lunedì 17 dicembre 2018

Lisboa 2

Una volta a casa si era letto i fogli nella cartelletta di Cazzaniga.  

Quell'uomo non era un uomo, pensò. Era un metronomo 

asburgico. Lesse che doveva prendere un aereo alle sei e venti di 

mattina. Alle otto e mezza sarebbe stato a Lisbona. Come 

sarebbe dovuto arrivare all'aeroporto della Malpensa per 

prendere l'aereo? Niente paura, Cazzaniga gli aveva lasciato 

scritte indicazioni anche  su questo: avrebbe dovuto puntare la 

sveglia alla 3. Dopo aver prenotato un Taxi che, alle 3,30 lo 

avrebbe prelevato da casa sua. E lo avrebbe condotto alla 

Stazione ferroviaria di Cadorna. Lì avrebbe dovuto prendere la 

navetta per andare a Malpensa. All'aeroporto. Con quel freddo, 

pensò Santoro, che allegria! Pazienza, si disse. Preparò 

sapientemente una camomilla e mise un pezzo di Hunza. Hunza 

era lo pseudonimo di un tizio che aveva conosciuto ad 

Alberobello anni prima. Una specie di Santone di mezz'età che 

viveva come artista di strada suonando un handpan, strumento 

circolare metallico a percussioni. Lo aveva sentito suonare e 

aveva comprato un suo cd autoprodotto. Un suono davvero 

celestiale. Poi aveva letto su internet ( per le ricerche si 

concedeva di usare il web) che il suo nome d'arte, essendo lui un 

suonatore salentino dall'aspetto da santone guru indiano (barba 

e capelli lunghi), lo aveva preso da una popolazione pakistana 

famosa per la propria longevità. Gli Hunza campavano in media 

intorno ai 150 anni. E il suonatore salentino , con ironia, si era 

dato quel nome forse per reazione a quello che gli era capitato 

nella vita. Aveva la colonna vertebrale lesionata (aveva fatto il 

muratore, in precedenza) , per cui , pur percependo una 

pensione risibile di invalidità, aveva deciso , infine, di fare nella 

vita ciò che più gli aggradava. Il suonatore di handpan. E 

probabilmente sperava che con quello stile di vita sarebbe 

arrivato ad una certa venerabile età. Immaginò, mentre 

ascoltava quella musica celestiale, come sarebbe potuta essere la 

vita di Hunza, il suonatore. Proprietario di una piccola dimora 

nel Salento, fresca d'estate e calda d'inverno, un trullo, forse, 

trascorrendo i suoi giorni fra concerti di strada, yoga , pranzetti 

a base di cucina mediterranea e belle donzelle in cerca 

d'avventura. Finalmente orfane di vite spezzate da impiegati di 

banca noiosi e velleitari.

Mise la sveglia e si stese sul sofà. Non doveva valere la pena 

dormire se alle 3 di notte doveva essere già in piedi, si disse.

Alle 3 in punto la sveglia suonò. Si era addormentato per cui 

bestemmiò in dialetto ostunese. Più invecchiava lontano dalla sua 

terra e più, stranamente, si trovava a pensare nel dialetto delle 

sue origini.

Alle 3,30 era in strada, viale Gran Sasso. Il taxi che aveva 

prenotato qualche ora prima era già in strada ad attenderlo. 

Salutò il tassista dopodiché pronuncio solo una parola-

Malpensa! E non disse altro fino all'aeroporto. Faceva freddo ed 

era bardato con un giubbotto pesante e cappellino di lana 

che rivestiva comodamente la sua testa perfettamente ovale.

Una volta a Cadorna, pagò il tassista e si avviò verso l'ingresso 

della stazione trascinando il suo piccolo trolley.

A quell'ora in Cadorna c'erano solo clochards che dormivano 

sui sedili della stazione, neri senegalesi e turisti. "Marinoni" , il 

forno, era già aperto e stava sfornando i suoi cornetti. Ma 

Santoro non prese niente. Se ne guardò bene, con quel freddo che 

avrebbe potuto riattivargli la proverbiale colite o qualche altro 

diavolo di spasmo intestinale. Troppo freddo per affrontare a 

quell'ora il bagno di un treno.

Fece il biglietto ad una distributore automatico ( non senza 

qualche difficoltà mista a imprecazioni)  e salì sul treno, già 

pronto sul binario. Qualche avventore a quell'ora era già 

seduto: giovane donna con pc portatile che ripassava faccende di 

lavoro mentre si curvava come un girasole d'inverno cercando di 

restare sveglia, turisti canadesi faidatè, africani in viaggio per 

paesini limitrofi per lavori di fatica. Nessun controllore. Se ne 

guardavano bene, dall'andarsene in giro, a quell'ora e con quel 

freddo.

Il treno ci mise 40 minuti per arrivare a Malpensa e  Santoro, 

una volta sceso dal treno, si diresse verso i gates. Il check in 

online gliel'aveva già fatto Cazzaniga. L'asburgico.

Una volta sul velivolo, sedutosi su un sedile , posto corridoio, 

avendo sistemato il suo trolley nella cappelliera, spense 

diligentemente il suo cellulare old generation, soprannominato 

Zanna di Dinosauro. Era uno di quei vecchi cellulari della Nokia 

con lo sportellino che si apriva per ascoltare e parlare.

Stava quasi per addormentarsi quando la sua attenzione fu 

destata dalle hostess della Tap, la compagnia aerea portoghese. 

Una era mora, sull'uno e ottanta, tratti mediterranei, ma di 

carnagione bianca e l'altra bionda. Perfetti esempi di 

rappresentanza della cultura latina dove l'elemento 

mediorientale conviveva con quello scandinavo. Pillole di 

Portogallo, già, pensò. Le due hostess erano molto sorridenti, 

nonostante l'ora. Doveva essere nel copione del loro lavoro. E ne 

ebbe conferma quando le vite infilare e sfilare il giubbotto di 

salvataggio mentre l'aereo si accingeva al decollo. Sorridevano 

con il sorriso del rigor mortis , tante erano le volte che anche in 

un solo giorno dovevano fare quello show terrificante per un 

mucchio di gente che non le stava nemmeno a guardare. Anche 

perché se l'aereo fosse precipitato tutte quelle cose chi avrebbe 

avuto il tempo di farle o di ricordarsi come si facevano? Un 

pensiero ai cari, alle cose belle vissute, forse alle cose malvagie 

che era capitato di dover fare e stop. Buio totale. E forse 

avrebbe saputo se Padre Pio c'era davvero nell'al di là o meno. 

Se ci fosse stato un al di là. Con tutto il corredo di 

raccomandazioni , fortune e sfighe dello stesso mondo che si 

sarebbe lasciato alle spalle.

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