conosceva il portoghese e le indicazioni di Cazzaniga, che gli
sovvenne di chiamare "il Cazza", alla milanese, erano precise.
Avrebbe dovuto prendere la metropolitana dall'aeroporto e
scendere in plaza Marques Pombal. Lì nei pressi ci sarebbe stato
il suo albergo a tre stelle. La sua tana per una settimana circa.
Scese con le scale mobili e fece il biglietto. Un'euro e novanta
centesimi. Più o meno come a Milano. E considerando i salari
portoghesi trovò che era caro. Ma chi si credeva il ministro
dell'economia?
Le fermate della metropolitana di Lisbona erano a dir poco
pittoresche. Quelle della fermata dell'aeroporto recava, sui muri
a mattonelle lucide, caricature di personaggi più o meno famosi.
Di Pessoa, ad esempio, il poeta esistenzialista portoghese. Altre
fermate recavano slogan presi a prestito da grandi poeti locali, o
mostravano enormi piloni di sostegno di ghisa trapuntati di
grossi bulloni...Per non parlare della fermata degli azuleios:
mattonelle celesti che dovevano dare l'idea dell'esistenza del
cielo persino a quel popolo di viandanti vagonati sotterranei.
Nei vagoni della metropolitana c'era poca gente. Un giorno
infrasettimanale. Ma i portoghesi se la prendevano comoda.
C'erano anche alcuni turisti con zaini affardellati che
consultavano Google maps sullo smartphone.
Alla fermata deputata Santoro scese, trascinando il suo trolley
con la stesse circospezione con cui avrebbe trascinato il cadavere
di un neonato. Altre scale mobili. Non che gli dispiacessero. Ma si
ricordò di aver letto da qualche parte, in un racconto di
Bukowski, forse, che lo scrittore, davanti al profluvio di scale
mobili, preconizzava l'avvento di una genìa di gente che avrebbe
camminato strisciando sul proprio deretano.
Uscito in superficie si trovò ad una rotonda e il traffico
autostradale era in pieno fermento. L'alta statua del Marques
Pombal, personaggio che sembrava avesse ispirato lo stile
estetico coloniale della città, si intravedeva nella nebbia che
cominciava, però, a diradarsi. E sullo sfondo vide un'immensa
ruota di una giostra da Lunapark, immobile come un ciclopico
orologio senza lancette. Sotto la ruota decine di autobus bipiano
dal piano superiore scoperto, erano pronti per il turismo
da gregge che vuol vedere tutto e subito continuando a restare
seduto. La profezia di Bukowski guadagnava ancora più punti .
I marciapiedi e la rotonda erano composti da un acciottolato
costituito da milioni di pietre vagamente cubiche messe insieme
manualmente e tenute unite con stucchi: ricordavano vagamente
i neri sampietrini romani. Ma poiché le pietre erano bianche si
era pensato bene di istoriarle con motivi geometrici curvilinei. E
così Santoro, in mezzo a qualche turista che ascoltava la voce del
navigatore sullo smartphone, si mise a consultare una mappa
che il provvido "Cazza" gli aveva messo nella fatidica cartellina.
L'albergo , che si chiamava "Torino", non era lontano. Un paio
di centinaia di metri. Ma doveva fare una salita parecchio
ripida e ben lunga, trolley appresso. Fatta la salita e incontrate
le prime facce multietniche, retaggio africano di quando il
Portogallo era un Impero coloniale, svoltò a destra. Prese per
Rua da Artilharia. A sinistra della strada vi era un edificio
statale che a Santoro non riuscì di capire cosa contenesse. Era
circondato da un alto muro di recinzione decorato da graffiti di
varia provenienza e stili, a seconda del periodo di esecuzione.
Rise fra sé pensando che persino fra i graffiti c'erano stili ed
epoche. E concluse che l'uomo non aveva fatto altro che tornare
indietro. Artisticamente parlando. Era tornato a dipingere sui
muri i graffiti che i neolitici avevano lasciato a imperitura
memoria nelle loro grotte riscaldate da fuochi tenuti in vita da
cacciatori e casalinghe dell'epoca... E senza delle stupide
telecamere intorno come nei format televisivi.
Arrivato in albergo si presentò alla reception. Il receptionista lo
accolse con un'espressione assonnata.
Santoro in portoghese perfetto gli disse che c'era una camera
prenotata per lui. Lasciò un documento e fu instradato
all'ascensore. La stanza era al primo piano.
Una volta in camera, posò i bagagli, fece una doccia calda e
accese la Tv cercando un canale musicale. E lo trovò. Un canale
che stava trasmettendo musica rap portoghese. Per lui, amante
della musica classica, o, al massimo del jazz, quella musica gli
sembrava una bestemmia. Gli feriva le orecchie. Fece andare i
canali, ma nulla. Notiziari, films , partite di calcio. Video
musicali pop. Peggio del peggio. La mattina cominciava male.
Nemmeno una radio in giro, su cui cercare un canale di musica
classica. Seduto in accappatoio sul letto di quella camera
essenziale e sobria, dette una scorsa alla cartella di Cazzaniga.
Per le dieci si sarebbe dovuto trovare da qualche parte in zona
Baixa Chiado. Un luogo centrale, famoso perché vi era un Caffè
davanti al quale c'era una statua bronzea di Pessoa, il grande
poeta portoghese. E, a fianco alla statua c'era una sedia,
bronzea anch'essa, sulla quale si sedevano i turisti per le foto di
rito. Anche questo particolare, Cazzaniga, non aveva mancato di
menzionarlo. In accappatoio si distese sul letto. In un certo senso
si sentiva in vacanza. Finalmente non c'erano omicidi da
risolvere. Ma sapeva che era una questione di tempo. Perché gli
esseri umani da che mondo e mondo ammazzavano e si facevano
ammazzare. Per le solite cose, potere , soldi, donne o uomini.
Dipendeva un po' dall'angolatura da cui si osservava. E i futili
motivi, in definitiva, non erano altro che sottocategorie delle
succitate categorie. Ma intanto aveva qualche ora per riposare.
Ma senza delle buona musica in sottofondo si mise a pensarla.
Adesso ci sarebbe voluto un bel Rachmaninov, pensò. Musica
disperata, intensa, struggente, potente e dolce tutt'insieme: la
perfetta sintesi della vita.