domenica 12 giugno 2016

Brasil, capitolo 35

Arrivarono nel pomeriggio, a Canoa Quebrada. Gli ultimi spiccioli di Carnevale li avrebbero passati li. Scesero dall'omnibus e a piedi fecero due passi per il centro di questo villaggio di baracche che era una delle localita' turistiche piu' conosciuta del nordest brasiliano. Sullo sfondo c'era l'Oceano , agitato, come al solito, con dei giovani surfisti in azione. La spiaggia era affollata di ombrelloni, sedie e tavoli spartani e su quei tavoli  stazionavano piatti con ogni ben di Dio, riso, fagioli neri, puntine di maiale, vinaigrette, pesci di ogni dimensione, granchi giganti, ostriche potenziate con pimenta, peperoncino piccante....e mentre si mangiava e si gozzovigliava, il carnevale intorno impazzava, con canti , balli e musica da forare i timpani, garotas programa in azione e massaggiatrici con olio di cocco,  oltre a venditori di cianfrusaglie e turisti. Stranieri ma anche brasiliani, di altre zone del Brasile, un paese che piu' che una nazione era un continente,quanto a varieta' orografica, antropologica e climatica. Scesero per una scaletta di legno verso la praya, la spiaggia, lungo un sentiero che tagliava di netto delle rocce dal caratteristico colore rosso. Passarono davanti ad una baracca battente bandiera giamaicana, piena di neri dalle capigliature imbandite di dreadlooks, che fumavano erba e flirtavano con donne d'ognidove. Santoro immagino' che dentro la baracca , nascosti agli occhi esterni, stesse succedendo di peggio. Ma non si senti di approfondire la cosa. Era li per altre ragioni. Insieme a Michel , che lo seguiva silenzioso e stranamente malinconico, si diresse ad una baracca li prospiciente, che dava sul mare e che sembrava un po' piu' tranquilla. Si sedettero. Dopo un po' arrivo' un ragazzo , un mulatto sui diciott'anni che gli chiese cosa gradivano. Santoro ordino' qualcosa da mangiare. Bisognava mettersi in forze, se si voleva avere energia sufficiente per quella che si sarebbe annunciata come una battaglia spirituale. Ed era cosi che Santoro intendeva nutrire il suo spirito, rifocillandosi di proteine e vitamine. Ordino' del pesce , riso, ma soprattutto vari succhi di frutta, in particolare di goiaba rossa. Era il suo frutto preferito, con quel retrogusto amarognolo che sapeva di selvatico. Anche Michel ordino' da mangiare, piu' o meno le stesse cose. Ma non ordinarono alcolici. Con somma meraviglia del cameriere.
-Come ci muoviamo? Disse come al solito Santoro.
-Chiediamo a qualcuna donna che fa massaggi, disse Michel.
-Buona idea...chiamane una.
Michel provvide all'istante.
Una donna, una india dalla pelle olivastra, di mezz'eta ma portata divinamente, con quel sorriso da venditrice che venderebbe pentole in un negozio di pentole cinese ai cinesi , si avvicino'. In bikini, con un pareo a coprire dei fianchi sontuosi, occhi di taglio orientale.
-Quero um massagem, posso?, disse Santoro in perfetto portoghese.
-Claro , meu amor, disse lei civettuola.
Mentre Santoro si mise con il petto sulla spalliera della sua sedia, lei gli cosparse la schiena di olio di cocco. E comincio' a massaggiarlo lentamente. E sapientemente.
Santoro si rilasso' e comincio' a chiederle se conoscesse qualche candomlecista, li in zona. Aveva saputo che c'era un Terreiro da quelle parti e di una certa Dona Jaqueline, Mae Santa di quel Terreiro.
Mentre lo massaggiava , Lourdes , questo il nome della massaggiatrice, incuriosita, chiese a Santoro come mai un gringo cercava Dona Jaqueline. Che non doveva essere per niente di buono.
Michel a quel punto intervenne. Disse che era il fratello di Vanessa e che doveva portare a Dona Jaqueline un messaggio di sua sorella, Mae Santa di un Terreiro di Fortaleza, di cui fece il nome. Lourdes  sembro' tranquillizzarsi. Per un po' non disse niente. Poi , mentre concludeva il massaggio  disse che il terreiro si trovava verso la fine del villaggio, proseguendo nella via principale di Canoa Quebrada .Santoro ringrazio' e le dette una buona mancia.
-Boa sorte, disse Lourdes, que voces estao precisando. 
Perche' doveva aver bisogno di tutta quella fortuna? Penso' Santoro. Mah, in Brasile ogni indio, ogni mulatto, caboclo, cafuzo, portoghese branco, alemao o italiano nati li, erano indovini, maghi, stregoni. La magia era la loro linfa vitale e anche quando non ci credevano, loro malgrado, inconsciamente, esercitavano questo loro intuito spirituale.
Finirono di mangiare, Santoro pago' e si incamminarono. 
Per strada gruppi di giovani ballavano  e cortei di maschere tradizionali e devozionali di indio, si intrecciavano rendendo il cammino del maresciallo e del fratello di Vanessa lievemente tortuoso.
Con fatica arrivarono sul luogo dove avrebbero dovuto trovare il Terreiro. Era una casa di legno, intorno deserta e silenziosa. Il carnevale non era arrivato, sin li. Nemmeno in quest'ultimo giorno.
Si approssimarono all'ingresso. Da dentro veniva un rumore di percussioni. Gli atabaques, tamburi di vario tipi, che erano soliti accompagnare una cerimonia candomblecista.
Santoro spalanco' la porta. Dentro appena si accorsero di loro. C'erano i suonatori di atabaques intorno intenti a suonare e al centro un mucchio di gente che ballava di fronte ad un altare sul quale c'era una raffigurazione sacra che doveva essere un orixa, divinita' di un culto sincretico dietro la quale si incarnava qualche santo cattolico. Sul momento Santoro non riusci a capire che orixa fosse. Forse Xango , forse Ogum. Ma non era importante, in quel momento. I danzatori fumavano sigari e dovevano essere ben imbottiti di cachaca, perche' sembravano in stato di trance. Come pure Dona Jaqueline, al centro del Terreiro, che stava dicendo cose apparentemente senza senso con una voce che non sembrava sua, una voce da bambina. Nessuno sembrava essersi accorto di loro, di Santoro e Michel. Eppure era come se se ne fossero accorti e fossero nell'impossibilita' di interrompere cio' che avevano iniziato. Dona Jaqueline era un'india ed era  mulatta, le vedeva per la prima volta con chiarezza il viso, Santoro, dopo quella notte nel deserto in cui l'aveva affrontata uscendone spiritualmente a pezzi. Con il dubbio atroce che Vanessa fosse stata l'amante di Cezar Sampajo. Dona Jaqueline era vestita di bianco e aveva uno specchio con il manico in mano. Dalla sua bocca continuava ad uscire una voce da bambina. E in portoghese raccontava una storia. Era la storia di una donna che aveva tradito il suo uomo, per motivi di potere. La storia diceva che l'uomo tradito era sempre stato convinto della fedelta' della sua donna. Che la donna era una Mae Santa, una Mae Santa malvagia, pero', egoista, che per salvare se stessa e suo fratello aveva fatto uccidere degli uomini . E per colpa sua le famiglie di quegli uomini avevano patito la fame. Il suono dei tamburi aumentava d'intensita' e le danze divenivano piu' frenetiche. Li dentro c'era molta nebbia, probabilmente determinata dal fumo dei sigari che molti uomini  fumavano. Ma c'erano anche parecchie donne, che fumavano sigari, alcune molto giovani. Una trentina di persone. Santoro a quel punto comincio' a pensare che se quella gente avesse voluto e fosse stata indotta a farlo, avrebbe potuto farli a pezzi. Tutti e due, lui e Michel.
Ad un certo punto Dona Jaqueline, fece un balzo e cadde a terra. Una volta al suolo si contorceva tutta, in quel suo vestito bianco con una gonna lunga e larga . Le si vedevano le cosce , che sembravano le cosce di una donna in forma , notevolmente piu' giovane della donna che doveva essere in realta'. Quelle cosce sembravano invitarlo. Gli sembro' di riconoscerle. Sembravano le cosce di Vanessa. Mentre Dona Jaqueline si girava e rigirava , la guardo' in viso e vide che era Vanessa. Santoro cerco' di capire se stesse sognando o fosse ancora lucido. Guardo' meglio. Sembrava Vanessa, non c'era dubbio. Michel anche osservava la scena. Ma non dava a Santoro l'idea che avesse riconosciuto sua sorella. Doveva essere un'allucinazione. E se non fosse stata un'allucinazione?, penso' a quel punto Santoro. Si senti perso, solo, in balia degli eventi, avvolto da  quell'atmosfera magica, incapace di farsi venire uno solo dei suoi proverbiali e dissacranti motti ironici capaci di riportarlo alla realta'. Cosi cadde per terra. Sotto gli occhi di Michel. E sotto i colpi , forse, di un'illusione, che non poteva e non voleva accettare.

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