giovedì 8 luglio 2021

Lisboa 28

 Santoro uscì di primo mattino. La nebbia trasfigurava i 

contorni dei palazzi rendendoli tondi e smussati. Prese la 

metropolitana e scese in Praca Marques Pombal. Partiva da lì, 

sempre, per spostarsi. Ognuno doveva avere un suo centro di 

gravità permanente, pensò. Era una cosa che faceva 

inconsciamente, ma forse era una tendenza appartenente alla 

notte umana dei tempi. Troppo presto per questi pensieri 

profondi. Ci voleva un te'. E qualcosa da mettere sotto denti. La 

mattina senza carburante era una mattina in salita. C'era un 

bar dove andava sempre quando dimorava nell'iniziale albergo 

Torino. In avenida de Loulè. E a piedi, di buon passo, vi si recò. 

Camminando a fianco alla pista ciclabile, incontrò un clochard 

che raccoglieva i soldi in un bicchiere di carta plastificata del 

Mac Donald...Che era giusto di rimpetto. Barba curata e 

giubbotto di pelle quasi nuovo. Non una buona immagine di 

presentazione, se si voleva chiedere la carità. Ma a volte le 

apparenze ingannano e il giubbotto poteva essere il generoso 

lascito di qualcuno o di qualche negozio. Comunque giunto al 

bar, Santoro, osservò, sul lato opposto della strada, due grandi 

edifici completamente abbandonati. Sulle facciate dei graffitari 

temerari vi avevano dipinto, due immensi realistici tirannosauri. 

Uno su ciascun edificio. E nella nebbia e nell'atmosfera grigia 

che circondava tutto , facevano davvero una strana impressione. 

Sembravano veri e alludevano ad un ritorno alla preistoria, 

come in un libro fantasy...Santoro immaginò la scena: 

tirannosauri resuscitati da qualche laboratorio, riconquistavano 

la terra invasa dagli umani che nel frattempo sembravano i veri 

extraterrestri: con i loro palazzi, le auto, lo smog e i panini in 

scatola di carne di mucche tenute a vivere in due metri quadri 

con mammelle piene di antibiotici.

Face colazione, il solito te' e due pastel da Nata. Era pronto ed 

era carico. Doveva afferrare il toro per le corna. Il che 

equivaleva a dire che doveva stare incollato a Fonseca e 

Quaresma. Più il primo. Spense il vecchio Nokia e se lo rimise 

nella tasca di un giacchino. Il borsalino di paglia in testa gli 

conferiva un aria da turista . Quando passò vicino al clochard, 

questi gli parlò in italiano:" fate la carità", disse. Andiamo bene, 

pensò Santoro. Questo tizio mi ha riconosciuto come italiano 

solamente guardandomi camminare. Immaginiamo quanto ci 

metterebbe a scoprirmi uno delle forze dell'ordine 

portoghesi...O delle forze speciali; servizi segreti, diciamo.

Una trentina di minuti dopo era davanti a Charriz do Carmo. Si 

godette il cambio della guardia. Una marea di turisti si divertiva 

a fotografare. C'era la stessa nera di quella volta che andò a 

parlare con Fonseca. Stava smontando. I suoi movimenti 

marziali furono perfetti. I neri delle colonie, i portoghesi, se li 

tenevano di rappresentanza, pensò Santoro. Giudicò questo 

pensiero un pò eccessivo. Ma non doveva essere troppo lontano 

dalla realtà.

Se ne stette tutta la mattina seminascosto dietro la fontana 

ch'era davanti all'ingresso della Guardia Nazionale 

Repubblicana. Sedette ad un tavolino del chiosco lì a fianco e 

bevve una camomilla. Il tizio del chiosco sollevò gli occhi al cielo 

come per dire "che campa a fare, questo, beve solo camomilla". 

Ma Santoro non ci badò.

Nel pomeriggio la pazienza del maresciallo, fu ripagata. Vide 

Fonseca, in divisa, uscire. Erano le 3 del pomeriggio e il sole si 

era levato nel cielo, alto, diradando la nebbia. I colori e i 

contorni dei palazzi erano ora estremamente vividi. 

Fonseca era solo. Decise di seguirlo. Prima o poi avrebbe fatto 

qualche mossa falsa, pensò e Santoro ne avrebbe capito di più di 

tutta la vicenda. Fino ad allora, pensava, era stato come un 

ombra. Le sue indagini erano state condotte su un altro piano. 

Come dall'intercapedine di un mondo a varie dimensioni che 

ricordava una cipolla e i suoi strati. 

Seguì Fonseca fino a Baixa Chiado. Il Colonnello portoghese 

prese un caffè seduto al banco de "A Brasileira", caffè che 

faceva da sfondo alla statua bronzea di Pessoa ritratto seduto ad 

un tavolino per un caffè, anche lui. Pareva che nel Bar dov'era 

andato Fonseca, il caffè fosse direttamente importato dal 

Brasile. Nota ex colonia portoghese. Il titolare doveva essere 

brasiliano e ora il suo caffè, i portoghesi, dovevano pagarlo. Il 

karma doveva esistere, in un certo modo, osservò tra sè 

Santoro.

Poi Fonseca uscì, fece cinquanta metri e si fermò davanti ad un 

furgone. Bussò al portello posteriore. Poco dopo il portello si 

aprì e Fonseca entrò dentro. Una scena sorprendente. Il portello 

si richiuse dietro il colonnello. Santoro attese. Aveva comprato 

un giornale portoghese e facendo finta di leggero, sbirciava da 

dietro le sue pagine. Attese. Dopo un quarto d'ora, il portello si 

riaprì e Fonseca vi discese. Era in borghese e sorpresa...Con lui 

c'era un altro uomo in borghese...Indovina indovinello? Si disse 

Santoro: era Quaresma. "Il gatto e la volpe", gli venne fatto di 

pensare. Sicuramente andavano da qualche parte e sicuramente 

per servizio. Vestiti in borghese e camuffati da semplici cittadini. 

Li seguì a distanza. Nel frattempo, però, abbandonò il borsalino 

di paglia in un negozio dove comprò un capellino con la visiera 

tipo da baseball. Non si sapeva mai, nel giorno precedente 

poteva essere stato seguito. 

Fonseca e Quaresma si infilarono nella metropolitana, fermata 

Baixo Chiado. Non davano segni che temessero di essere seguiti. 

Evidentemente erano loro che dovevano seguire qualcuno.

Santoro gli andò dietro, a distanza. Per circa un'ora, i due 

graduati portoghesi, saltarono di treno in treno della 

metropolitana. Poi uscirono davanti all'Oceanario. L'Acquario 

di Lisbona. L'equivalente dell'Acquario di Genova. Presero la 

teleferica. Santoro salì due cabine dopo. Sorvolarono le acque 

dell'Atlantico che lambiscono Lisbona. Poi scesero e si diressero 

verso l'Oceanario. Santoro sempre dietro di loro come un 

segugio. Non mollava la preda. 

I due portoghesi erano entrati pagando il biglietto. Non avevano 

mostrato il loro tesserino. Circostanza che confermò a Santoro 

che erano impegnati in qualche tipo di missione.

Le vasche mostravano alle scolaresche in visita orche, squali e 

foche. Separati a seconda della pericolosità e dell'impossibilità 

di convivenza pacifica in funzione dei loro istinti. Gli squali 

stavano con gli squali e le foche con le foche. Fonseca e 

Quaresma facevano finta di leggere una brochure che avevano 

rimediato su un banchetto lì all'ingresso delle sale buie, 

illuminate dalle vasche e dalle loro luci interne e dal sole che vi 

filtrava dentro. Ad un tratto si fermarono. Osservavano due 

uomini che confabulavano davanti alla vasca delle orche. Uno 

dei due aveva una valigetta 24 ore. Quello con la valigetta la 

passò all'altro uomo, che, senza mai voltarsi si diresse verso 

l'uscita dello zoo d'acqua.

L'uomo che aveva ceduto la valigetta era nella penombra. 

Santoro non lo riconobbe subito. Quando il suo viso fu irradiato 

da un cono di luce che veniva da una vasca lo riconobbe: era il 

maggiore Thompson. Santoro restò sconcertato. Cosa stava 

succedendo. Cosa accadeva? La vista di quell'uomo fece venire a 

Santoro i pensieri più disparati. Tutto andava assumendo una 

nuova luce. Che significava tutto quello a cui aveva assistito?




 

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