Aeroporto Pinto Martins, Fortaleza, fine febbraio. Santoro era seduto ad un bar e beveva un succo di maracuja. La camomilla l'avrebbe bevuta in aereo. Nove ore di volo erano tante e avrebbe preferito dormire anziche' guardare sei o sette insulsi filmetti americanoidi con quel coglione di Eddie Murphy come protagonista. Mentre beveva qualcuno gli poggio'una mano sulla spalla. Santoro raggelo'.Era disarmato ed in un paese straniero. Stette un bel po' prima di girarsi. Poi lentamente lo fece. Un franco sorriso lo accolse. Era Junior Moreno.
-Che ci fai da queste parti, mi hai fatto venire un colpo, disse Santoro.
-Venuto ti salutare...ho portato un amico, fece Junior Moreno. Dietro di lui c'era Michel.
-Ciao, ragazzo, come stai, disse Santoro.
-Bene...un po' di saudade perche' tu tornare in Italia.
-Devo andare...in Italia fanno le migliori camomille del mondo, non lo sapevi?, disse Santoro, e fanno i migliori concerti di musica jazz e classica.
Michel sorrise debolmente....
-L'officiale Moreno fatto indagine su trapianto a Neusa, disse Michel.
-Eh? , fece Santoro in preda ad un ansia terribile.
-Cornee sono di Vanessa.
Santoro resto' in silenzio per un momento. Dentro di se' addivenne ad un momento di pacificazione improvvisa. Meno male penso'. Cosi posso partire. Mi manca l'Italia. Mi manca la Puglia. Mi manca persino Milano. Del resto i migliori cantanti brasiliani vengono li a fare i loro concerti. La caipirinha la potro' bere al festiva "latinamericando" di Assago. E il profumo di Neusa lo potro' ritrovare nelle mille feste brasiliane in giro per il mio paese. Brasile da esportazione, d'accordo. Ma come spesso accade certa gente da' il meglio di se' lontano dalla propria terra. Persino lui c'era riuscito, risolvendo l'ennesimo caso. 100% di casi risolti. Niente male per un investigatore italiano.
-Bene, disse infine, vieni qui ragazzo, fece a Michel. Lo chiamo' a se e lo abbraccio' forte.
Michel sbotto' a piangere. Poi si calmo' di colpo, riacquistando una certa dignita'.
-E tu, Junior, che sei venuto a fare ...non mi dirai che sei venuto solo per accompagnare Michel.
-No amico, no. Sono venuto per accertarmi tu partire. L'ultima historia di Nestor Silva e' stata difficile gestire. Fortuna che c'era testimuni che messo per iscritto che lui caduto in mare da solo.
Santoro sorrise.
-Hai fatto bene a venire, mio caro amico. Questa faccenda delle cornee di Vanessa mette la parola fine a questa storia. E quindi posso partire. Con il cuore a pezzi, ma con piu' verita' di prima. Vanessa puo' ora riposare in pace, disse Santoro. E si commosse un po' , il maresciallo pugliese. In fondo quella donna di pelle nera gli era entrata dentro come nessun'altra donna fino a quel momento. Aveva qualcosa di speciale. Forse la sua magia. Forse perche' anche lei era una cercatrice di verita'.
-Anche perche', aggiunse Santoro, se le cornee non fossero state quelle di Vanessa, sarei rimasto ancora per scoprire fino in fondo tutta la vicenda.
Junior Moreno lo guardo' come se stesse pensando, grazia a Dio non e' successo. Santoro gli piaceva, ma era un uomo che perseguiva un unica personale disciplina. Quella della ricerca della verita'. Fosse anche Dio in persona il colpevole. E questo nel suo paese, il Brasile," l'elefante sentado", non era ancora possibile. Ma lui e quelli come lui avrebbero lavorato per renderlo possibile. Si strinsero la mano. Santoro lo abbraccio' Abbraccio' ancora Michel.
-Ate' logo, disse in portoghese. E si diresse verso il passaggio che lo avrebbe condotto attraverso i controlli per l'imbarco.
Mentre si incamminava nel serpentone della fila dei viaggiatori in coda per i metal detector, si volto'. I suoi amici non c'erano piu' . E non li avrebbe mai piu' rivisti in tutta la sua vita. Perlomeno in quella che stava vivendo. Vivere per qualche tempo in quel paese sembrava gli avesse aperto le porte della spiritualita'.
Passando attraverso il metal detector ci fu un segnale acustico che qualcosa non andava. Lo fecero ripassare e ci fu ancora il senale acustico. Dovevano perquisirlo. Un uomo si avvicino', ma Santoro lo stoppo' con una mano.
-Amico, se proprio qualcuno mi deve mettere le mani addosso, beh, preferisco lei, fece indicando la collega dell'uomo, una brasiliana bionda mozzafiato, certamente di lontane origini teutoniche. L'uomo sorrise.
In portoghese gli disse che non era possibile. Poi aggiunse, durante l'orario di lavoro. Santoro rise. Se era vero che il Brasile era un paese di spiriti. Beh, anche gli spiritosi non mancavano. Mentre l'uomo lo perquisiva con discrezione constatando che Santoro era"pulito", ebbe un moto di nostalgia. Stava partendo e gia' quella terra gli mancava. Gente sportiva, gente per la quale fare sesso era come bere una bibita ghiacciata nel deserto: un gesto naturale, senza quella sacralita' che ci mettevano gli europei, rendendolo gravido di significati al limite del mistico...fino al punto da inventare la psicanalisi per dire che tutto ruota intorno a quella cosa. Quella cosa che per i brasiliani e' gioia, vita, relax, in una parola:amore. E senza tante pippe. E per i brasiliani era cosi per ogni cosa. Ecco cosa significava essere un continente giovane. Avevano voglia di vivere. Ma Santoro , da europeo, si sarebbe accontentato persino di non aver voglia di morire.
Fine
martedì 28 giugno 2016
giovedì 23 giugno 2016
Brasil, capitolo 40
-Esta ai o dotor Nestor Silva? , chiese Santoro ai due gorilla armati.
-Quem e' voce?
-Marcello Matroianni, disse Santoro
I due gorilla si guardarono l'uno con l'altro. Non avevano ben capito chi fosse quell'uomo, ma dal tono che aveva usato doveva essere un uomo importante.
Si decisero a farlo salire a bordo. Lo perquisirono, come pure Michel. Per fortuna si erano disfatti della armi. Le avevano donate all'oceano atlantico. Si sedettero sotto gli occhi di uno dei due gorilla, un nero immenso che sorrideva anche quando non sorrideva, doveva essere una forma di prognatismo, la sua.
Attesero. Michel era in tensione.
-E ora che cosa dire noi?
-Tu non ti preoccupare, lascia parlare me, disse Santoro con una certa sicurezza. Bluffava.
Dopo un certo numero di minuti, in accappatoio bianco, un uomo dall'eta' indefinita, si avvicino' a loro.
Parlo' in portoghese con un fare alquanto arrogante, intendeva conoscere il burlone che si era presentato con il nome di Marcello Mastroianni. E dette uno schiaffone sulla nuca al gorilla che lo aveva disturbato.
-Eu, senhor, me chamo de verdade Marcello Matroianni. Mas nao falei que eu era Marcello Mastroianni o ator, disse Santoro intendendo dire che era solo un omonimo, non il defunto attore.
-Aahahahahahah, nao acredito, disse a quel punto il magnate, non ci credeva.
Aveva una faccia ricucita in piu' punti frutto di numerose chirurgie plastiche, sembrava in forma, ma a giudicare da alcuni particolari della pelle doveva avere piu' di duecent'anni, penso' Santoro. L'accanimento terapeutico, a quanto pareva, non era una prerogativa dei decadenti leader del socialismo realizzato.
A quel punto Santoro penso' di venire alla questione del perche' fossero li. Ma prima di ogni cosa l'uomo,inaspettatamente, li invito' a bordo. Fece strada lungo l'enorme sala centrale dello Yacht e si ritrovarono a prua.
Voleva che assistessero ad uno dei suoi passatempi preferiti: dar da mangiare agli squali. Aveva disseminato l'acqua davanti allo yacht di pezzi di carne vaccina sanguinolenta e ogni tanto ne gettava altri . Inutile dire che il porticciolo era affollato di squali, attirati da tutto quel sangue. Era uno spettacolo disgustoso. E pericoloso, perche' gli squali poi sarebbero di sicuro rimasti in zona , recando pericoli ai natanti delle vicine spiagge fortalensi. Nestor Silva lanciava prendendoli da degli appositi secchi pezzi di carne sanguinolenta e rideva a crepapelle. A Santoro sembrava un dittatore nella fase di decadenza , verso la fine del proprio potere.
Poi all'improvviso, con meraviglia da parte di Michel, affronto' l'argomento per cui si trovavano li.
-Senta, signor Silva, leviamo un po' di cortine fumogene davanti a noi, disse in italiano.
-Allora lei veramente italiano? che interessante!....ahahahahahahah, disse Nestor Silva, ma prego, dire a me...
-Sono qui perche' sono un amico di Neusa...e ho saputo che lei l'ha aiutata per il suo trapianto.
Nestor Silva continuava a lanciare pezzi di carne in mare. I tonfi di quella carne richiamavano altri squali. Dai natanti intorno un po' di gente, fra l'inorridito e il ruffiano, assisteva alla cerimonia.
-Io aiuto muita gente...ho perso il conto di quante gente io aiutato...
-Ma vede, in questo caso, senhor Nestor Silva, lei si e' procurato le cornee che poi sono state trapiantate a Neusa, da dei trafficanti di organi.
-Ahahahahaha, lei italiano, muito simpatico. Gli italiani sono muito bravi raccontare belle storie. Popolo di scrittori, artisti, muita fantasia, disse Silva. E continuo' imperterito ad osservare come gli squali si battevano per disputarsi i pezzi di carne migliore.
Continuo' per un bel po' senza dire niente.
Poi ad un certo punto fece-Neusa? chi e' questa persona? Io conosco perlomeno tre mila donne con questo nome...
-Fa l'infermiera all'Hospital Geral, disse Santoro.
-Non conosco nessuna Neusa che lavora in quel posto, disse Nestor Silva, ma voi essere miei ospiti, posso offrire qualcosa da mangiare un aperitivo, un tiragosto?
Michel si stava spazientendo. Non gradiva molto quel tipo di umorismo da mafioso. Quell'uomo a furia di creare televisione doveva pensare che la vita fosse una puntata di un serial televisivo.
Cosi gli parlo' in portoghese e con il massimo dell'accento nordestino possibile. Gli disse che era il fratello di Vanessa. E in breve gli racconto' tutta la storia.Disse che sua sorella era morta per salvarlo e quelli da cui lei lo voleva salvare l'avevano uccisa e ne avevano fatto vendere gli organi al mercato clandestino alimentato da miliardari senza scrupoli.
Nestor Silva resto' in silenzio. I due gorilla cominciarono ad innervosirsi. Alzarono i loro m-16 e li puntarono su Santoro e Michel. Silva non diceva niente. Rifletteva. Continuava a lanciare pezzi di carne sanguinolenta agli squali.
Poi inizio' un discorso strano, rivolto a Michel. Disse che quegli squali rappresentavano registi , attori e produttori che vivevano sfruttando la Tv che dirigeva. Che erano persone infide, che non ce la faceva piu' a trattare con loro, che lo stavano dissanguando, in cambio di popolarita' e ricchezza. Si stava alterando mentre parlava. Prese un secchio che conteneva dei pezzi di carne per gli squali e lo lancio' cosi in mare. I due gorilla lo osservavano senza batter ciglio. Dovevano essere abituati a quei comportamenti eccentrici.
Poi prese un altro secchio e stava per lanciarlo, ma all'ultimo momento fece come per trattenersi, perse l'equilibrio, cadde a peso morto sulla balaustra della prua e scivolo' incredibilmente in mare. I due gorilla si lanciarono immediatamente ad osservare la scena. Santoro gli disse che si dovevano tuffare in acqua per salvarlo. I due lo guardarono e non dissero niente. Cominciarono a sparare agli squali intorno a Nestor Silva, che sbraitava e gridava implorando l'aiuto di qualcuno. Un aiuto che non venne da nessuno. In pochi minuti di Nestor Silva non rimasero nemmeno i vestiti. Dagli yacht intorno le grida di disperazione cominciarono a lacerare l'aria . Santoro e Michel restarono seduti a prua, mentre gli uomini che avevano cercato di salvare Silva sparando agli squali[e guardandosi bene dal buttarsi in acqua], continuavano ad uccidere quei poveri animali. Il mare li davanti allo yacht era rosso sangue. Mentre i gorilla completavano l'opera di distruzione dei pesci, Santoro e Michel si defilarono lungo lo yacht. In pochi minuti erano gia' lontani dal natante.
-Ha avuto quel che si meritava, disse Santoro.
-E' stato suo karma, disse Michel.
-In che senso?
-Se fai del male prima o poi tutta quella energia negativa ti uccidera'...e' la nostra religione, le nostre credenze... Vengono dall'Africa.
Santoro non disse niente. Ciascuno era libero di credere in cio' in cui gli facesse piu' comodo credere . Ma per quanto lo riguardava, quell'uomo, Nestor Silva, era incappato in un errore di sottovalutazione. Si sentiva troppo sicuro di se'. Cosi potente da sentirsi immortale. Probabilmente pensava che anche cadendo in acqua i suoi giannizzeri si sarebbero lanciati in suo soccorso. Ma non bisognava essere napoletani per credere in quel famoso detto che dice"ca nisciun e' fess". Doveva essere un mantra valido in tutti i sud del mondo.
-Quem e' voce?
-Marcello Matroianni, disse Santoro
I due gorilla si guardarono l'uno con l'altro. Non avevano ben capito chi fosse quell'uomo, ma dal tono che aveva usato doveva essere un uomo importante.
Si decisero a farlo salire a bordo. Lo perquisirono, come pure Michel. Per fortuna si erano disfatti della armi. Le avevano donate all'oceano atlantico. Si sedettero sotto gli occhi di uno dei due gorilla, un nero immenso che sorrideva anche quando non sorrideva, doveva essere una forma di prognatismo, la sua.
Attesero. Michel era in tensione.
-E ora che cosa dire noi?
-Tu non ti preoccupare, lascia parlare me, disse Santoro con una certa sicurezza. Bluffava.
Dopo un certo numero di minuti, in accappatoio bianco, un uomo dall'eta' indefinita, si avvicino' a loro.
Parlo' in portoghese con un fare alquanto arrogante, intendeva conoscere il burlone che si era presentato con il nome di Marcello Mastroianni. E dette uno schiaffone sulla nuca al gorilla che lo aveva disturbato.
-Eu, senhor, me chamo de verdade Marcello Matroianni. Mas nao falei que eu era Marcello Mastroianni o ator, disse Santoro intendendo dire che era solo un omonimo, non il defunto attore.
-Aahahahahahah, nao acredito, disse a quel punto il magnate, non ci credeva.
Aveva una faccia ricucita in piu' punti frutto di numerose chirurgie plastiche, sembrava in forma, ma a giudicare da alcuni particolari della pelle doveva avere piu' di duecent'anni, penso' Santoro. L'accanimento terapeutico, a quanto pareva, non era una prerogativa dei decadenti leader del socialismo realizzato.
A quel punto Santoro penso' di venire alla questione del perche' fossero li. Ma prima di ogni cosa l'uomo,inaspettatamente, li invito' a bordo. Fece strada lungo l'enorme sala centrale dello Yacht e si ritrovarono a prua.
Voleva che assistessero ad uno dei suoi passatempi preferiti: dar da mangiare agli squali. Aveva disseminato l'acqua davanti allo yacht di pezzi di carne vaccina sanguinolenta e ogni tanto ne gettava altri . Inutile dire che il porticciolo era affollato di squali, attirati da tutto quel sangue. Era uno spettacolo disgustoso. E pericoloso, perche' gli squali poi sarebbero di sicuro rimasti in zona , recando pericoli ai natanti delle vicine spiagge fortalensi. Nestor Silva lanciava prendendoli da degli appositi secchi pezzi di carne sanguinolenta e rideva a crepapelle. A Santoro sembrava un dittatore nella fase di decadenza , verso la fine del proprio potere.
Poi all'improvviso, con meraviglia da parte di Michel, affronto' l'argomento per cui si trovavano li.
-Senta, signor Silva, leviamo un po' di cortine fumogene davanti a noi, disse in italiano.
-Allora lei veramente italiano? che interessante!....ahahahahahahah, disse Nestor Silva, ma prego, dire a me...
-Sono qui perche' sono un amico di Neusa...e ho saputo che lei l'ha aiutata per il suo trapianto.
Nestor Silva continuava a lanciare pezzi di carne in mare. I tonfi di quella carne richiamavano altri squali. Dai natanti intorno un po' di gente, fra l'inorridito e il ruffiano, assisteva alla cerimonia.
-Io aiuto muita gente...ho perso il conto di quante gente io aiutato...
-Ma vede, in questo caso, senhor Nestor Silva, lei si e' procurato le cornee che poi sono state trapiantate a Neusa, da dei trafficanti di organi.
-Ahahahahaha, lei italiano, muito simpatico. Gli italiani sono muito bravi raccontare belle storie. Popolo di scrittori, artisti, muita fantasia, disse Silva. E continuo' imperterito ad osservare come gli squali si battevano per disputarsi i pezzi di carne migliore.
Continuo' per un bel po' senza dire niente.
Poi ad un certo punto fece-Neusa? chi e' questa persona? Io conosco perlomeno tre mila donne con questo nome...
-Fa l'infermiera all'Hospital Geral, disse Santoro.
-Non conosco nessuna Neusa che lavora in quel posto, disse Nestor Silva, ma voi essere miei ospiti, posso offrire qualcosa da mangiare un aperitivo, un tiragosto?
Michel si stava spazientendo. Non gradiva molto quel tipo di umorismo da mafioso. Quell'uomo a furia di creare televisione doveva pensare che la vita fosse una puntata di un serial televisivo.
Cosi gli parlo' in portoghese e con il massimo dell'accento nordestino possibile. Gli disse che era il fratello di Vanessa. E in breve gli racconto' tutta la storia.Disse che sua sorella era morta per salvarlo e quelli da cui lei lo voleva salvare l'avevano uccisa e ne avevano fatto vendere gli organi al mercato clandestino alimentato da miliardari senza scrupoli.
Nestor Silva resto' in silenzio. I due gorilla cominciarono ad innervosirsi. Alzarono i loro m-16 e li puntarono su Santoro e Michel. Silva non diceva niente. Rifletteva. Continuava a lanciare pezzi di carne sanguinolenta agli squali.
Poi inizio' un discorso strano, rivolto a Michel. Disse che quegli squali rappresentavano registi , attori e produttori che vivevano sfruttando la Tv che dirigeva. Che erano persone infide, che non ce la faceva piu' a trattare con loro, che lo stavano dissanguando, in cambio di popolarita' e ricchezza. Si stava alterando mentre parlava. Prese un secchio che conteneva dei pezzi di carne per gli squali e lo lancio' cosi in mare. I due gorilla lo osservavano senza batter ciglio. Dovevano essere abituati a quei comportamenti eccentrici.
Poi prese un altro secchio e stava per lanciarlo, ma all'ultimo momento fece come per trattenersi, perse l'equilibrio, cadde a peso morto sulla balaustra della prua e scivolo' incredibilmente in mare. I due gorilla si lanciarono immediatamente ad osservare la scena. Santoro gli disse che si dovevano tuffare in acqua per salvarlo. I due lo guardarono e non dissero niente. Cominciarono a sparare agli squali intorno a Nestor Silva, che sbraitava e gridava implorando l'aiuto di qualcuno. Un aiuto che non venne da nessuno. In pochi minuti di Nestor Silva non rimasero nemmeno i vestiti. Dagli yacht intorno le grida di disperazione cominciarono a lacerare l'aria . Santoro e Michel restarono seduti a prua, mentre gli uomini che avevano cercato di salvare Silva sparando agli squali[e guardandosi bene dal buttarsi in acqua], continuavano ad uccidere quei poveri animali. Il mare li davanti allo yacht era rosso sangue. Mentre i gorilla completavano l'opera di distruzione dei pesci, Santoro e Michel si defilarono lungo lo yacht. In pochi minuti erano gia' lontani dal natante.
-Ha avuto quel che si meritava, disse Santoro.
-E' stato suo karma, disse Michel.
-In che senso?
-Se fai del male prima o poi tutta quella energia negativa ti uccidera'...e' la nostra religione, le nostre credenze... Vengono dall'Africa.
Santoro non disse niente. Ciascuno era libero di credere in cio' in cui gli facesse piu' comodo credere . Ma per quanto lo riguardava, quell'uomo, Nestor Silva, era incappato in un errore di sottovalutazione. Si sentiva troppo sicuro di se'. Cosi potente da sentirsi immortale. Probabilmente pensava che anche cadendo in acqua i suoi giannizzeri si sarebbero lanciati in suo soccorso. Ma non bisognava essere napoletani per credere in quel famoso detto che dice"ca nisciun e' fess". Doveva essere un mantra valido in tutti i sud del mondo.
domenica 19 giugno 2016
Brasil , capitolo 39
Era l'alba di due giorni dopo quella fatidica notte. Santoro era in terrazza, tornato al suo Hotel, in Beira Mar. Beveva una camomilla. A dire il vero era la terza. Ed erano due giorni che non dormiva. Non chiudeva occhio. Ma la camomilla gli dava l'idea che prima o poi ce l'avrebbe fatta a calmarsi. Sulla terrazza c'era gia' in filodiffusione Radio Atlantica Sul e un sax in sottofondo accompagnava un tema in italiano di Estrela Guia che doveva essere una telenovela di successo, immagino' Santoro. Il Brasile gli stava rendendo omaggio. Il suo era quello che in psicologia veniva definito un pensiero magico, come se pensare questa cosa e ritenerla non casuale lo facesse stare meglio. Come se qualcuno o qualcosa gli parlasse attraverso fatti , avvenimenti o persone terze. Il bagaglio era gia' pronto. Era tempo di tornare. Missione compiuta . Una missione amara, ma doveva portarla a termine. Doveva liberare l'anima di Vanessa dagli intrighi delle verita' celate. Si senti sollevato. Ora poteva ricominciare a vivere. Tornare a Milano. In fondo il Brasile gli piaceva e anche molto. Ma un uomo poteva portarsi il Brasile dentro in qualsiasi posto andasse a posare le sue terga. E quella terra lo aveva fatto sentire a casa. Aveva dovuto uccidere due uomini. E la cosa non gli era affatto piaciuta. E il fatto di essere stato costretto a farlo non dava certo alla vicenda un alone di eroismo. La morte di una persona in un'indagine , era un errore. Era una delle regole investigative di Santoro. Si era alla fine di febbraio e Santoro non ricordava nella sua vita un mese come quello in cui gli attacchi di colite si erano cosi rarefatti. Merito dell'alimentazione, dell'incalzare degli eventi...Dio solo lo sapeva, o il Diavolo , o gli Orixas. Ad un tratto sulla terrazza apparve Michel. Venne incontro a Santoro, seduto ad un tavolino li su quella terrazza che dava sull'oceano, solitario e ramingo, un tavolino pieno di tazze per camomilla vuote.
-Ciao, disse Santoro. A Michel sembrava che fosse ubriaco, in realta' era rincoglionito dal fatto che non dormiva da due giorni.
-Uscito con Neusa?
-Che t'importa, disse Santoro.
-Solo curioso.
-Si, disse Santoro, mi ha detto che le hanno trapiantato le cornee...ho avuto un brivido quando me l'ha detto...
Michel taceva. Sembrava pensieroso.
-Che c'e', fece Santoro.
-Lei stava con un dono di Tv brasiliana...pagato lui il trapianto...accenno' Michel
-Che vorresti dire con cio'?
-Niente, disse Michel.
-Non mi sembri il tipo che dice qualcosa per caso. Per cui adesso mi dici cosa vuoi dire.
-Che puo' essere cornee di Vanessa.
Santoro raggelo'. Tacquero tutti e due per cinque minuti. Elaboravano la cosa.
-No...e' impossibile risalire , disse Santoro, al donatore, aggiunse. Dentro di se' sapeva che aveva detto la verita', ma non poteva ammettere a Michel, il fratello di Vanessa, quello che aveva provato guardando negli occhi Neusa. Che era come se avesse guardato negli occhi Vanessa. Non c'era bisogno di risalire a nessuno. Ma la questione era a quel punto irrilevante, sul piano concreto. Rilevantissima sul piano spirituale, morale, umano. Erano due giorni che non dormiva , ripete' a se stesso.
-Segundo me, disse Michel avventurandosi nel suo italiano incerto, solo Nestor Silva poteva pagare una cifra cosi alta per comprare gli occhi di una bruxa.
-Bruxa...strega...con rispetto parlando.
-Claro, era minha irmao. Era mia sorella, caralho!
-Eh...chi cazzo e' Nestor Silva?
-Dono di Rede Globo.
-La voce e gli occhi del Brasile, disse Santoro, la piu' potente emittente televisiva di ogni tempo di questo continente.
-Giusto!, disse Michel.
Tacquero ancora . Era una conversazione intervallata da vari pensieri non proprio congruenti. Alla cazzo di cane, si sarebbe detto.
-Dimmi un po' , disse a quel punto Santoro, non ho mai capito se ti piacciono gli uomini o le donne.
-Tutti e due, disse Michel.
-Ok, disse Santoro, lo sospettavo.
-Problemas?
-Nessuno, disse Santoro.
-Porque tu non e' mai stato con homens?, gli chiese inaspettatamente Michel a quel punto.
-No, disse Santoro...perche', avrei dovuto?
-Com certeza?
-Absoluta!, disse il maresciallo.
-Vanessa non mai deto niente contro, disse Michel.
-Lo immagino, conoscevo le sue idee liberali in materia. Ciascuno ha il diritto di sentirsi a proprio agio con la persona con cui si trova meglio, uomo o donna che sia .
-Visto?
-Visto cosa?
-Che anche tu liberale, disse Michel.
-Ok, io sono liberale in materia...ma per gli altri. A me lasciatemi vivere come sono abituato. E' gia' complicato vivere con una donna...figuriamoci con un uomo, disse Santoro.
Michel sorrise
-Insomma questo Nestor Silva...ci tocca fargli una visitina, che dici?, fece Santoro.
Michel si fece serio.
-Sim, disse, precisa. Ci vuole.
-Ok, ho un aereo domani mattina. Abbiamo un po' di tempo...del resto tu non devi timbrare nessun cartellino di lavoro, mi pare vero?
Michel rise.
-Nao, disse.
Santoro fece un cenno al ragazzo della reception che stava levando le tende.
La strana coppia era di nuovo in azione.
Santoro si fermo' vicino ad un taxi.
Prima di salire chiese a Michel-dove possiamo trovare questo tizio, Nestor Silva?
Il tassista non lascio' rispondere Michel e disse-Nestor Silva? Eu sei aonde ele esta.
Non l'avessi mai chiesto, penso' Santoro.
L'indagine non era conclusa. Mancava ancora un altro brandello di verita'. E Bisognava eviscerarlo come le interiora di un pesce pargo sventrato appena pescato dalla rete di una pescatrice Guarany sulla battigia tropicale.
Il taxi attraverso' la citta'. Santoro lascio' che il tassista conversasse con Michel. Ovviamente voleva sapere perche' dovevano andare da Nestor Silva, che era una specie di Vip famosissimo , uno dei piu' famosi del Brasile. Guarda caso, apprese Santoro dalla conversazione, il tizio aveva uno yacht ancorato al porto, dove proprio in quel periodo aveva attraccato e gozzovigliava ogni sera indicendo feste a ripetizione.
-Gli dobbiamo rompere il grugno, disse Santoro.
Michel tradusse in modo piu' conveniente, con un'opportuna pezza a colori disse che erano suoi amici personali e che Silva non li vedeva da tempo. E naturalmente Santoro era stato spacciato per un produttore di format televisivi italiano.
Santoro resto' serio. Ma dentro di se' ogni suo organo rideva. Quel Michel aveva imparato da lui piu' cose in un mese che da chi sa quanti altri in tutta la vita. Perche' quella era proprio una pezza a colori che avrebbe benissimo potuto inventarsi lui.
Arrivati al porto, il tassista li lascio' poco prima dell'imbocco dell'imbarcadero di alcuni yacht. Inutile dire che il piu' grande di quegli alberghi di lusso naviganti, era quello di Nestor Silva.
Il tassista non volle essere pagato e si proferi in mille salamelecchi prima di lasciarli andare. Chiese persino una raccomandazione per sua figlia, se la facessero magari lavorare in Tv. Il tizio, un mulatto bassettino dai capelli ricci, ricordava un po' alla lontana il mitico attaccante del Brasile postPele' [e antiPele'], Romario.
-Como facciamo a entrare in yacht?
-Tranquillo, fece Santoro a Michel, vedrai che qualcosa mi invento. Ci sto prendendo gusto.
Si avvicinarono allo yacht. Fuori era presidiato da gorilla armati. Santoro penso' che aveva dimenticato le banane a casa. E sorrise di questa sua baggianata interiore.
-Ciao, disse Santoro. A Michel sembrava che fosse ubriaco, in realta' era rincoglionito dal fatto che non dormiva da due giorni.
-Uscito con Neusa?
-Che t'importa, disse Santoro.
-Solo curioso.
-Si, disse Santoro, mi ha detto che le hanno trapiantato le cornee...ho avuto un brivido quando me l'ha detto...
Michel taceva. Sembrava pensieroso.
-Che c'e', fece Santoro.
-Lei stava con un dono di Tv brasiliana...pagato lui il trapianto...accenno' Michel
-Che vorresti dire con cio'?
-Niente, disse Michel.
-Non mi sembri il tipo che dice qualcosa per caso. Per cui adesso mi dici cosa vuoi dire.
-Che puo' essere cornee di Vanessa.
Santoro raggelo'. Tacquero tutti e due per cinque minuti. Elaboravano la cosa.
-No...e' impossibile risalire , disse Santoro, al donatore, aggiunse. Dentro di se' sapeva che aveva detto la verita', ma non poteva ammettere a Michel, il fratello di Vanessa, quello che aveva provato guardando negli occhi Neusa. Che era come se avesse guardato negli occhi Vanessa. Non c'era bisogno di risalire a nessuno. Ma la questione era a quel punto irrilevante, sul piano concreto. Rilevantissima sul piano spirituale, morale, umano. Erano due giorni che non dormiva , ripete' a se stesso.
-Segundo me, disse Michel avventurandosi nel suo italiano incerto, solo Nestor Silva poteva pagare una cifra cosi alta per comprare gli occhi di una bruxa.
-Bruxa...strega...con rispetto parlando.
-Claro, era minha irmao. Era mia sorella, caralho!
-Eh...chi cazzo e' Nestor Silva?
-Dono di Rede Globo.
-La voce e gli occhi del Brasile, disse Santoro, la piu' potente emittente televisiva di ogni tempo di questo continente.
-Giusto!, disse Michel.
Tacquero ancora . Era una conversazione intervallata da vari pensieri non proprio congruenti. Alla cazzo di cane, si sarebbe detto.
-Dimmi un po' , disse a quel punto Santoro, non ho mai capito se ti piacciono gli uomini o le donne.
-Tutti e due, disse Michel.
-Ok, disse Santoro, lo sospettavo.
-Problemas?
-Nessuno, disse Santoro.
-Porque tu non e' mai stato con homens?, gli chiese inaspettatamente Michel a quel punto.
-No, disse Santoro...perche', avrei dovuto?
-Com certeza?
-Absoluta!, disse il maresciallo.
-Vanessa non mai deto niente contro, disse Michel.
-Lo immagino, conoscevo le sue idee liberali in materia. Ciascuno ha il diritto di sentirsi a proprio agio con la persona con cui si trova meglio, uomo o donna che sia .
-Visto?
-Visto cosa?
-Che anche tu liberale, disse Michel.
-Ok, io sono liberale in materia...ma per gli altri. A me lasciatemi vivere come sono abituato. E' gia' complicato vivere con una donna...figuriamoci con un uomo, disse Santoro.
Michel sorrise
-Insomma questo Nestor Silva...ci tocca fargli una visitina, che dici?, fece Santoro.
Michel si fece serio.
-Sim, disse, precisa. Ci vuole.
-Ok, ho un aereo domani mattina. Abbiamo un po' di tempo...del resto tu non devi timbrare nessun cartellino di lavoro, mi pare vero?
Michel rise.
-Nao, disse.
Santoro fece un cenno al ragazzo della reception che stava levando le tende.
La strana coppia era di nuovo in azione.
Santoro si fermo' vicino ad un taxi.
Prima di salire chiese a Michel-dove possiamo trovare questo tizio, Nestor Silva?
Il tassista non lascio' rispondere Michel e disse-Nestor Silva? Eu sei aonde ele esta.
Non l'avessi mai chiesto, penso' Santoro.
L'indagine non era conclusa. Mancava ancora un altro brandello di verita'. E Bisognava eviscerarlo come le interiora di un pesce pargo sventrato appena pescato dalla rete di una pescatrice Guarany sulla battigia tropicale.
Il taxi attraverso' la citta'. Santoro lascio' che il tassista conversasse con Michel. Ovviamente voleva sapere perche' dovevano andare da Nestor Silva, che era una specie di Vip famosissimo , uno dei piu' famosi del Brasile. Guarda caso, apprese Santoro dalla conversazione, il tizio aveva uno yacht ancorato al porto, dove proprio in quel periodo aveva attraccato e gozzovigliava ogni sera indicendo feste a ripetizione.
-Gli dobbiamo rompere il grugno, disse Santoro.
Michel tradusse in modo piu' conveniente, con un'opportuna pezza a colori disse che erano suoi amici personali e che Silva non li vedeva da tempo. E naturalmente Santoro era stato spacciato per un produttore di format televisivi italiano.
Santoro resto' serio. Ma dentro di se' ogni suo organo rideva. Quel Michel aveva imparato da lui piu' cose in un mese che da chi sa quanti altri in tutta la vita. Perche' quella era proprio una pezza a colori che avrebbe benissimo potuto inventarsi lui.
Arrivati al porto, il tassista li lascio' poco prima dell'imbocco dell'imbarcadero di alcuni yacht. Inutile dire che il piu' grande di quegli alberghi di lusso naviganti, era quello di Nestor Silva.
Il tassista non volle essere pagato e si proferi in mille salamelecchi prima di lasciarli andare. Chiese persino una raccomandazione per sua figlia, se la facessero magari lavorare in Tv. Il tizio, un mulatto bassettino dai capelli ricci, ricordava un po' alla lontana il mitico attaccante del Brasile postPele' [e antiPele'], Romario.
-Como facciamo a entrare in yacht?
-Tranquillo, fece Santoro a Michel, vedrai che qualcosa mi invento. Ci sto prendendo gusto.
Si avvicinarono allo yacht. Fuori era presidiato da gorilla armati. Santoro penso' che aveva dimenticato le banane a casa. E sorrise di questa sua baggianata interiore.
sabato 18 giugno 2016
Brasil, capitolo 38
Trovo' Neusa seduta dietro ad un desk. Parlava al telefono con qualcuno. Quando arrivo' al desk , lei gli sorrise. E di nuovo quello sguardo magnetico. Erano , credette di capire Santoro, in un reparto di chirurgia, dove , presumibilmente , si effettuavano trapianti. Aveva dato un'occhiata di sfuggita a dei manifesti li sui muri del corridoio che ne parlavano. Neusa termino' la telefonata.
-Finito lavorare, disse a Santoro, vuoi andare bere qualcosa?
Santoro le sorrise. Era come ipnotizzato. Neusa completo' l'invito dicendogli di aspettarla fuori, all'ingresso dell'hospital, mentre andava a cambiarsi. Mentre si allontanava un paio di colleghe cabocle ridacchiavano complici. Santoro sorrise a loro. Dopo tutti i drammi vissuti sembravano una banda di deficienti, penso' Santoro.
Un quarto d'ora dopo , Neusa, cambiata, docciata , profumata di olio di mandorle dolci Seve[presunse Santoro], in minigonna, scarpe coi tacchi e camiciola elegante scollacciata, coi capelli sciolti sulle spalle, gli venne incontro. Santoro si senti vagamente a disagio. Sembrava troppo per lui. Lei gli mise il braccio sotto al suo e si avviarono alla fermata dei taxi.
Un'ora dopo erano seduti ad un tavolino dell'area del Centro Dragao do Mar. Santoro sorseggiava una caipirinha con miele, Neusa una piu' spartana birra Skol.
Parlavano del piu' e del meno.
Santoro le stava raccontando un po' che cosa gli era successo da quando era atterrato in Brasile. Intorno alberi di palma, pappagallini che strillavano, poeti che declamavano, musici di strada e mulatte dalle gambe infinite che ancheggiavano spandendo i loro profumi corporei , mentre i capelli umidi accarezzavano loro le schiene.
Neusa beveva la Skol in bottiglia con una cannuccia. La qual cosa inteneri ulteriormente Santoro.
-Sei uno belo uomo, disse Neusa con semplicita' disarmante. Santoro non credeva che le importasse molto delle vicende che gli erano accadute. Sembrava piu' interessata alla sua storia con Vanessa. Che per essere lei una donna, penso' Santoro, doveva essere normale.
-Beh, le disse Santoro, se io sono bello tu sei stupenda.
Neusa sbatte' le ciglia e lo guardo' con i suoi occhioni.
-Vanessa era una dona muito fortunata, disse .
-Come mai parli in italiano?, le chiese Santoro.
-Fatto un curso, una volta anni fa, voleva andare a Italia, disse Neusa.
-E poi cosa e' successo?
-Poi sposata e rimasta qui.
-Ah, disse Santoro, allora sei sposata?
-Era sposata...divorsiata.
-Come mai, se posso chiedere.
-Lui uomo geloso, ciulmento, violento, picchiava me con calci.
-Eh no, questo non si fa, disse Santoro.
-Si vede che tu sei un gentleman, disse Neusa. E sorrise. L'estate dopo quel sorriso era diventata piu' torrida, penso' Santoro.
-Tu pensa ogni tanto a lei?, gli chiese all'improvviso.
-Si...ci penso sempre. Io e lei eravamo anime gemelle. Lei era sensitiva, io rabdomantico.
-Cosa?
-Nulla, lascia perdere.
Stettero un po' in silenzio ad ascoltare un poeta di strada.
Stava declamando dei versi che poi si proponeva di vendere racchiusi in un libricino.
Poteva avere sui sessant'anni, baffoni, fisico corpulento, calvo, bianco di carnagione ma somatico da indio Guarany. Era incredibile la dignita' che avevano certe persone. A sessant'anni quell'uomo si ostinava a procurarsi da vivere declamando versi e vendendo i propri libricini per strada. Era un'artista autentico, puro. Santoro provo' ammirazione e si commosse per quell'uomo che molti nel mondo dal quale proveniva avrebbero considerato un povero mentecatto barbone d'accatto da evitare come la peste. Compro' un suo libricino. Gli strinse la mano. Mario Gomes, questo il nome di quell'uomo, disse che era contento di vendere il suo libro a lui. Perche' sapeva che lo avrebbe letto. Santoro sorrise. Perche' era vero.
-Ciao Mario Gomes, disse Santoro mentre Mario Gomes si allontanava.
-Ciao Maresciallo, disse Mario Gomes.
Porca puttana, penso' Santoro, affermazione , non certo definizione. Come diavolo faceva a sapere, quell'uomo?
-Ma come...come fa a saperlo? chiese Santoro rivolto verso Neusa.
Neusa sorrise e fece un gesto come per dire qualcosa . Ma alla fine non disse niente.
Restarono fino a tardi ad ascoltare musica , pezzi di bossa nova suonati ao vivo con chitarre acustiche da artisti sconosciuti e straordinariamente talentuosi.
Ad una certa ora Neusa disse che voleva andare. Fini la sua terza birra Skol scolata con la cannuccia , si alzo', attese che Santoro pagasse il conto e , lentamente, sottobraccio a Santoro, si avvio' verso la fermata dei taxi.
Attraversarono Fortaleza di notte, con il taxi che navigava lento fra le avenidas circondate di grattacieli con mille finestre che si spegnevano e accendevano come occhiolini di creature misteriose, mentre la Policia Militar faceva i suoi controlli , i marciapiedi erano affollati di ragazze che mangiavano gelati e gli occhi di Neusa scrutavano i tratti di Santoro nel buio. Inquietanti e affascinanti.
Quando arrivarono in una zona nei pressi di Rua General Sampaio, guarda caso, Neusa disse al taxi di fermarsi. Era arrivata.
-Sali da me , beviamo qualcosa, disse Neusa, maresciallo, aggiunse.
Era imbarazzante. Era imbarazzante perche' in quel modo lo chiamava sempre Vanessa, con quella sua ironia speciale, che metteva sempre nello sfotterlo.
-Ok, disse Santoro.
-Bravo, disse Neusa, tu non ha visto abbastanza del Brasile.
Santoro pago' i tassista e scesero.
Neusa infilo' la chiave in un portone ipermoderno di uno stabile ristrutturato di recente.Li nei pressi c'era casino. Probabilmente doveva esserci una discoteca. Una volta entrati nel portone, il casino cesso'. Presero l'ascensore. C'era silenzio. Adesso erano l'uno di fronte all'altra. A pochi centimetri di distanza. Il fuoco e la paglia, penso' Santoro. E facciamolo quest'incendio, penso'. Ma prima che potesse fare qualcosa Neusa aveva gia' messo le sue braccia mulatte e scoperte attorno al suo collo e si stava avvicinando pericolosamente con il viso. Lo bacio' dapprima con calma, come se avessero tutto il tempo del mondo, come se il tempo non avesse piu' senso, categoria astratta. Poi lo bacio' con piu' ardore, lasciandogli capire che il crescendo Rossiniano della passione si sarebbe scatenato in seguito e non se ne sarebbero potute prevedere le conseguenze.
Dieci minuti dopo, non ricordo' come era accaduto, con le mani di Neusa che apriva la porta, la chiudeva e si spogliava senza staccare le sue labbra da quelle di Santoro, erano distesi in un letto rotondo, enorme, con una panoplia di specchi sul soffitto. E tutto questo, penso' Santoro, era molto Brasiliano. Estremamente brasiliano.
Dopo che ebbero fatto l'amore per molto tempo e Santoro non riusciva a ricordare l'ultima volta che lo aveva fatto prima di quella, stettero in silenzio a guaradarsi.
-Lo sai, gli fece Neusa, e tacque.
-Cosa.
-Fatto trapianto delle cornee, tutt'e due, disse inaspettatamente Neusa.
A tutta prima Santoro disse,pero', non l'avrei mai detto.
-Ho avuta infesione, rischiavo diventare cega, disse ancora Neusa.
Santoro stette in silenzio. Piu' guardava da vicino quegli occhi e piu' gli ricordavano qualcuno. Qualcosa.
E fu allora che gli venne un dubbio atroce. No. Non poteva essere. Non doveva essere. Non poteva essere possibile.
-Ovviamente non conosci il donatore, butto' li Santoro.
-No, disse Neusa.
Ma Santoro non aveva bisogno di sapere chi era il donatore. Santoro aveva visto quegli occhi mille volte illuminarsi di passione, ardere di rabbia, riempirsi di lacrime di commozione. Era un destino tragicamente bellissimo quello che gli era capitato quella notte. In quel paese lontano migliaia di chilometri da casa, al di la' dell'oceano, in quel continente che sembrava bastante a se stesso, pieno di tutto, un continente vivente, che parlava attraverso le persone, gli animali, le cose, o attraverso gli spiriti, gli orixas...ci voleva una mente davvero fredda per non impazzire...a quel punto.
Cosi Santoro pianse...
E Neusa lo consolo' accarezzandolo. Lo accarezzo' come un bambino sino all'alba. Era come se Vanessa lo avesse voluto salutare un'ultima volta. Prima di andare nel mondo della luce infinita, la dove vanno le anime che hanno finito il purgatorio della loro pena di invendicate.
All'alba, Neusa dormiva sdraiata. Le finestre erano aperte, li all'ottavo piano di quel palazzo da cui si vedeva l'inurbamento recente della citta'. No. Non era come in un film nordamericano. E lui non era un eroe. Era un uomo qualunque che aveva voluto cercare la verita', un cercatore di verita' E nel secolo della menzogna e nel mondo della menzogna, qual'era quel mondo sorto al termine del secolo passato, che era il secolo delle grandi passioni e delle grandi ideologie , essere un cercatore di verita' poteva farti diventare un eroe. Era il momento di andare. Chiuse la porta dietro di se'. E immagino' l'anima di Vanessa librarsi verso la liberta'.
-Finito lavorare, disse a Santoro, vuoi andare bere qualcosa?
Santoro le sorrise. Era come ipnotizzato. Neusa completo' l'invito dicendogli di aspettarla fuori, all'ingresso dell'hospital, mentre andava a cambiarsi. Mentre si allontanava un paio di colleghe cabocle ridacchiavano complici. Santoro sorrise a loro. Dopo tutti i drammi vissuti sembravano una banda di deficienti, penso' Santoro.
Un quarto d'ora dopo , Neusa, cambiata, docciata , profumata di olio di mandorle dolci Seve[presunse Santoro], in minigonna, scarpe coi tacchi e camiciola elegante scollacciata, coi capelli sciolti sulle spalle, gli venne incontro. Santoro si senti vagamente a disagio. Sembrava troppo per lui. Lei gli mise il braccio sotto al suo e si avviarono alla fermata dei taxi.
Un'ora dopo erano seduti ad un tavolino dell'area del Centro Dragao do Mar. Santoro sorseggiava una caipirinha con miele, Neusa una piu' spartana birra Skol.
Parlavano del piu' e del meno.
Santoro le stava raccontando un po' che cosa gli era successo da quando era atterrato in Brasile. Intorno alberi di palma, pappagallini che strillavano, poeti che declamavano, musici di strada e mulatte dalle gambe infinite che ancheggiavano spandendo i loro profumi corporei , mentre i capelli umidi accarezzavano loro le schiene.
Neusa beveva la Skol in bottiglia con una cannuccia. La qual cosa inteneri ulteriormente Santoro.
-Sei uno belo uomo, disse Neusa con semplicita' disarmante. Santoro non credeva che le importasse molto delle vicende che gli erano accadute. Sembrava piu' interessata alla sua storia con Vanessa. Che per essere lei una donna, penso' Santoro, doveva essere normale.
-Beh, le disse Santoro, se io sono bello tu sei stupenda.
Neusa sbatte' le ciglia e lo guardo' con i suoi occhioni.
-Vanessa era una dona muito fortunata, disse .
-Come mai parli in italiano?, le chiese Santoro.
-Fatto un curso, una volta anni fa, voleva andare a Italia, disse Neusa.
-E poi cosa e' successo?
-Poi sposata e rimasta qui.
-Ah, disse Santoro, allora sei sposata?
-Era sposata...divorsiata.
-Come mai, se posso chiedere.
-Lui uomo geloso, ciulmento, violento, picchiava me con calci.
-Eh no, questo non si fa, disse Santoro.
-Si vede che tu sei un gentleman, disse Neusa. E sorrise. L'estate dopo quel sorriso era diventata piu' torrida, penso' Santoro.
-Tu pensa ogni tanto a lei?, gli chiese all'improvviso.
-Si...ci penso sempre. Io e lei eravamo anime gemelle. Lei era sensitiva, io rabdomantico.
-Cosa?
-Nulla, lascia perdere.
Stettero un po' in silenzio ad ascoltare un poeta di strada.
Stava declamando dei versi che poi si proponeva di vendere racchiusi in un libricino.
Poteva avere sui sessant'anni, baffoni, fisico corpulento, calvo, bianco di carnagione ma somatico da indio Guarany. Era incredibile la dignita' che avevano certe persone. A sessant'anni quell'uomo si ostinava a procurarsi da vivere declamando versi e vendendo i propri libricini per strada. Era un'artista autentico, puro. Santoro provo' ammirazione e si commosse per quell'uomo che molti nel mondo dal quale proveniva avrebbero considerato un povero mentecatto barbone d'accatto da evitare come la peste. Compro' un suo libricino. Gli strinse la mano. Mario Gomes, questo il nome di quell'uomo, disse che era contento di vendere il suo libro a lui. Perche' sapeva che lo avrebbe letto. Santoro sorrise. Perche' era vero.
-Ciao Mario Gomes, disse Santoro mentre Mario Gomes si allontanava.
-Ciao Maresciallo, disse Mario Gomes.
Porca puttana, penso' Santoro, affermazione , non certo definizione. Come diavolo faceva a sapere, quell'uomo?
-Ma come...come fa a saperlo? chiese Santoro rivolto verso Neusa.
Neusa sorrise e fece un gesto come per dire qualcosa . Ma alla fine non disse niente.
Restarono fino a tardi ad ascoltare musica , pezzi di bossa nova suonati ao vivo con chitarre acustiche da artisti sconosciuti e straordinariamente talentuosi.
Ad una certa ora Neusa disse che voleva andare. Fini la sua terza birra Skol scolata con la cannuccia , si alzo', attese che Santoro pagasse il conto e , lentamente, sottobraccio a Santoro, si avvio' verso la fermata dei taxi.
Attraversarono Fortaleza di notte, con il taxi che navigava lento fra le avenidas circondate di grattacieli con mille finestre che si spegnevano e accendevano come occhiolini di creature misteriose, mentre la Policia Militar faceva i suoi controlli , i marciapiedi erano affollati di ragazze che mangiavano gelati e gli occhi di Neusa scrutavano i tratti di Santoro nel buio. Inquietanti e affascinanti.
Quando arrivarono in una zona nei pressi di Rua General Sampaio, guarda caso, Neusa disse al taxi di fermarsi. Era arrivata.
-Sali da me , beviamo qualcosa, disse Neusa, maresciallo, aggiunse.
Era imbarazzante. Era imbarazzante perche' in quel modo lo chiamava sempre Vanessa, con quella sua ironia speciale, che metteva sempre nello sfotterlo.
-Ok, disse Santoro.
-Bravo, disse Neusa, tu non ha visto abbastanza del Brasile.
Santoro pago' i tassista e scesero.
Neusa infilo' la chiave in un portone ipermoderno di uno stabile ristrutturato di recente.Li nei pressi c'era casino. Probabilmente doveva esserci una discoteca. Una volta entrati nel portone, il casino cesso'. Presero l'ascensore. C'era silenzio. Adesso erano l'uno di fronte all'altra. A pochi centimetri di distanza. Il fuoco e la paglia, penso' Santoro. E facciamolo quest'incendio, penso'. Ma prima che potesse fare qualcosa Neusa aveva gia' messo le sue braccia mulatte e scoperte attorno al suo collo e si stava avvicinando pericolosamente con il viso. Lo bacio' dapprima con calma, come se avessero tutto il tempo del mondo, come se il tempo non avesse piu' senso, categoria astratta. Poi lo bacio' con piu' ardore, lasciandogli capire che il crescendo Rossiniano della passione si sarebbe scatenato in seguito e non se ne sarebbero potute prevedere le conseguenze.
Dieci minuti dopo, non ricordo' come era accaduto, con le mani di Neusa che apriva la porta, la chiudeva e si spogliava senza staccare le sue labbra da quelle di Santoro, erano distesi in un letto rotondo, enorme, con una panoplia di specchi sul soffitto. E tutto questo, penso' Santoro, era molto Brasiliano. Estremamente brasiliano.
Dopo che ebbero fatto l'amore per molto tempo e Santoro non riusciva a ricordare l'ultima volta che lo aveva fatto prima di quella, stettero in silenzio a guaradarsi.
-Lo sai, gli fece Neusa, e tacque.
-Cosa.
-Fatto trapianto delle cornee, tutt'e due, disse inaspettatamente Neusa.
A tutta prima Santoro disse,pero', non l'avrei mai detto.
-Ho avuta infesione, rischiavo diventare cega, disse ancora Neusa.
Santoro stette in silenzio. Piu' guardava da vicino quegli occhi e piu' gli ricordavano qualcuno. Qualcosa.
E fu allora che gli venne un dubbio atroce. No. Non poteva essere. Non doveva essere. Non poteva essere possibile.
-Ovviamente non conosci il donatore, butto' li Santoro.
-No, disse Neusa.
Ma Santoro non aveva bisogno di sapere chi era il donatore. Santoro aveva visto quegli occhi mille volte illuminarsi di passione, ardere di rabbia, riempirsi di lacrime di commozione. Era un destino tragicamente bellissimo quello che gli era capitato quella notte. In quel paese lontano migliaia di chilometri da casa, al di la' dell'oceano, in quel continente che sembrava bastante a se stesso, pieno di tutto, un continente vivente, che parlava attraverso le persone, gli animali, le cose, o attraverso gli spiriti, gli orixas...ci voleva una mente davvero fredda per non impazzire...a quel punto.
Cosi Santoro pianse...
E Neusa lo consolo' accarezzandolo. Lo accarezzo' come un bambino sino all'alba. Era come se Vanessa lo avesse voluto salutare un'ultima volta. Prima di andare nel mondo della luce infinita, la dove vanno le anime che hanno finito il purgatorio della loro pena di invendicate.
All'alba, Neusa dormiva sdraiata. Le finestre erano aperte, li all'ottavo piano di quel palazzo da cui si vedeva l'inurbamento recente della citta'. No. Non era come in un film nordamericano. E lui non era un eroe. Era un uomo qualunque che aveva voluto cercare la verita', un cercatore di verita' E nel secolo della menzogna e nel mondo della menzogna, qual'era quel mondo sorto al termine del secolo passato, che era il secolo delle grandi passioni e delle grandi ideologie , essere un cercatore di verita' poteva farti diventare un eroe. Era il momento di andare. Chiuse la porta dietro di se'. E immagino' l'anima di Vanessa librarsi verso la liberta'.
venerdì 17 giugno 2016
Brasil, capitolo 37
Santoro abbraccio' Ana, la madre di Vanessa. Ecco, le disse in portoghese, adesso tua figlia e' libera. Ana scoppio' a piangere. Da un lato era contenta che si fosse scoperto come era morta sua figlia . Dall'altro lato c'era da parte sua come una gelosia che a scoprirlo fosse stato il suo amante italiano. Era una cosa che Santoro avvertiva, in qualche modo. Ma lascio' perdere. Dopotutto ciascuno ha il diritto di metabolizzare un dolore come meglio crede e come meglio puo' . Anche Cezar , il padre di Vanessa, abbraccio' Santoro. E fu un abbraccio franco, questa volta. Obrigado, esclamo', con tutto il trasporto possibile. Urbano ed extraurbano, penso' Santoro. Anche Andreina si strinse a lui, dopo che Cezar ebbe mollato la presa mettendosi a piangere. Infine, Maritza. Il suo abbraccio fu intenso e caldo come al solito. E Santoro avverti quella vibrazione di disponibilita' corporea e spirituale che fino ad allora solo Vanessa gli aveva dato. In pubblico pero' niente di tutto cio' trapelo'. Solo vibrazioni invisibili. Ma i due le avvertivano forte. Anche se Santoro non era interessato ad andare oltre. Ma c'era comunque una sim-patia. Michel se ne stava sdraiato sul divano a guardarsi la solita novela. Non si capiva a che puntata si fosse arrivati e Garibaldi era ancora al centro della scena. Michel si reggeva il mento con una mano. Aveva un espressione triste, malinconica. Santoro lo chiamo' a se'.
-Accompagnami, disse, voglio andare a vedere che tutto finisca nel verso giusto.
-Ok, disse Michel. Si alzo' e lo segui.
Prima di uscire da quella dimora della famiglia di Vanessa, da quella casa irrorata dal sole la cui ombra interna era spettrale come la cerimonia candomble' in un terreiro, i cui orixas da venerare erano gli attori della novela che facevano fermare il Brasile neanche giocasse la selecao, la nazionale di calcio verdeoro, guardo' le infradito parcheggiate fuori. Tutti quei colori, quelle misure diverse e quelle forme plastiche, identificavano bene l'immagine che doveva avere per lui il Brasile. Poi guardo' la famiglia di Vanessa. E li saluto' sapendo che non li avrebbe mai piu' rivisti per tutta la vita. Era un saluto triste, ma anche liberatorio. Una parte del suo passato stava per essere sepolta definitivamente. E con quella sepoltura l'anima della sua donna poteva definitivamente andare probabilmente dove finivano tutte le anime. Si sorprese a pensare questo. Si sorprese a cogliere nello sguardo di Maritza un invito a restare. Un'altra volta, penso' Santoro, in un'altra vita.
Con Michel al seguito, a piedi, si avvio' lungo il marciapiede di rua 109 del bairro Jose' Valter. Ando' a prendere l'omnibus li dietro casa di Vanessa. Si sedette sotto la pensilina. E attesero l'omnibus. A Michel che non gli aveva chiesto dove stessero andando, Santoro si senti di dire che andavano in ospedale, per fare visita a Cezar Sampajo e parlare con Junior Moreno. E raccontargli i fatti di Dona Jaqueline. Per evitare problemi a Michel e mettere una volta per tutte la parola fine a quella storia. Poi si sarebbero salutati.
Michel scoppio' a piangere. Le lacrime gli cadevano copiose e si confondevano con il sudore della calura umida della giornata. L'autista dell'omnibus era seduto al bar e non aveva intenzione di salire sul mezzo fermo in attesa e partire. L'orario era quando diceva lui. Il Brasile era un elefante seduto. Anche se Lula aveva avviato progetti per far uscire dalla poverta' milioni di famiglie, i sussidi che era riuscito a trovare sottraendoli alla rapacita' dei ricchi e delle multinazionali, finivano impigliati nelle maglie della burocrazia di milioni di impiegati che prima di fare qualsiasi cosa dovevano finire di bere la propria cerveza. Era un'immagine che a Santoro sembro' appropriata, dopo quel viaggio indimenticabile in una delle terre piu' belle e contraddittorie del pianeta.
Poi finalmente l'autista, un bianco portoghese , pachidermico, inforco' gli occhiali da sole come se dovesse salire sulla monoposto di Ayrton Senna e sali pesantemente sull'omnibus. Santoro e Michel, unici clienti della giornata fino a quel momento, lo seguirono. Aspettarono un tempo siderale per fare il biglietto. Poi finalmente l'omnibus si mosse, come il relitto del Titanic ancorato sul fondo del mare di sudore, di dolore e di nostalgia sul quale era bloccato.
Attraversarono la citta', in mezzo a viali alberati pieni di frutti penduli e pappagallini verdi e di gente grassa che camminava per dimagrire sotto un sole impossibile, con indosso magliette di Santi Cristiani o di Orixas indigeni, mentre studentesse di scuole private , bagnavano le proprie divise collegiali in attesa di salire sul bus che , sempre lentamente, ma inesorabilmente, metteva vela verso il centro di Fortaleza. Dai quartieri popolari, dove alcune dimore erano ancora prive di intonaco, l'omnibus passava a quelli residenziali, pieni di grattacieli e alberghi che dai piani alti guardavano l'oceano con le sue onde che fendevano l'orizzonte intervallate da piccoli surf che in lontananza parevano spillette da souvenir appuntate su caratteristiche t-shirt programmatiche recanti la scritta "Fortaleza no stress".
Giunti in rua Amelia Benebien l'omnibus effettuo' una fermata e Santoro e Michel scesero . Poche centinaia di metri e sarebbero giunti presso l'Hospital Geral accedendo da rua Ramos Botelho.
Fecero qualche centinaio di metri senza parlare. Santoro era triste. Dentro di se' avvertiva che lui per Michel era stato , sia pure per quel breve periodo, come un secondo padre. Lo aveva aiutato ad accettare, ad assorbire, la morte della sorella. Sicuramente Michel si sentiva in colpa, perche' sua sorella era morta per tirarlo fuori dai guai. Ma almeno a qualcosa era servito. L'organizzazione e gli uomini che lo minacciavano non erano piu' un grado di nuocergli. Se i sopravvissuti fossero un giorno usciti vivi dalle patrie galere, non avrebbero certo avuto voglia di andarlo a cercare. Perlomeno se avessero avuto un po' di sale in zucca. E avessero voluto godersi quel che gli fosse restato da vivere.
L'Hospital Geral aveva un corpo enorme, massiccio, una spianata interminabile di finestre , una teoria di stanze , come solo un ospedale brasiliano poteva essere. In Brasile era tutto iper, eccessivo, poverta' estrema, supermercati grandi come citta'.
Alle reception appresero che il detenuto era nel reparto chirurgia. Mentre salivano con l'ascensore, al primo piano, con loro entro' un'infermiera. Santoro la riconobbe. Era Neusa, l'infermiera con cui aveva familiarizzato quella volta che era stato li per Michel.Sempre bellissima, mulatta, capelli ossigenati, tette sode come ananas e sedere a predellino di treno. Lei gli sorrise.
-Ciao, gli disse in italiano
-Ciao, fece Santoro. La guardo' negli occhi. Erano occhi stupendi, verdi, con riflessi argentati. E di colpo tornarono le vibrazioni. In ascensore, in filodiffusione, stavano trasmettendo Besame Mucho cantata da Diana Krall, credette Santoro, suonata con un sottofondo di bossa. Gli sembro' una canzone appropriata. Michel si accorse di quella chat silenziosa di messaggi cifrati e mica tanto che stava intercorrendo fra i due. Dentro di se' sorrise. La vita continua , penso' E quell'uomo che era diventato per lui come un secondo padre aveva sofferto abbastanza. Magari aveva diritto ad un altra chance.
Neusa dovette scendere al piano successivo. Santoro e Michel andavano piu' su.
-Dopo passa a trovarmi, disse Neusa in italiano.
Santoro ebbe delle sensazioni strane. A cui non voleva di primo achito credere. Perche' se avesse dovuto seguire il filo di quelle sensazioni si sarebbe trovato in un mare di guai. Lo sentiva. Avrebbe dovuto cominciare a pensare a qualcosa di soprannaturale. A Vanessa che gli stava parlando con la voce di un' altra. E questo poteva essere troppo anche per lui. Continuo' ad assaporare quella canzone fino alla fine, adagiando la testa sulla parete dell'ascensore. Era un secolo che non beveva una camomilla, penso' .
Bingo! Ecco cosa doveva fare appena possibile. Doveva ubriacarsi di camomilla. Le vecchie abitudini gli davano sicurezza, gli davano tranquillita', gli davano la misura di quella vulnerabilita', di quella fragilita', che rappresentavano quella silenziosa forza spiazzante che lo avevano tenuto in vita fino a quel momento.
Arrivati davanti alla stanza di Cezar Sampajo, c'erano due della Policia Militar in divisa. Santoro chiese a loro di entrare. Disse che era un amico di Junior Moreno. Ma i due gli puntarono l'm-16 contro. In quell'istante la porta si apri. Era Junior Moreno. Il suo sorriso franco da mulatto accolse Santoro. Fece cenno ai suoi giannizzeri di lasciar passare. Santoro e Michel entrarono. Sdraiato su un letto ben fasciato e ammanettato, c'era Cezar Sampajo. Sembrava aver riconquistato tutta la sua iattanza.
-O meu Deus...o italiano burro, disse rivolto a Santoro dandogli dell'asino. Un asino che lo aveva pero' incastrato, penso' Santoro.
-Allora Sampajo, sei pronto per la galera? Sei fortunato che ti mandano a Sao Paulo e che li non ti conosce nessuno, disse Santoro.
-Finche' non capita li nessuno che ti conosce, aggiunse sogghignando.
Sampajo si fece serio.
-Sai la tua amica Dona Jaqueline? Beh , spero per lei che li dov'e' ora non incontri 'anima della mia donna, perche' quella sarebbe la volta buona in cui dopo la morte del corpo ci sarebbe quella dello spirito sopravvissuto .
Sampajo lo guardava con rabbia. Ma taceva. Era stato sconfitto su tutta la linea. E tanto piu' si sentiva sconfitto perche' Santoro non lo aveva ucciso. Santoro era uno che non giocava secondo le regole. Lasciarlo in vita da sconfitto equivaleva ad ucciderlo due volte. Michel lo guardava con disgusto.
-Foi por culpa sua, viu, urlo' Sampajo in direzione di Michel
-Non infierire su di lui, bastardo, disse Santoro, ha gia' sofferto abbastanza.
Santoro saluto' Sampajo con la manina ondeggiante in modo beffardo alla maniera della regina Elisabetta. Uscirono con Junior Moreno.
Nel corridoio Junior Moreno gli disse che era stato promosso ad ufficiale. Santoro lo saluto' militarmente.
-Benvenuto fra i coglioni...che tali riteniamo da sempre gli ufficiali, disse.
Junior Moreno sorrise. Si abbracciarono. Santoro racconto' i fatti di Canoa Quebrada.
Junior Moreno disse che era tutto a posto. Che sapeva gia' tutto e che se anche non si fosse fidato della sua parola aveva avuto gia' modo di risalire allo svolgimento dell'accaduto tramite la sua fedele rete di informatori, fra i quali annoverava persino dei candomlecisti.
Santoro gli strinse la mano. Poi si abbracciarono ancora.
-Adeus, gli disse in portoghese.
Junior Moreno gli disse che gli sarebbe piaciuto che restasse. Che gli poteva offrire un posto come investigatore.
Santoro ringrazio' . Fece cenno a Michel che doveva togliere le tende.
Mentre scendevano con l'ascensore, disse a Michel-senti, tornatene pure a casa, ci vediamo dopo, devo sbrigare una faccenda.
Michel sorrise.
-Che cavolo sorridi? , fece Santoro.
-Mulherengo, disse Michel, dandogli del donnaiolo.
-Vai, va...ci vediamo dopo , ribadi Santoro.
-Prima di andare via viene a salutare me? , chiese.
-Contaci, disse Santoro.
Al terzo piano scese. Era il piano d Neusa. Michel lo saluto' sorridendo sotto i baffi che non aveva.
-Accompagnami, disse, voglio andare a vedere che tutto finisca nel verso giusto.
-Ok, disse Michel. Si alzo' e lo segui.
Prima di uscire da quella dimora della famiglia di Vanessa, da quella casa irrorata dal sole la cui ombra interna era spettrale come la cerimonia candomble' in un terreiro, i cui orixas da venerare erano gli attori della novela che facevano fermare il Brasile neanche giocasse la selecao, la nazionale di calcio verdeoro, guardo' le infradito parcheggiate fuori. Tutti quei colori, quelle misure diverse e quelle forme plastiche, identificavano bene l'immagine che doveva avere per lui il Brasile. Poi guardo' la famiglia di Vanessa. E li saluto' sapendo che non li avrebbe mai piu' rivisti per tutta la vita. Era un saluto triste, ma anche liberatorio. Una parte del suo passato stava per essere sepolta definitivamente. E con quella sepoltura l'anima della sua donna poteva definitivamente andare probabilmente dove finivano tutte le anime. Si sorprese a pensare questo. Si sorprese a cogliere nello sguardo di Maritza un invito a restare. Un'altra volta, penso' Santoro, in un'altra vita.
Con Michel al seguito, a piedi, si avvio' lungo il marciapiede di rua 109 del bairro Jose' Valter. Ando' a prendere l'omnibus li dietro casa di Vanessa. Si sedette sotto la pensilina. E attesero l'omnibus. A Michel che non gli aveva chiesto dove stessero andando, Santoro si senti di dire che andavano in ospedale, per fare visita a Cezar Sampajo e parlare con Junior Moreno. E raccontargli i fatti di Dona Jaqueline. Per evitare problemi a Michel e mettere una volta per tutte la parola fine a quella storia. Poi si sarebbero salutati.
Michel scoppio' a piangere. Le lacrime gli cadevano copiose e si confondevano con il sudore della calura umida della giornata. L'autista dell'omnibus era seduto al bar e non aveva intenzione di salire sul mezzo fermo in attesa e partire. L'orario era quando diceva lui. Il Brasile era un elefante seduto. Anche se Lula aveva avviato progetti per far uscire dalla poverta' milioni di famiglie, i sussidi che era riuscito a trovare sottraendoli alla rapacita' dei ricchi e delle multinazionali, finivano impigliati nelle maglie della burocrazia di milioni di impiegati che prima di fare qualsiasi cosa dovevano finire di bere la propria cerveza. Era un'immagine che a Santoro sembro' appropriata, dopo quel viaggio indimenticabile in una delle terre piu' belle e contraddittorie del pianeta.
Poi finalmente l'autista, un bianco portoghese , pachidermico, inforco' gli occhiali da sole come se dovesse salire sulla monoposto di Ayrton Senna e sali pesantemente sull'omnibus. Santoro e Michel, unici clienti della giornata fino a quel momento, lo seguirono. Aspettarono un tempo siderale per fare il biglietto. Poi finalmente l'omnibus si mosse, come il relitto del Titanic ancorato sul fondo del mare di sudore, di dolore e di nostalgia sul quale era bloccato.
Attraversarono la citta', in mezzo a viali alberati pieni di frutti penduli e pappagallini verdi e di gente grassa che camminava per dimagrire sotto un sole impossibile, con indosso magliette di Santi Cristiani o di Orixas indigeni, mentre studentesse di scuole private , bagnavano le proprie divise collegiali in attesa di salire sul bus che , sempre lentamente, ma inesorabilmente, metteva vela verso il centro di Fortaleza. Dai quartieri popolari, dove alcune dimore erano ancora prive di intonaco, l'omnibus passava a quelli residenziali, pieni di grattacieli e alberghi che dai piani alti guardavano l'oceano con le sue onde che fendevano l'orizzonte intervallate da piccoli surf che in lontananza parevano spillette da souvenir appuntate su caratteristiche t-shirt programmatiche recanti la scritta "Fortaleza no stress".
Giunti in rua Amelia Benebien l'omnibus effettuo' una fermata e Santoro e Michel scesero . Poche centinaia di metri e sarebbero giunti presso l'Hospital Geral accedendo da rua Ramos Botelho.
Fecero qualche centinaio di metri senza parlare. Santoro era triste. Dentro di se' avvertiva che lui per Michel era stato , sia pure per quel breve periodo, come un secondo padre. Lo aveva aiutato ad accettare, ad assorbire, la morte della sorella. Sicuramente Michel si sentiva in colpa, perche' sua sorella era morta per tirarlo fuori dai guai. Ma almeno a qualcosa era servito. L'organizzazione e gli uomini che lo minacciavano non erano piu' un grado di nuocergli. Se i sopravvissuti fossero un giorno usciti vivi dalle patrie galere, non avrebbero certo avuto voglia di andarlo a cercare. Perlomeno se avessero avuto un po' di sale in zucca. E avessero voluto godersi quel che gli fosse restato da vivere.
L'Hospital Geral aveva un corpo enorme, massiccio, una spianata interminabile di finestre , una teoria di stanze , come solo un ospedale brasiliano poteva essere. In Brasile era tutto iper, eccessivo, poverta' estrema, supermercati grandi come citta'.
Alle reception appresero che il detenuto era nel reparto chirurgia. Mentre salivano con l'ascensore, al primo piano, con loro entro' un'infermiera. Santoro la riconobbe. Era Neusa, l'infermiera con cui aveva familiarizzato quella volta che era stato li per Michel.Sempre bellissima, mulatta, capelli ossigenati, tette sode come ananas e sedere a predellino di treno. Lei gli sorrise.
-Ciao, gli disse in italiano
-Ciao, fece Santoro. La guardo' negli occhi. Erano occhi stupendi, verdi, con riflessi argentati. E di colpo tornarono le vibrazioni. In ascensore, in filodiffusione, stavano trasmettendo Besame Mucho cantata da Diana Krall, credette Santoro, suonata con un sottofondo di bossa. Gli sembro' una canzone appropriata. Michel si accorse di quella chat silenziosa di messaggi cifrati e mica tanto che stava intercorrendo fra i due. Dentro di se' sorrise. La vita continua , penso' E quell'uomo che era diventato per lui come un secondo padre aveva sofferto abbastanza. Magari aveva diritto ad un altra chance.
Neusa dovette scendere al piano successivo. Santoro e Michel andavano piu' su.
-Dopo passa a trovarmi, disse Neusa in italiano.
Santoro ebbe delle sensazioni strane. A cui non voleva di primo achito credere. Perche' se avesse dovuto seguire il filo di quelle sensazioni si sarebbe trovato in un mare di guai. Lo sentiva. Avrebbe dovuto cominciare a pensare a qualcosa di soprannaturale. A Vanessa che gli stava parlando con la voce di un' altra. E questo poteva essere troppo anche per lui. Continuo' ad assaporare quella canzone fino alla fine, adagiando la testa sulla parete dell'ascensore. Era un secolo che non beveva una camomilla, penso' .
Bingo! Ecco cosa doveva fare appena possibile. Doveva ubriacarsi di camomilla. Le vecchie abitudini gli davano sicurezza, gli davano tranquillita', gli davano la misura di quella vulnerabilita', di quella fragilita', che rappresentavano quella silenziosa forza spiazzante che lo avevano tenuto in vita fino a quel momento.
Arrivati davanti alla stanza di Cezar Sampajo, c'erano due della Policia Militar in divisa. Santoro chiese a loro di entrare. Disse che era un amico di Junior Moreno. Ma i due gli puntarono l'm-16 contro. In quell'istante la porta si apri. Era Junior Moreno. Il suo sorriso franco da mulatto accolse Santoro. Fece cenno ai suoi giannizzeri di lasciar passare. Santoro e Michel entrarono. Sdraiato su un letto ben fasciato e ammanettato, c'era Cezar Sampajo. Sembrava aver riconquistato tutta la sua iattanza.
-O meu Deus...o italiano burro, disse rivolto a Santoro dandogli dell'asino. Un asino che lo aveva pero' incastrato, penso' Santoro.
-Allora Sampajo, sei pronto per la galera? Sei fortunato che ti mandano a Sao Paulo e che li non ti conosce nessuno, disse Santoro.
-Finche' non capita li nessuno che ti conosce, aggiunse sogghignando.
Sampajo si fece serio.
-Sai la tua amica Dona Jaqueline? Beh , spero per lei che li dov'e' ora non incontri 'anima della mia donna, perche' quella sarebbe la volta buona in cui dopo la morte del corpo ci sarebbe quella dello spirito sopravvissuto .
Sampajo lo guardava con rabbia. Ma taceva. Era stato sconfitto su tutta la linea. E tanto piu' si sentiva sconfitto perche' Santoro non lo aveva ucciso. Santoro era uno che non giocava secondo le regole. Lasciarlo in vita da sconfitto equivaleva ad ucciderlo due volte. Michel lo guardava con disgusto.
-Foi por culpa sua, viu, urlo' Sampajo in direzione di Michel
-Non infierire su di lui, bastardo, disse Santoro, ha gia' sofferto abbastanza.
Santoro saluto' Sampajo con la manina ondeggiante in modo beffardo alla maniera della regina Elisabetta. Uscirono con Junior Moreno.
Nel corridoio Junior Moreno gli disse che era stato promosso ad ufficiale. Santoro lo saluto' militarmente.
-Benvenuto fra i coglioni...che tali riteniamo da sempre gli ufficiali, disse.
Junior Moreno sorrise. Si abbracciarono. Santoro racconto' i fatti di Canoa Quebrada.
Junior Moreno disse che era tutto a posto. Che sapeva gia' tutto e che se anche non si fosse fidato della sua parola aveva avuto gia' modo di risalire allo svolgimento dell'accaduto tramite la sua fedele rete di informatori, fra i quali annoverava persino dei candomlecisti.
Santoro gli strinse la mano. Poi si abbracciarono ancora.
-Adeus, gli disse in portoghese.
Junior Moreno gli disse che gli sarebbe piaciuto che restasse. Che gli poteva offrire un posto come investigatore.
Santoro ringrazio' . Fece cenno a Michel che doveva togliere le tende.
Mentre scendevano con l'ascensore, disse a Michel-senti, tornatene pure a casa, ci vediamo dopo, devo sbrigare una faccenda.
Michel sorrise.
-Che cavolo sorridi? , fece Santoro.
-Mulherengo, disse Michel, dandogli del donnaiolo.
-Vai, va...ci vediamo dopo , ribadi Santoro.
-Prima di andare via viene a salutare me? , chiese.
-Contaci, disse Santoro.
Al terzo piano scese. Era il piano d Neusa. Michel lo saluto' sorridendo sotto i baffi che non aveva.
giovedì 16 giugno 2016
Brasil, capitolo 36
Si ritrovo' improvvisamente ad osservare la scena di se stesso, o meglio, del suo corpo, che giaceva per terra esanime. Michel tentava disperatamente di rianimarlo. A quel punto si avvicino' Dona Jaqueline e con voce da bambina comincio' a dire che quello per terra era un uomo cattivo. Che lo mandava il diavolo, aizzando gli astanti contro lui. Che era l'anima nera di Exu', un orixa spesso identificato con il diavolo. Cosi lui , Santoro, in pieno viaggio astrale, vedeva tutto senza poter fare niente , senza poter intervenire. Non era possibile, stava sognando, penso'. Non ci credeva a quelle cose. Non poteva essere. Era suggestione, forse quella gente fumava strane droghe e quei fumi lo avevano rimbambito. Poi mentre alcune donne danzavano minacciose intorno al suo corpo, al corpo di Santoro, Dona Jaqueline sembro' riacquistare la voce. Michel la minaccio' apertamente. La situazione stava degenerando e se quello era veramente il suo corpo, penso' Santoro, era in pericolo. Doveva svegliarsi. Cerco' di dominare il sogno, di dirigerlo, indirizzarlo. Ma niente, non ci riusciva.
-Esse cara era corno, Vanessa era a namorada di Cezar Sampajo, disse ad un certo punto Dona Jaqueline.
Insomma , Vanessa se la intendeva con Cezar Sampajo.
-Mentira!, urlava Michel, giurando e spergiurando che Vanessa non conosceva Sampajo . Era una brava donna ed era morta perche' aveva minacciato di denunciare i capi dello spaccio di droga di tutto lo Ceara'. Perche' lo lasciassero in pace. E lo liberassero da quella vita.
Dona Jaqueline rideva sguaiatamente. Fumava un sigaro, uno charuto, come si diceva in portoghese. Rideva sinistramente.
-Droghei ela e levei por um hospital. Tiraron da ela olhos, figado, coracao...depois jogaron fora o corpo por cachorros.
In pratica, Dona Jaqueline, stava dicendo che aveva drogato Vanessa e l'aveva condotta in una clinica dove le avevano asportato occhi, fegato e cuore e in seguito avevano gettato il corpo a dei cani, che lo avevano divorato. Santoro non voleva credere alle sue orecchie. Lurida strega. Se l'avesse potuta avere per le mani l'avrebbe strozzata. Ma nel dramma un aspetto positivo lo riusciva a trovare, sia pure in quella tragicomica situazione. E trasse un sospiro di sollievo dal momento che nessuno avrebbe mai potuto sospettare che in un momento come quello avrebbe potuto pensare che Vanessa comunque gli era stata fedele. Perche' una delle poche cose rimaste invisibili , era il pensiero. Almeno agli umani normali. Non sensitivi.
A quel punto sempre in quella visione, sogno o viaggio astrale, senza ben capire ancora che gli fosse capitato, vide che Michel tirava fuori da dietro i suoi bermuda la sua taurus. Che la puntava verso Dona Jaquelina. Vide che i danzatori e le danzatrici intorno alla sacerdotessa-curandeira indietreggiavano terrorizzati. Dunque la cachaca , i sigari, o qualsiasi altra diavoleria avessero ingerito non gli toglieva del tutto il senso del pericolo, penso' Santoro. Dopotutto erano ancora umani. Non erano cosi fuori dal mondo come raccontavano di solito di essere stati dopo le cerimonie. Non poteva accadere, non doveva accadere. C'erano stati gia' troppi morti e Michel non doveva rischiare la galera a vita. Non avrebbe potuto permetterlo. Fece ricorso a Vanessa. La invoco' con tutto se stesso. Non seppe mai se fu perche' lei intervenne o perche' si riebbe naturalmente dallo svenimento , sta di fatto, che apri gli occhi. Si rialzo' di scatto, fra la meraviglia di tutti e in mezzo a grida di terrore. Il parossismo era ormai al limite , i corpi e le menti di quella gente non potevano ormai sopportare altre torsioni. Santoro blocco' il polso di Michel e abbasso la pistola al suolo. Michel lo guardo' esterrefatto.
-Non vale la pena. Questa qui deve marcire in galera. E sono sicuro che da queste parti esistono galere dalle quali neppure una strega potrebbe evadere.
Michel abbasso' lo sguardo. Si rimise la pistola sul retro delle bermuda. Santoro tiro' fuori la sua.
-Adesso toglietevi tutti quanti di mezzo. La cerimonia e' finita. Questa donna e' in arresto, fece rivolto verso Dona Jaqueline. Michel tradusse in portoghese cio' che comunque era risultato gia' ben chiaro a tutti.
Dona Jaqueline sghignazzava come una pazza. E diceva cose senza senso in una voce non sua. Un'altra voce ancora. C'era da aver paura. Per chi credeva a quelle stronzate, penso' Santoro. Comunque un viaggio astrale lo aveva fatto. Ma poteva benissimo essere stata suggestione, penso' un minuto dopo. Per non correre rischi sparo' un colpo di pistola in aria. Gli atabaques tacquero all'istante. Si fece silenzio. Dona Jaqueline non aveva interrotto la sua danza. Continuava imperterrita. Qualcuno disse che era posseduta da Exu', l'orixa del diavolo. La gente comincio' a sciamare via. Restarono nel terreiro solo Santoro, Michel e Dona Jaqueline. Che ruotava su se stessa come una trottola e con voci diverse da bambine diceva cose senza senso. Michel disse che Vanessa l'aveva fatta impazzire. Che era stata maledetta, che nessuno che uccida una Mae Santa riesce a sopravvivere alle forze soprannaturali. Boh, penso' Santoro, ma i santi nostri non sono meno complicati. E meno fantasiosi. Prendi Padre Pio, riusciva a farsi vedere in piu' posti nello stesso istante , cosi se aveva davanti un debitore poteva dirgli di chiamare in banca e chiedere se in quel momento era li a chiedere un prestito per risarcirlo. Volete mettere? Penso' Santoro.
Poi dopo un po' quel carillon umano , stravolto dalla stanchezza, stramazzo' al suolo.E resto' immobile. Santoro a quel punto si pose il problema di come portarla via di li, fino a Fortaleza, per assicurarla alla giustizia. Michel lo guardo'.
-Ecco, giustizia e' compiuta.
-In che senso , disse Santoro.
-Moreu, disse Michel, indicando che era morta.
Santoro si chino' su quel corpo, vestito di bianco. Vide il volto rugoso, le cosce di pelle pendula e quelle braccia flaccide da vecchia. Le tocco' le vene del collo. Non c'era piu' vita in quel corpo. Era morta. Nessuno avrebbe mai saputo se per evento naturale o soprannaturale. Santoro, nonostante gli eventi a cui aveva assistito, propendeva per l'evento naturale. Michel per quello soprannaturale. Santoro era uno che non ci credeva. Ma ci pensava. Essenzialmente si riassumeva in questo il suo rapporto con la trascendenza. E poi pensava anche che ognuno doveva avere a che fare con i propri Santi. E con i propri morti. Tranne quando bestemmiava. In tal caso era meglio chiamare in causa i morti degli altri.
-Esse cara era corno, Vanessa era a namorada di Cezar Sampajo, disse ad un certo punto Dona Jaqueline.
Insomma , Vanessa se la intendeva con Cezar Sampajo.
-Mentira!, urlava Michel, giurando e spergiurando che Vanessa non conosceva Sampajo . Era una brava donna ed era morta perche' aveva minacciato di denunciare i capi dello spaccio di droga di tutto lo Ceara'. Perche' lo lasciassero in pace. E lo liberassero da quella vita.
Dona Jaqueline rideva sguaiatamente. Fumava un sigaro, uno charuto, come si diceva in portoghese. Rideva sinistramente.
-Droghei ela e levei por um hospital. Tiraron da ela olhos, figado, coracao...depois jogaron fora o corpo por cachorros.
In pratica, Dona Jaqueline, stava dicendo che aveva drogato Vanessa e l'aveva condotta in una clinica dove le avevano asportato occhi, fegato e cuore e in seguito avevano gettato il corpo a dei cani, che lo avevano divorato. Santoro non voleva credere alle sue orecchie. Lurida strega. Se l'avesse potuta avere per le mani l'avrebbe strozzata. Ma nel dramma un aspetto positivo lo riusciva a trovare, sia pure in quella tragicomica situazione. E trasse un sospiro di sollievo dal momento che nessuno avrebbe mai potuto sospettare che in un momento come quello avrebbe potuto pensare che Vanessa comunque gli era stata fedele. Perche' una delle poche cose rimaste invisibili , era il pensiero. Almeno agli umani normali. Non sensitivi.
A quel punto sempre in quella visione, sogno o viaggio astrale, senza ben capire ancora che gli fosse capitato, vide che Michel tirava fuori da dietro i suoi bermuda la sua taurus. Che la puntava verso Dona Jaquelina. Vide che i danzatori e le danzatrici intorno alla sacerdotessa-curandeira indietreggiavano terrorizzati. Dunque la cachaca , i sigari, o qualsiasi altra diavoleria avessero ingerito non gli toglieva del tutto il senso del pericolo, penso' Santoro. Dopotutto erano ancora umani. Non erano cosi fuori dal mondo come raccontavano di solito di essere stati dopo le cerimonie. Non poteva accadere, non doveva accadere. C'erano stati gia' troppi morti e Michel non doveva rischiare la galera a vita. Non avrebbe potuto permetterlo. Fece ricorso a Vanessa. La invoco' con tutto se stesso. Non seppe mai se fu perche' lei intervenne o perche' si riebbe naturalmente dallo svenimento , sta di fatto, che apri gli occhi. Si rialzo' di scatto, fra la meraviglia di tutti e in mezzo a grida di terrore. Il parossismo era ormai al limite , i corpi e le menti di quella gente non potevano ormai sopportare altre torsioni. Santoro blocco' il polso di Michel e abbasso la pistola al suolo. Michel lo guardo' esterrefatto.
-Non vale la pena. Questa qui deve marcire in galera. E sono sicuro che da queste parti esistono galere dalle quali neppure una strega potrebbe evadere.
Michel abbasso' lo sguardo. Si rimise la pistola sul retro delle bermuda. Santoro tiro' fuori la sua.
-Adesso toglietevi tutti quanti di mezzo. La cerimonia e' finita. Questa donna e' in arresto, fece rivolto verso Dona Jaqueline. Michel tradusse in portoghese cio' che comunque era risultato gia' ben chiaro a tutti.
Dona Jaqueline sghignazzava come una pazza. E diceva cose senza senso in una voce non sua. Un'altra voce ancora. C'era da aver paura. Per chi credeva a quelle stronzate, penso' Santoro. Comunque un viaggio astrale lo aveva fatto. Ma poteva benissimo essere stata suggestione, penso' un minuto dopo. Per non correre rischi sparo' un colpo di pistola in aria. Gli atabaques tacquero all'istante. Si fece silenzio. Dona Jaqueline non aveva interrotto la sua danza. Continuava imperterrita. Qualcuno disse che era posseduta da Exu', l'orixa del diavolo. La gente comincio' a sciamare via. Restarono nel terreiro solo Santoro, Michel e Dona Jaqueline. Che ruotava su se stessa come una trottola e con voci diverse da bambine diceva cose senza senso. Michel disse che Vanessa l'aveva fatta impazzire. Che era stata maledetta, che nessuno che uccida una Mae Santa riesce a sopravvivere alle forze soprannaturali. Boh, penso' Santoro, ma i santi nostri non sono meno complicati. E meno fantasiosi. Prendi Padre Pio, riusciva a farsi vedere in piu' posti nello stesso istante , cosi se aveva davanti un debitore poteva dirgli di chiamare in banca e chiedere se in quel momento era li a chiedere un prestito per risarcirlo. Volete mettere? Penso' Santoro.
Poi dopo un po' quel carillon umano , stravolto dalla stanchezza, stramazzo' al suolo.E resto' immobile. Santoro a quel punto si pose il problema di come portarla via di li, fino a Fortaleza, per assicurarla alla giustizia. Michel lo guardo'.
-Ecco, giustizia e' compiuta.
-In che senso , disse Santoro.
-Moreu, disse Michel, indicando che era morta.
Santoro si chino' su quel corpo, vestito di bianco. Vide il volto rugoso, le cosce di pelle pendula e quelle braccia flaccide da vecchia. Le tocco' le vene del collo. Non c'era piu' vita in quel corpo. Era morta. Nessuno avrebbe mai saputo se per evento naturale o soprannaturale. Santoro, nonostante gli eventi a cui aveva assistito, propendeva per l'evento naturale. Michel per quello soprannaturale. Santoro era uno che non ci credeva. Ma ci pensava. Essenzialmente si riassumeva in questo il suo rapporto con la trascendenza. E poi pensava anche che ognuno doveva avere a che fare con i propri Santi. E con i propri morti. Tranne quando bestemmiava. In tal caso era meglio chiamare in causa i morti degli altri.
domenica 12 giugno 2016
Brasil, capitolo 35
Arrivarono nel pomeriggio, a Canoa Quebrada. Gli ultimi spiccioli di Carnevale li avrebbero passati li. Scesero dall'omnibus e a piedi fecero due passi per il centro di questo villaggio di baracche che era una delle localita' turistiche piu' conosciuta del nordest brasiliano. Sullo sfondo c'era l'Oceano , agitato, come al solito, con dei giovani surfisti in azione. La spiaggia era affollata di ombrelloni, sedie e tavoli spartani e su quei tavoli stazionavano piatti con ogni ben di Dio, riso, fagioli neri, puntine di maiale, vinaigrette, pesci di ogni dimensione, granchi giganti, ostriche potenziate con pimenta, peperoncino piccante....e mentre si mangiava e si gozzovigliava, il carnevale intorno impazzava, con canti , balli e musica da forare i timpani, garotas programa in azione e massaggiatrici con olio di cocco, oltre a venditori di cianfrusaglie e turisti. Stranieri ma anche brasiliani, di altre zone del Brasile, un paese che piu' che una nazione era un continente,quanto a varieta' orografica, antropologica e climatica. Scesero per una scaletta di legno verso la praya, la spiaggia, lungo un sentiero che tagliava di netto delle rocce dal caratteristico colore rosso. Passarono davanti ad una baracca battente bandiera giamaicana, piena di neri dalle capigliature imbandite di dreadlooks, che fumavano erba e flirtavano con donne d'ognidove. Santoro immagino' che dentro la baracca , nascosti agli occhi esterni, stesse succedendo di peggio. Ma non si senti di approfondire la cosa. Era li per altre ragioni. Insieme a Michel , che lo seguiva silenzioso e stranamente malinconico, si diresse ad una baracca li prospiciente, che dava sul mare e che sembrava un po' piu' tranquilla. Si sedettero. Dopo un po' arrivo' un ragazzo , un mulatto sui diciott'anni che gli chiese cosa gradivano. Santoro ordino' qualcosa da mangiare. Bisognava mettersi in forze, se si voleva avere energia sufficiente per quella che si sarebbe annunciata come una battaglia spirituale. Ed era cosi che Santoro intendeva nutrire il suo spirito, rifocillandosi di proteine e vitamine. Ordino' del pesce , riso, ma soprattutto vari succhi di frutta, in particolare di goiaba rossa. Era il suo frutto preferito, con quel retrogusto amarognolo che sapeva di selvatico. Anche Michel ordino' da mangiare, piu' o meno le stesse cose. Ma non ordinarono alcolici. Con somma meraviglia del cameriere.
-Come ci muoviamo? Disse come al solito Santoro.
-Chiediamo a qualcuna donna che fa massaggi, disse Michel.
-Buona idea...chiamane una.
Michel provvide all'istante.
Una donna, una india dalla pelle olivastra, di mezz'eta ma portata divinamente, con quel sorriso da venditrice che venderebbe pentole in un negozio di pentole cinese ai cinesi , si avvicino'. In bikini, con un pareo a coprire dei fianchi sontuosi, occhi di taglio orientale.
-Quero um massagem, posso?, disse Santoro in perfetto portoghese.
-Claro , meu amor, disse lei civettuola.
Mentre Santoro si mise con il petto sulla spalliera della sua sedia, lei gli cosparse la schiena di olio di cocco. E comincio' a massaggiarlo lentamente. E sapientemente.
Santoro si rilasso' e comincio' a chiederle se conoscesse qualche candomlecista, li in zona. Aveva saputo che c'era un Terreiro da quelle parti e di una certa Dona Jaqueline, Mae Santa di quel Terreiro.
Mentre lo massaggiava , Lourdes , questo il nome della massaggiatrice, incuriosita, chiese a Santoro come mai un gringo cercava Dona Jaqueline. Che non doveva essere per niente di buono.
Michel a quel punto intervenne. Disse che era il fratello di Vanessa e che doveva portare a Dona Jaqueline un messaggio di sua sorella, Mae Santa di un Terreiro di Fortaleza, di cui fece il nome. Lourdes sembro' tranquillizzarsi. Per un po' non disse niente. Poi , mentre concludeva il massaggio disse che il terreiro si trovava verso la fine del villaggio, proseguendo nella via principale di Canoa Quebrada .Santoro ringrazio' e le dette una buona mancia.
-Boa sorte, disse Lourdes, que voces estao precisando.
Perche' doveva aver bisogno di tutta quella fortuna? Penso' Santoro. Mah, in Brasile ogni indio, ogni mulatto, caboclo, cafuzo, portoghese branco, alemao o italiano nati li, erano indovini, maghi, stregoni. La magia era la loro linfa vitale e anche quando non ci credevano, loro malgrado, inconsciamente, esercitavano questo loro intuito spirituale.
Finirono di mangiare, Santoro pago' e si incamminarono.
Per strada gruppi di giovani ballavano e cortei di maschere tradizionali e devozionali di indio, si intrecciavano rendendo il cammino del maresciallo e del fratello di Vanessa lievemente tortuoso.
Con fatica arrivarono sul luogo dove avrebbero dovuto trovare il Terreiro. Era una casa di legno, intorno deserta e silenziosa. Il carnevale non era arrivato, sin li. Nemmeno in quest'ultimo giorno.
Si approssimarono all'ingresso. Da dentro veniva un rumore di percussioni. Gli atabaques, tamburi di vario tipi, che erano soliti accompagnare una cerimonia candomblecista.
Santoro spalanco' la porta. Dentro appena si accorsero di loro. C'erano i suonatori di atabaques intorno intenti a suonare e al centro un mucchio di gente che ballava di fronte ad un altare sul quale c'era una raffigurazione sacra che doveva essere un orixa, divinita' di un culto sincretico dietro la quale si incarnava qualche santo cattolico. Sul momento Santoro non riusci a capire che orixa fosse. Forse Xango , forse Ogum. Ma non era importante, in quel momento. I danzatori fumavano sigari e dovevano essere ben imbottiti di cachaca, perche' sembravano in stato di trance. Come pure Dona Jaqueline, al centro del Terreiro, che stava dicendo cose apparentemente senza senso con una voce che non sembrava sua, una voce da bambina. Nessuno sembrava essersi accorto di loro, di Santoro e Michel. Eppure era come se se ne fossero accorti e fossero nell'impossibilita' di interrompere cio' che avevano iniziato. Dona Jaqueline era un'india ed era mulatta, le vedeva per la prima volta con chiarezza il viso, Santoro, dopo quella notte nel deserto in cui l'aveva affrontata uscendone spiritualmente a pezzi. Con il dubbio atroce che Vanessa fosse stata l'amante di Cezar Sampajo. Dona Jaqueline era vestita di bianco e aveva uno specchio con il manico in mano. Dalla sua bocca continuava ad uscire una voce da bambina. E in portoghese raccontava una storia. Era la storia di una donna che aveva tradito il suo uomo, per motivi di potere. La storia diceva che l'uomo tradito era sempre stato convinto della fedelta' della sua donna. Che la donna era una Mae Santa, una Mae Santa malvagia, pero', egoista, che per salvare se stessa e suo fratello aveva fatto uccidere degli uomini . E per colpa sua le famiglie di quegli uomini avevano patito la fame. Il suono dei tamburi aumentava d'intensita' e le danze divenivano piu' frenetiche. Li dentro c'era molta nebbia, probabilmente determinata dal fumo dei sigari che molti uomini fumavano. Ma c'erano anche parecchie donne, che fumavano sigari, alcune molto giovani. Una trentina di persone. Santoro a quel punto comincio' a pensare che se quella gente avesse voluto e fosse stata indotta a farlo, avrebbe potuto farli a pezzi. Tutti e due, lui e Michel.
Ad un certo punto Dona Jaqueline, fece un balzo e cadde a terra. Una volta al suolo si contorceva tutta, in quel suo vestito bianco con una gonna lunga e larga . Le si vedevano le cosce , che sembravano le cosce di una donna in forma , notevolmente piu' giovane della donna che doveva essere in realta'. Quelle cosce sembravano invitarlo. Gli sembro' di riconoscerle. Sembravano le cosce di Vanessa. Mentre Dona Jaqueline si girava e rigirava , la guardo' in viso e vide che era Vanessa. Santoro cerco' di capire se stesse sognando o fosse ancora lucido. Guardo' meglio. Sembrava Vanessa, non c'era dubbio. Michel anche osservava la scena. Ma non dava a Santoro l'idea che avesse riconosciuto sua sorella. Doveva essere un'allucinazione. E se non fosse stata un'allucinazione?, penso' a quel punto Santoro. Si senti perso, solo, in balia degli eventi, avvolto da quell'atmosfera magica, incapace di farsi venire uno solo dei suoi proverbiali e dissacranti motti ironici capaci di riportarlo alla realta'. Cosi cadde per terra. Sotto gli occhi di Michel. E sotto i colpi , forse, di un'illusione, che non poteva e non voleva accettare.
-Come ci muoviamo? Disse come al solito Santoro.
-Chiediamo a qualcuna donna che fa massaggi, disse Michel.
-Buona idea...chiamane una.
Michel provvide all'istante.
Una donna, una india dalla pelle olivastra, di mezz'eta ma portata divinamente, con quel sorriso da venditrice che venderebbe pentole in un negozio di pentole cinese ai cinesi , si avvicino'. In bikini, con un pareo a coprire dei fianchi sontuosi, occhi di taglio orientale.
-Quero um massagem, posso?, disse Santoro in perfetto portoghese.
-Claro , meu amor, disse lei civettuola.
Mentre Santoro si mise con il petto sulla spalliera della sua sedia, lei gli cosparse la schiena di olio di cocco. E comincio' a massaggiarlo lentamente. E sapientemente.
Santoro si rilasso' e comincio' a chiederle se conoscesse qualche candomlecista, li in zona. Aveva saputo che c'era un Terreiro da quelle parti e di una certa Dona Jaqueline, Mae Santa di quel Terreiro.
Mentre lo massaggiava , Lourdes , questo il nome della massaggiatrice, incuriosita, chiese a Santoro come mai un gringo cercava Dona Jaqueline. Che non doveva essere per niente di buono.
Michel a quel punto intervenne. Disse che era il fratello di Vanessa e che doveva portare a Dona Jaqueline un messaggio di sua sorella, Mae Santa di un Terreiro di Fortaleza, di cui fece il nome. Lourdes sembro' tranquillizzarsi. Per un po' non disse niente. Poi , mentre concludeva il massaggio disse che il terreiro si trovava verso la fine del villaggio, proseguendo nella via principale di Canoa Quebrada .Santoro ringrazio' e le dette una buona mancia.
-Boa sorte, disse Lourdes, que voces estao precisando.
Perche' doveva aver bisogno di tutta quella fortuna? Penso' Santoro. Mah, in Brasile ogni indio, ogni mulatto, caboclo, cafuzo, portoghese branco, alemao o italiano nati li, erano indovini, maghi, stregoni. La magia era la loro linfa vitale e anche quando non ci credevano, loro malgrado, inconsciamente, esercitavano questo loro intuito spirituale.
Finirono di mangiare, Santoro pago' e si incamminarono.
Per strada gruppi di giovani ballavano e cortei di maschere tradizionali e devozionali di indio, si intrecciavano rendendo il cammino del maresciallo e del fratello di Vanessa lievemente tortuoso.
Con fatica arrivarono sul luogo dove avrebbero dovuto trovare il Terreiro. Era una casa di legno, intorno deserta e silenziosa. Il carnevale non era arrivato, sin li. Nemmeno in quest'ultimo giorno.
Si approssimarono all'ingresso. Da dentro veniva un rumore di percussioni. Gli atabaques, tamburi di vario tipi, che erano soliti accompagnare una cerimonia candomblecista.
Santoro spalanco' la porta. Dentro appena si accorsero di loro. C'erano i suonatori di atabaques intorno intenti a suonare e al centro un mucchio di gente che ballava di fronte ad un altare sul quale c'era una raffigurazione sacra che doveva essere un orixa, divinita' di un culto sincretico dietro la quale si incarnava qualche santo cattolico. Sul momento Santoro non riusci a capire che orixa fosse. Forse Xango , forse Ogum. Ma non era importante, in quel momento. I danzatori fumavano sigari e dovevano essere ben imbottiti di cachaca, perche' sembravano in stato di trance. Come pure Dona Jaqueline, al centro del Terreiro, che stava dicendo cose apparentemente senza senso con una voce che non sembrava sua, una voce da bambina. Nessuno sembrava essersi accorto di loro, di Santoro e Michel. Eppure era come se se ne fossero accorti e fossero nell'impossibilita' di interrompere cio' che avevano iniziato. Dona Jaqueline era un'india ed era mulatta, le vedeva per la prima volta con chiarezza il viso, Santoro, dopo quella notte nel deserto in cui l'aveva affrontata uscendone spiritualmente a pezzi. Con il dubbio atroce che Vanessa fosse stata l'amante di Cezar Sampajo. Dona Jaqueline era vestita di bianco e aveva uno specchio con il manico in mano. Dalla sua bocca continuava ad uscire una voce da bambina. E in portoghese raccontava una storia. Era la storia di una donna che aveva tradito il suo uomo, per motivi di potere. La storia diceva che l'uomo tradito era sempre stato convinto della fedelta' della sua donna. Che la donna era una Mae Santa, una Mae Santa malvagia, pero', egoista, che per salvare se stessa e suo fratello aveva fatto uccidere degli uomini . E per colpa sua le famiglie di quegli uomini avevano patito la fame. Il suono dei tamburi aumentava d'intensita' e le danze divenivano piu' frenetiche. Li dentro c'era molta nebbia, probabilmente determinata dal fumo dei sigari che molti uomini fumavano. Ma c'erano anche parecchie donne, che fumavano sigari, alcune molto giovani. Una trentina di persone. Santoro a quel punto comincio' a pensare che se quella gente avesse voluto e fosse stata indotta a farlo, avrebbe potuto farli a pezzi. Tutti e due, lui e Michel.
Ad un certo punto Dona Jaqueline, fece un balzo e cadde a terra. Una volta al suolo si contorceva tutta, in quel suo vestito bianco con una gonna lunga e larga . Le si vedevano le cosce , che sembravano le cosce di una donna in forma , notevolmente piu' giovane della donna che doveva essere in realta'. Quelle cosce sembravano invitarlo. Gli sembro' di riconoscerle. Sembravano le cosce di Vanessa. Mentre Dona Jaqueline si girava e rigirava , la guardo' in viso e vide che era Vanessa. Santoro cerco' di capire se stesse sognando o fosse ancora lucido. Guardo' meglio. Sembrava Vanessa, non c'era dubbio. Michel anche osservava la scena. Ma non dava a Santoro l'idea che avesse riconosciuto sua sorella. Doveva essere un'allucinazione. E se non fosse stata un'allucinazione?, penso' a quel punto Santoro. Si senti perso, solo, in balia degli eventi, avvolto da quell'atmosfera magica, incapace di farsi venire uno solo dei suoi proverbiali e dissacranti motti ironici capaci di riportarlo alla realta'. Cosi cadde per terra. Sotto gli occhi di Michel. E sotto i colpi , forse, di un'illusione, che non poteva e non voleva accettare.
venerdì 10 giugno 2016
Brasil, capitolo 34
Junior Moreno, vestito in borghese, con bermuda verdi militari, la canna di una Taurus nera fumante in mano, ancora impugnata. Iguassu era a terra stecchito e Cezar Sampajo, in ginocchio, si reggeva il braccio con un aria cosi affranta che sembrava che il braccio ferito reggesse lui.
-Pensa bem que voce esta facendo!
E si, Sampajo, il nero capo del Cartello di Nostra Senhora Rainha do Deserto, ufficiale della Policia militar, lo stava minacciando. Minacciando Junior Moreno.
Il sottufficiale mulatto non aveva l'aria di essere intimorito, pero'. Alle sue spalle sbuco' con un sorriso finalmente franco, Michel.
Junior Moreno tiro' fuori da dietro alla schiena delle manette. Si avvicino' a Cesar Sampajo e gli mise le manette. Sampajo lo minaccio' ancora.
Junior Moreno lo ignoro'. Non aveva bisogno di calpestare una tomba. Una volta in galera un uomo che aveva fatto uccidere una donna, una sacerdotessa di candomble', consegnandola ad un'altra bruxa perche' le fossero espiantati gli organi per ricchi danarosi , era gia' morto. Una coltellata sotto le docce non gliel'avrebbe tolta nessuno, penso' Santoro.
Il maresciallo pugliese si sollevo' da terra, ancora incredulo. Si avvicino' a Junior Moreno. Gli dette la mano. Junior Moreno gliela strinse. Ci fu un momento di commozione. Il mulatto spiego' a Santoro che grazie alla telefonata di Michel si era messo sulle loro tracce. E aveva raccolto per strada Ze Roberto. E Cazuza. Cazuza lo aveva trovato in una pousada di Aracati. Nonostante fosse ferito, imbottito di cocaina, lo aveva beccato mentre si ingollava ogni tipo di alcolico. In compagnia di un paio di note "garotas programa" della zona, prostitute, che, tra l'altro, erano risultate essere sue confidenti.
-Tutto finito, disse Junior Moreno in un italiano stentato.
-Tutto finito un cazzo, disse Santoro. I conti non sono stati saldati.
-Como assim?
-Nel senso che manca ancora qualcuno all'appello.
-Quem? Chiese Junior Moreno.
-Dona Jaqueline, disse inaspettatamente Michel.
Junior Moreno tacque. Resto' qualche minuto pensieroso. Poi sollevo' di peso Cezar Sampajo.
-Faccio finta io non sentito niente...intanto porto questo sacco di merda em la cadeia...in prigione, disse Moreno. Osservo' Santoro a lungo con il suo volto mulatto e lo sguardo fiero.
-Boa sorte, disse . E voleva dire buona fortuna.
-Un momento, disse Santoro. Devo chiedere qualcosa a questo bandito, fece indicando Cezar Sampajo.
Junior Moreno acconsenti.
-Sampajo, normalmente per quello che hai fatto alla mia donna , dovrei chiedere a Junior Moreno di consegnarti a me. Ho giusto in camera un barattolo di miele che Tio Fernando mi ha donato insieme a questa[indicava il calcio della pistola che usciva dai pantaloni] che avrei voglia di cospargerti sulla testa prima di infilartela in un formicaio. Ma si da' il caso che io sia un carabiniere, un uomo che serve la giustizia. Non la vendetta. E il fatto che tu stia per andare in galera , anche se non acquieta la mia anima, serve la mia morale.
Cezar Sampajo sputo' per terra. Santoro lo osservo' bene in viso.
-Sai...potrei dire al tuo amico, qui, al tuo ex subordinato, di farti mandare in un carcere lontano da qui. Tanto lontano da fare in modo che nessun detenuto venga mai a conoscenza di quello che hai fatto. Potresti persino cavartela con un non eccessivo numero di anni. Senza rimetterci la pelle.
Sampajo lo osservava...
-Continua...disse Sampajo.
-Dipende da te, disse Santoro a quel punto.
-Cosa?
-Dov'e' Dona Jaqueline?
Sampajo tacque.
Raccoglieva le forze. Calcolava se gli sarebbe convenuto. Dette un'occhiata in tralice a Junior Moreno. E capi che sarebbe stato meno indulgente di Santoro. Il sentimentale. L'imprevedibile. Talmente sentimentale e imprevedibile da lasciar andare una vendetta sanguinaria, in cambio dell' assicurare alla giustizia l'ultimo tassello mancante. Dona Jaqueline. La bruxa che aveva venduto gli organi di Vanessa ,dopo averla soggiogata e tenuta prigioniera, a chisachi.
Passo' un interminabile minuto.
-Lei e' a Canoa Quebrada....ela tem un Terreiro la', disse Sampajo.
Il terreiro, credeva di ricordare Santoro dai trascorsi con Vanessa, era una comunita' di candomble' che si riuniva per delle cerimonie sotto la direzione di una Mae Santa, una sacerdotessa. Per venerare qualcuno degli Orixas, spiriti guerrieri fra i quali Oxala,Xango e Ogum, ad esempio, corrispondenti nella loro sincretizzazione rispettivamente a Gesu', San Gerolamo e Sant' Antonio. Dunque anche Dona Jaqueline era una Mae Santa. Una sacerdotessa. Non solo una curandeira. Era anche una curandeira. Ma curava con lo spiritismo, oltre che con erbe , incantesimi e macumbe.
Dette uno sguardo a Junior Moreno. L'accordo era sancito. Sampajo abbasso' il capo. Aveva ceduto. Ma probabilmente si era salvato la vita. Moreno lo trascino' via per la camicia. Probabilmente privo ormai di qualsiasi timore reverenziale derivante dal grado. Con tutto quello che doveva avergli fatto passare, non ci sarebbe stata piu' alcuna remora. E probabilmente Moreno sarebbe diventato un ufficiale e avrebbe preso il suo posto. Il posto d Cezar Sampajo. Si salutarono con un cenno del capo.
-Ragazzo, togliamo gli ormeggi, disse Santoro, rivolto a Michel. Domattina si va a Canoa Quebrada.
Su e giu' per il nordest brasiliano. A caccia dell'ultimo tassello mancante. Di quel puzzle chiamato giustizia. Che avrebbe dato un po' di pace a Santoro. E avrebbe seppellito per sempre l'anima di Vanessa.
Si, penso' Santoro, non c'era rimasto altro da fare. E quel dubbio sulla fedelta' sulla sua donna. Un ultimo brandello di incertezza di cui doveva liberarsi. Ma glielo avrebbe detto Dona Jaqueline. E se non avesse voluto dirglielo, beh, glielo avrebbe strappato!
-Pensa bem que voce esta facendo!
E si, Sampajo, il nero capo del Cartello di Nostra Senhora Rainha do Deserto, ufficiale della Policia militar, lo stava minacciando. Minacciando Junior Moreno.
Il sottufficiale mulatto non aveva l'aria di essere intimorito, pero'. Alle sue spalle sbuco' con un sorriso finalmente franco, Michel.
Junior Moreno tiro' fuori da dietro alla schiena delle manette. Si avvicino' a Cesar Sampajo e gli mise le manette. Sampajo lo minaccio' ancora.
Junior Moreno lo ignoro'. Non aveva bisogno di calpestare una tomba. Una volta in galera un uomo che aveva fatto uccidere una donna, una sacerdotessa di candomble', consegnandola ad un'altra bruxa perche' le fossero espiantati gli organi per ricchi danarosi , era gia' morto. Una coltellata sotto le docce non gliel'avrebbe tolta nessuno, penso' Santoro.
Il maresciallo pugliese si sollevo' da terra, ancora incredulo. Si avvicino' a Junior Moreno. Gli dette la mano. Junior Moreno gliela strinse. Ci fu un momento di commozione. Il mulatto spiego' a Santoro che grazie alla telefonata di Michel si era messo sulle loro tracce. E aveva raccolto per strada Ze Roberto. E Cazuza. Cazuza lo aveva trovato in una pousada di Aracati. Nonostante fosse ferito, imbottito di cocaina, lo aveva beccato mentre si ingollava ogni tipo di alcolico. In compagnia di un paio di note "garotas programa" della zona, prostitute, che, tra l'altro, erano risultate essere sue confidenti.
-Tutto finito, disse Junior Moreno in un italiano stentato.
-Tutto finito un cazzo, disse Santoro. I conti non sono stati saldati.
-Como assim?
-Nel senso che manca ancora qualcuno all'appello.
-Quem? Chiese Junior Moreno.
-Dona Jaqueline, disse inaspettatamente Michel.
Junior Moreno tacque. Resto' qualche minuto pensieroso. Poi sollevo' di peso Cezar Sampajo.
-Faccio finta io non sentito niente...intanto porto questo sacco di merda em la cadeia...in prigione, disse Moreno. Osservo' Santoro a lungo con il suo volto mulatto e lo sguardo fiero.
-Boa sorte, disse . E voleva dire buona fortuna.
-Un momento, disse Santoro. Devo chiedere qualcosa a questo bandito, fece indicando Cezar Sampajo.
Junior Moreno acconsenti.
-Sampajo, normalmente per quello che hai fatto alla mia donna , dovrei chiedere a Junior Moreno di consegnarti a me. Ho giusto in camera un barattolo di miele che Tio Fernando mi ha donato insieme a questa[indicava il calcio della pistola che usciva dai pantaloni] che avrei voglia di cospargerti sulla testa prima di infilartela in un formicaio. Ma si da' il caso che io sia un carabiniere, un uomo che serve la giustizia. Non la vendetta. E il fatto che tu stia per andare in galera , anche se non acquieta la mia anima, serve la mia morale.
Cezar Sampajo sputo' per terra. Santoro lo osservo' bene in viso.
-Sai...potrei dire al tuo amico, qui, al tuo ex subordinato, di farti mandare in un carcere lontano da qui. Tanto lontano da fare in modo che nessun detenuto venga mai a conoscenza di quello che hai fatto. Potresti persino cavartela con un non eccessivo numero di anni. Senza rimetterci la pelle.
Sampajo lo osservava...
-Continua...disse Sampajo.
-Dipende da te, disse Santoro a quel punto.
-Cosa?
-Dov'e' Dona Jaqueline?
Sampajo tacque.
Raccoglieva le forze. Calcolava se gli sarebbe convenuto. Dette un'occhiata in tralice a Junior Moreno. E capi che sarebbe stato meno indulgente di Santoro. Il sentimentale. L'imprevedibile. Talmente sentimentale e imprevedibile da lasciar andare una vendetta sanguinaria, in cambio dell' assicurare alla giustizia l'ultimo tassello mancante. Dona Jaqueline. La bruxa che aveva venduto gli organi di Vanessa ,dopo averla soggiogata e tenuta prigioniera, a chisachi.
Passo' un interminabile minuto.
-Lei e' a Canoa Quebrada....ela tem un Terreiro la', disse Sampajo.
Il terreiro, credeva di ricordare Santoro dai trascorsi con Vanessa, era una comunita' di candomble' che si riuniva per delle cerimonie sotto la direzione di una Mae Santa, una sacerdotessa. Per venerare qualcuno degli Orixas, spiriti guerrieri fra i quali Oxala,Xango e Ogum, ad esempio, corrispondenti nella loro sincretizzazione rispettivamente a Gesu', San Gerolamo e Sant' Antonio. Dunque anche Dona Jaqueline era una Mae Santa. Una sacerdotessa. Non solo una curandeira. Era anche una curandeira. Ma curava con lo spiritismo, oltre che con erbe , incantesimi e macumbe.
Dette uno sguardo a Junior Moreno. L'accordo era sancito. Sampajo abbasso' il capo. Aveva ceduto. Ma probabilmente si era salvato la vita. Moreno lo trascino' via per la camicia. Probabilmente privo ormai di qualsiasi timore reverenziale derivante dal grado. Con tutto quello che doveva avergli fatto passare, non ci sarebbe stata piu' alcuna remora. E probabilmente Moreno sarebbe diventato un ufficiale e avrebbe preso il suo posto. Il posto d Cezar Sampajo. Si salutarono con un cenno del capo.
-Ragazzo, togliamo gli ormeggi, disse Santoro, rivolto a Michel. Domattina si va a Canoa Quebrada.
Su e giu' per il nordest brasiliano. A caccia dell'ultimo tassello mancante. Di quel puzzle chiamato giustizia. Che avrebbe dato un po' di pace a Santoro. E avrebbe seppellito per sempre l'anima di Vanessa.
Si, penso' Santoro, non c'era rimasto altro da fare. E quel dubbio sulla fedelta' sulla sua donna. Un ultimo brandello di incertezza di cui doveva liberarsi. Ma glielo avrebbe detto Dona Jaqueline. E se non avesse voluto dirglielo, beh, glielo avrebbe strappato!
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