domenica 30 dicembre 2018

Lisboa 3

Scese a Lisbona alle 6.20. Giornata nebbiosa. Per fortuna

conosceva il portoghese e le indicazioni di Cazzaniga, che gli 

sovvenne di chiamare "il Cazza", alla milanese, erano precise. 

Avrebbe dovuto prendere la metropolitana dall'aeroporto e 

scendere in plaza Marques Pombal. Lì nei pressi ci sarebbe stato 

il suo albergo a tre stelle. La sua tana per una settimana circa. 

Scese con le scale mobili e fece il biglietto. Un'euro  e novanta 

centesimi.  Più o meno come a Milano. E considerando i salari 

portoghesi trovò che era caro. Ma chi si credeva il ministro 

dell'economia? 

Le fermate della metropolitana di Lisbona erano a dir poco 

pittoresche. Quelle della fermata dell'aeroporto recava, sui muri 

a mattonelle lucide, caricature di personaggi più o meno famosi. 

Di Pessoa, ad esempio, il poeta esistenzialista portoghese. Altre 

fermate recavano slogan presi a prestito da grandi poeti locali, o 

mostravano enormi piloni di sostegno di ghisa trapuntati di 

grossi bulloni...Per non parlare della fermata degli azuleios: 

mattonelle celesti che dovevano dare l'idea dell'esistenza del 

cielo persino a quel popolo di viandanti vagonati sotterranei.

Nei vagoni della metropolitana c'era poca gente. Un giorno 

infrasettimanale. Ma i portoghesi se la prendevano comoda. 

C'erano anche alcuni turisti con zaini affardellati che 

consultavano Google maps sullo smartphone.

Alla fermata deputata Santoro scese, trascinando il suo trolley 

con la stesse circospezione con cui avrebbe trascinato il cadavere 

di un neonato. Altre scale mobili. Non che gli dispiacessero. Ma si 
ricordò di aver letto da qualche parte, in un racconto di 

Bukowski, forse, che lo scrittore, davanti al profluvio di scale 

mobili, preconizzava l'avvento di una genìa di gente che avrebbe 

camminato strisciando sul proprio deretano.

Uscito in superficie si trovò ad una rotonda e il traffico 

autostradale era in pieno fermento. L'alta statua del Marques 

Pombal, personaggio che sembrava avesse ispirato lo stile 

estetico coloniale della città, si intravedeva nella nebbia che 

cominciava, però, a diradarsi. E sullo sfondo vide un'immensa 

ruota di una giostra da Lunapark, immobile come un ciclopico 

orologio senza lancette. Sotto la ruota decine di autobus  bipiano 

dal piano superiore scoperto, erano pronti per il turismo 

da gregge che vuol vedere tutto e subito continuando a restare 

seduto. La profezia di Bukowski guadagnava ancora più punti . 

marciapiedi e la rotonda  erano composti da un acciottolato 

costituito da milioni di pietre vagamente cubiche messe insieme 

manualmente e tenute unite con stucchi: ricordavano vagamente 

i  neri sampietrini romani. Ma poiché le pietre erano bianche si 

era pensato bene di istoriarle con motivi geometrici curvilinei. E 

così Santoro, in mezzo a qualche turista che ascoltava la voce del 

navigatore sullo smartphone, si mise a consultare una mappa 

che il provvido "Cazza" gli aveva messo nella fatidica cartellina. 

L'albergo , che si chiamava "Torino", non era lontano. Un paio 

di centinaia di metri. Ma doveva fare una salita  parecchio 

ripida e ben lunga, trolley appresso. Fatta la salita e incontrate 

le prime facce multietniche, retaggio  africano di quando il 

Portogallo era un Impero coloniale, svoltò a destra. Prese per 

Rua da Artilharia. A sinistra della strada vi era un edificio 

statale che a Santoro non riuscì di capire cosa contenesse. Era 

circondato da un alto muro di recinzione  decorato da graffiti di 

varia provenienza e stili, a seconda del periodo di esecuzione. 

Rise fra sé pensando che persino fra i graffiti c'erano stili ed 

epoche. E concluse che l'uomo non aveva fatto altro che tornare 

indietro. Artisticamente parlando. Era tornato a dipingere sui 

muri i graffiti che i neolitici avevano lasciato a imperitura 

memoria nelle loro grotte riscaldate da fuochi tenuti in vita da 

cacciatori e casalinghe dell'epoca... E senza delle stupide 

telecamere intorno come nei format televisivi.

Arrivato in albergo si presentò alla reception. Il receptionista lo 

accolse con un'espressione assonnata.

Santoro in portoghese perfetto gli disse che c'era una camera 

prenotata per lui. Lasciò un documento e fu instradato 

all'ascensore. La stanza era al primo piano.

Una volta in camera, posò i bagagli, fece una doccia calda e 

accese la Tv cercando un canale musicale. E lo trovò. Un canale 

che stava trasmettendo musica rap portoghese. Per lui, amante 

della musica classica, o, al massimo del jazz, quella musica gli 

sembrava una bestemmia. Gli feriva le orecchie. Fece andare i 

canali, ma nulla. Notiziari, films , partite di calcio. Video 

musicali pop. Peggio del peggio. La mattina cominciava male. 

Nemmeno una radio in giro, su cui cercare un canale di musica 

classica. Seduto in accappatoio sul letto di quella camera 

essenziale e sobria, dette una scorsa alla cartella di Cazzaniga. 

Per le dieci si sarebbe dovuto trovare da qualche parte in zona 

Baixa Chiado. Un luogo centrale, famoso perché vi era un Caffè 

davanti al quale c'era una statua bronzea di Pessoa, il grande 

poeta portoghese. E, a fianco alla statua  c'era una sedia, 

bronzea anch'essa, sulla quale si sedevano i turisti per le foto di 

rito. Anche questo particolare, Cazzaniga, non aveva mancato di 

menzionarlo. In accappatoio si distese sul letto. In un certo senso 

si sentiva in vacanza. Finalmente non c'erano omicidi da 

risolvere. Ma sapeva che era una questione di tempo. Perché gli 

esseri umani da che mondo e mondo ammazzavano e si facevano 

ammazzare. Per le solite cose, potere , soldi, donne o uomini. 

Dipendeva un po' dall'angolatura da cui si osservava. E i futili 

motivi, in definitiva, non erano altro che sottocategorie delle 

succitate categorie. Ma intanto aveva qualche ora per riposare. 

Ma senza delle buona musica in sottofondo si mise a pensarla. 

Adesso ci sarebbe voluto un bel Rachmaninov, pensò. Musica 

disperata, intensa, struggente, potente  e dolce tutt'insieme: la 

perfetta sintesi della vita.

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