...e poi questa è una serata speciale, disse la Alves mentre il taxi

 si insinuava nel traffico portoghese lungo il molo che da Praca do Comercio si doveva percorrere

 per andare verso Alfama.

-Una serata speciale...ripetè Santoro. Speciale perchè?

-Conosci Maritza? Era pericolosamente passata al "tu", pensò Santoro.

-La più brava cantante di fado contemporanea?

-Sì, lei.

-Mai vista dal vivo. Mai conosciuta. Sono un amante della musica classica e qualche volta ascolto

 jazz , specie latino. Il fado mi piace. E' un tipo di canto antico che si avvale del suono delle

 chitarre acustiche. Per me è musica classica anche il fado.

-Assisterai ad uno spettacolo unico. Maritza non canta mai in locali. Fa concerti nelle piazze di

 tutto il mondo con migliaia di spettatori. Stasera si concederà per pochi intimi.

-Immagino che essere un sottufficiale della Grp abbia i suoi privilegi, disse Santoro.

-A volte i privilegi spettano a chi ne può capire l'importanza, disse la Alves.

-Non fa una grinza, disse Santoro.

Scesero nei pressi del porto. L'oceano silenzioso e calmo mostrava sullo sfondo lavagna, in

 lontananza, una luna piena da lupi mannari. Una nave da crociera stava per attraccare in quel

 punto, a quell'ora bizzarra, per un attracco.

Si insinuarono a piedi fra i vicoli dell'Alfama. Ad un certo punto svoltarono a sinistra e presero

 per Rua Sao Joao da Praca. Al numero 86 c'era l'ingresso del Clube de Fado. La Alves aveva un

 passo svelto e felpato. Santoro aveva sempre ammirato la naturale leggerezza che accompagnava

 le camminate della gente di colore. Quando si trattava di donne si aggiungeva anche una naturale

 grazia ed eleganza. Al contrario la Regina d'Inghilterra camminava come un contadino. Strano

 come i soldi ed il potere sovvertano tutto. Anche l'impressione sull'eleganza reale. A parte i

 cappellini della regina inglese. Nessuno avrebbe detto che erano buoni per Halloween. Perchè

 sarebbe stato dissacrante. Però era vero.

All'ingresso c'era una specie di armadio umano che fungeva da gorilla. La Alves mostrò il

 tesserino. L'uomo le sorrise con due denti d'oro che lo rendevano molto Gipsy King. Molto Gipsy

 ma King neanche a parlarne. L'equilibrio sociale era ristabilito. I ricchi continuavano a vincere.

Si sedettero ad un tavolo apparecchiato per due. La vista del piccolo palco per l'esibizione canora

 davanti alla ventina di tavoli classici da osteria imbanditi elegantemente, da quella prospettiva,

 era ottima.

La Alves cominciò a dare un'occhiata al menù.

-Non parliamo di lavoro, stasera? Chiese Santoro.

-Ti va di parlare di lavoro?

-No. Direi che ne ho abbastanza di fare da caregiver alle forze dell'ordine portoghesi.

La Alves rise.

-E' impressionante, quanto somigli a Carvalho...riguardo alle battute. 

-E riguardo al resto?

-Riguardo al resto...beh, Tiago era un tombe de femme. Tu sei un tombe de femme?

-Io sono una tomba, con le femmine. Non credo sia uguale. Santoro dovette spiegarle in

 portoghese il gioco di parole. Alla Alves non piacque. Non rise. Santoro  capiva le donne molto 

meno  di quanto le donne lo capissero. Non si incontravano mai. Ma quando succedeva quel

 momento  zen...erano fuochi d'artificio. 

Magari Carvalho li faceva scoppiare sempre, i fuochi d'artificio.

 Uno spreco, pensò. Non è che si poteva essere identici a qualcuno. Poi Carvalho era più giovane

 di lui. E probabilmente non ancora del tutto disilluso, circa l'amore. 

-L'amore è come il morbillo, disse Santoro, parlando sovrappensiero. Si prende una volta sola.

-Che significa, chiese la Alves incuriosita, mentre sfogliava il menù.

-Che magari Carvalho era un olimpionico del sesso. Ma quando vinci molte medaglie, perdi di

 vista il piacere della sconfitta. Che consiste nel rimandare la vittoria. Quello è il massimo piacere.

 Il sesso è come una regata velica. Vinci quando c'è la perfetta confluenza di tutte le circostanze.

 Vento, caso, fortuna, sfiga altrui. E quando arrivi al traguardo fra le procelle, ad attenderti trovi

 l'amore. Carvalho attendeva questo momento zen esercitandosi parecchio. Io non perdo tempo

 ad esercitarmi in qualcosa che so già che non potrà portarmi a nessun traguardo. Allenarsi da

 solo a quale punto è quasi la stessa cosa.

-Quasi? Chiese Daniele Alves sorridendo.

-Ho detto quasi perchè non è che io disdegni le batterie di riscaldamento.

Daniela Alves rise di gusto.

Poi si fece seria. -Hai sofferto molto per amore?

-Ho incontrato l'amore una volta sola. Poi lei è morta. E io pure...riguardo all'amore, dico.

Poi cambiò repentinamente discorso. Non voleva scadere nel melodrammatico. Non sarebbe stato

 da lui-Sei sicura che Thompson non potrà riconoscermi?

-Abbiamo detto niente lavoro, stasera. Giusto?

-Giusto, disse Santoro. Anche lui sollevò il menù e gli dette una scorsa. Nonostante la mezz'età

 passata, non usava ancora gli occhiali, per leggere. Ma per lui era una cosa naturale. Come per

 una nera camminare e sembrare una modella su un palco.

Si orientarono entrambi sulla cataplana de marisco. Misto di pesce e frutti di mare cucinati in

 padella con patate lesse, peperoni, cipolla. Un trionfo di sapori marini, pensò Santoro.

 Finalmente un pò di relax.

La Alves aveva ordinato un Vinho Verde Alvarinho. Proveniente dall'Alentejo, regione portoghese

 molto famosa per le uve e i vini. Santoro se l'appuntò nella guida vini Santoro mentale.

Mentre degustavano i loro piatti, bevendo vinho verde, di quando in quando, entrarono due

 chitarristi. Avevano al seguito le loro chitarre tipiche portoghesi, con quelle casse tipiche che

 ricordavano i girovita curvy delle bellone di una volta.

Iniziarono a pizzicare le corde delle chitarre. Così. Per riscaldare l'atmosfera. In attesa

 dell'ingresso della star: Maritza.

-Come mai una star come Maritza si è concessa in un posto così? Chiese a quel punto Santoro,

 alla Alves.

-Oltre ai concerti, per passare alla storia, non puoi non cantare in un luogo come questo. Dove ha

 cantato Amalia Rodrigues, disse la Alves. Vedì quelli seduti ai tavoli lì davanti?

-Sì, disse Santoro. Hanno facce da politici corrotti.

La Alves rise. -Indovinato. Sono parlamentari e un ex sindaco di Lisbona.

A quel punto Santoro si mise in allarme.- E se ci fossero  anche il Gatto e la Volpe? Dopotutto per

 voi portoghesi, questo concento di fado, in un luogo tipico e storico, è un evento.

-Tranquillo, ho controllato. Pensi che abbiamo dei gusto così raffinati, quei due? Saranno

 sicuramente a casa di qualche puttana, disse Daniela Alves. Le puttane vanno con le puttane, lo

 sapevi?

-Lo immaginavo, disse Santoro, senza tuttavia sorridere. Non gli piaceva quel linguaggio. Specie

 sulla bocca di una donna. Gli abbassava la libido. Strano ma vero, al libido del Maresciallo si

 fondava sulla promessa di candore.

E poi entrò LEI. Maritza. Magra filiforme, capelli cortissimi, biondi, pelle ambrata, mulatta,

 tratti africani. Occhi vivacissimi e sornioni, seppur , a tratti, malinconici.

-Sembra in gran forma, disse Daniela Alves.

-Perchè non avrebbe dovuto esserlo? Chiese Santoro.

-E' sopravvissuta ad un brutto male. L'ho sentita in un intervista, quando ha detto quello  che

 l'ha aiutata molto è stato continuare a lavorare. A creare canzoni, a fare musica.

-L'arte è la miglior medicina. Non in assoluto. Ma aiuta, disse Santoro. Tranne quando è arrivato

 il tuo momento. A quel punto puoi solo obliterare il tuo biglietto per il paradiso.

-Per il paradiso? Fece la Alves, meravigliata. E i cattivi, anche?

-Sì, disse Santoro. Hanno già vissuto il loro inferno. Essere cattivi è già vivere all'inferno. Sei solo

 temuto. Nessuno mai ti amerà. 

-Interessante, disse la Alves.

Maritza sorrise al pubblico. Sorrise a mezz'asta ai politici che la stavano idolatrando. Poi si

 rivolse alla sala. Guardò verso il tavolo di Daniele Alves e di Santoro. Fece un occhiolino alla

 Alves.

-La conosci? Chiese Santoro al sottufficiale portoghese.

-Sì. Come credi che sia potuta entrare qui? Perchè sono un sottufficiale della GRP e basta?

 Maritza ha dato precise istruzioni all'ingresso. Il gorilla che ci ha fatti passare era stato parlato. 

-Strano, disse Santoro. E' la stessa espressione che usiamo noi in puglia. Presa da dialetto.

La Alves non ci fece caso.-L'ho conosciuta durante un concerto qui a Lisbona. Tre anni fa. Si sentì

 male e dovette interromperlo. Io la portai con l'auto di servizio in ospedale. Da allora mi è

 rimasta sempre riconoscente. Ogni tanto ci sentiamo. Quando viene a Lisbona prendiamo un tè

 insieme. Come due vecchie zitelle.

-Perchè, non avete un uomo? Oppure...

-Rilassati. Ci piacciono gli uomini, disse la Alves. E poi ricordati che nelle nostre vene scorre il

 sangue del nostro stesso continente d'origine. Le cose fuori dalla norma sono dei continenti

 morenti. Noi veniamo da un continente giovane. Prima di diventare gay dobbiamo prima

 corromperci, poi diventare eccessivamente femministe, per poi passare dall'altra parte della

 barricata.

Santoro rise.-Spero che tu non dica sul serio.

-Certo...che non dico sul serio, disse la Alves. 

Si stava mostrando una donna molto intelligente. Oltre che determinata. Sì, si disse Santoro.

 Poteva farcela a portare a termine la sua missione. E diventare qualcuno nelle forze dell'ordine

 portoghesi. Può farcela, ribadì a se stesso. E la cosa lo rincuorò. Visto che sarebbe stato

 completamente in sua balìa. E che non aveva molte alternative, a questa situazione. Doveva stare

 al gioco e portare a casa quello che gli premeva di più: restituire credibilità e dignità, a questo

 punto, alla memoria, di un collega.

Maritza cominciò a snocciolare il suo repertorio: "O Tempo nao para", Melhor de mim", "Quem

 Me Dera". La sue espressività facciale era proverbiale. Accompagnava quelle parole tristi,

 malinconiche, gioiose a volte, con espressioni del viso di una teatralità perfetta. Non usciva fuori

 sincrono, mai. Segno che partecipava emozionalmente, visceralmente, ai propri testi. Era dentro

 le sue canzoni. Raccontava la sua vita, se stessa. Essere sopravvissuto al male, fisico, ma anche

 morale, della corruzione dei costumi di ogni società contemporanea. Santoro ascoltava rapito.

 nessuna lingua, come quella portoghese, gli sembrò in quel momento più adatta ad esprimere i

 sentimenti più profondi della vita. Il vino bianco scendeva come meglio non poteva scendere e

 restituiva, nella discesa verso gli inferi, per lui, per il vino, che avrebbe trovato negli intestini di

 Santoro, la magia di quel leggero stordimento che ti faceva percepire le cose con contorni sfumati

 o dimezzati, sintetici...in una parola, poesia. Andare all'inferno, il vino, per restituire paradiso,

 alla mente e all'anima di chi ti aveva mandato a morire. Niente di più poetico. Poesia delle

 canzoni di Maritza e poesia della Alves davanti a lui. Con il suo viso nero che faceva da specchio,

 leggermente inumidito com'era, sulle gote pronunciate, ai bagliori delle luci di candela, sul

 tavolo. E Santoro provò un leggero brivido.

Al termine del concerto, Daniela Alves si alzò in piedi. Tutti, seduti com'erano ai tavoli, si

 alzarono in piedi, in segno di rispetto, applaudendo la cantante portoghese, a scena aperta. A

 quel punto Daniela Alves, inaspettatamente, per lui, per Santoro, prese il Maresciallo per mano e

 si diressero verso il piccolo palco, poche decine di metri davanti a loro. Maritza era assediata dai

 tanti ammiratori che la volevano salutare, le volevano parlare, scambiare anche qualche breve

 frase, cose così. Maritza scorse in mezzo alla piccola folla, Daniela Alves. Con la mano le fece

 cenno di avvicinarsi. La Alves, tirandosi dietro Santoro, si avvicinò. Le due si abbracciarono.

 C'era molta africa fra loro. Due corpi dall'eleganza imbarazzante, corpi che probabilmente non

 dovevano ammazzarsi in palestra per ore, per essere così perfetti com'erano. A Santoro gli

 sembrò che brillassero, in mezzo ai corpi, sfatti, deformi, ineleganti, in molti casi, ma anche finti

 artificiali e sottoposti a incantesimi a tempo, com'erano quelli di alcuni suoi compagni di 

continente, che se avessero mollato le loro macchine da palestra, sarebbero finiti nella categoria

 degli altri che avevano mollato dalla nascita...perchè avevano trovato più interessante e proficuo

 allenare la propria cattiveria sociale. Arrivare in cima e dimostrare che quel che conta, non sono

 gli addominali. Ma i soldi. Che gli addominali altrui, di ogni sesso, si mettono al servizio del

 denaro.

-Chi è questo bell'uomo, disse Maritza a Daniela Alves.

-E' un italiano. Molto simpatico. Molto intelligente.

-Non ha detto bello, aggiunse Santoro.

Maritza sorrise-Bello equivale a stupido. Meglio affascinante.

Santoro sorrise. Chi lavorava con le parole, con i versi delle canzoni, che in definitiva, erano

 poesie in musica, aveva il senso del ritmo. Sapeva sempre cosa dire e quando dirlo.Una dote che

 Santoro invidiava molto in chi la possedeva.

Maritza abbracciò Santoro. In uno slancio molto sud del mondo.

-E' la tua nuova fiamma? Fece Maritza alla Alves.

-Stiamo a vedere, rispose la Alves, ridendo.

Santoro diventò rosso come il peperone usato per aromatizzare la cataplana.

-Non ho abbastanza addominali, disse Santoro.

-Siamo gente pratica, noialtre...badiamo alla sostanza.

-Explicit content? Disse Santoro.

-Che ha capito, il tuo amico? Disse Maritza, rivolta alla Alves. Voi uomini capite sempre al

 maschile. Per noi la sostanza è l'anima. Se hai addominali ma non hai anima, be', di addominali

 se ne possono sempre trovare di migliori. Di più scolpiti. Ma l'anima nobile è rara. Ed è magica.

 E la magia ti fa sembrare la realtà più desiderabile del sogno. La magia scolpisce la realtà meglio

 del sogno. A quel punto gli addominali scolpiti non ci servono più.

Diavolo di una cantate poetessa, disse Santoro. E' proprio vero. E' magra, filiforme, ma ha un

 viso più sensuale di mille mestieranti imbottite di silicone. Tette e culo non fanno la sensualità.

 Tette e culo sono geometrie. Di fronte alla profondità di quegli occhi. Di quel sorriso. Di quelle

 minuscole rughe d'espressione. I corpi devono saper parlare. Altrimenti sono bambole di gomma.

 Ma a molti uomini piacciono le bambole di gomma. Non capiscono niente e fanno esattamente

 quello che gli si dice di fare. Ma quanto è più difficile e gratificante far fare tutto quello che vuoi

 che ti facciano, in un letto o seduto ad un tavolo da pranzo, non importa, a chi si fa schiava per

 procurare piacere al proprio amore. Rinunciando a se stessa. Ma solo nei momenti in cui si

 abdiga a se stessi, per amore altrui. Farsi schiave ma per amore. Come in un gioco. Per poi

 tornare subito dopo a scegliere giacca e cravatte giuste per uscire insieme. E vietarti di metter

 becco sulle tue minigonne ascellari. 

Questo e molte cose si dissero con gli occhi e col pensiero, il maresciallo e la cantante. O

 perlomeno questa fu la percezione da sognatore di Santoro. Prima che la cantante fadista, fosse

 inghiottita via dai suoi gorilla, dalla sicurezza e da manager gelosi ed esclusivi. Prima che fosse

 inghiottita dalla  gabbia dorata manageriale della privacy commerciale del proprio

 personaggio.