Santoro uscì di primo mattino. La nebbia trasfigurava i
contorni dei palazzi rendendoli tondi e smussati. Prese la
metropolitana e scese in Praca Marques Pombal. Partiva da lì,
sempre, per spostarsi. Ognuno doveva avere un suo centro di
gravità permanente, pensò. Era una cosa che faceva
inconsciamente, ma forse era una tendenza appartenente alla
notte umana dei tempi. Troppo presto per questi pensieri
profondi. Ci voleva un te'. E qualcosa da mettere sotto denti. La
mattina senza carburante era una mattina in salita. C'era un
bar dove andava sempre quando dimorava nell'iniziale albergo
Torino. In avenida de Loulè. E a piedi, di buon passo, vi si recò.
Camminando a fianco alla pista ciclabile, incontrò un clochard
che raccoglieva i soldi in un bicchiere di carta plastificata del
Mac Donald...Che era giusto di rimpetto. Barba curata e
giubbotto di pelle quasi nuovo. Non una buona immagine di
presentazione, se si voleva chiedere la carità. Ma a volte le
apparenze ingannano e il giubbotto poteva essere il generoso
lascito di qualcuno o di qualche negozio. Comunque giunto al
bar, Santoro, osservò, sul lato opposto della strada, due grandi
edifici completamente abbandonati. Sulle facciate dei graffitari
temerari vi avevano dipinto, due immensi realistici tirannosauri.
Uno su ciascun edificio. E nella nebbia e nell'atmosfera grigia
che circondava tutto , facevano davvero una strana impressione.
Sembravano veri e alludevano ad un ritorno alla preistoria,
come in un libro fantasy...Santoro immaginò la scena:
tirannosauri resuscitati da qualche laboratorio, riconquistavano
la terra invasa dagli umani che nel frattempo sembravano i veri
extraterrestri: con i loro palazzi, le auto, lo smog e i panini in
scatola di carne di mucche tenute a vivere in due metri quadri
con mammelle piene di antibiotici.
Face colazione, il solito te' e due pastel da Nata. Era pronto ed
era carico. Doveva afferrare il toro per le corna. Il che
equivaleva a dire che doveva stare incollato a Fonseca e
Quaresma. Più il primo. Spense il vecchio Nokia e se lo rimise
nella tasca di un giacchino. Il borsalino di paglia in testa gli
conferiva un aria da turista . Quando passò vicino al clochard,
questi gli parlò in italiano:" fate la carità", disse. Andiamo bene,
pensò Santoro. Questo tizio mi ha riconosciuto come italiano
solamente guardandomi camminare. Immaginiamo quanto ci
metterebbe a scoprirmi uno delle forze dell'ordine
portoghesi...O delle forze speciali; servizi segreti, diciamo.
Una trentina di minuti dopo era davanti a Charriz do Carmo. Si
godette il cambio della guardia. Una marea di turisti si divertiva
a fotografare. C'era la stessa nera di quella volta che andò a
parlare con Fonseca. Stava smontando. I suoi movimenti
marziali furono perfetti. I neri delle colonie, i portoghesi, se li
tenevano di rappresentanza, pensò Santoro. Giudicò questo
pensiero un pò eccessivo. Ma non doveva essere troppo lontano
dalla realtà.
Se ne stette tutta la mattina seminascosto dietro la fontana
ch'era davanti all'ingresso della Guardia Nazionale
Repubblicana. Sedette ad un tavolino del chiosco lì a fianco e
bevve una camomilla. Il tizio del chiosco sollevò gli occhi al cielo
come per dire "che campa a fare, questo, beve solo camomilla".
Ma Santoro non ci badò.
Nel pomeriggio la pazienza del maresciallo, fu ripagata. Vide
Fonseca, in divisa, uscire. Erano le 3 del pomeriggio e il sole si
era levato nel cielo, alto, diradando la nebbia. I colori e i
contorni dei palazzi erano ora estremamente vividi.
Fonseca era solo. Decise di seguirlo. Prima o poi avrebbe fatto
qualche mossa falsa, pensò e Santoro ne avrebbe capito di più di
tutta la vicenda. Fino ad allora, pensava, era stato come un
ombra. Le sue indagini erano state condotte su un altro piano.
Come dall'intercapedine di un mondo a varie dimensioni che
ricordava una cipolla e i suoi strati.
Seguì Fonseca fino a Baixa Chiado. Il Colonnello portoghese
prese un caffè seduto al banco de "A Brasileira", caffè che
faceva da sfondo alla statua bronzea di Pessoa ritratto seduto ad
un tavolino per un caffè, anche lui. Pareva che nel Bar dov'era
andato Fonseca, il caffè fosse direttamente importato dal
Brasile. Nota ex colonia portoghese. Il titolare doveva essere
brasiliano e ora il suo caffè, i portoghesi, dovevano pagarlo. Il
karma doveva esistere, in un certo modo, osservò tra sè
Santoro.
Poi Fonseca uscì, fece cinquanta metri e si fermò davanti ad un
furgone. Bussò al portello posteriore. Poco dopo il portello si
aprì e Fonseca entrò dentro. Una scena sorprendente. Il portello
si richiuse dietro il colonnello. Santoro attese. Aveva comprato
un giornale portoghese e facendo finta di leggero, sbirciava da
dietro le sue pagine. Attese. Dopo un quarto d'ora, il portello si
riaprì e Fonseca vi discese. Era in borghese e sorpresa...Con lui
c'era un altro uomo in borghese...Indovina indovinello? Si disse
Santoro: era Quaresma. "Il gatto e la volpe", gli venne fatto di
pensare. Sicuramente andavano da qualche parte e sicuramente
per servizio. Vestiti in borghese e camuffati da semplici cittadini.
Li seguì a distanza. Nel frattempo, però, abbandonò il borsalino
di paglia in un negozio dove comprò un capellino con la visiera
tipo da baseball. Non si sapeva mai, nel giorno precedente
poteva essere stato seguito.
Fonseca e Quaresma si infilarono nella metropolitana, fermata
Baixo Chiado. Non davano segni che temessero di essere seguiti.
Evidentemente erano loro che dovevano seguire qualcuno.
Santoro gli andò dietro, a distanza. Per circa un'ora, i due
graduati portoghesi, saltarono di treno in treno della
metropolitana. Poi uscirono davanti all'Oceanario. L'Acquario
di Lisbona. L'equivalente dell'Acquario di Genova. Presero la
teleferica. Santoro salì due cabine dopo. Sorvolarono le acque
dell'Atlantico che lambiscono Lisbona. Poi scesero e si diressero
verso l'Oceanario. Santoro sempre dietro di loro come un
segugio. Non mollava la preda.
I due portoghesi erano entrati pagando il biglietto. Non avevano
mostrato il loro tesserino. Circostanza che confermò a Santoro
che erano impegnati in qualche tipo di missione.
Le vasche mostravano alle scolaresche in visita orche, squali e
foche. Separati a seconda della pericolosità e dell'impossibilità
di convivenza pacifica in funzione dei loro istinti. Gli squali
stavano con gli squali e le foche con le foche. Fonseca e
Quaresma facevano finta di leggere una brochure che avevano
rimediato su un banchetto lì all'ingresso delle sale buie,
illuminate dalle vasche e dalle loro luci interne e dal sole che vi
filtrava dentro. Ad un tratto si fermarono. Osservavano due
uomini che confabulavano davanti alla vasca delle orche. Uno
dei due aveva una valigetta 24 ore. Quello con la valigetta la
passò all'altro uomo, che, senza mai voltarsi si diresse verso
l'uscita dello zoo d'acqua.
L'uomo che aveva ceduto la valigetta era nella penombra.
Santoro non lo riconobbe subito. Quando il suo viso fu irradiato
da un cono di luce che veniva da una vasca lo riconobbe: era il
maggiore Thompson. Santoro restò sconcertato. Cosa stava
succedendo. Cosa accadeva? La vista di quell'uomo fece venire a
Santoro i pensieri più disparati. Tutto andava assumendo una
nuova luce. Che significava tutto quello a cui aveva assistito?
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