Santoro andò dietro all'uomo che aveva preso la valigetta dal
maggiore Thompson. Fonseca e Quaresma seguirono invece il
maggiore.
L'uomo con la valigetta aveva dei tratti somatici mediorientali.
E Santoro inalberò le sue antenne di pericolo. Valigetta e
Mediorientale gli fecero venire strani pensieri. Un attentato,
pensò. Poi gli sovvenne che Fonseca e Quaresma non lo avevano
seguito. Almeno direttamente. Quindi ci dovevano essere uomini
della Guardia Nazionale in borghese, sulle tracce del "libanese".
La sua mente schematica come quella di un cruciverbista aveva
bisogno di dare un nome a tutti. Nei dialoghi interiori gli
sarebbe servito. Magari non era libanese, quell'uomo. Ma lo
sembrava.
Lo seguì in metropolitana. L'uomo si osservava intorno. Non
certo compulsivamente. Ma lo faceva. Segno che il il suo carico
era prezioso. Parecchia gente sui treni della metropolitana.
Molti brasiliani. Santoro li riconosceva dagli accenti. Più aperti
e musicali, rispetto al portoghese stretto, stringato come un culo
di gallina. Dopo vari cambi di treno, sottratto alla luce del sole,
come uno speleologo a caccia di pipistrelli, Santoro rivide la luce
del sole. Il Libanese scese a Rossio. E percorse tutta Rua
Augusta. In mezzo a turisti, tavolini di bar e ristoranti, gitani
elemosinanti, spacciatori d'origano spacciato per marijuana,
caldarrostai e tutto il circo equestre clandestino di solito
dimorante in quella strada, cuore pulsante di Lisbona. Giunto in
Praca do Comercio, il Libanese si voltò come a volersi accertare
di non essere seguito. E invece era seguito. Non solo da Santoro.
C'era la nera del cambio della Guardia al Charriz do Carmo,
che lo seguiva. Santoro doveva stare attento a non farsi
riconoscere. Se ne stette a distanza. Sulla Praca do Comercio
campeggiava come sempre la statua di Re Giuseppe, una statua
equestre in bronzo in cui si poteva ammirare il sovrano
schiacciare dei serpenti. Come la si metteva metteva,
nell'iconografia di derivazione cattolica, i serpenti erano da
schiacciare sempre e comunque. Che dessero la caccia a topi e
ratti potenziali portatori di pandemie, non importava a nessuno.
A partire dalla Genesi, pensò Santoro. Pensava ma non perdeva
d'occhio il Libanese. Cercando di non farsi scorgere dalla nera
della Guardia Repubblicana. "Il Libanese" passò all'interno di
uno stuolo di spacciatori. A seguire la nera. Poi lui. Uno di loro
gli mostrò la mercanzia. Un tocco di hashish a forma di
supposta.
Si ricordò di cosa gli aveva detto Carvalho. Il mondo è davvero
strano, pensò. Se ci sono persone a cui non fa schifo fumare
quella roba arrivata nella valigia di un culo.
"Il Libanese" prese per avenida Ribeira das Naus. Camminava
a passo svelto. Si capiva che era un camminatore dei deserti.
Riusciva ad imprimere al suo passo in pianura accelerazioni
improvvise. Come se la variazione di ritmo gli servisse per
rendersi meno visibile. Era un geco e la strada che stava
percorrendo il suo muro in pianura. Sulla sinistra c'era l'oceano
e più avanti, di buon cammino, c'erano della navi da crociera
attraccate. Tra la prima nave da crociera accosta alla banchina e
la strada, c'erano degli scogli, sabbia. In quello stretto fazzoletto
di terra non asfaltata, qualcuno aveva eseguito delle sculture con
dei ciottoli. Turisti fotografavano ogni cosa. Ogni cosa è arte,
non c'è una scala di valori, per il bello. Era questo che pensava
Santoro mentre inseguiva il Libanese inseguito dalla nera del
Charriz do Carmo.
Quando sullo sfondo dell'oceano, apparve il ponte XXV aprile,
un lungo ponte metallico che congiunge l'area metropolitana di
Lisbona con il distretto di Setubal, "il Libanese" virò a sinistra e
si insinuò in uno spazio che separava una nave da crociera dalla
strada, uno stretto passaggio di banchina. Santoro quasi li perse.
Ma superata la strettoia e il cono d'ombra creato dall'immenso
natante, Santoro vide "il Libanese". Non vide la nera. Ma a quel
punto non se ne preoccupò. "Il Libanese" salì su delle scalette e
si fermò davanti ad un ingresso: "Museo Do Oriente", c'era
scritto su quell'ingresso di vetrometallo. Sparì dietro la porta.
Santoro attese qualche minuto. Vide la nera del Charriz do
Carmo percorrere le stesse scale. E la vide mentre veniva
inghiottita dal Museo. Delle due l'una, pensò Santoro, o questa
gente non conosce altri posti per scambiarsi
informazioni..Oppure avevano deciso di fargli visitare Lisbona,
con tutte le attrazioni turistiche del caso.
A quel punto doveva entrare anche lui. E così fece. Pagò il
biglietto di ingresso ad una ragazza tipicamente portoghese, 30
anni, bianca, lentigginosa, magra e sorridente, capelli lungi
mossi sciolti sulla schiena, che gli parò in quel lisboeta stretto in
cui la vocali le dovevi cercare come l'uranio con un contatore
geiger e si infilò nei corridoi fievolmente illuminati del museo.
Doveva stare attento a non farsi riconoscere. Non poteva usare il
giornale, perchè uno che legge un giornale in un museo, sarebbe
stato più sospetto di un bianco al congresso delle Black
Panthers.
Abbassò la visiera del cappellino e stette in campana. Pochi
avventori, a quell'ora del pomeriggio che volgeva verso sera. E
poichè gli occhi erano fatti per guardare, avrebbe approfittato
per dare un'occhiata a quanto era esposto in quel luogo. Intanto
aveva sbirciato un cartello affisso poco dopo l'ingresso. Vi si
spiegava in sintesi che il museo era nato per contenere oggetti,
manufatti, quadri e altro, prodotti in oriente per essere
importati in Portogallo. Nelle epoche passate. Oggetti e
manufatti d'arte provenienti dalle ex colonie Portoghesi di
stanza in Asia.
Santoro si aggirava fra le teche e le vetrine che mostravano
tappeti, quadri, armature giapponesi, crocifissi prodotti
artigianalmente in Indonesia o Macao. Cose che destarono la
sua curiosità. Ma dei due inseguiti, neanche l'ombra. Svoltò
sulla sinistra, ad un certo punto e vide che "il Libanese"
confabulava con un sorvegliante. Si voltò per accertarsi che non
fosse visto-Santoro lo vide riflesso in una vetrina dietro quale
c'era la statua di una divinità buddhista demoniaca- e gli cedette
la valigia. Subito dopo si avviò verso l'uscita. Il vigilante si
eclissò dietro una parete. Santoro non sapeva che pesci
prendere.
Oltre a quelli che s'era preso in faccia durante tutta la sua
permanenza lisboeta. Cinque minuti dopo, il vigilante si rifece
vivo. Come se niente fosse continuò la sua perlustrazione e i
controlli che nessuno fotografasse nulla. Santoro pensò che
avesse poggiato la valigetta in qualche stanza o bugigattolo
retrostante il percorso del museo, per riprenderla in seguito.
Dette un'occhiata in giro per accertarsi se vi fossero telecamere.
E ce n'erano. Ma non una selva. E quelle poche che c'erano,
facilmente neutralizzabili, a prima vista. Avrebbe avuto bisogno
di una sedia e di qualcosa per oscurare le piccole videocamere.
Doveva avere pazienza e attendere la chiusura del museo. La
nera del Charriz do Carmo sembrava scomparsa. Come
volatilizzata. E se aveva preso lei la valigetta portagli dall'uomo
della vigilanza? A quel punto tutto gli pareva possibile. Ma
scommise sull'attesa.
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