domenica 18 luglio 2021

Lisboa 29

Santoro andò dietro all'uomo che aveva preso la valigetta dal 

maggiore Thompson. Fonseca e Quaresma seguirono invece il 

maggiore.

L'uomo con la valigetta aveva dei tratti somatici mediorientali. 

Santoro inalberò le sue antenne di pericolo. Valigetta e 

Mediorientale gli fecero venire strani pensieri. Un attentato, 

pensò. Poi gli sovvenne che Fonseca e Quaresma non lo avevano 

seguito. Almeno direttamente. Quindi ci dovevano essere uomini 

della Guardia Nazionale in borghese, sulle tracce del "libanese". 

La sua mente schematica come quella di un cruciverbista aveva 

bisogno di dare un nome a tutti. Nei dialoghi interiori gli 

sarebbe servito. Magari non era libanese, quell'uomo. Ma lo 

sembrava.

Lo seguì in metropolitana. L'uomo si osservava intorno. Non 

certo compulsivamente. Ma lo faceva. Segno che il il suo carico 

era prezioso. Parecchia gente sui treni della metropolitana. 

Molti brasiliani. Santoro li riconosceva dagli accenti. Più aperti 

musicali, rispetto al portoghese stretto, stringato come un culo 

di gallina. Dopo vari cambi di treno, sottratto alla luce del sole, 

come uno speleologo a caccia di pipistrelli, Santoro rivide la luce 

del sole. Il Libanese scese a Rossio. E percorse tutta Rua 

Augusta. In mezzo a turisti, tavolini di bar e ristoranti, gitani 

elemosinanti, spacciatori d'origano spacciato per marijuana, 

caldarrostai e tutto il circo equestre clandestino di solito 

dimorante in quella strada, cuore pulsante di Lisbona. Giunto in 

Praca do Comercio, il Libanese si voltò come a volersi accertare 

di non essere seguito. E invece era seguito. Non solo da Santoro. 

C'era la nera del cambio della Guardia al Charriz do Carmo, 

che lo seguiva. Santoro doveva stare attento a non farsi 

riconoscere. Se ne stette a distanza. Sulla Praca do Comercio 

campeggiava come sempre la statua di Re Giuseppe, una statua 

equestre in bronzo in cui si poteva ammirare il sovrano 

schiacciare dei serpenti. Come la si metteva metteva, 

nell'iconografia di derivazione cattolica, i serpenti erano da 

schiacciare sempre e comunque. Che dessero la caccia a topi e 

ratti potenziali portatori di pandemie, non importava a nessuno. 

A partire dalla Genesi, pensò Santoro. Pensava ma non perdeva 

d'occhio il Libanese. Cercando di non farsi scorgere dalla nera 

della Guardia Repubblicana. "Il Libanese" passò all'interno di 

uno stuolo di spacciatori. A seguire la nera. Poi lui. Uno di loro 

gli mostrò la mercanzia. Un tocco di hashish a forma di 

supposta. 

Si ricordò di cosa gli aveva detto Carvalho. Il mondo è davvero 

strano, pensò. Se ci sono persone a cui non fa schifo fumare 

quella roba arrivata nella valigia di un culo.

"Il Libanese" prese per avenida Ribeira das Naus.  Camminava 

a passo svelto. Si capiva che era un camminatore dei deserti. 

Riusciva ad imprimere al suo passo in pianura accelerazioni 

improvvise. Come se la variazione di ritmo gli servisse per 

rendersi meno visibile. Era un geco e la strada che stava 

percorrendo il suo muro in pianura. Sulla sinistra c'era l'oceano 

e più avanti, di buon cammino, c'erano della navi da crociera 

attraccate. Tra la prima nave da crociera accosta alla banchina e 

la strada, c'erano degli scogli, sabbia. In quello stretto fazzoletto 

di terra non asfaltata, qualcuno aveva eseguito delle sculture con 

dei ciottoli. Turisti fotografavano ogni cosa. Ogni cosa è arte, 

non c'è una scala di valori, per il bello. Era questo che pensava 

Santoro mentre inseguiva il Libanese inseguito dalla nera del 

Charriz do Carmo. 

Quando sullo sfondo dell'oceano, apparve il ponte XXV  aprile, 

un lungo ponte metallico che congiunge l'area metropolitana di 

Lisbona con il distretto di Setubal, "il Libanese" virò a sinistra e 

si insinuò in uno spazio che separava una nave da crociera dalla 

strada, uno stretto passaggio di banchina. Santoro quasi li perse. 

Ma superata la strettoia e il cono d'ombra creato dall'immenso 

natante, Santoro vide "il Libanese". Non vide la nera. Ma a quel 

punto non se ne preoccupò. "Il Libanese" salì su delle scalette e 

si fermò davanti ad un ingresso: "Museo Do Oriente", c'era 

scritto su quell'ingresso di vetrometallo. Sparì dietro la porta. 

Santoro attese qualche minuto. Vide la nera del Charriz do 

Carmo percorrere le stesse scale. E la vide mentre veniva 

inghiottita dal Museo. Delle due l'una, pensò Santoro, o questa 

gente non conosce altri posti per scambiarsi 

informazioni..Oppure avevano deciso di fargli visitare Lisbona, 

con tutte le attrazioni turistiche del caso. 

A quel punto doveva entrare anche lui. E così fece. Pagò il 

biglietto di ingresso ad una ragazza tipicamente portoghese, 30 

anni, bianca, lentigginosa, magra e sorridente, capelli lungi 

mossi sciolti sulla schiena, che gli parò in quel lisboeta stretto in 

cui la vocali le dovevi cercare come l'uranio con un contatore 

geiger e si infilò nei corridoi fievolmente illuminati del museo.

Doveva stare attento a non farsi riconoscere. Non poteva usare il 

giornale, perchè uno che legge un giornale in un museo, sarebbe 

stato più sospetto di un bianco al congresso delle Black 

Panthers. 

Abbassò la visiera del cappellino e stette in campana. Pochi 

avventori, a quell'ora del pomeriggio che volgeva verso sera. E 

poichè gli occhi erano fatti per guardare, avrebbe approfittato 

per dare un'occhiata a quanto era esposto in quel luogo. Intanto 

aveva sbirciato un cartello affisso poco dopo l'ingresso. Vi si 

spiegava in sintesi che il museo era nato per contenere oggetti, 

manufatti, quadri e altro, prodotti in oriente per essere 

importati in Portogallo. Nelle epoche passate.  Oggetti e 

manufatti d'arte provenienti dalle ex colonie Portoghesi di 

stanza in Asia.

Santoro si aggirava fra le teche e le vetrine che mostravano 

tappeti, quadri, armature giapponesi, crocifissi prodotti 

artigianalmente in Indonesia o Macao. Cose che destarono la 

sua curiosità. Ma dei due inseguiti, neanche l'ombra. Svoltò 

sulla sinistra, ad un certo punto e vide che "il Libanese" 

confabulava con un sorvegliante. Si voltò per accertarsi che non 

fosse visto-Santoro lo vide riflesso in una vetrina dietro quale 

c'era la statua di una divinità buddhista demoniaca- e gli cedette 

la valigia. Subito dopo si avviò verso l'uscita. Il vigilante si 

eclissò dietro una parete. Santoro non sapeva che pesci 

prendere. 

Oltre a quelli che s'era preso in faccia durante tutta la sua 

permanenza lisboeta. Cinque minuti dopo, il vigilante si rifece 

vivo. Come se niente fosse continuò la sua perlustrazione e i 

controlli che nessuno fotografasse nulla. Santoro pensò che 

avesse poggiato la valigetta in qualche stanza o bugigattolo 

retrostante il percorso del museo, per riprenderla in seguito. 

Dette un'occhiata in giro per accertarsi se vi fossero telecamere. 

E ce n'erano. Ma non una selva. E quelle poche che c'erano, 

facilmente neutralizzabili, a prima vista. Avrebbe avuto bisogno 

di una sedia e di qualcosa per oscurare le piccole videocamere. 

Doveva avere pazienza e attendere la chiusura del museo. La 

nera del Charriz do Carmo sembrava scomparsa. Come 

volatilizzata. E se aveva preso lei la valigetta portagli dall'uomo 

della vigilanza? A quel punto tutto gli pareva possibile. Ma 

scommise sull'attesa.


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