Quell'uomo non era un uomo, pensò. Era un metronomo
asburgico. Lesse che doveva prendere un aereo alle sei e venti di
mattina. Alle otto e mezza sarebbe stato a Lisbona. Come
sarebbe dovuto arrivare all'aeroporto della Malpensa per
prendere l'aereo? Niente paura, Cazzaniga gli aveva lasciato
scritte indicazioni anche su questo: avrebbe dovuto puntare la
sveglia alla 3. Dopo aver prenotato un Taxi che, alle 3,30 lo
avrebbe prelevato da casa sua. E lo avrebbe condotto alla
Stazione ferroviaria di Cadorna. Lì avrebbe dovuto prendere la
navetta per andare a Malpensa. All'aeroporto. Con quel freddo,
pensò Santoro, che allegria! Pazienza, si disse. Preparò
sapientemente una camomilla e mise un pezzo di Hunza. Hunza
era lo pseudonimo di un tizio che aveva conosciuto ad
Alberobello anni prima. Una specie di Santone di mezz'età che
viveva come artista di strada suonando un handpan, strumento
circolare metallico a percussioni. Lo aveva sentito suonare e
aveva comprato un suo cd autoprodotto. Un suono davvero
celestiale. Poi aveva letto su internet ( per le ricerche si
concedeva di usare il web) che il suo nome d'arte, essendo lui un
suonatore salentino dall'aspetto da santone guru indiano (barba
e capelli lunghi), lo aveva preso da una popolazione pakistana
famosa per la propria longevità. Gli Hunza campavano in media
intorno ai 150 anni. E il suonatore salentino , con ironia, si era
dato quel nome forse per reazione a quello che gli era capitato
nella vita. Aveva la colonna vertebrale lesionata (aveva fatto il
muratore, in precedenza) , per cui , pur percependo una
pensione risibile di invalidità, aveva deciso , infine, di fare nella
vita ciò che più gli aggradava. Il suonatore di handpan. E
probabilmente sperava che con quello stile di vita sarebbe
arrivato ad una certa venerabile età. Immaginò, mentre
ascoltava quella musica celestiale, come sarebbe potuta essere la
vita di Hunza, il suonatore. Proprietario di una piccola dimora
nel Salento, fresca d'estate e calda d'inverno, un trullo, forse,
trascorrendo i suoi giorni fra concerti di strada, yoga , pranzetti
a base di cucina mediterranea e belle donzelle in cerca
d'avventura. Finalmente orfane di vite spezzate da impiegati di
banca noiosi e velleitari.
Mise la sveglia e si stese sul sofà. Non doveva valere la pena
dormire se alle 3 di notte doveva essere già in piedi, si disse.
Alle 3 in punto la sveglia suonò. Si era addormentato per cui
bestemmiò in dialetto ostunese. Più invecchiava lontano dalla sua
terra e più, stranamente, si trovava a pensare nel dialetto delle
sue origini.
Alle 3,30 era in strada, viale Gran Sasso. Il taxi che aveva
prenotato qualche ora prima era già in strada ad attenderlo.
Salutò il tassista dopodiché pronuncio solo una parola-
Malpensa! E non disse altro fino all'aeroporto. Faceva freddo ed
era bardato con un giubbotto pesante e cappellino di lana
che rivestiva comodamente la sua testa perfettamente ovale.
Una volta a Cadorna, pagò il tassista e si avviò verso l'ingresso
della stazione trascinando il suo piccolo trolley.
A quell'ora in Cadorna c'erano solo clochards che dormivano
sui sedili della stazione, neri senegalesi e turisti. "Marinoni" , il
forno, era già aperto e stava sfornando i suoi cornetti. Ma
Santoro non prese niente. Se ne guardò bene, con quel freddo che
avrebbe potuto riattivargli la proverbiale colite o qualche altro
diavolo di spasmo intestinale. Troppo freddo per affrontare a
quell'ora il bagno di un treno.
Fece il biglietto ad una distributore automatico ( non senza
qualche difficoltà mista a imprecazioni) e salì sul treno, già
pronto sul binario. Qualche avventore a quell'ora era già
seduto: giovane donna con pc portatile che ripassava faccende di
lavoro mentre si curvava come un girasole d'inverno cercando di
restare sveglia, turisti canadesi faidatè, africani in viaggio per
paesini limitrofi per lavori di fatica. Nessun controllore. Se ne
guardavano bene, dall'andarsene in giro, a quell'ora e con quel
freddo.
Il treno ci mise 40 minuti per arrivare a Malpensa e Santoro,
una volta sceso dal treno, si diresse verso i gates. Il check in
online gliel'aveva già fatto Cazzaniga. L'asburgico.
Una volta sul velivolo, sedutosi su un sedile , posto corridoio,
avendo sistemato il suo trolley nella cappelliera, spense
diligentemente il suo cellulare old generation, soprannominato
Zanna di Dinosauro. Era uno di quei vecchi cellulari della Nokia
con lo sportellino che si apriva per ascoltare e parlare.
Stava quasi per addormentarsi quando la sua attenzione fu
destata dalle hostess della Tap, la compagnia aerea portoghese.
Una era mora, sull'uno e ottanta, tratti mediterranei, ma di
carnagione bianca e l'altra bionda. Perfetti esempi di
rappresentanza della cultura latina dove l'elemento
mediorientale conviveva con quello scandinavo. Pillole di
Portogallo, già, pensò. Le due hostess erano molto sorridenti,
nonostante l'ora. Doveva essere nel copione del loro lavoro. E ne
ebbe conferma quando le vite infilare e sfilare il giubbotto di
salvataggio mentre l'aereo si accingeva al decollo. Sorridevano
con il sorriso del rigor mortis , tante erano le volte che anche in
un solo giorno dovevano fare quello show terrificante per un
mucchio di gente che non le stava nemmeno a guardare. Anche
perché se l'aereo fosse precipitato tutte quelle cose chi avrebbe
avuto il tempo di farle o di ricordarsi come si facevano? Un
pensiero ai cari, alle cose belle vissute, forse alle cose malvagie
che era capitato di dover fare e stop. Buio totale. E forse
avrebbe saputo se Padre Pio c'era davvero nell'al di là o meno.
Se ci fosse stato un al di là. Con tutto il corredo di
raccomandazioni , fortune e sfighe dello stesso mondo che si
sarebbe lasciato alle spalle.
Nessun commento:
Posta un commento