domenica 30 dicembre 2018

Lisboa 3

Scese a Lisbona alle 6.20. Giornata nebbiosa. Per fortuna

conosceva il portoghese e le indicazioni di Cazzaniga, che gli 

sovvenne di chiamare "il Cazza", alla milanese, erano precise. 

Avrebbe dovuto prendere la metropolitana dall'aeroporto e 

scendere in plaza Marques Pombal. Lì nei pressi ci sarebbe stato 

il suo albergo a tre stelle. La sua tana per una settimana circa. 

Scese con le scale mobili e fece il biglietto. Un'euro  e novanta 

centesimi.  Più o meno come a Milano. E considerando i salari 

portoghesi trovò che era caro. Ma chi si credeva il ministro 

dell'economia? 

Le fermate della metropolitana di Lisbona erano a dir poco 

pittoresche. Quelle della fermata dell'aeroporto recava, sui muri 

a mattonelle lucide, caricature di personaggi più o meno famosi. 

Di Pessoa, ad esempio, il poeta esistenzialista portoghese. Altre 

fermate recavano slogan presi a prestito da grandi poeti locali, o 

mostravano enormi piloni di sostegno di ghisa trapuntati di 

grossi bulloni...Per non parlare della fermata degli azuleios: 

mattonelle celesti che dovevano dare l'idea dell'esistenza del 

cielo persino a quel popolo di viandanti vagonati sotterranei.

Nei vagoni della metropolitana c'era poca gente. Un giorno 

infrasettimanale. Ma i portoghesi se la prendevano comoda. 

C'erano anche alcuni turisti con zaini affardellati che 

consultavano Google maps sullo smartphone.

Alla fermata deputata Santoro scese, trascinando il suo trolley 

con la stesse circospezione con cui avrebbe trascinato il cadavere 

di un neonato. Altre scale mobili. Non che gli dispiacessero. Ma si 
ricordò di aver letto da qualche parte, in un racconto di 

Bukowski, forse, che lo scrittore, davanti al profluvio di scale 

mobili, preconizzava l'avvento di una genìa di gente che avrebbe 

camminato strisciando sul proprio deretano.

Uscito in superficie si trovò ad una rotonda e il traffico 

autostradale era in pieno fermento. L'alta statua del Marques 

Pombal, personaggio che sembrava avesse ispirato lo stile 

estetico coloniale della città, si intravedeva nella nebbia che 

cominciava, però, a diradarsi. E sullo sfondo vide un'immensa 

ruota di una giostra da Lunapark, immobile come un ciclopico 

orologio senza lancette. Sotto la ruota decine di autobus  bipiano 

dal piano superiore scoperto, erano pronti per il turismo 

da gregge che vuol vedere tutto e subito continuando a restare 

seduto. La profezia di Bukowski guadagnava ancora più punti . 

marciapiedi e la rotonda  erano composti da un acciottolato 

costituito da milioni di pietre vagamente cubiche messe insieme 

manualmente e tenute unite con stucchi: ricordavano vagamente 

i  neri sampietrini romani. Ma poiché le pietre erano bianche si 

era pensato bene di istoriarle con motivi geometrici curvilinei. E 

così Santoro, in mezzo a qualche turista che ascoltava la voce del 

navigatore sullo smartphone, si mise a consultare una mappa 

che il provvido "Cazza" gli aveva messo nella fatidica cartellina. 

L'albergo , che si chiamava "Torino", non era lontano. Un paio 

di centinaia di metri. Ma doveva fare una salita  parecchio 

ripida e ben lunga, trolley appresso. Fatta la salita e incontrate 

le prime facce multietniche, retaggio  africano di quando il 

Portogallo era un Impero coloniale, svoltò a destra. Prese per 

Rua da Artilharia. A sinistra della strada vi era un edificio 

statale che a Santoro non riuscì di capire cosa contenesse. Era 

circondato da un alto muro di recinzione  decorato da graffiti di 

varia provenienza e stili, a seconda del periodo di esecuzione. 

Rise fra sé pensando che persino fra i graffiti c'erano stili ed 

epoche. E concluse che l'uomo non aveva fatto altro che tornare 

indietro. Artisticamente parlando. Era tornato a dipingere sui 

muri i graffiti che i neolitici avevano lasciato a imperitura 

memoria nelle loro grotte riscaldate da fuochi tenuti in vita da 

cacciatori e casalinghe dell'epoca... E senza delle stupide 

telecamere intorno come nei format televisivi.

Arrivato in albergo si presentò alla reception. Il receptionista lo 

accolse con un'espressione assonnata.

Santoro in portoghese perfetto gli disse che c'era una camera 

prenotata per lui. Lasciò un documento e fu instradato 

all'ascensore. La stanza era al primo piano.

Una volta in camera, posò i bagagli, fece una doccia calda e 

accese la Tv cercando un canale musicale. E lo trovò. Un canale 

che stava trasmettendo musica rap portoghese. Per lui, amante 

della musica classica, o, al massimo del jazz, quella musica gli 

sembrava una bestemmia. Gli feriva le orecchie. Fece andare i 

canali, ma nulla. Notiziari, films , partite di calcio. Video 

musicali pop. Peggio del peggio. La mattina cominciava male. 

Nemmeno una radio in giro, su cui cercare un canale di musica 

classica. Seduto in accappatoio sul letto di quella camera 

essenziale e sobria, dette una scorsa alla cartella di Cazzaniga. 

Per le dieci si sarebbe dovuto trovare da qualche parte in zona 

Baixa Chiado. Un luogo centrale, famoso perché vi era un Caffè 

davanti al quale c'era una statua bronzea di Pessoa, il grande 

poeta portoghese. E, a fianco alla statua  c'era una sedia, 

bronzea anch'essa, sulla quale si sedevano i turisti per le foto di 

rito. Anche questo particolare, Cazzaniga, non aveva mancato di 

menzionarlo. In accappatoio si distese sul letto. In un certo senso 

si sentiva in vacanza. Finalmente non c'erano omicidi da 

risolvere. Ma sapeva che era una questione di tempo. Perché gli 

esseri umani da che mondo e mondo ammazzavano e si facevano 

ammazzare. Per le solite cose, potere , soldi, donne o uomini. 

Dipendeva un po' dall'angolatura da cui si osservava. E i futili 

motivi, in definitiva, non erano altro che sottocategorie delle 

succitate categorie. Ma intanto aveva qualche ora per riposare. 

Ma senza delle buona musica in sottofondo si mise a pensarla. 

Adesso ci sarebbe voluto un bel Rachmaninov, pensò. Musica 

disperata, intensa, struggente, potente  e dolce tutt'insieme: la 

perfetta sintesi della vita.

lunedì 17 dicembre 2018

Lisboa 2

Una volta a casa si era letto i fogli nella cartelletta di Cazzaniga.  

Quell'uomo non era un uomo, pensò. Era un metronomo 

asburgico. Lesse che doveva prendere un aereo alle sei e venti di 

mattina. Alle otto e mezza sarebbe stato a Lisbona. Come 

sarebbe dovuto arrivare all'aeroporto della Malpensa per 

prendere l'aereo? Niente paura, Cazzaniga gli aveva lasciato 

scritte indicazioni anche  su questo: avrebbe dovuto puntare la 

sveglia alla 3. Dopo aver prenotato un Taxi che, alle 3,30 lo 

avrebbe prelevato da casa sua. E lo avrebbe condotto alla 

Stazione ferroviaria di Cadorna. Lì avrebbe dovuto prendere la 

navetta per andare a Malpensa. All'aeroporto. Con quel freddo, 

pensò Santoro, che allegria! Pazienza, si disse. Preparò 

sapientemente una camomilla e mise un pezzo di Hunza. Hunza 

era lo pseudonimo di un tizio che aveva conosciuto ad 

Alberobello anni prima. Una specie di Santone di mezz'età che 

viveva come artista di strada suonando un handpan, strumento 

circolare metallico a percussioni. Lo aveva sentito suonare e 

aveva comprato un suo cd autoprodotto. Un suono davvero 

celestiale. Poi aveva letto su internet ( per le ricerche si 

concedeva di usare il web) che il suo nome d'arte, essendo lui un 

suonatore salentino dall'aspetto da santone guru indiano (barba 

e capelli lunghi), lo aveva preso da una popolazione pakistana 

famosa per la propria longevità. Gli Hunza campavano in media 

intorno ai 150 anni. E il suonatore salentino , con ironia, si era 

dato quel nome forse per reazione a quello che gli era capitato 

nella vita. Aveva la colonna vertebrale lesionata (aveva fatto il 

muratore, in precedenza) , per cui , pur percependo una 

pensione risibile di invalidità, aveva deciso , infine, di fare nella 

vita ciò che più gli aggradava. Il suonatore di handpan. E 

probabilmente sperava che con quello stile di vita sarebbe 

arrivato ad una certa venerabile età. Immaginò, mentre 

ascoltava quella musica celestiale, come sarebbe potuta essere la 

vita di Hunza, il suonatore. Proprietario di una piccola dimora 

nel Salento, fresca d'estate e calda d'inverno, un trullo, forse, 

trascorrendo i suoi giorni fra concerti di strada, yoga , pranzetti 

a base di cucina mediterranea e belle donzelle in cerca 

d'avventura. Finalmente orfane di vite spezzate da impiegati di 

banca noiosi e velleitari.

Mise la sveglia e si stese sul sofà. Non doveva valere la pena 

dormire se alle 3 di notte doveva essere già in piedi, si disse.

Alle 3 in punto la sveglia suonò. Si era addormentato per cui 

bestemmiò in dialetto ostunese. Più invecchiava lontano dalla sua 

terra e più, stranamente, si trovava a pensare nel dialetto delle 

sue origini.

Alle 3,30 era in strada, viale Gran Sasso. Il taxi che aveva 

prenotato qualche ora prima era già in strada ad attenderlo. 

Salutò il tassista dopodiché pronuncio solo una parola-

Malpensa! E non disse altro fino all'aeroporto. Faceva freddo ed 

era bardato con un giubbotto pesante e cappellino di lana 

che rivestiva comodamente la sua testa perfettamente ovale.

Una volta a Cadorna, pagò il tassista e si avviò verso l'ingresso 

della stazione trascinando il suo piccolo trolley.

A quell'ora in Cadorna c'erano solo clochards che dormivano 

sui sedili della stazione, neri senegalesi e turisti. "Marinoni" , il 

forno, era già aperto e stava sfornando i suoi cornetti. Ma 

Santoro non prese niente. Se ne guardò bene, con quel freddo che 

avrebbe potuto riattivargli la proverbiale colite o qualche altro 

diavolo di spasmo intestinale. Troppo freddo per affrontare a 

quell'ora il bagno di un treno.

Fece il biglietto ad una distributore automatico ( non senza 

qualche difficoltà mista a imprecazioni)  e salì sul treno, già 

pronto sul binario. Qualche avventore a quell'ora era già 

seduto: giovane donna con pc portatile che ripassava faccende di 

lavoro mentre si curvava come un girasole d'inverno cercando di 

restare sveglia, turisti canadesi faidatè, africani in viaggio per 

paesini limitrofi per lavori di fatica. Nessun controllore. Se ne 

guardavano bene, dall'andarsene in giro, a quell'ora e con quel 

freddo.

Il treno ci mise 40 minuti per arrivare a Malpensa e  Santoro, 

una volta sceso dal treno, si diresse verso i gates. Il check in 

online gliel'aveva già fatto Cazzaniga. L'asburgico.

Una volta sul velivolo, sedutosi su un sedile , posto corridoio, 

avendo sistemato il suo trolley nella cappelliera, spense 

diligentemente il suo cellulare old generation, soprannominato 

Zanna di Dinosauro. Era uno di quei vecchi cellulari della Nokia 

con lo sportellino che si apriva per ascoltare e parlare.

Stava quasi per addormentarsi quando la sua attenzione fu 

destata dalle hostess della Tap, la compagnia aerea portoghese. 

Una era mora, sull'uno e ottanta, tratti mediterranei, ma di 

carnagione bianca e l'altra bionda. Perfetti esempi di 

rappresentanza della cultura latina dove l'elemento 

mediorientale conviveva con quello scandinavo. Pillole di 

Portogallo, già, pensò. Le due hostess erano molto sorridenti, 

nonostante l'ora. Doveva essere nel copione del loro lavoro. E ne 

ebbe conferma quando le vite infilare e sfilare il giubbotto di 

salvataggio mentre l'aereo si accingeva al decollo. Sorridevano 

con il sorriso del rigor mortis , tante erano le volte che anche in 

un solo giorno dovevano fare quello show terrificante per un 

mucchio di gente che non le stava nemmeno a guardare. Anche 

perché se l'aereo fosse precipitato tutte quelle cose chi avrebbe 

avuto il tempo di farle o di ricordarsi come si facevano? Un 

pensiero ai cari, alle cose belle vissute, forse alle cose malvagie 

che era capitato di dover fare e stop. Buio totale. E forse 

avrebbe saputo se Padre Pio c'era davvero nell'al di là o meno. 

Se ci fosse stato un al di là. Con tutto il corredo di 

raccomandazioni , fortune e sfighe dello stesso mondo che si 

sarebbe lasciato alle spalle.

venerdì 7 dicembre 2018

Lisboa 1

Il maresciallo Santoro era stato convocato dal capitano Gianuli.

Doveva recarsi in via della Moscova presso il comando 

provinciale  Legione dei Carabinieri. Per comunicazioni urgenti,

aveva detto al telefono Gianuli. Non aveva aggiunto altro. E 

Santoro era in servizio da troppi anni per non sapere che sarebbe 

stato inutile insistere per un'anticipazione. Anche perché 

chiedere di avere un'anticipazione a Gianuli sarebbe equivalso a 

chiedergli di comprendere il paradosso del porcospino di 

Schopenhauer. Gianuli era un uomo tutto d'un pezzo cresciuto e 

vissuto nei Carabinieri. Ormai alle soglie dell'agognata pensione 

non si sarebbe mai sognato di allargare i propri orizzonti 

culturali. Le circolari e i rapporti di servizio lo facevano 

tribolare abbastanza. E poi c'era la moglie. Da una vita a 

Milano non cessava di chiedergli quando si sarebbero potuti 

trasferire al sud. Voleva tornare a Bari. Santoro anche era 

pugliese, del Salento, però,  e di questi problemi non se li era mai 

posti. Uno certe cose se le porta dentro ovunque vada a vivere. 

La Giamaica d'Italia, come qualcuno definiva il Salento, pensò, 

uno la doveva avere sempre addosso. Esattamente come la 

divisa. 

Che non indossava perché faceva servizio in borghese, 

essendogli stato assegnato un ruolo investigativo.

Giunto con la metropolitana in via della Moscova, linea verde, 

fece due passi a piedi.

Freddo novembre del 2018.

Una volta salito al primo piano dette qualche colpo di nocca alla 

porta dell'ufficio di Gianuli.

Avanti, disse Gianuli. Immaginava , pensò Santoro, che Gianuli 

avesse capito che era lui.

Una volta entrato, come sempre, Gianuli era piegato sul suo pc 

portatile , seduto alla sua scrivania. Dietro di lui sulla parete , 

campeggiava la foto di Mattarella, esimio presidente della 

Repubblica. E quel giorno a Santoro gli sembrò più triste del solito. Mattarella.

-Ah, prego Santoro, è lei. Si accomodi, dovrei parlarle un 

momentino.

-Buongiorno signor Capitano, disse Santoro.

Gianuli sollevò la testa dal suo portatile. Osservò Santoro.

E disse- alla buon ora si ricorda della forma. Mi compiaccio, 

meglio tardi che mai.

-E che ci vuol fare, signor Capitano, oggi sono di buon umore, 

fece Santoro.

-Uhm, capisco...Dunque, veniamo a noi. Maresciallo l'ho 

convocata per un importante compito che mi sono preso la briga 

e la responsabilità di affidare a lei.

-Prego, Signor Capitano, mi dica, sono tutt'orecchi....

-Ecco, tra un paio di giorni si terrà un incontro formativo 

promosso dall'Interpol. Ci è stato chiesto di inviare un 

rappresentante dell'Arma esperto in investigazioni e in possesso 

di determinati requisiti. E...Be', io avrei pensato a  lei.

-Mi scusi Capitano, di che requisiti si tratta?

-Intanto deve trattarsi di un buon investigatore. Inoltre deve 

conoscere le lingue e lei mi pare di ricordare che, un po' di 

inglese, lo mastica. Infine, l'incontro di aggiornamento, 

chiamiamolo così, si terrà a Lisbona, in Spagna. E se la memoria 

non mi inganna lei lo spagnolo lo conosce, giusto?

-Mi perdoni, Capitano, Lisbona è in Portogallo. E io conosco il 

portoghese. Perché, come ben dovrebbe ricordare, ho avuto una 

compagna brasiliana.

Gianuli divenne paonazzo in viso. Era stato colto in castagna. 

Così Santoro cercò di toglierlo dagli impicci.

-Naturalmente ci si può confondere con la Spagna, perché oltre a 

confinare tra loro, i due paesi, sono entrambi latini.

-Uhm, Spagna , Portogallo... insomma che fa accetta o no? Disse 

a quel punto Gianuli, che aveva recuperato l'alterigia del 

superiore gerarchico.

Santoro cominciò a guardarsi intorno. Tergiversò per qualche 

secondo.
-Santoro non posso mandare nessun altro. Qua l'unico che 

conosce bene le lingue è lei.

-D'accordo, accetto, disse Santoro.

Gianuli sembrò tranquillizzarsi.

-Però c'è un'inesattezza in ciò che ha detto, fece Santoro.

-Sì, l'ha già sottolineata , mi pare.

-No, non è quella dell'equivoco su Spagna e Portogallo. Lei ha 

detto che tra i requisiti della persona da mandare c'era il fatto 

che fosse un buon investigatore.

-E beh? Lei non è un buon investigatore?

-Io sono un eccellente investigatore. Le ricordo, per chi crede 

alle statistiche, che il mio stato di servizio può fregiarsi del  

100% di casi risolti.

Gianuli lo guardò in cagnesco.

-Si rilassi, stavo scherzando, disse Santoro. Anche se 

naturalmente era vero che vantasse il 100% dei casi risolti. Si 

voleva divertire a stuzzicarlo.

-Allora vada dal Maresciallo Cazzaniga per i particolari della 

sua trasferta, disse Gianuli.

Santoro salutò e si voltò per uscire, ma prima che uscisse dalla 

porta dell'ufficio di Gianuli, il capitano gli rivolse ancora la 

parola.

-Maresciallo, non c'è bisogno che le ricordi che, oltre a farci fare 

bella figura, come Arma, intendo, al suo ritorno deve 

relazionarmi e, soprattutto, trasferire tutte le informazioni su 

nuovi metodi di indagine , a tutta la Compagnia. Sono stato 

chiaro?

-Cristallino, signor Capitano. Posso andare da Cazzaniga , ora?

-Senz'altro, Maresciallo, la saluto, mi stia bene.

Santoro uscì dall'ufficio di Gianuli con il suo solito viso che 

accennava ad un perenne sorriso ironico. Aveva fatto incazzare il 

Capitano Gianuli già di prima mattina. La giornata prometteva 

bene. Era pronto per ricevere istruzioni dal suo amico fraterno, 

il Maresciallo Ambrogio Cazzaniga, lombardo doc da sette 

generazioni.


-Ciao Ambrogio, hai qualcosa da dirmi?

-Uellah, Sciur marescial, cum te stet?

-Bene Ambrò, non cominciare a parlare milanese che ho già 

troppe lingue e orribili favelle in testa...

-Sbagli a disprezzare il milanese, Sciur Marescial...

-E chi disprezza, io citavo Dante.

-Dimenticavo quasi che è un dotto.

-Ancora con sto lei, Ambrò, e su, dai diamoci del tu. Dopo tutto 

quello che abbiamo passato!

-D'accordo. E' presto detto, in questa cartella ci sono tutte le 

istruzioni per il viaggio. Dettagliate. Ci sono anche i biglietti 

aerei e i riferimenti per le permanenze in albergo.

-Ambrò, dimmi una cosa, di che si tratta...Gianuli era troppo 

incazzato per entrare nei dettagli.

-Sì, immagino, l'è incassà perché non arriva la promozione a 

Maggiore.

-Vorrà dire che si accontenterà del lago...Maggiore, visto che non 
è poi tanto fuori mano...ma non glielo dire a Gianuli, non lo 

sopporterebbe, dopo la gaffe sulla Spagna scambiata per 

Portogallo.

-Come come?

-Niente, lasciamo stare, piuttosto dimmi di che si tratta.

-Si tratta di un incontro interforze europeo nel quale si parlerà 

di nuovi metodi di indagine utili a combattere la criminalità 

organizzata nei suoi aspetti informatici.

-Cape de cazze, una roba di una noia mortale, disse Santoro.

Cazzaniga sorrise-sì lo so che lei odia le nuove tecnologie, ma sta 

di fatto che le organizzazioni criminali mandano i figli 

all'Università per prepararsi agli affari restando al passo con i 

tempi.

-Ah, lo immagino. Io però credo nell'uomo. E i computer sono 

sempre gli uomini ad usarli, non credi?

-E' vero, ma conoscere qualche nuovo trucchetto non farà male a 
nessuno.

-E cambiare aria per ...A proposito, per quanti giorni?

-Una settimana...Dieci giorni, forse.

-Ecco, dicevo, cambiare aria per una settimana gioverà al mio 

equilibrio nervoso. E poi non vedrò Gianuli, vuoi mettere?

Cazzaniga arrossì lievemente e sorrise.

Santoro si alzo dalla poltrona davanti alla scrivania di 

Cazzaniga e con la cartella che aveva ricevuto dal Maresciallo 

lombardo, si congedò da lui.

Fuori faceva freddo. Novembre. Non tanto freddo, ma 

comunque freddo, per i suoi gusti. Speriamo che in Portogallo il 

clima sia migliore, pensò. Il freddo proprio lui non lo sopportava. 

E nemmeno Gianuli. Due buone ragioni per togliersi per un po' 

dagli zebedei.

mercoledì 30 maggio 2018

La pianista cinese, capitolo 60

Via Filodrammatici numero due, Milano. Ci passava sempre Cuccia negli anni '80 e '90 , il banchiere per antonomasia, il padre di Mediobanca. Personaggio misterioso, ex partigiano, definito l'Andreotti del sistema bancario italiano. Santoro vestito , per una volta, in modo "normale". E cioè senza l'eterno impermeabile milk&coffee alla tenente Colombo, ma con giacca e pantaloni eleganti, una camicia bianca...ma senza cravatta. Si sarebbe sentito una tartaruga, con la cravatta. Non gradiva indossarla. O la divisa o l'impermeabile. In quel momento pensò una cosa buffa: aveva portato così tanto tempo quell'impermeabile che non si ricordava se l'ultima volta che aveva fatto sesso aveva avuto il tempo di toglierselo. O avesse finito per assomigliare ad un maniaco famoso a Milano che circolava completamente nudo sotto ad un impermeabile che apriva di quando in quando in giro per mostrare le sue grazie. Ad ogni modo cercava di distrarsi. Non capiva, perché avrebbe dovuto essere emozionato? Dopotutto il concerto non lo doveva fare lui...Diamine, ci doveva solo assistere...
Entrò nella mitica Scala di Milano. Fino a quel momento quel teatro lo aveva visto esclusivamente da fuori e dietro le transenne dietro cui manifestavano i "no global". Il foyer del Teatro lo aveva fino a quel momento visto solo in tv , sullo sfondo delle interviste ai vip che avevano appena visto "la prima". Non sembravano esserci molti vip, in giro. Poi lui non è che guardasse la tv , per cui anche se ce ne fossero stati non se ne sarebbe accorto. E anche se ce ne fossero stati e se ne fosse accorto la cosa non avrebbe attirato minimamente la sua curiosità: per lui c'era una sola vip, quella sera . E di lì a poco avrebbe suonato magicamente il suo pianoforte sul palco del teatro: Yuja Wang, la superstar cinese del pianoforte e della musica classica, stella di grandezza mondiale e , last but not least, specie di fotomodella dai tratti orientali. Un mix , per la sensibilità di Santoro, a dir poco esplosivo!
Aveva un posto più o meno a metà teatro. I primi posti erano sempre ad appannaggio di personaggi importanti, pseudovip, uomini politici, quella sorta di esseri umani che di solito davanti ad uno spettacolo di musica classica ondeggiano la testa come se fossero in una discoteca al solo scopo di mostrare che se ne  intendono. Santoro aveva dei pregiudizi. Era necessario, pensò. Per le indagini. Se si applicasse questo principio alla politica le cose funzionerebbero meglio. Oppure ci sarebbe un blocco totale. Ma quello c'era già, pensò Santoro, quindi che cosa si aveva da perdere?
Si sedette .Vicino a lui c'era una signora che sventolava il programma della serata a mò di ventaglio. Non faceva particolarmente caldo, ma certe affettazioni, evidentemente, erano richieste dal luogo.
Santoro si accomodò , si accoccolò, proprio nella poltrona. E si preparò a sognare. Aveva un mucchi di gente a fianco, davanti, dietro , che si affacciava dai loggioni. E quasi quasi rimpianse tutte quelle volte che aveva ascoltato le tracce della Wang a casa da solo, magari al buio, mentre fuori anche il traffico della notte si rarefaceva e non infastidiva per nulla lo scorrere delle note.
Poi il concerto iniziò: il pianoforte era in primo piano sul palco. Per il momento nessuno era seduto. Dietro i musicisti dell'orchestra avevano già tutti preso posto. Era la Rotterdam Philarmonic. Il programma era basato su pezzi tratti da grandi opere di grandi compositori. Ma tutti gli appassionati sapevano che il pezzo forte di Yuja era Rachmaninoff. Un compositore russo unico al mondo che aveva composto 3 concerti uno più bello dell'altro, la cui esecuzione richiedeva una maestria non comune. Ricreare ogni volta quella magia era una cosa che , era noto agli appassionati del genere, la Wang sapeva fare come nessuno al mondo. Forse il fatto che fosse cinese, con le mani piccole, le dita molto ben articolate, la complessione minuta. Forse la sua avvenenza nonostante la corporatura non enorme, tutt'altro. Forse quel cambiarsi d'abito, abiti succinti a volte da fotomodella, volteggiando intorno al pianoforte come una mannequin...era risaputo. Era uno spettacolo nello spettacolo, che nulla toglieva alla purezza delle note e della musica. Anzi la impreziosiva , addirittura, senza sembrare volgare. Perché certe piroette c'era modo e modo di compierle. E la Wang sembrava nata per questo. Perlomeno per quello che Santoro aveva letto di lei. E ora, entro qualche minuto, si stava preparando a godersi tutto questo.
E poi LEI entrò. Un abito di paillettes rosso, gonna corta, spalle scoperte, tacchi a spillo, capelli neri a caschetto, sottilissimi, occhi a mandorla, sorriso alla Gong Li, accattivante, affascinante. Girò intorno al pianoforte , mentre le signore commentavano borbottando , presunse Santoro, che non vedevano cosa c'entrasse vestirsi così semplicemente per suonare un pianoforte. Avrebbe voluto dirle, Santoro, che non capivano nulla, che la loro era solo invidia. Che quando una donna , una femmina, incontrava un pianoforte, maschio, doveva presentarsi con al seguito tutta l'armatura dei suoi più pirotecnici trucchi, perché quel pianoforte avesse un'erezione. Perché si preparasse a vibrare. Sotto le sapiente carezze tattili sulla pelle dei suoi tasti. Poi la Wang fece un inchino, molto orientale, molto da geisha, ma senza l'apparente servilismo della geisha. Si sedette al piano. E subito, inconfondibili, le prime note del concerto numero 2 di Rachmaninoff. Le mani sul pianoforte...Santoro le osservava rapito. Un tatto lieve ed energico a seconda dei passaggi. Si fece silenzio  E la musica mise a tacere , se non altro, le bocche sibilanti di tutte quelle signore benpensanti che hanno studiato talmente tanto da essere giunte alla stessa attitudine delle proprie parrucchiere.
I passaggi , da veloci e lenti si alternavano, in questa parte di concerto che si era deciso di amputare. colpevolmente. Ma si trattava di un concerto di beneficienza della Croce Rossa e il pubblico, eterogeneo e non necessariamente di esperti e appassionati, si era temuto non potesse godere, sennò, se non attraverso una variazione dei temi musicali e di compositori.
Per il secondo pezzo, tratto dal Concerto in F maggiore di George Gershwin, la Wang , uscendo al ritmo del battimani, come sembrava fosse suo costume, si era ripresentata con un vestito nero, una sola spallina, gonna corta e scarpe tacco 12. La sua carnagione bianca metteva in risalto quel vestito e le signore ripresero  a borbottare e tutti quei borbottii nella pausa tra un pezzo e l'altro cominciarono a prendere la forma di un rumore molesto. Santoro era su tutte le furie, stavano rovinando il suo concerto. Lì da dov'era, dietro al collo di qualcuno che aveva davanti, riusciva a vedere come nel cono di un cannocchiale, le mani della Wang. Vide come si muovevano sulla tastiera, come animate di vita propria e vide , risalendo con la vista lungo tutta la sinuosità del suo corpo, l'espressione rapita, dell'artista, che in quel momento, sembrava in stato di trance, come in un viaggio astrale percorso dentro il suo corpo con per meta le sue mani . Il direttore d'orchestra, un signore olandese, capelli grigi, corti, abbronzato, quell'abbronzatura da tedesco in vacanza a Capri, di quando in quando, in tralice, mentre agitava la bacchetta, osservava la Wang. e c'era da immaginare che era come se stesse spiando nella sua anima. Capiva cosa la Wang stesse provando. Sapeva, in quel momento, che in quegli attimi, un'artista dimentica tutto, i vestiti, le ore di palestra, la parrucchiera, l'estetista, la stilista, persino il chacet, per entrare in simbiosi con la musica, con le note. E' come un ultramaratoneta rimasto solo ad un chilometro dal traguardo, sapendo che ha già quasi vinto...e può godersi la natura, il rumore dei sui passi che mangiano lo sterrato, il vento in faccia, il sudore che scivola sul corpo, in rivoli, il cuore che pompa, il rumore dell'aria nella bocca e persino il chiacchiericcio di uccelli lontani. Può sentire anche le campane di una chiesa che esiste solo nella sua immaginazione. Una chiesa dell'infanzia. Che gli ricorda quando correva da ragazzo per arrivare in tempo alla messa. Perché dopo si andava a correre in montagna. Come regredisse ipnoticamente...mentre le gambe hanno innestato il pilota automatico e lo trasportano verso la vittoria!
E poi si torna al classico classico. A Tchaikovsky, concerto numero 1 , opera 23. Un'opera grandiosa, che abbiamo ascoltato una miriade di volte in una miriade di film e persino di pubblicità. Senza immaginare che queste note, magiche, fantastiche provengono da un uomo ce verso il termine della sua vita ebbe ad affermare:« ...Sono sicuro che nelle mie opere appaio come Dio mi ha fatto e così come sono diventato attraverso l'azione del tempo, della mia nazionalità ed educazione. Non sono mai stato falso con me stesso. Quello che sono, buono o cattivo, lo debbono giudicare gli altri... » ..Un uomo la cui vita fu costellata dal dolore, dalla depressione e dalla malattia...eppure è stato capace di partorire una simile bellezza sonora, che qualche giorno avremo come tappeto musicale alla pubblicità del crodino! O, peggio, come colonna sonora di un cartone animato di Tom e Jerry!
I cervello di Santoro era un turbinìo, un oceano in tempesta...chissà se la Wang mentre suona Tchaikowsky pensa tutte queste cose...forse aiuterebbe a riviverne il tormento e le pene e a renderle immortali. Forse non bisognerebbe conoscere le biografie dei compositori . Forse sì. Su questo Santoro era incerto.
Dopo ogni "estratto", la Wang si cambiava d'abito e riappariva sempre più raggiante, sempre più sorridente, quasi i pezzi appena suonati l'avessero catarticamente scaricata da suoi personali fardelli. Che è un po' quello che avviene, nella fase di "scarico" , al termine delle performances di numerosi artisti. Era radiante, era ammaliante...una bella donna, una bella giovane donna che suonava divinamente. Aveva prestato il suo corpo, la su faccia e il suo estro al fior fior di geni della musica dalle complessioni spesso insignificanti quando non brutte.
Yuja Wang concluse il concerto , durato quasi un'ora e mezza, con dei pezzi per solo piano di Skrijabin, altro russo pazzo nietzschiano, che era stato maestro di Rachmaninov.
Un vestito viola a gonna corta, senza spalline, molto aderente, fasciava il corpo della Wang, mentre come un satiro indiavolato , un jinn arabo dei deserti, in versione femminile si dava da fare sul pianoforte, con maestria, forza, delicatezza , ma anche a volte con decisione, tanto da sembrare avvolta un tutt'uno con l'organo, come in un amplesso invisibile agli spettatori.
L'applauso finale, finanche delle borbottatrici, mise fine troppo presto, a quell'estasi di suoni, tocchi, sguardi, respiri, ansimii, ammiccamenti, perdimenti, scalpicci, ancheggiamenti da palcoscenico, che avevano dato origine ad un sogno. Uscendo per strada, era sera, buio, traffico contenuto e molta gente per strada. A Santoro gli sembrò di essere tornato all'interno dopo essere stato in paradiso. Sarebbe potuto correre a fare la coda per guardare il suo idolo musicale da vicino. Ma non era il tipo. Santoro aveva sempre pensato che l'arte mentre viene espressa, è qualcosa che lascia corpo e anima di chi la esprime . E inizia a vivere di vita propria. così come quando conosceva uno scrittore che gli piaceva , faceva di tutto per non assistere ad alcuna sua presentazione. Per tema che gli risultasse  antipatico e togliesse magia ai suoi libri. Così non sarebbe mai andato ad incontrare dal vivo Yuja Wang. Chissà , magari, anche in questo caso, per continuare a coltivare il sogno di come immaginava che fosse. Che mai o quasi mai è come si si è veramente. Perché distruggere quel sogno. In una vita che di sogni ne offre davvero pochi? No. Non era andato di proposito a fare la fila per scambiare un saluto dal vivo o farsi fare un autografo. La vita era abbastanza reale e triste per rendere reale e triste anche l'arte. Era meglio tornare alle indagini. Agli omicidi. E restare con tutte le belle sensazioni che quel  concerto gli aveva dato . L'avrebbe ascoltata nei dischi. L'avrebbe vista in televisione. Così avrebbe continuato ad avere orgasmi mentali. Tra un omicidio e l'altro. Era a questo che doveva servire l'arte. A dare ristoro a corpi e menti che avevano fatto il pieno di realtà. Ed erano così pochi ormai questi orgasmi di tipo artistico, che non voleva correre il rischio di perderli per sempre. E poi che cosa si sarebbero potuti dire, una pianista di rango internazionale, una superstar della musica classica e un carabiniere?
Forse molto più di quanto la gente comune possa immaginare. E la compagnia delle borbottatrici. Santoro preferiva restare innamorato di un sogno che correre il rischio di innamorarsi di una persona. Perché il sogno, quando ti tradisce, non sei più costretto a sognarlo.

venerdì 25 maggio 2018

La pianista cinese, capitolo 59

Santoro era seduto al Cin Cin Bar. Si era scolato un mucchio di succhi di frutta, a quell'ora del giorno. Fine maggio e caldo afoso, già sembrava estate. Sul marciapiedi proprio di fronte al Tavolo del Maresciallo, zampettava impettito e sorridente il brigadiere Giulio Agostinelli. Non era solo, con lui c'era il maresciallo Ambrogio Cazzaniga. Santoro resistette all'impulso di alzarsi, andargli incontro ed abbracciarli. Ma si complessò un poco e sottese alla cosa. I due si sedettero e ordinarono un caffè cadauno.
-Marescià, come ve sentite?
-Bene...direi...
-Sciur Marescial....
-Ambrò e cala a boca um segundo, disse in portoghese. Non seppe perché gli venne. Forse perché quando era felice pensava al Brasile. Il Brasile di Lula, perché quello contemporaneo era tornato all'età della pietra. Quattro stronzi di ricchi detenevano il 90% della ricchezza del paese. Feudalesimo puro. Ma Santoro era nostalgico. Per esempio alla nazionale del 2006 di Lippi preferiva quella dei mondiali si Spagna dell'82 e a Mattarella preferiva Pertini. Era un'italiano  di quell'Italia che non ci sarebbe stata più. Forse mai più.
-Scusa, Ambrò, m'è scappato di dirtelo in portoghese...e basta con sto Sciur Marescial, chiamami Gabriele!
-Perché? Non posso, devo mantenere le distanze...
-Perché mai, poi?
-Perché sono stato promosso a Maresciallo maggiore aiutante!
-Complimenti. Dovrò salutarti militarmente, d'ora in poi?
-Dovresti....
-Ok, Ambrò?
-Dighel..
-Hai detto Maresciallo Maggiore Aiutante?
-Precisamente.
-Beh, vorrei dirti una cosa, dell'aiutante non c'è bisogno.
-Per che cosa?
-Per mandarti a cacare, disse Santoro.
Risero tutti di gusto.
-Allora , Giulio? Che farai adesso?
-Be' marescià, io me ne sarei tanto voluto torna a Roma...
-Mah...?
-Mah...che ve devo dì...me sa che me so innamorato...
-Chi è, un'amichetta della mai abbastanza compianta Giada?
-Sì...che dite faccio bene?
-Lo chiedi a me o anche ad Ambrogio?
-A voi!
-Ancora con sto voi...oh, mi volete far incazzare oggi? Il ventennio è morto e sepolto, non si dà del "voi " nemmeno alle nonne del sud, ormai, disse Santoro con piglio severo. Poi sbottò a ridere.
Era contento.
-Ambrò, volevo chiederti scusa per come e quanto ti ho messo nella merda! Ho messo a rischio la tua vita!
-Non potevate sapere, sciur Marescial...
-E' vero, ma potevo intuirlo.
-Noi siamo carabinieri, siamo nati nella merda. Solo che a differenza degli altri ci accorgiamo anche quando ne usciamo fuori. La puzza cambia, disse Agostinelli.
-Hai abbandonato il romanesco ma non mi pare che la cosa abbia prodotto delle raffinatezze linguistiche!
-Ma de che, figuramose, disse Agostinelli.
-Comunque fai come credi, se vuoi rimanere a Milano, fai pure.
-Sì, vorrei restà qui...solo che....
-Sì, lo so..non vuoi avere più a che fare con un rompiballe come me....
-Ma che dite, marescià...è stato un onore e un piacere lavorà con voi...Non ho mai conosciuto uno che va fino in fondo alla ricerca della verità...a costo della propria vita....
-Che ci vuoi fare, Agostinè, questione di educazione. Questione di etichetta. Di etica. Non so fare diversamente. Non so fare che questo. Sono come un segugio. Il segugio è un cane buono, ma se fiuta la preda non la molla fino alla fine. Può catturarla per sfinimento. Poi, oh, non ho il record del 100% dei casi risolti? Non potevo rischiare di non risolvere anche questo caso.
-Ma perché nessuno le ha concesso un riconoscimento, un encomio, sciur Marescial?
-Perché viviamo in un mondo dove non conta se risolvi un caso. Conta come lo risolvi. E io ho pestato troppi calli a troppi piedi. Intendiamoci, era inevitabile. Ma va bene così.
-Che farete ora?
-Be', noi, io e il maresciallo Santoro, disse Santoro beffardo, ci concederemo una breve vacanza. Durante la quale speriamo di incontrare una persona importante. Una persona cruciale!
-'Na donna!, disse Agostinelli.
-Sì...in un certo senso...
-O madonna madunina, esclamò Cazzaniga, non dite così, sciur Marescial...
-Che hai capito? Non quel tipo di donna, intendevo...
-Non abbiamo capito, disse Agostinelli.
-Andrò a vedermi il concerto di Yuja Wang.
Agostinelli e Cazzaniga si guardarono interrogativi.
-Sì, lo so, vi state chiedendo chi cavolo sia costei...be', mettiamola così. Ci sono tanti tipi di amore, tanti tipi di sesso, tanti tipi di orgasmi, ma non tutti si espletano in modi classici, canonici.
Agostinelli e Cazzaniga si guardavano ancora più interrogativi.
-La famiglia di Li, per ringraziarmi per aver ristabilito la verità e aver ridato un minimo di dignità a loro sfortunato figlio, creduto da tutti un kamikaze islamico, mi ha procurato i biglietti per un concerto che ci sarà a Milano della più grande pianista contemporanea vivente.
-E' cinese? , chiese Cazzaniga.
-Sì, perché?
-No...e che sti cinesi stanno a fa tutto mejo de noi...e, Marescià, se semo pure rotti un po' li cojoni...disse Agostinelli.
-Posso capirti, ma qui stiamo parlando di una categoria a parte. Di una marziana.
-E sta tizia, me pare de capì, ve procurerebbe orgasmi , sesso e tutto er resto con un pianoforte?
-Be', capisco che è difficile da capire, ma...direi di sì....a volte ascoltarla è meglio che fare sesso...
-Te che dici  Cazzanì?
-E che dico? Dico che mi fazo sesso ciulando, ecco che dico...
-I solito prosaici. Non capite una mazza...
Agostinelli e Cazzaniga si guardarono perplessi.
-Aoh, se ve piace sta cosa, be', fatela...
-Si capisce, disse Cazzaniga, nulla in contrario. Mi preferisco ciulare...
Santoro sorrise.
-Ciascuno gode come meglio crede....aggiunse.
-Be', l'importante e che non mi diventa cullattun...fece Cazzaniga.
-Scusate, voi, ogni tanto, disse Santoro, per caso, vi masturbate ancora?
-Be', sì, io ogni tanto sì, disse Agostinelli.
-Be', anche io  mi tiro certe raspe quando non ci ho la donna....
-Ecco, appunto...voi siete degli uomini, dei maschi, giusto?
-Eccerto, disse Agostineli.
-Beh, sappiate che tutte le volte che vi masturbate , state facendo una sega ad un uomo, disse Santoro divertito.
Agostinelli e Cazzaniga si guardarono interrogativi.
Ci fu un momento di silenzio imbarazzante.
-Vi saluto ragazzi, vi lascio ai vostri dubbi, io devo andare. Voglio prepararmi all'incontro del secolo. Stasera devo andare al concerto. Non me lo perderei per nulla al mondo.
Mentre Santoro si allontanava , con la coda dell'occhio vide Cazzaniga e Agostinelli che si interrogavano sul quesito di Santoro. Ogni suo organo interno rideva. Fuori però non tradiva emozioni. Che pirloni, pensò Santoro. Bravi ragazzi. Ecco come sono i carabinieri, dei grandi incommensurabili ingenuotti capaci di risolvere casi di omicidio. Forse proprio perché erano capaci di prendersi troppo sul serio. O per nulla sul serio.





venerdì 4 maggio 2018

La pianista cinese, capitolo 58

E venne il giorno del processo. A Santoro nel frattempo non era accaduto nulla. Segno che avevano intenzione di eliminarlo "per via legale" , di ucciderlo socialmente. Era senz'altro meglio che avere un martire, avranno pensato, considerò Santoro.
In un'auletta seminascosta del primo piano del tribunale di Milano si doveva svolgere il dibattimento.


Espletate le formule di rito si entrò nel merito. Santoro era preoccupato. Non vedeva Agostinelli. E in un giorno come quello gli parve strano che non ci fosse. Gli aveva telefonato un paio di volte, il cellulare suonava come libero, ma nessuno aveva risposto.
-Dunque, signor Santoro, siamo qui per le accuse , gravissime, rivoltele dal dottor Sponzini, fece il Pubblico Ministero.
Santoro non potè fare a meno di notare che il Pm si era rivolto a lui con la qualifica di signor Santoro e a Sponzini, un autentico criminale, l'aveva chiamato dottore. La cosa non lo mise affatto di buon umore.
-Lei è accusato di aver introdotto in casa del Dottor Sponzini, in modo surrettizio e ingannatorio degli elementi che lo compromettessero con la giustizia penale , nella fattispecie della droga, della cocaina, al fine di ricattarlo per estorcergli una non meglio precisata verità su altri fatti, che, per inciso, non attengono a questo processo.
L'avvocato Sghimbescia a quel punto disse- signor Giudice, potrei chiedere al signor Pubblico Ministero se ha degli elementi probatori più convincenti delle sole dichiarazione d'intenti?
Prima che il giudice rispondesse il Pm fece-certamente...il dottor Sponzini ha delle videocamere nel proprio appartamento. E dalle immagini di queste videocamere si nota chiaramente che le prove sono state introdotte surrettiziamente nell'appartamento del dottor Sponzini...così, se il dottor Gregori ritiene, le possiamo mostrare immediatamente.
Il giudice Gregori, un uomo quasi alle soglie della pensione,  dall'aria vissuta , dall'aria, insomma, di uno che ne avesse viste di cotte e di crude, assentì appena con il capo. Stancamente. Dalla faccia e dai modi, a Santoro dette l'impressione che dovesse essere del sud. Uno dei tanti giudici vincitori di concorso che se ne erano andati dal sud , dopo aver studiato, perché le altre alternative erano diventare affiliati a clan camorristico-mafiosi o a clan politici. Cose che in molti casi, purtroppo, risultavano coincidenti.
Il Pm, il dottor Carapace, veneto, attivò il proiettore connesso al pc portatile. E subito le immagini dell'interno dell'abitazione di Sponzini apparvero in tutta la loro nitidezza.
Erano riferite a quel giorno fatidico, oggetto del processo e il dottor Carapace, giovane padovano alle prese con uno dei suoi primi processi importanti, con enfasi si mise a commentare le immagini.
Si ascoltò la conversazione fra Santoro e Sponzini. Poi le immagini passarono a mostrare l'interno della cucina. E , porcaputtana, pensò Santoro, la videocamera era posta lateralmente ad Agostinelli. Si vedeva tutto. E Santoro sbiancò perché a quel punto sapeva che era indiscutibilmente fottuto. E nel peggiore dei modi. Ma nel mentre Agostinelli apriva il freezer, l'uomo di servizio che presumibilmente cucinava, passò davanti al brigadiere romano, impallando la videocamera. Si notò un gesto sospetto di Agostinelli, ma non si vide praticamente nulla. Santoro dette un'occhiata all'avvocato Sghimbescia. Il quale avrebbe dovuto trarre un sospiro di sollievo. Ma non accadde. Le immagini erano ambigue e non consentivano di smentire o confermare alcunché. A quel punto la parola di un funzionario dello stato, anzi di due, perché c'entrava anche Agostinelli , doveva assumere il suo giusto peso, nella vicenda.
Il giudice guardò il Pubblico ministero il quale guardava Sponzini in modo interrogativo. Evidentemente doveva avergli assicurato la visione di altre immagini. E a quel punto Santoro ebbe la certezza che non le aveva visionate prima. Anche il Pm doveva essere un corrotto e , si sa, fra corrotti, fa fede l'unità di intenti. Ci si copre il culo a vicenda. A meno che non ci siano terze parti imparziali. Come pareva potesse essere il giudice Gregori. Il quale con fare ironico disse rivolto al pm-be', mi pare che da queste immagini non ci sia la certezza che le prove siano state introdotte ad arte. E a questo punto sorge a me una domanda, aggiunse Gregori. Per esercitare questa presunta pressione sullo Sponzini, il maresciallo Santoro, che cosa imputa allo Sponzini stesso?
-Ma questo, dottor Gregori, non è inerente al processo, disse  il Pm, il dottor Carapace.
-Perché non è inerente? E' inerente alla mia curiosità, aggiunse Gregori, sorridendo lievemente.
A quel punto Sghimbescia avrebbe potuto scatenarsi. E Santoro si accomodò meglio per godersi il previsto bombardamento.
-Signor Giudice mio malgrado devo convenire con il Pubblico Ministero, non mi sembra una materia pertinente codesto dibattimento.
Santoro sbiancò
Il Pm sorrise in tralice e disse-ecco, appunto , chiamo a testimoniare il signor Esposito, uomo di fiducia nonché cuoco della famiglia Sponzini. Il quale dalla posizione in cui era non può non aver visto cosa il brigadiere Agostinelli abbia fatto. Brigadiere Agostinelli che, per inciso, avrebbe dovuto essere presente oggi, ma non vedo in aula.
Il giudice assunse un espressione perplessa. Qualcosa non gli tornava. Santoro capì che su Sghimbescia non poteva più contare. Era bruciato. Sicuramente era stato avvicinato e "convinto" da qualche amichetto di Sponzini.
Si metteva male. Santoro fu tentato di ricusare il suo avvocato.
Il giudice nel frattempo aveva acconsento alla testimonianza.
-Allora, signor Esposito, lei era presente al momento dei fatti contestati, dica alla corte che cosa ha visto esattamente.
Esposito, un uomo sui quaranta ex cuoco di crociere, si schiarì la voce e disse-ecco, io, ho visto distintamente il brigadiere Agostinelli aprire e richiudere il freezer.
-Ecco, appunto, era quello che volevamo sentire, disse il Pm, questo attesta il fatto che l'atto di aprire il freezer non era altro che una manfrina intentata dall'Agostinelli, evidentemente imbeccato dal Santoro, per fingere di aver trovato qualcosa. Qualcosa che l'Agostinelli aveva già in tasca . O addirittura mai entrata nell'appartamento del dottor Sponzini.
-Po' esse pure, disse una voce in lontananza. Era Agostinelli.
-Chiedo scusa per il ritardo, ma stavo lavorando. Stavo reperendo un altro testimone , disse Agostinelli rivolto al giudice.
Vicino a lui c'era una donna. Una signora bionda di mezz'età, molto in forma. Sembrava una di quelle donne borghesi cui gli anni hanno fatto la grazia di non pesare troppo sul loro aspetto, una che avesse abbastanza tempo e denaro per curare il proprio aspetto fisico e rallentare il logorio degli anni passati.
-Se permette, signor giudice, questa signora ha qualcosa da dire riguardo ai fatti in discussione.
Il Pm guardò Agostinelli e disse- come si permette lei di interrompere il dibattimento e di dare ordini a dei magistrati nel pieno svolgimento del proprio mandato, noi non tolleriamo...
-Dottor Carapace, la prego, tenga la sua retorica a freno almeno per un momento, desidererei capire, disse Gregori.
-La signora è l'attuale moglie del dottor Sponzini, disse Agostinelli . E la sua testimonianza può far luce su vicende di gran lunga più gravi, se me permettete, de questa farsa...
-Come si permette, disse il Pm...
-Dottor Carapace, lasci a me la valutazione dell'ammissione o meno di questo testimone. Potrebbe rientrare in una fattispecie di incidente probatorio, mettiamola così...prego signora, si accomodi.
-Buongiorno, fece la donna, mi chiamo Elena Rossi. Elena Rossi in Sponzini, almeno per ora ancora legalmente.
-No, non potete fare questo, si mise a urlare Sponzini. Non potete ammetterla al processo.
-Signor Sponzini, vuole insegnare a noi il nostro mestiere?, fece Gregori.
Sponzini tacque.
-Prego signora, continui.
-Come stavo dicendo io da molti anni sono separata da mio marito. Non riuscivamo ad avere figli per cui dopo molti anni di attesa decidemmo di adottarne una. Una ragazza italiana. Questo perché mio marito non voleva figli stranieri in nessun modo.
-Ma non vedo tutto ciò che cosa c'entri con il processo, disse Carapace.
Gregori lo guardò serissimo. E Carapace si mise a cuccia.
-Dicevo che dopo tanti anni adottammo questa bambina. E io ero felice: Giada cresceva sotto le nostre amorevoli cure. Anche se mio marito non sembrava essere troppo entusiasta di questo. Continuava a dire che lo aveva fatto per me. E questo amore che provavo per Giada, per questa figlia desiderata più di ogni cosa, forse, lo ammetto, minò il rapporto con mio marito. Mi piacerebbe pensarlo, perlomeno .
-Perché le piacerebbe pensarlo? , chiese Gregori.
-Perché in realtà più di ogni altra cosa erano i suoi affari che non mi andavano giù. I suoi affari e quelli che dicevano di essere suoi amici. Gente interessata a soldi e potere. Mio marito mi disse che negli anni '70 aveva partecipato ad una rapina. Doveva essere una rapina per finanziare un gruppo politico di estrema sinistra. Poi però tramite un suo amico, Carlo Nepoti, riuscì a tenersi tutti i soldi per sé. Si fece qualche anno di galera e quando uscì aveva questo gruzzolo da parte. Ma il suo "amico", disse la signora Rossi ancora con enfasi ironica, gli presentò il conto. Si mise in affari con lui. Droga, armi, tratta di esseri umani. Cose immorali. Io ho resistito finchè ho potuto, per amore di Giada. Poi quando mio marito ha acconsentito  alla relazione fra il suo "amico" Nepoti e mia figlia, non ce l'ho fatta più. Sono andata via di casa. Approvare questo significava solo una cosa. A lui di nostra figlia non importava nulla.
-Poi che accadde , signora?, le chiese con dolcezza Gregori.
-Mia figlia continuò ad avere rapporti con me, a frequentarmi insomma. E un giorno mi disse che era venuta a sapere da dove venivano le fortune economiche di mio marito. Glielo rivelò lo stesso Nepoti. Mia figlia ha ricevuto una buona educazione. E' cresciuta lontana dagli imbrogli di mio marito e dai suoi affari sporchi.
-Però i soldi a te a tua figlia non mi pare vi facessero schifo, urlò Sponzini.
-Signor Sponzini, se non sta zitto la faccio arrestare, urlò Gregori.
-Continui, la prego, disse Gregori.
-Giada si arrabbio con suo padre. Lo accusò di essere un delinquente. Gli disse che appena finita l'Università se ne sarebbe andata di casa per vivere da sola. E lasciò anche quel Nepoti. Un individuo squallido. Un commissario di Polizia invischiato nei più torbidi affari. Sequestrava droga e armi e poi tramite le reti commerciali di mio marito le rivendevano. Uno schifo. Ma non è tutto. Mia figlia minaccio di denunciare suo padre raccontando della rapina. Ecco perché mio marito la fece uccidere.
-Non è vero, è una menzogna, urlò Sponzini.
-Dottor Gregori, mi consenta, ma noi siamo qui per giudicare il signor Santoro e i reati da egli commessi.
-Dottor Carapace, la testimonianza della signora Rossi sta mettendo il tutto sotto una nuova a diversa luce. Per cui quando avrò ascoltato tutto quello che ha da dire la signora Rossi dovrò trasformare questo processo farsa in qualcosa d'altro. Per salvare se non altro la faccia al concetto di giustizia, disse il giudice Gregori.
- Sì, signor giudice, accuso mio marito di aver architettato un finto attentato durante il quale mia figlia doveva morire, facendo passare la sua morte come accidentale conseguenza, danno collaterale di questo cosiddetto attentato. Io stessa ero in casa nella stanza di Giada, la sera che mio marito ha pianificato tutto questo con il dottor Nepoti. E , sì, ebbene lo ammetto, ho origliato. E li ho sentiti. Con mia figli accanto nella stanza. Questi non sono uomini, sono bestie!
-Signora Rossi, a quale attentato si sta riferendo?
-A quello in Corso Como a Milano nel giorno dell'ultimo dell'anno.
Il giudice Gregori non stava più  nella pelle.
-Dichiaro chiuso il dibattimento , proporrò l'archiviazione per mancanza di prove circa le vicende del maresciallo Santoro. Maresciallo, lei può andare indisturbato. Non ha nulla da temere dalla giustizia. Dispongo che il signor Sponzini sia immediatamente tratto in arresto, avendo appreso in dibattimento notizia criminis di gravità eccezionale. Si sta parlando del reato di strage orchestrata per futili motivi.
Signor giudice, dizze ancora la moglie di Sponzini, vorrei aggiungere una cosa, se posso. Di recente ho appreso che Giada era figlia sanguinis, di mio marito. Nata da una delle tante sue relazioni extraconiugali. E non so come abbia fatto è riuscito ad adottarla. Non lo perdonerò mai per aver fatto uccidere carne della propria carne...
Il giudice non disse niente. Di abomini per quel giorno aveva fatto il pieno


Due poliziotti che erano in aula trassero in arresto Sponzini. Santoro si augurò che anche loro non fossero compromessi o venduti. Agostinelli fece l'occhiolino a Santoro. Il quale aveva improvvisamente recuperato colore.

giovedì 3 maggio 2018

La pianista cinese, capitolo 57

Come previsto da Santoro , Sponzini smosse mari e monti. E, i suoi contatti con i servizi, ebbero il loro peso. Santoro fu incriminato per diffamazione, con l'aggravante della produzione di prove false, accanimento giudiziario al fine di estorcere false confessioni e un'altra mezza dozzina di reati messi insieme come carico pesante, per aggravare la sua posizione.
Doveva difendersi. Ma la cosa paradossale era che , per via delle amicizie di Sponzini l'esame davanti al gip era avvenuto a tempo zero, quasi e il giudice , se avesse potuto, avrebbe persino tratto in arresto il maresciallo pugliese. Mentre la questione giudiziaria di Sponzini stava seguendo la tempistica di un qualsiasi altro caso, rimandata di volta in volta alle calende greche, ad arte.
Per cui Santoro dovette trovarsi in fretta e furia un avvocato che lo difendesse nell'imminente dibattimento a suo carico.
L'avvocato Mauro Sghimbesci, consigliatogli dal maresciallo Cazzaniga, aveva uno studio quasi nei pressi di dove abitava Santoro. Da qualche parte dietro Viale Gran Sasso.
Santoro arrivò nei dintorni del suo studio a piedi, si era verso la fine di maggio, ormai. Faceva caldo, un caldo innaturale, tanto che Santoro aveva smesso l'immortale impermeabile.


Seduto davanti all'avvocato Sghimbescia , raccolse tutte le sue energie residue e tentò di sintetizzargli tutta la vicenda da lui vissuta.
L'avvocato Sghimbescia era sulla settantina, magro come un chiodo, capelli corti bianchissimi, abbronzatissimo, impeccabile nel suo completo in giacca e cravatta blu Balestra. Sembrava Balestra, lo stilista.
Con voce sottile , soffice, e un accento milanese piuttosto deciso, l'avvocato cominciò a parlare.
-Veda, caro maresciallo, la vicenda che mi ha testè narrato appare alla mia percezione di avvocato come un romanzo giallo. Qui non siamo in tv, non siamo a Blu Notte di Lucarelli. Noi dobbiamo convincere il giudice che le sue intuizioni sono supportate da prove. Se vuole un consiglio io metterei da parte il romanzo giallo e insisterei sui fatti. Per esempio, maresciallo, lei è sicuro che non ci fossero delle telecamere nel luogo in cui lei o il suo collaboratore asseriscono abbiate trovato il fatidico sacchetto di cocaina?
-Oggettivamente non ne sono sicuro. Sponzini mi ha detto esplicitamente che le nostre conversazioni sono state filmate. Ma non ha fatto cenno al fatto che potrebbe aver piazzato delle videocamere anche in altri anditi dell'appartamento, cucina compresa.
-Ma non possiamo essere certi della cosa. Quindi in primo luogo, mi dica, ha piazzato lei la cocaina in casa dello Sponzini?
-Ci può giurare, avvocato. Era l'unico modo per incastrarlo e costringerlo a fare rivelazioni riguardo a quell'altra e più grave vicenda.
-Uhm...siamo nei guai, maresciallo....
-In che senso?
-Che dobbiamo perseguire un'altra strada.
-Quale strada?
-A lei quanto le manca per la pensione?
-Non ne ho idea, una decina d'anni, credo. Ma perché, che c'entra?
-Dobbiamo tentare la carta dell'incapacità di intendere e volere...
-Uhm, certo, come no. Aggiungiamoci pure l'instabilità mentale , così mi fate finire in uno di quei posti dove fanno l'elettroshock. Avvocato ma dice sul serio?
-Maresciallo, vuole che la tiri fuori da questa vicenda o no?
-Sì, ma non in questo modo...
-E sentiamo, di grazia, in che modo imposterebbe la sua difesa?
-Detenzione e spaccio di stupefacenti e intervento in casa altrui in presenza di flagranza di reato.
-E se Sponzini ha una videocamera anche in cucina?
-Be', Agostinelli ha aperto la cella del freezer, ma non ha preso nulla, perché il sacchetto lo aveva in tasca. Ora, anche se ci fosse una telecamera , dovrebbe essere comunque alle spalle di Agostinelli. Sennò l'avrebbe notata, giusto?
-Uhm, diciamo che la seguo.
-Ecco, bravo, mi segua. Non essendoci una videocamera che possa mostrare quello che Agostinelli ha fatto davanti si può facilmente desumere che possa aver ritirato il sacchetto di cocaina e riposto nella tasca anteriore. Giusto?
-Ma bisogna esserne assolutamente certi.
-Mi sono consultato con Agostinelli. Abbiamo ricostruito tutto quello che ha fatto e come si è mosso all'interno dell'appartamento.
-D'accordo, maresciallo, sosterremo questo. Del rest el bus de cu l'è il suo, faccia un po' come crede. Però non dica che non l'avevo avvisata.
Stretta di mano, colloquio finito. Santoro guardò fisso negli occhi l'avvocato Sghimbescia. Intensamente.
-Avvocato, disse, lo so che lei non approva quello che ho fatto. Ma a volte un male minore, che in questo caso può essere rappresentato da una violazione delle regole in un'indagine, serve a prevenire e punire un male maggiore, immenso. Come quello della sottrazione di vite umane. Neanche si fosse Dio. Un Dio di quarta serie, s'intende.
L'avvocato Sghimbescia fece un cenno di assenso. Poi disse-non la giudico affatto, maresciallo, io ho difeso fior di colpevoli, lo richiede la deontologia delle mia professione. Io voglio vincere . E a volte fingere fragilità psicologiche, per di più attribuibili ad un eccellente servitore dello stato con un altrettanto eccellente curriculum, se può chiudere la vicenda con pochi danni collaterali e consentire, basandosi sui benefici di legge a lungo termine, a un onesto funzionario pubblico, di non perdere l'agognata pensione, può significare vincere!
-Vincere per me significa assicurare alla giustizia chi si sostituisce a Dio togliendo la vita ad altri , per di più, per futili motivi. Niente può giustificare la sottrazione di una vita. Niente. Non a caso ho dedicato la mia vita a questa professione. Sono un investigatore dei carabinieri della omicidi. E non andrò mai in pensione. Perché dopo la pensione continuerò a lavorare in questo campo. Del resto, caro avvocato, ciascuno ha le proprie ossessioni. Esiste anche gente che offrirebbe la moglie in cambio della vittoria di uno scudetto della squadra di calcio per cui fa il tifo!
-Touché, maresciallo, non aggiungo altro, disse Sghimbescia. E sia, procederemo nel modo da lei indicatomi, senza indugi o infingimenti.
-Bingo!, disse Santoro.
-Io non ci ho mai giocato!
-Nemmeno io, è un'espressione che usano nei film americani. Nei film gialli americani, per la precisione. E' come sottolineare qualcosa.
-Capisco, disse Sghimbescia. Solo che la vita non è un film americano.
-Ne convengo, disse Santoro, del resto anche Zhuangzi sognò di essere una farfalla e appena sveglio si chiese se fosse lui ad aver sognato la farfalla o la farfalla ad aver sognato Zhuangzi.
-Ah, fece Sghimbescia, non sono sicuro di aver capito...del resto non mi piacciono i ristoranti cinesi!
-Ci vediamo fra un paio di giorni in tribunale, avvocato. Forse riesco a spiegarglielo con un esempio concreto.
-D'accordo, disse Sghimbescia.
Si strinsero la mano.
Santoro per strada pensò che stava diventando pratico. Terribilmente pratico. Normalmente avrebbe dovuto congedare quell'avvocato da due soldi mandandolo a quel paese. paragonare Zhuangzi a un ristoratore cinese. Roba da bauscia! Ma non ci sarebbe stato il tempo di trovare un altro avvocato . Aveva tutti contro: Gianuli, la giudice Grimaldi, Nepoti, Sponzini, i Servizi Segreti. Normalmente avrebbe dovuto deprimersi. Invece era stranamente sereno. Tanto , si disse, se mi fossi comportato facendo finta di niente per salvarmi il culo, alla fine, mi sarei sentito peggio. Tanto vale prendersi un attacco di colite per qualcosa per cui ne valga la pena. Questo pensiero lo rasserenò e si diresse verso casa. Era in aspettativa finchè non si chiariva la sua vicenda giudiziaria. Sperava solo che il giudice potesse rivelarsi imparziale. E che non ci fossero immagini di una qualche videocamera messa in cucina. Che almeno non avesse ripreso Agostinelli davanti. L'importante era uscirne pulito. E poi c'era Agostinelli. Che stava cercando il suo asso nella manica. Ma era meglio arrivare alla fine della storia con il massimo delle energie.
Giunto a piedi in via Gran Sasso, davanti al portone di casa, c'era un tizio . Santoro subodorò che si trattava di un poliziotto in borghese. I carabinieri erano come i delinquenti, in queste cose. Sentivano anche loro puzza di sbirro. Era una cosa brutta da pensare , ma Santoro  la pensò. Era per via della rivalità, considerò. Niente di personale. Nepoti a parte.
L'uomo sulla quarantina, capelli corti, pizzetto a forma di cobra , camicia senza cravatta e maglioncino leggero blu a scacchi, jeans , scarpe ginniche, gli si avvicinò. Santoro memorizzò il gesto di estrarre la pistola, giusto per essere pronto a farlo.
-No, non lo faccia, disse l'uomo avvicinandosi con mani semialzate ben in vista.
-Che vuoi, disse Santoro, stai a distanza....
-Non si preoccupi, maresciallo, non sono armato.
-Stai lì in modo che io possa vederti bene. E mani ben in vista.
-Ok, ok, non c'è problema.
-Allora, che vuoi? Chi ti manda?
-Non è importante chi mi manda. E 'importante quello che ho da dirle.
-Parla, non ho tutta la giornata davanti...
-Ok...diciamo che mi manda qualcuno o qualcosa che non vuole che si facciano male altre persone...
-Ma dai? Non mi dire, chi ti manda un club di filantropi? Gino Strada? La Caritas?
-Chi mi manda non è importante, ripeto. I miei mandanti le mandano a dire che se lei ritratta le accuse contro Sponzini non ci sarà alcun rischio per lei. Un processo, sa, è un processo, e non se ne può prevedere l'esito, giusto?
-Giusto. Dunque, fammi capire bene. E io che ci guadagno?
-Resta inteso che le spese giudiziarie le pagherebbe il dottor Sponzini.
-Sì, ma cosa ci guadagno?
-La possibilità di uscirne pulito. Ma soprattutto di uscirne in tempo. Prima che si faccia male qualcuno.
-Ho la vaga impressione che quando si dice "si faccia male qualcuno" tu abbia in mente una persona specifica. Ho indovinato?
-Sì, disse l'uomo. Inoltre, aggiunse, c'è la possibilità di chiedere qualche grosso favore.
-Tipo?
-Tipo la possibilità di essere trasferito in un luogo di servizio più tranquillo, o in uffici amministrativi, luoghi dove si prende lo stipendio senza fare un cazzo e dove non si rischia niente. Servizi non operativi. Oppure, soldi. Di quest'ultimo aspetto se ne può parlare.
-Senti un po'. Non so chi tu sia e non voglio nemmeno saperlo. Ti consiglio di sparire dalla mia vista nello stesso tempo in cui un centometrista giamaicano batterebbe le immagini di una telecamera motorizzata. Puoi dire a chi ti manda che il maresciallo Santoro non è in vendita. Che la verità non è in vendita. Opportuno o meno che sia che venga allo scoperto. Me ne strafrego dell'opportunità. Io devo dare conto alle persone morte e alle loro famiglie. E poi perché dovrei voler trasferirmi? Io sto bene dove sto. E voi anche state bene dove state...
-E...che ne sa lei, dove stiamo, disse l'uomo...
-State dove vi ho appena mandato...affanculo, concluse Santoro.
Entrò nel palazzo dando la schiena a quell'uomo, quel messaggero di non meglio precisati poteri e salì su per le scale. In quel momento il desiderio di maccheroni e di musica lo pervase più che mai. E più che mai gli fece resettare immediatamente quanto accaduto. Come sa chi sa che il piacere intenso non teme timore, ne di armenti, né d'omini né di Dei...



sabato 28 aprile 2018

La pianista cinese , capitolo 56

-No, non ci sono elementi per trattenere in prigione il dottor Sponzini, disse il Giudice Calamo del tribunale di Milano. Era un uomo alle soglie della pensione, chierica monacale in testa , viso abbronzato e rughe tra il camminatore d'alta montagna e un anziano modello che pubblicizza un profumo di grido.
Santoro osservò Agostinelli. Agostinelli era immobile come una sfinge. Una stalagmite, venne in mente a Santoro, forse per assonanza con "stalag", termine usato dai nazisti per i campi di prigionia.
-Pertanto dispongo la liberazione immediata del dottor Sponzini, aggiunse il dottor Calamo.
Liberato con tutti gli onori, pensò Santoro, pure "dottore" l'ha chiamato.
-Resti comunque a disposizione della legge per il prosieguo degli adempimenti giudiziari...ehm...e delle indagini, dottor Sponzini. La libero perché non ritengo che ci sia pericolo di inquinamento di prove. La giudice Grimaldi ascoltava attonita.
-Ma dottor Calamo, il dottor Sponzini potrebbe nascondere prove importanti per un'altra inchiesta che si sta istruendo, per omicidio.
-Bene, quando vaglieremo la pericolosità o meno del presunto imputato per quest'altra questione valuterò, disse il dottor Calamo.
-Ba', mi permetta di dissentire, l'imputato potrebbe avere il tempo mentre s'istruisce l'altra questione, di cancellare prove importanti.
-Suvvia, dottoressa, lo sa bene anche lei che non posso violare la legge. Ho disposto la continuazione delle indagini. Poi la droga è stata  già trovata a casa dello Sponzini, quale pericolo di reiterazione del reato o di cancellazione di prove potrebbe mai esserci. Poi in bocca al lupo a chi sta conducendo le indagini, la vedo dura la possibilità di condannare qualcuno perché gli sarebbe stato trovato in casa un sacchetto di cocaina. Per dichiarare lo spaccio bisognava trovarne quantità ben maggiori, o un laboratorio di raffinazione, roba del genere. Così viene difficile incriminare qualcuno. Comunque ho detto allo Sponzini di tenersi a disposizione. E che le indagini sul suo conto possono continuare.
La Grimaldi abbozzò. E tutti uscirono dai rivoli corridoriali del tribunale di Milano, che stava in via Larga.
Prima di uscire la Grimaldi scambiò qualche frase con Santoro. Sembrava avesse fretta. Santoro dovette sintetizzare tutti gli ultimi sviluppi.
-Maresciallo stia molto attento a come si muove. Il capitano Gianuli ha dichiarato che considera lei ormai fuori controllo, una mina vagante che non rispetta più né gerarchie né ordini.
-Uhm...e come mai non mi esautora dal caso?Perchè non avvia un procedimento disciplinare nei mie riguardi...andandosene invece in giro a parlare male di me con giudici o affini?
La Grimaldi restò colpita dall'insolita aggressività di Santoro.
-Oggi liberando Sponzini avete firmato la mia condanna a morte, aggiunse Santoro.
-Quello tenterà di eliminarmi, perché ho scoperto tutto, completò Santoro.
-Anche se quello che mi ha detto risultasse veritiero , come fa a provarlo? E' estremamente difficile, non crede?
-Difficile non vuol dire impossibile. E poi, mi permetta, signor Giudice, un bravo giudice che abbia fiducia in chi conduce le indagini, che si fidi del fiuto da segugio, dell'esperienza e dell'autorevolezza di chi porta avanti le indagini, deve rischiare, seppur un minimo. Altrimenti, non s'offenda, è un burocrate giudiziario pilatesco che si attiene scrupolosamente alla farragine di leggi e leggine al solo scopo di tirarla per le lunghe senza decidere mai un cazzo di niente!
-Senta, adesso non ho tempo , per le polemiche, devo andare, ho altri importanti compiti da espletare.
-Beh, vorrei metterla sull'avviso. Stia attenta a Nepoti. E' dentro questa storia fino al collo.
-Lasci valutare a me la pericolosità del dottor Nepoti...quanto alla presunta storia con la figlia di Sponzini, mi permetta, ma per quel poco che conosco il dottor Nepoti, la ritengo inverosimile.
Santoro non disse niente. Mentre la Grimaldi lo salutava restò a pensare che la questione che tirava più un pelo di fica che un carro di buoi era un detto dal significato sessualmente duplice. A volte erano le donne a rincoglionirsi per un cazzo. Letteralmente, pensò Santoro, perché lì, nei pressi di Nepoti, c'era da dubitare persino di questo. Vista l'età del soggetto e il suo irrefrenabile  tabagismo.
Agostinelli aveva assistito alla scena. E non diceva nulla. Era esterrefatto.
-Diamo inizio al piano "b", va...disse Santoro.
-Giulio, devi assolutamente rintracciare la moglie o ex moglie , compagna o ex compagna di Sponzini. Ho idea che sia la mia unica ancora di salvezza.
-Perché pensate questo?
-Non lo so, intuito, forse.
-Mo' che succede, marescià?
-Te lo spiego io che succede: Sponzini darà mandato al suo avvocato di denunciarmi per fabbricazione di prove false. Poi chiamerà Nepoti, che, ricorda, non è accusato di nulla, perché gli unici che l'hanno visto nell'operazione "droga in tangenziale" siamo stati noi due. Ma essendo tutta l'operazione illegale praticamente non abbiamo prove. Quindi Nepoti tenterà di farmi ammazzare.
-Marescia, ve faccio la guardia 24 ore su 24...
-Non puoi Giulio. Non puoi e non voglio.
-Perché?
-Perché sono io che ti ho trascinato in questa storia e non voglio mettere la tua vita a rischio. Bada che ti farò assegnare a un servizio, quindi non potrai rifiutarti. E il servizio sarà: rintracciare la compagna di Sponzini. Io penserò a difendermi da me. Ci sono abituato. Non ti preoccupare.
Santoro strinse la mano ad Agostinelli.
-Marescià...me raccomando nun fate imprudenze!
-Ti sembro un uomo imprudente?
-In queste cose no...ma tutta la faccenda...me chiedo chi ve la fa fà...
-Non lo so...sai quando qualcuno fa qualcosa che non può fare a meno di fare?
-Più o meno.
-Be' io sento che devo farlo. Per quella ragazza, per la famiglia del cinese Li. E per assicurare alla giustizia quei due pezzi di merda. Non si uccide una ragazza nel fiore degli anni perché per educazione e cultura ha deciso di restare pura. Farcela da sola nella vita. Denunciare chi si è arricchito tramite frode. Nonostante sia suo padre . Anzi , a maggior ragione. Non se lo merita, capisci?
-Capisco, marescià, capisco che sete un sentimentale....
-D'altra parte se ci togli i sentimenti alla vita che ci resta?
-E che ce resta? Nun lo so, che c'è resta?
-I sentimenti hanno a che fare con l'amore, sono forme d'amore. Chi è nemico dei sentimenti è nemico della vita. Se nessuno gliela fa pagare mai, se non stabilisci un senso del limite, se non c'è qualcuno che fa capire a questi...animali....che non puoi mettere a posto le tue cose pensando che la morte di esseri umani sia un danno collaterale, allora ci saranno sempre degli Hitler, ci saranno sempre dei mafiosi che sciolgono i bambini nell'acido. Nessun Dio li punirà mai. Perché loro sanno che non c'è. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore che c'è ed è con loro. Chiamala presunzione criminale, chiamala come vuoi. Non voglio essere considerato un eroe. Voglio solo fare il mio lavoro e guardarmi dal vivo un concerto di Yuja Wang. Non mi sembra di chiedere troppo a Dio se esiste. Beh, ma io si sa, in quanto pugliese, ho un buon biglietto da visita: Padre Pio.
Agostinelli non sapeva se ridere o piangere per la commozione . E all'improvviso si rese conto che questi aspetti costituivano un tratto distintivo di Santoro. Gli strinse la mano e andò. Si incanalò su via Larga nel torrente umano e scomparve fra due skaters attraversando la strada sulle strisce pedonali. Santoro lo osservò a lungo, mentre si allontanava. Aveva riposto in lui tutte le sue speranze residue. E se avesse trovato la persona che doveva cercare, c'era da dire, non era affatto scontato che avrebbe potuto rappresentare la pietra filosofale della situazione. Ma qualcosa nel fondo della sua coscienza gli comunicava che avrebbe potuto rappresentare quel gol in zona Cesarini in grado di salvare culo , baracca e burattini un po' a tutti quelli che in questa faccenda avevano profuso sincerità e verità. Sarebbe stato a vedere. Nel frattempo c'erano i maccheroni e qualche bel disco jazz ad attenderlo. Non avrebbe adottato particolari norme di sicurezza. A parte assicurarsi che la pistola al momento giusto fosse in grado di funzionare. No. Non si considerava un eroe. E sapeva che poteva morire.  La questione era che non gli importava di morire. Non gli importava di morire neanche perché sapeva che i casi che aveva risolto non avevano smosso di un millimetro la slavina antropologica degli esseri umani verso il crimine. Non gli importava di morire perché anteponeva l'ottenimento della giustizia , da parte dei parenti dei morti nella vicenda  e della giustizia in generale, di chi crede che la giustizia sia valore fondante dello stato per cui lavora, al proprio ego di insignificante essere umano. Qualcosa che Krishnamurti, il filosofo, avrebbe approvato. Ma era un ragionamento troppo sottile per renderlo pubblico correndo il rischio che fosse compreso. Perché non sarebbe potuto essere compreso. E, pensò Santoro, come Pasolini disse una volta, se ciò che dici non è compreso, allora sei già morto. Civilmente e socialmente. E lui voleva restare vivo senza essere compreso da nessun altro che da se stesso. Si sarebbe accontentato della cosa.