sabato 24 luglio 2021

Lisboa 31

 Il fumo invase le stanze del museo e presto cominciò a non

 vedersi più niente. Santoro intravide degli uomini che

 monitoravano gli ambienti del museo con delle torce potenti.

 Erano armati di mitra e indossavano delle maschere antigas. A

 proposito di maschere antigas, pensò il maresciallo. Ne aveva

 notata una, d'epoca, rinchiusa in una vetrina a fianco ad

 un'armatura da samurai. Fece alcuni passi coprendosi la faccia

 con un lembo di maglietta, che s'era sollevata di proposito. Vide

 la maschera  rinchiusa nella vetrina. Con un calcio sfondò la

 vetrina e si impossessò della maschera. A volte stentava a

 credere di essere lui, un tranquillo Maresciallo dei Carabinieri

 italiani dall'aspetto mite da bibliotecario, a compiere quegli atti

 da film polizieschi d'azione. Ma quando sei immerso nella

 melma, se non vuoi annegare, devi darti da fare e nuotare. Fare

 l'abitudine alla puzza e al pantano. Indossò velocemente la

 maschera. Un pò si ricordò come fare, nonostante fossero

 passati anni dall'ultima esercitazione. Dopotutto si trattava di

 una maschera simile a quelle per esercitazione che avevano in

 dotazione i carabinieri. Maschere che erano sopravvissute alla

 guerra 15-18. Una volta indossata la maschera, constatò che

 funzionava. Gli uomini che erano entrati erano concentrati sulle

 due donne e sulla valigetta. Così Santoro, approfittando della

 confusione, sgusciò via verso l'uscita del museo. Lasciata

 imprudentemente aperta e incustodita. Dilettanti, pensò. Questa

 gente sta ancora seduta a bersi una birra "Sagres", anche

 mentre cerca di catturare criminali. Non ce la possono fare. Una

 volta uscito, si tolse la maschera e la abbandonò posandola per

 terra con cura. Non si dicesse che gli italiani spregiavano la

 cultura e vilipendevano i musei. 

 La  mente viaggiava veloce. Quasi come le sue gambe. Si mise

 a correre e presto si allontanò dal Museo D'Oriente.

 Era notte e c'erano pochi mezzi in giro. Fermò un taxi. Il mezzo

 nero-verde,  si fermò subito e, data l'ora, non senza una certa

 circospezione. Santoro non fece mosse avventate. A distanza,

 attraverso il finestrino aperto del taxi, disse dove voleva essere

 accompagnato. Il tassista lo fece salire dietro. In pochi minuti si

 ritrovò nei pressi del suo momentaneo rifugio.

Una volta nella sua stanza , si mise comodo. Fece una doccia con

 la Glock poggiata sulla mensolina a triangolo di porcellana sul

 lato doccia. Poi si stese a letto. Accese la radiolina e la lasciò a

 basso volume. Cercò fra le varie stazioni e quando capitò su una

 stazione di classica, lasciò lì la sintonia. Doveva pensare. Doveva

 riflettere sullo sviluppo degli eventi. Aveva avuto una giornata

 movimentata. Prima il Maggiore Thompson all'Oceanario, che

 passava una valigetta ad un tizio. Al "Libanese". Poi la nera del

 Charriz, Daniela Alves che voleva sottrarre la medesima

 valigetta, che, per inciso, era stracolma di eroina, alla bigliettaia

 del museo. C'erano un pò di cose che non quadravano.

 Dissonanze. Che gioco stavano facendo Fonseca e Quaresma? E

 Thompson? Un maggiore dell'Interpol che tiene corsi di

 aggiornamento o uno spacciatore di droga? Chi erano i buoni e

 chi i cattivi? Santoro si sentì confuso. E , infine, Carvalho...

 C'entrava in tutto questo? Era per questo che lo avevano fatto

 fuori? E poi lui. Come mai non era stato riconosciuto da

 nessuno nel video che lo ritraeva in un amplesso con Vanessa

 Dias, promettente mezzofondista portoghese, trovata poi morta?

 Quest'ultima cosa gli dava da pensare. Era come se qualcuno lo

 stesse proteggendo da qualcun altro che, invece, lo voleva

 tagliare fuori dall'indagine su Carvalho. Quindi, in base a

 questo ragionamento, Carvalho doveva centrare. 

E senza scomodare Aristotele e le reminescenze liceali. 

Oppure avevano paura di lui. Questo poteva anche essere. 

Più che altro per la sua integrità. Perchè no.

Sdraiato lì nel letto, con ancora  addosso un pò di calore della

 doccia calda appena fatta, la pistola stretta saldamente in mano,

 cercò di rilassarsi. Distese il collo sul cuscino. Doveva riposare.

 Mancava un giorno alla fine del corso di aggiornamento sui

 crimini informatici. Il corso era stato prorogato di qualche

 giorno. Come gli aveva riferito Cazzaniga. L'indomani si

 sarebbe presentato. Per le conclusioni del corso, all'apparenza.

 Per incontrare Thompson, in realtà. Ecco, si disse. Forse

 Carvalho non era al corso per caso. Forse stava indagando su

 Thomspon. Sua moglie gli aveva confermato che stava

 indagando su un importante traffico di droga. Collegò tutto

 nella sua testa e cominciò a comporre un puzzle.

 Improvvisamente gli venne un pensiero assurdo: l'indomani si

 sarebbe presentato al corso e si sarebbe seduto nel posto di

 Carvalho. E avrebbe cominciato a pensare come lui. Sarebbe

 entrato nella sua ottica, nel suo modo di pensare, nella sua

 mente. Del resto Quaresma gli aveva sempre detto che Tiago

 Carvalho gli assomigliava. Nel modo di pensare, nel modo di

 indagare. Ecco, si disse. Devo immaginare che cosa avrebbe

 fatto Carvalho. Non sarà difficile, ne' sarà una faccenda da

 lettrice di tarocchi. Dovrò solo essere me stesso. E mettere nel

 mirino Thomspon. Non sapeva esattamente cosa avrebbe fatto ,

 ne' come l' avrebbe fatto. Ma doveva andare a quel corso.

 Dicendo, magari, in premessa che era stato assente per motivi di

 salute ma che non avrebbe voluto perdersi le conclusioni.

L'indomani mattina si alzò di buon ora. Si fece una doccia e

 vestito di tutto punto si diresse di filata verso Praca Pombal. Poi 

camminò  verso il suo bar preferito. Curioso, pensò, come mi

 affeziono ai luoghi. Come sono abitudinario. A Milano ho il Cin

 Cin bar. Qui il Bar dei Tirannosauri. Lo ribattezzò così, seduta

 stante, quel bar ben fornito che stazionava proprio davanti ai

 palazzi abbandonati istoriati dai giganteschi graffiti a tema

 preistorico. Incontrò il clochard portoghese. Il tizio lo salutò con

un bel "buongiorno!". Non rispose. Ma pensò"a tua sorella".

  A  volte aveva l'impressione di essere controllato tutto il tempo. 

 la cosa cominciava a scocciarlo.

Dopo aver fatto colazione , prese un autobus. Direzione Rossio. E

 di lì, poi, a piedi, avrebbe proseguito per Baixa Chiado. Verso la

 sede del Corso. Gli autobus di Lisbona erano rossi, un pò come

 quelli londinesi. E sotto questo profilo Lisbona poteva sembrare

 una Londra alla moviola. Sassi e Vitaletti ci avrebbero sguazzato

 dentro. E quella battuta che si fece da solo l'avrebbero capita in

 tre o quattro in tutto il mondo. Ma il bello dei monologhi

 interiori, era quello pensò. In un mondo di gente che si prendeva

 maledettamente sul serio, senza accorgersi di essere ridicola,

 essere il buffone di se stessi, poteva essere soddisfacente. Se non

 altro calmava i nervi.

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