Via Filodrammatici numero due, Milano. Ci passava sempre Cuccia negli anni '80 e '90 , il banchiere per antonomasia, il padre di Mediobanca. Personaggio misterioso, ex partigiano, definito l'Andreotti del sistema bancario italiano. Santoro vestito , per una volta, in modo "normale". E cioè senza l'eterno impermeabile milk&coffee alla tenente Colombo, ma con giacca e pantaloni eleganti, una camicia bianca...ma senza cravatta. Si sarebbe sentito una tartaruga, con la cravatta. Non gradiva indossarla. O la divisa o l'impermeabile. In quel momento pensò una cosa buffa: aveva portato così tanto tempo quell'impermeabile che non si ricordava se l'ultima volta che aveva fatto sesso aveva avuto il tempo di toglierselo. O avesse finito per assomigliare ad un maniaco famoso a Milano che circolava completamente nudo sotto ad un impermeabile che apriva di quando in quando in giro per mostrare le sue grazie. Ad ogni modo cercava di distrarsi. Non capiva, perché avrebbe dovuto essere emozionato? Dopotutto il concerto non lo doveva fare lui...Diamine, ci doveva solo assistere...
Entrò nella mitica Scala di Milano. Fino a quel momento quel teatro lo aveva visto esclusivamente da fuori e dietro le transenne dietro cui manifestavano i "no global". Il foyer del Teatro lo aveva fino a quel momento visto solo in tv , sullo sfondo delle interviste ai vip che avevano appena visto "la prima". Non sembravano esserci molti vip, in giro. Poi lui non è che guardasse la tv , per cui anche se ce ne fossero stati non se ne sarebbe accorto. E anche se ce ne fossero stati e se ne fosse accorto la cosa non avrebbe attirato minimamente la sua curiosità: per lui c'era una sola vip, quella sera . E di lì a poco avrebbe suonato magicamente il suo pianoforte sul palco del teatro: Yuja Wang, la superstar cinese del pianoforte e della musica classica, stella di grandezza mondiale e , last but not least, specie di fotomodella dai tratti orientali. Un mix , per la sensibilità di Santoro, a dir poco esplosivo!
Aveva un posto più o meno a metà teatro. I primi posti erano sempre ad appannaggio di personaggi importanti, pseudovip, uomini politici, quella sorta di esseri umani che di solito davanti ad uno spettacolo di musica classica ondeggiano la testa come se fossero in una discoteca al solo scopo di mostrare che se ne intendono. Santoro aveva dei pregiudizi. Era necessario, pensò. Per le indagini. Se si applicasse questo principio alla politica le cose funzionerebbero meglio. Oppure ci sarebbe un blocco totale. Ma quello c'era già, pensò Santoro, quindi che cosa si aveva da perdere?
Si sedette .Vicino a lui c'era una signora che sventolava il programma della serata a mò di ventaglio. Non faceva particolarmente caldo, ma certe affettazioni, evidentemente, erano richieste dal luogo.
Santoro si accomodò , si accoccolò, proprio nella poltrona. E si preparò a sognare. Aveva un mucchi di gente a fianco, davanti, dietro , che si affacciava dai loggioni. E quasi quasi rimpianse tutte quelle volte che aveva ascoltato le tracce della Wang a casa da solo, magari al buio, mentre fuori anche il traffico della notte si rarefaceva e non infastidiva per nulla lo scorrere delle note.
Poi il concerto iniziò: il pianoforte era in primo piano sul palco. Per il momento nessuno era seduto. Dietro i musicisti dell'orchestra avevano già tutti preso posto. Era la Rotterdam Philarmonic. Il programma era basato su pezzi tratti da grandi opere di grandi compositori. Ma tutti gli appassionati sapevano che il pezzo forte di Yuja era Rachmaninoff. Un compositore russo unico al mondo che aveva composto 3 concerti uno più bello dell'altro, la cui esecuzione richiedeva una maestria non comune. Ricreare ogni volta quella magia era una cosa che , era noto agli appassionati del genere, la Wang sapeva fare come nessuno al mondo. Forse il fatto che fosse cinese, con le mani piccole, le dita molto ben articolate, la complessione minuta. Forse la sua avvenenza nonostante la corporatura non enorme, tutt'altro. Forse quel cambiarsi d'abito, abiti succinti a volte da fotomodella, volteggiando intorno al pianoforte come una mannequin...era risaputo. Era uno spettacolo nello spettacolo, che nulla toglieva alla purezza delle note e della musica. Anzi la impreziosiva , addirittura, senza sembrare volgare. Perché certe piroette c'era modo e modo di compierle. E la Wang sembrava nata per questo. Perlomeno per quello che Santoro aveva letto di lei. E ora, entro qualche minuto, si stava preparando a godersi tutto questo.
E poi LEI entrò. Un abito di paillettes rosso, gonna corta, spalle scoperte, tacchi a spillo, capelli neri a caschetto, sottilissimi, occhi a mandorla, sorriso alla Gong Li, accattivante, affascinante. Girò intorno al pianoforte , mentre le signore commentavano borbottando , presunse Santoro, che non vedevano cosa c'entrasse vestirsi così semplicemente per suonare un pianoforte. Avrebbe voluto dirle, Santoro, che non capivano nulla, che la loro era solo invidia. Che quando una donna , una femmina, incontrava un pianoforte, maschio, doveva presentarsi con al seguito tutta l'armatura dei suoi più pirotecnici trucchi, perché quel pianoforte avesse un'erezione. Perché si preparasse a vibrare. Sotto le sapiente carezze tattili sulla pelle dei suoi tasti. Poi la Wang fece un inchino, molto orientale, molto da geisha, ma senza l'apparente servilismo della geisha. Si sedette al piano. E subito, inconfondibili, le prime note del concerto numero 2 di Rachmaninoff. Le mani sul pianoforte...Santoro le osservava rapito. Un tatto lieve ed energico a seconda dei passaggi. Si fece silenzio E la musica mise a tacere , se non altro, le bocche sibilanti di tutte quelle signore benpensanti che hanno studiato talmente tanto da essere giunte alla stessa attitudine delle proprie parrucchiere.
I passaggi , da veloci e lenti si alternavano, in questa parte di concerto che si era deciso di amputare. colpevolmente. Ma si trattava di un concerto di beneficienza della Croce Rossa e il pubblico, eterogeneo e non necessariamente di esperti e appassionati, si era temuto non potesse godere, sennò, se non attraverso una variazione dei temi musicali e di compositori.
Per il secondo pezzo, tratto dal Concerto in F maggiore di George Gershwin, la Wang , uscendo al ritmo del battimani, come sembrava fosse suo costume, si era ripresentata con un vestito nero, una sola spallina, gonna corta e scarpe tacco 12. La sua carnagione bianca metteva in risalto quel vestito e le signore ripresero a borbottare e tutti quei borbottii nella pausa tra un pezzo e l'altro cominciarono a prendere la forma di un rumore molesto. Santoro era su tutte le furie, stavano rovinando il suo concerto. Lì da dov'era, dietro al collo di qualcuno che aveva davanti, riusciva a vedere come nel cono di un cannocchiale, le mani della Wang. Vide come si muovevano sulla tastiera, come animate di vita propria e vide , risalendo con la vista lungo tutta la sinuosità del suo corpo, l'espressione rapita, dell'artista, che in quel momento, sembrava in stato di trance, come in un viaggio astrale percorso dentro il suo corpo con per meta le sue mani . Il direttore d'orchestra, un signore olandese, capelli grigi, corti, abbronzato, quell'abbronzatura da tedesco in vacanza a Capri, di quando in quando, in tralice, mentre agitava la bacchetta, osservava la Wang. e c'era da immaginare che era come se stesse spiando nella sua anima. Capiva cosa la Wang stesse provando. Sapeva, in quel momento, che in quegli attimi, un'artista dimentica tutto, i vestiti, le ore di palestra, la parrucchiera, l'estetista, la stilista, persino il chacet, per entrare in simbiosi con la musica, con le note. E' come un ultramaratoneta rimasto solo ad un chilometro dal traguardo, sapendo che ha già quasi vinto...e può godersi la natura, il rumore dei sui passi che mangiano lo sterrato, il vento in faccia, il sudore che scivola sul corpo, in rivoli, il cuore che pompa, il rumore dell'aria nella bocca e persino il chiacchiericcio di uccelli lontani. Può sentire anche le campane di una chiesa che esiste solo nella sua immaginazione. Una chiesa dell'infanzia. Che gli ricorda quando correva da ragazzo per arrivare in tempo alla messa. Perché dopo si andava a correre in montagna. Come regredisse ipnoticamente...mentre le gambe hanno innestato il pilota automatico e lo trasportano verso la vittoria!
E poi si torna al classico classico. A Tchaikovsky, concerto numero 1 , opera 23. Un'opera grandiosa, che abbiamo ascoltato una miriade di volte in una miriade di film e persino di pubblicità. Senza immaginare che queste note, magiche, fantastiche provengono da un uomo ce verso il termine della sua vita ebbe ad affermare:« ...Sono sicuro che nelle mie opere appaio come Dio mi ha fatto e così come sono diventato attraverso l'azione del tempo, della mia nazionalità ed educazione. Non sono mai stato falso con me stesso. Quello che sono, buono o cattivo, lo debbono giudicare gli altri... » ..Un uomo la cui vita fu costellata dal dolore, dalla depressione e dalla malattia...eppure è stato capace di partorire una simile bellezza sonora, che qualche giorno avremo come tappeto musicale alla pubblicità del crodino! O, peggio, come colonna sonora di un cartone animato di Tom e Jerry!
I cervello di Santoro era un turbinìo, un oceano in tempesta...chissà se la Wang mentre suona Tchaikowsky pensa tutte queste cose...forse aiuterebbe a riviverne il tormento e le pene e a renderle immortali. Forse non bisognerebbe conoscere le biografie dei compositori . Forse sì. Su questo Santoro era incerto.
Dopo ogni "estratto", la Wang si cambiava d'abito e riappariva sempre più raggiante, sempre più sorridente, quasi i pezzi appena suonati l'avessero catarticamente scaricata da suoi personali fardelli. Che è un po' quello che avviene, nella fase di "scarico" , al termine delle performances di numerosi artisti. Era radiante, era ammaliante...una bella donna, una bella giovane donna che suonava divinamente. Aveva prestato il suo corpo, la su faccia e il suo estro al fior fior di geni della musica dalle complessioni spesso insignificanti quando non brutte.
Yuja Wang concluse il concerto , durato quasi un'ora e mezza, con dei pezzi per solo piano di Skrijabin, altro russo pazzo nietzschiano, che era stato maestro di Rachmaninov.
Un vestito viola a gonna corta, senza spalline, molto aderente, fasciava il corpo della Wang, mentre come un satiro indiavolato , un jinn arabo dei deserti, in versione femminile si dava da fare sul pianoforte, con maestria, forza, delicatezza , ma anche a volte con decisione, tanto da sembrare avvolta un tutt'uno con l'organo, come in un amplesso invisibile agli spettatori.
L'applauso finale, finanche delle borbottatrici, mise fine troppo presto, a quell'estasi di suoni, tocchi, sguardi, respiri, ansimii, ammiccamenti, perdimenti, scalpicci, ancheggiamenti da palcoscenico, che avevano dato origine ad un sogno. Uscendo per strada, era sera, buio, traffico contenuto e molta gente per strada. A Santoro gli sembrò di essere tornato all'interno dopo essere stato in paradiso. Sarebbe potuto correre a fare la coda per guardare il suo idolo musicale da vicino. Ma non era il tipo. Santoro aveva sempre pensato che l'arte mentre viene espressa, è qualcosa che lascia corpo e anima di chi la esprime . E inizia a vivere di vita propria. così come quando conosceva uno scrittore che gli piaceva , faceva di tutto per non assistere ad alcuna sua presentazione. Per tema che gli risultasse antipatico e togliesse magia ai suoi libri. Così non sarebbe mai andato ad incontrare dal vivo Yuja Wang. Chissà , magari, anche in questo caso, per continuare a coltivare il sogno di come immaginava che fosse. Che mai o quasi mai è come si si è veramente. Perché distruggere quel sogno. In una vita che di sogni ne offre davvero pochi? No. Non era andato di proposito a fare la fila per scambiare un saluto dal vivo o farsi fare un autografo. La vita era abbastanza reale e triste per rendere reale e triste anche l'arte. Era meglio tornare alle indagini. Agli omicidi. E restare con tutte le belle sensazioni che quel concerto gli aveva dato . L'avrebbe ascoltata nei dischi. L'avrebbe vista in televisione. Così avrebbe continuato ad avere orgasmi mentali. Tra un omicidio e l'altro. Era a questo che doveva servire l'arte. A dare ristoro a corpi e menti che avevano fatto il pieno di realtà. Ed erano così pochi ormai questi orgasmi di tipo artistico, che non voleva correre il rischio di perderli per sempre. E poi che cosa si sarebbero potuti dire, una pianista di rango internazionale, una superstar della musica classica e un carabiniere?
Forse molto più di quanto la gente comune possa immaginare. E la compagnia delle borbottatrici. Santoro preferiva restare innamorato di un sogno che correre il rischio di innamorarsi di una persona. Perché il sogno, quando ti tradisce, non sei più costretto a sognarlo.
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