Santoro abbraccio' Ana, la madre di Vanessa. Ecco, le disse in portoghese, adesso tua figlia e' libera. Ana scoppio' a piangere. Da un lato era contenta che si fosse scoperto come era morta sua figlia . Dall'altro lato c'era da parte sua come una gelosia che a scoprirlo fosse stato il suo amante italiano. Era una cosa che Santoro avvertiva, in qualche modo. Ma lascio' perdere. Dopotutto ciascuno ha il diritto di metabolizzare un dolore come meglio crede e come meglio puo' . Anche Cezar , il padre di Vanessa, abbraccio' Santoro. E fu un abbraccio franco, questa volta. Obrigado, esclamo', con tutto il trasporto possibile. Urbano ed extraurbano, penso' Santoro. Anche Andreina si strinse a lui, dopo che Cezar ebbe mollato la presa mettendosi a piangere. Infine, Maritza. Il suo abbraccio fu intenso e caldo come al solito. E Santoro avverti quella vibrazione di disponibilita' corporea e spirituale che fino ad allora solo Vanessa gli aveva dato. In pubblico pero' niente di tutto cio' trapelo'. Solo vibrazioni invisibili. Ma i due le avvertivano forte. Anche se Santoro non era interessato ad andare oltre. Ma c'era comunque una sim-patia. Michel se ne stava sdraiato sul divano a guardarsi la solita novela. Non si capiva a che puntata si fosse arrivati e Garibaldi era ancora al centro della scena. Michel si reggeva il mento con una mano. Aveva un espressione triste, malinconica. Santoro lo chiamo' a se'.
-Accompagnami, disse, voglio andare a vedere che tutto finisca nel verso giusto.
-Ok, disse Michel. Si alzo' e lo segui.
Prima di uscire da quella dimora della famiglia di Vanessa, da quella casa irrorata dal sole la cui ombra interna era spettrale come la cerimonia candomble' in un terreiro, i cui orixas da venerare erano gli attori della novela che facevano fermare il Brasile neanche giocasse la selecao, la nazionale di calcio verdeoro, guardo' le infradito parcheggiate fuori. Tutti quei colori, quelle misure diverse e quelle forme plastiche, identificavano bene l'immagine che doveva avere per lui il Brasile. Poi guardo' la famiglia di Vanessa. E li saluto' sapendo che non li avrebbe mai piu' rivisti per tutta la vita. Era un saluto triste, ma anche liberatorio. Una parte del suo passato stava per essere sepolta definitivamente. E con quella sepoltura l'anima della sua donna poteva definitivamente andare probabilmente dove finivano tutte le anime. Si sorprese a pensare questo. Si sorprese a cogliere nello sguardo di Maritza un invito a restare. Un'altra volta, penso' Santoro, in un'altra vita.
Con Michel al seguito, a piedi, si avvio' lungo il marciapiede di rua 109 del bairro Jose' Valter. Ando' a prendere l'omnibus li dietro casa di Vanessa. Si sedette sotto la pensilina. E attesero l'omnibus. A Michel che non gli aveva chiesto dove stessero andando, Santoro si senti di dire che andavano in ospedale, per fare visita a Cezar Sampajo e parlare con Junior Moreno. E raccontargli i fatti di Dona Jaqueline. Per evitare problemi a Michel e mettere una volta per tutte la parola fine a quella storia. Poi si sarebbero salutati.
Michel scoppio' a piangere. Le lacrime gli cadevano copiose e si confondevano con il sudore della calura umida della giornata. L'autista dell'omnibus era seduto al bar e non aveva intenzione di salire sul mezzo fermo in attesa e partire. L'orario era quando diceva lui. Il Brasile era un elefante seduto. Anche se Lula aveva avviato progetti per far uscire dalla poverta' milioni di famiglie, i sussidi che era riuscito a trovare sottraendoli alla rapacita' dei ricchi e delle multinazionali, finivano impigliati nelle maglie della burocrazia di milioni di impiegati che prima di fare qualsiasi cosa dovevano finire di bere la propria cerveza. Era un'immagine che a Santoro sembro' appropriata, dopo quel viaggio indimenticabile in una delle terre piu' belle e contraddittorie del pianeta.
Poi finalmente l'autista, un bianco portoghese , pachidermico, inforco' gli occhiali da sole come se dovesse salire sulla monoposto di Ayrton Senna e sali pesantemente sull'omnibus. Santoro e Michel, unici clienti della giornata fino a quel momento, lo seguirono. Aspettarono un tempo siderale per fare il biglietto. Poi finalmente l'omnibus si mosse, come il relitto del Titanic ancorato sul fondo del mare di sudore, di dolore e di nostalgia sul quale era bloccato.
Attraversarono la citta', in mezzo a viali alberati pieni di frutti penduli e pappagallini verdi e di gente grassa che camminava per dimagrire sotto un sole impossibile, con indosso magliette di Santi Cristiani o di Orixas indigeni, mentre studentesse di scuole private , bagnavano le proprie divise collegiali in attesa di salire sul bus che , sempre lentamente, ma inesorabilmente, metteva vela verso il centro di Fortaleza. Dai quartieri popolari, dove alcune dimore erano ancora prive di intonaco, l'omnibus passava a quelli residenziali, pieni di grattacieli e alberghi che dai piani alti guardavano l'oceano con le sue onde che fendevano l'orizzonte intervallate da piccoli surf che in lontananza parevano spillette da souvenir appuntate su caratteristiche t-shirt programmatiche recanti la scritta "Fortaleza no stress".
Giunti in rua Amelia Benebien l'omnibus effettuo' una fermata e Santoro e Michel scesero . Poche centinaia di metri e sarebbero giunti presso l'Hospital Geral accedendo da rua Ramos Botelho.
Fecero qualche centinaio di metri senza parlare. Santoro era triste. Dentro di se' avvertiva che lui per Michel era stato , sia pure per quel breve periodo, come un secondo padre. Lo aveva aiutato ad accettare, ad assorbire, la morte della sorella. Sicuramente Michel si sentiva in colpa, perche' sua sorella era morta per tirarlo fuori dai guai. Ma almeno a qualcosa era servito. L'organizzazione e gli uomini che lo minacciavano non erano piu' un grado di nuocergli. Se i sopravvissuti fossero un giorno usciti vivi dalle patrie galere, non avrebbero certo avuto voglia di andarlo a cercare. Perlomeno se avessero avuto un po' di sale in zucca. E avessero voluto godersi quel che gli fosse restato da vivere.
L'Hospital Geral aveva un corpo enorme, massiccio, una spianata interminabile di finestre , una teoria di stanze , come solo un ospedale brasiliano poteva essere. In Brasile era tutto iper, eccessivo, poverta' estrema, supermercati grandi come citta'.
Alle reception appresero che il detenuto era nel reparto chirurgia. Mentre salivano con l'ascensore, al primo piano, con loro entro' un'infermiera. Santoro la riconobbe. Era Neusa, l'infermiera con cui aveva familiarizzato quella volta che era stato li per Michel.Sempre bellissima, mulatta, capelli ossigenati, tette sode come ananas e sedere a predellino di treno. Lei gli sorrise.
-Ciao, gli disse in italiano
-Ciao, fece Santoro. La guardo' negli occhi. Erano occhi stupendi, verdi, con riflessi argentati. E di colpo tornarono le vibrazioni. In ascensore, in filodiffusione, stavano trasmettendo Besame Mucho cantata da Diana Krall, credette Santoro, suonata con un sottofondo di bossa. Gli sembro' una canzone appropriata. Michel si accorse di quella chat silenziosa di messaggi cifrati e mica tanto che stava intercorrendo fra i due. Dentro di se' sorrise. La vita continua , penso' E quell'uomo che era diventato per lui come un secondo padre aveva sofferto abbastanza. Magari aveva diritto ad un altra chance.
Neusa dovette scendere al piano successivo. Santoro e Michel andavano piu' su.
-Dopo passa a trovarmi, disse Neusa in italiano.
Santoro ebbe delle sensazioni strane. A cui non voleva di primo achito credere. Perche' se avesse dovuto seguire il filo di quelle sensazioni si sarebbe trovato in un mare di guai. Lo sentiva. Avrebbe dovuto cominciare a pensare a qualcosa di soprannaturale. A Vanessa che gli stava parlando con la voce di un' altra. E questo poteva essere troppo anche per lui. Continuo' ad assaporare quella canzone fino alla fine, adagiando la testa sulla parete dell'ascensore. Era un secolo che non beveva una camomilla, penso' .
Bingo! Ecco cosa doveva fare appena possibile. Doveva ubriacarsi di camomilla. Le vecchie abitudini gli davano sicurezza, gli davano tranquillita', gli davano la misura di quella vulnerabilita', di quella fragilita', che rappresentavano quella silenziosa forza spiazzante che lo avevano tenuto in vita fino a quel momento.
Arrivati davanti alla stanza di Cezar Sampajo, c'erano due della Policia Militar in divisa. Santoro chiese a loro di entrare. Disse che era un amico di Junior Moreno. Ma i due gli puntarono l'm-16 contro. In quell'istante la porta si apri. Era Junior Moreno. Il suo sorriso franco da mulatto accolse Santoro. Fece cenno ai suoi giannizzeri di lasciar passare. Santoro e Michel entrarono. Sdraiato su un letto ben fasciato e ammanettato, c'era Cezar Sampajo. Sembrava aver riconquistato tutta la sua iattanza.
-O meu Deus...o italiano burro, disse rivolto a Santoro dandogli dell'asino. Un asino che lo aveva pero' incastrato, penso' Santoro.
-Allora Sampajo, sei pronto per la galera? Sei fortunato che ti mandano a Sao Paulo e che li non ti conosce nessuno, disse Santoro.
-Finche' non capita li nessuno che ti conosce, aggiunse sogghignando.
Sampajo si fece serio.
-Sai la tua amica Dona Jaqueline? Beh , spero per lei che li dov'e' ora non incontri 'anima della mia donna, perche' quella sarebbe la volta buona in cui dopo la morte del corpo ci sarebbe quella dello spirito sopravvissuto .
Sampajo lo guardava con rabbia. Ma taceva. Era stato sconfitto su tutta la linea. E tanto piu' si sentiva sconfitto perche' Santoro non lo aveva ucciso. Santoro era uno che non giocava secondo le regole. Lasciarlo in vita da sconfitto equivaleva ad ucciderlo due volte. Michel lo guardava con disgusto.
-Foi por culpa sua, viu, urlo' Sampajo in direzione di Michel
-Non infierire su di lui, bastardo, disse Santoro, ha gia' sofferto abbastanza.
Santoro saluto' Sampajo con la manina ondeggiante in modo beffardo alla maniera della regina Elisabetta. Uscirono con Junior Moreno.
Nel corridoio Junior Moreno gli disse che era stato promosso ad ufficiale. Santoro lo saluto' militarmente.
-Benvenuto fra i coglioni...che tali riteniamo da sempre gli ufficiali, disse.
Junior Moreno sorrise. Si abbracciarono. Santoro racconto' i fatti di Canoa Quebrada.
Junior Moreno disse che era tutto a posto. Che sapeva gia' tutto e che se anche non si fosse fidato della sua parola aveva avuto gia' modo di risalire allo svolgimento dell'accaduto tramite la sua fedele rete di informatori, fra i quali annoverava persino dei candomlecisti.
Santoro gli strinse la mano. Poi si abbracciarono ancora.
-Adeus, gli disse in portoghese.
Junior Moreno gli disse che gli sarebbe piaciuto che restasse. Che gli poteva offrire un posto come investigatore.
Santoro ringrazio' . Fece cenno a Michel che doveva togliere le tende.
Mentre scendevano con l'ascensore, disse a Michel-senti, tornatene pure a casa, ci vediamo dopo, devo sbrigare una faccenda.
Michel sorrise.
-Che cavolo sorridi? , fece Santoro.
-Mulherengo, disse Michel, dandogli del donnaiolo.
-Vai, va...ci vediamo dopo , ribadi Santoro.
-Prima di andare via viene a salutare me? , chiese.
-Contaci, disse Santoro.
Al terzo piano scese. Era il piano d Neusa. Michel lo saluto' sorridendo sotto i baffi che non aveva.
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