Effettivamente i due uomini, Fonseca e Quaresma, in divisa, si
fermarono alla Ginjinha. Entrarono e bevvero un paio di
bicchierini in plastica trasparente del tipico liquore, ingollandosi
persino il pezzetto di ciliegia ancorato ad arte sul fondo del
bicchierino. Poi, sempre chiacchierando amabilmente, tornarono
indietro. Non sospettavano minimamente di essere seguiti,
perchè, Santoro osservò, non fecero le viste di guardarsi intorno
con sospetto. Entrarono in un tabaccaio, in Rossio e vi
riuscirono. Fonseca si accese un sigarillo e Quaresma lo stette a
guardare. E a respirare il fumo che il suo colonnello gli sbuffava
in faccia. Poi si fermarono in un bar più avanti. Santoro, confuso
tra la folla alla fermata del tram di fronte, stette lì a guardarli.
Le ombre della sera cominciavano a scendere e i due uomini
erano ben visibili nel cono della luce interna del bar.
Sembravano in confidenza e parlavano fitto, con una certa
espressività, tipica dei popoli latini. Santoro non sapeva cosa
pensare. Era in una situazione di stallo messicano. Come quando
ti puntano una pistola in faccia nel mentre tu a tua volta la punti
in faccia a chi te la sta puntando. Nessuno però spara. Decise di
attendere. Mentre parlavano, Fonseca e Quaresma, ricevettero
diverse telefonate. Dopo l'ultima telefonata, Fonseca si voltò di
scatto verso Santoro. Santoro si nascose rapidamente dietro una
turista americana. Finse di ammirarle il didietro. L'americana,
evidentemente abituata a tali attenzioni e giudicate
perfettamente inquadrabili nelle abitudini latine, gli sorrise.
Santoro intuì che qualcuno aveva avvisato Fonseca e Quaresma,
che potevano essere seguiti. Monitorò la gente circostante con
attenzione. Ma non vide volti che potessero destare qualche
sospetto. Così decise di spegnere il suo vecchio Nokia. Magari
qualcuno alle dipendenze dei due militari portoghesi, seguiva il
suo tracciato telefonico. A quel punto, a Santoro, apparve chiaro,
che Quaresma aveva cantato. Non c'erano più dubbi. Tranne
circa il motivo per cui l'aveva fatto. Non era ancora sicuro, ma
qualcosa gli diceva che Quaresma non aveva semplicemente
paura per se' e per la sua pensione, ma che dovesse essere
complice negli affari, forse sporchi, del colonnello. A quel punto
non poteva più tergiversare oltre. Doveva decidere il da farsi.
Fonseca e Quaresma osservavano intorno, fuori dalla vetrina del
bar. Ma non scorsero Santoro. Perchè nel frattempo il
maresciallo pugliese, si era comprato un Borsalino di paglia e se
l'era inchiavardato ben bene in testa.
Uscirono, sempre osservandosi intorno con sospetto. Fonseca
ricevette un'altra telefonata. Rispose con il suo cellulare ultima
generazione. Al termine della conversazione telefonica, disse
qualcosa a Quaresma, il quale assentì con il capo.
Presero un tram che era diretto verso Bairro Alto. La sera si era
fatta largo nella nebbia che rendeva i contorni dei palazzi, dei
tram, il luccichio delle rotaie, elementi di un paesaggio di
fantasmi. Non potevano non nascere in continuazione poeti, con
simili ambientazioni, pensò Santoro che stava pensando a Pessoa.
Santoro salì sul tram successivo. La solita sfida alla forza di
gravità-Santoro riusciva a capacitarsene- e di lì a poco, in
lontananza, vide scendere, dal tram che precedeva il suo, i due
militari.
Quando arrivò nella stessa fermata, Santoro, scese a sua volta.
E, a piedi, si diede da fare per recuperare terreno.
Li aveva persi. Percorse i vicoli di Bairro alto, a quell'ora già
affollati di giovani con in mano boccali di birra o ricolmi di
cocktails alcolici all'ennesima potenza...ma, niente. Sembravano
inghiottiti dal quartiere. Dalla città. Stava perdendo ogni
speranza, quando, svoltando dietro l'ennesimo vicolo, vide una
divisa entrare in un locale. Era un ristorante dove si cantava il
fado. Fuori c'era una locandina che mostrava la foto di una
cantante di fado, che presumibilmente doveva esibirsi in quel
locale. Viso sensuale, mora, lingerie carica, corpo sinuoso. La
foto prometteva bene. Entrò con circospezione, ma prima che il
cameriere potesse chiedergli qualcosa, vide Fonseca e Quaresma
seduti ad un tavolo. Fonseca sfumacchiava il suo sigarillo. Di
regola nei locali pubblici non si poteva fumare, ma il colonnello
aveva l'aria di essere conosciuto da quelle parti e Santoro
presunse che doveva essersi guadagnato una sorta di status di
intoccabilità che gli concedeva persino di violare quelle stesse
leggi che avrebbe dovuto far rispettare agli altri.
Si sedette al bancone del bar e con la coda dell'occhio, vedeva la
saletta del ristorante, dove i due militari portoghesi, avevano
cominciato a banchettare , con degli antipasti a base di pesce.
Santoro non aveva fame...Se non di giustizia, si disse. Bella
battuta, pensò, ma è il preludio per una buona morte per fame.
Chiamò il cameriere e chiese qualche stuzzichino. Il cameriere gli
offrì di sedersi in un tavolo. Santoro replicò che si sentiva più a
suo agio, seduto più in alto, ad uno sgabello, con il bancone bar
per piano tavolo. In quella posizione, con il Borsalino di paglia,
non correva troppi rischi di essere riconosciuto.
Così mentre se ne stava lì, seduto, in attesa si decidere il da farsi-
ad un certo punto gli era persino balenata l'idea di affrontare i
due uomini a viso aperto-vide entrare un uomo, trafelato. La
sagoma gli parve familiare. Quando il suo viso fu illuminato da
un faretto da palcoscenico, messo di fronte all'ingresso, e
proveniente dal palco dove si sarebbe esibita la cantate fadista,
si accorse che lo conosceva. Era Botelho.
Colpo di scena, disse a se' stesso. Ma non doveva essere morto,
Botelho? Che storia è questa? Lisbona cominciò, a quel punto,
sempre più, a sembrargli una città di fantasmi.
Botelho si andò a sedere al tavolo con i due militari. Fonseca e
Quaresma lo accolsero come un vecchio compagno di scuola.
Uno spacciatore conclamato, che si sedeva con due elementi della
polizia militare, uno dei quali addirittura colonnello, era
qualcosa che in una democrazia occidentale moderna non si
poteva concepire. Sarebbe stato come sollevare il cappuccio al
maestro di cerimonia di un meeting del Ku Klux Klan, per
scoprire che era Barack Obama.
Uhm, pensò Santoro. La questione si complica. Non riuscirò a
concludere la mia inchiesta in due giorni. Aveva bisogno di più
tempo. Fossili, Camaleonti, e possibili varianti...Nessuno era più
quello che sembrava. Giocavano tutti sporco. Ma dov'erano le
regole criminali di una volta? I criminali stavano con i criminali
e quelli in divisa stavano da un'altra parte. Opposta. Così
stando le cose, invece, era come assistere ad una partita di calcio
tra mafiosi e magistrati, salvo poi scoprire, dopo anni, che il
giudice che era in porta si era fatto segnare di proposito perchè
era d'accordo con i mafiosi. La cosa non gli tornava. E non era il
caso di affrontare il problema direttamente. Doveva essere più
furbo. Spegnere il Nokia era stata una bella mossa. Morto il
telefono morta la possibilità di individuare i suoi movimenti. E
così aveva fatto osservazioni molto interessanti. Di lì a poco tolse
le tende, non poteva correre il rischio di essere riconosciuto. Gli
era dispiaciuto non aver potuto assistere all'esibizione della
cantante fadista. Si ripromise, che per premio, se fosse riuscito a
concludere l'inchiesta, sarebbe andato nel locale dove cantava
Maritza. La grande cantate fadista di origine angolana, la cui
voce struggente, disperata e potente, si diceva fosse in grado di
creare stati d'animo unici, particolari...Ascoltarla cantare, si
diceva, poteva persino cambiare la tua percezione del mondo,
della vita, della morte. Fece questa promessa a se stesso. E uscì
rapidamente dal ristorante. Si infilò nei vicoli del Bairro Alto e
scomparve in mezzo alla nebbia. In lontananza si intravedeva
solo il suo buffo Borsalino di paglia, bianco.
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