Il fumo invase le stanze del museo e presto cominciò a non
vedersi più niente. Santoro intravide degli uomini che
monitoravano gli ambienti del museo con delle torce potenti.
Erano armati di mitra e indossavano delle maschere antigas. A
proposito di maschere antigas, pensò il maresciallo. Ne aveva
notata una, d'epoca, rinchiusa in una vetrina a fianco ad
un'armatura da samurai. Fece alcuni passi coprendosi la faccia
con un lembo di maglietta, che s'era sollevata di proposito. Vide
la maschera rinchiusa nella vetrina. Con un calcio sfondò la
vetrina e si impossessò della maschera. A volte stentava a
credere di essere lui, un tranquillo Maresciallo dei Carabinieri
italiani dall'aspetto mite da bibliotecario, a compiere quegli atti
da film polizieschi d'azione. Ma quando sei immerso nella
melma, se non vuoi annegare, devi darti da fare e nuotare. Fare
l'abitudine alla puzza e al pantano. Indossò velocemente la
maschera. Un pò si ricordò come fare, nonostante fossero
passati anni dall'ultima esercitazione. Dopotutto si trattava di
una maschera simile a quelle per esercitazione che avevano in
dotazione i carabinieri. Maschere che erano sopravvissute alla
guerra 15-18. Una volta indossata la maschera, constatò che
funzionava. Gli uomini che erano entrati erano concentrati sulle
due donne e sulla valigetta. Così Santoro, approfittando della
confusione, sgusciò via verso l'uscita del museo. Lasciata
imprudentemente aperta e incustodita. Dilettanti, pensò. Questa
gente sta ancora seduta a bersi una birra "Sagres", anche
mentre cerca di catturare criminali. Non ce la possono fare. Una
volta uscito, si tolse la maschera e la abbandonò posandola per
terra con cura. Non si dicesse che gli italiani spregiavano la
cultura e vilipendevano i musei.
La mente viaggiava veloce. Quasi come le sue gambe. Si mise
a correre e presto si allontanò dal Museo D'Oriente.
Era notte e c'erano pochi mezzi in giro. Fermò un taxi. Il mezzo
nero-verde, si fermò subito e, data l'ora, non senza una certa
circospezione. Santoro non fece mosse avventate. A distanza,
attraverso il finestrino aperto del taxi, disse dove voleva essere
accompagnato. Il tassista lo fece salire dietro. In pochi minuti si
ritrovò nei pressi del suo momentaneo rifugio.
Una volta nella sua stanza , si mise comodo. Fece una doccia con
la Glock poggiata sulla mensolina a triangolo di porcellana sul
lato doccia. Poi si stese a letto. Accese la radiolina e la lasciò a
basso volume. Cercò fra le varie stazioni e quando capitò su una
stazione di classica, lasciò lì la sintonia. Doveva pensare. Doveva
riflettere sullo sviluppo degli eventi. Aveva avuto una giornata
movimentata. Prima il Maggiore Thompson all'Oceanario, che
passava una valigetta ad un tizio. Al "Libanese". Poi la nera del
Charriz, Daniela Alves che voleva sottrarre la medesima
valigetta, che, per inciso, era stracolma di eroina, alla bigliettaia
del museo. C'erano un pò di cose che non quadravano.
Dissonanze. Che gioco stavano facendo Fonseca e Quaresma? E
Thompson? Un maggiore dell'Interpol che tiene corsi di
aggiornamento o uno spacciatore di droga? Chi erano i buoni e
chi i cattivi? Santoro si sentì confuso. E , infine, Carvalho...
C'entrava in tutto questo? Era per questo che lo avevano fatto
fuori? E poi lui. Come mai non era stato riconosciuto da
nessuno nel video che lo ritraeva in un amplesso con Vanessa
Dias, promettente mezzofondista portoghese, trovata poi morta?
Quest'ultima cosa gli dava da pensare. Era come se qualcuno lo
stesse proteggendo da qualcun altro che, invece, lo voleva
tagliare fuori dall'indagine su Carvalho. Quindi, in base a
questo ragionamento, Carvalho doveva centrare.
E senza scomodare Aristotele e le reminescenze liceali.
Oppure avevano paura di lui. Questo poteva anche essere.
Più che altro per la sua integrità. Perchè no.
Sdraiato lì nel letto, con ancora addosso un pò di calore della
doccia calda appena fatta, la pistola stretta saldamente in mano,
cercò di rilassarsi. Distese il collo sul cuscino. Doveva riposare.
Mancava un giorno alla fine del corso di aggiornamento sui
crimini informatici. Il corso era stato prorogato di qualche
giorno. Come gli aveva riferito Cazzaniga. L'indomani si
sarebbe presentato. Per le conclusioni del corso, all'apparenza.
Per incontrare Thompson, in realtà. Ecco, si disse. Forse
Carvalho non era al corso per caso. Forse stava indagando su
Thomspon. Sua moglie gli aveva confermato che stava
indagando su un importante traffico di droga. Collegò tutto
nella sua testa e cominciò a comporre un puzzle.
Improvvisamente gli venne un pensiero assurdo: l'indomani si
sarebbe presentato al corso e si sarebbe seduto nel posto di
Carvalho. E avrebbe cominciato a pensare come lui. Sarebbe
entrato nella sua ottica, nel suo modo di pensare, nella sua
mente. Del resto Quaresma gli aveva sempre detto che Tiago
Carvalho gli assomigliava. Nel modo di pensare, nel modo di
indagare. Ecco, si disse. Devo immaginare che cosa avrebbe
fatto Carvalho. Non sarà difficile, ne' sarà una faccenda da
lettrice di tarocchi. Dovrò solo essere me stesso. E mettere nel
mirino Thomspon. Non sapeva esattamente cosa avrebbe fatto ,
ne' come l' avrebbe fatto. Ma doveva andare a quel corso.
Dicendo, magari, in premessa che era stato assente per motivi di
salute ma che non avrebbe voluto perdersi le conclusioni.
L'indomani mattina si alzò di buon ora. Si fece una doccia e
vestito di tutto punto si diresse di filata verso Praca Pombal. Poi
camminò verso il suo bar preferito. Curioso, pensò, come mi
affeziono ai luoghi. Come sono abitudinario. A Milano ho il Cin
Cin bar. Qui il Bar dei Tirannosauri. Lo ribattezzò così, seduta
stante, quel bar ben fornito che stazionava proprio davanti ai
palazzi abbandonati istoriati dai giganteschi graffiti a tema
preistorico. Incontrò il clochard portoghese. Il tizio lo salutò con
un bel "buongiorno!". Non rispose. Ma pensò"a tua sorella".
A volte aveva l'impressione di essere controllato tutto il tempo.
E la cosa cominciava a scocciarlo.
Dopo aver fatto colazione , prese un autobus. Direzione Rossio. E
di lì, poi, a piedi, avrebbe proseguito per Baixa Chiado. Verso la
sede del Corso. Gli autobus di Lisbona erano rossi, un pò come
quelli londinesi. E sotto questo profilo Lisbona poteva sembrare
una Londra alla moviola. Sassi e Vitaletti ci avrebbero sguazzato
dentro. E quella battuta che si fece da solo l'avrebbero capita in
tre o quattro in tutto il mondo. Ma il bello dei monologhi
interiori, era quello pensò. In un mondo di gente che si prendeva
maledettamente sul serio, senza accorgersi di essere ridicola,
essere il buffone di se stessi, poteva essere soddisfacente. Se non
altro calmava i nervi.
Nessun commento:
Posta un commento