sabato 18 giugno 2016

Brasil, capitolo 38

Trovo' Neusa seduta dietro ad un desk. Parlava al telefono con qualcuno. Quando arrivo' al desk , lei gli sorrise. E di nuovo quello sguardo magnetico. Erano , credette di capire Santoro, in un reparto di chirurgia, dove , presumibilmente , si effettuavano trapianti. Aveva dato un'occhiata di sfuggita a dei manifesti li sui muri del corridoio che ne parlavano. Neusa termino' la telefonata.
-Finito lavorare, disse a Santoro, vuoi andare bere qualcosa?
Santoro le sorrise. Era come ipnotizzato. Neusa completo' l'invito dicendogli di aspettarla fuori, all'ingresso dell'hospital, mentre andava a cambiarsi. Mentre si allontanava un paio di colleghe cabocle ridacchiavano complici. Santoro sorrise a loro. Dopo tutti i drammi vissuti sembravano una banda di deficienti, penso' Santoro.
Un quarto d'ora dopo , Neusa, cambiata, docciata , profumata di olio di mandorle dolci Seve[presunse Santoro], in minigonna, scarpe coi tacchi e camiciola elegante scollacciata, coi capelli sciolti sulle spalle, gli venne incontro. Santoro si senti vagamente a disagio. Sembrava troppo per lui. Lei gli mise il braccio sotto al suo e si avviarono alla fermata dei taxi.
Un'ora dopo erano seduti ad un tavolino dell'area del Centro Dragao do Mar. Santoro sorseggiava una caipirinha con miele, Neusa una piu' spartana birra Skol. 
Parlavano del piu' e del meno.
Santoro le stava raccontando un po' che cosa gli era successo da quando era atterrato in Brasile. Intorno alberi di palma, pappagallini che strillavano, poeti che declamavano, musici di strada e mulatte dalle gambe infinite che ancheggiavano spandendo i loro profumi corporei , mentre i capelli umidi accarezzavano loro le schiene. 
Neusa beveva la Skol in bottiglia con una cannuccia. La qual cosa inteneri ulteriormente Santoro.
-Sei uno belo uomo, disse Neusa con semplicita' disarmante. Santoro non credeva che le importasse molto delle vicende che gli erano accadute. Sembrava piu' interessata alla sua storia con Vanessa. Che per essere lei una donna, penso' Santoro, doveva essere normale.
-Beh, le disse Santoro, se io sono bello tu sei stupenda.
Neusa sbatte' le ciglia e lo guardo' con i suoi occhioni.
-Vanessa era una dona muito fortunata, disse .
-Come mai parli in italiano?, le chiese Santoro.
-Fatto un curso, una volta anni fa, voleva andare a Italia, disse Neusa.
-E poi cosa e' successo?
-Poi sposata e rimasta qui.
-Ah, disse Santoro, allora sei sposata?
-Era sposata...divorsiata.
-Come mai, se posso chiedere.
-Lui uomo geloso, ciulmento, violento, picchiava me con calci.
-Eh no, questo non si fa, disse Santoro.
-Si vede che tu sei un gentleman, disse Neusa. E sorrise. L'estate dopo quel sorriso era diventata piu' torrida, penso' Santoro.
-Tu pensa ogni tanto a lei?, gli chiese all'improvviso.
-Si...ci penso sempre. Io e lei eravamo anime gemelle. Lei era sensitiva, io rabdomantico.
-Cosa?
-Nulla, lascia perdere.
Stettero un po' in silenzio ad ascoltare un poeta di strada.
Stava declamando dei versi che poi si proponeva di vendere racchiusi in un  libricino.
Poteva avere sui sessant'anni, baffoni, fisico corpulento, calvo, bianco di carnagione ma somatico  da indio Guarany. Era incredibile la dignita' che avevano certe persone. A sessant'anni quell'uomo si ostinava a procurarsi da vivere declamando versi e vendendo i propri libricini per strada. Era un'artista autentico, puro. Santoro provo' ammirazione e si commosse per quell'uomo che molti nel mondo dal quale proveniva avrebbero considerato un povero mentecatto barbone d'accatto da evitare come la peste. Compro' un suo libricino. Gli strinse la mano. Mario Gomes, questo il nome di quell'uomo, disse che era contento di vendere il suo libro a lui. Perche' sapeva che lo avrebbe letto. Santoro sorrise. Perche' era vero.
-Ciao Mario Gomes, disse Santoro mentre Mario Gomes si allontanava.
-Ciao Maresciallo, disse Mario Gomes.
Porca puttana, penso' Santoro, affermazione , non certo definizione. Come diavolo faceva a sapere, quell'uomo?
-Ma come...come fa a saperlo? chiese Santoro rivolto verso Neusa.
Neusa sorrise e fece un gesto come per dire qualcosa . Ma alla fine non disse niente.
Restarono fino a tardi ad ascoltare musica , pezzi di bossa nova suonati ao vivo con chitarre acustiche da artisti sconosciuti e straordinariamente talentuosi.
Ad una certa ora Neusa disse che voleva andare. Fini la sua terza birra Skol scolata con la cannuccia , si alzo', attese che Santoro pagasse il conto e , lentamente, sottobraccio a Santoro, si avvio' verso la fermata dei taxi.
Attraversarono Fortaleza di notte, con il taxi che navigava lento fra le avenidas circondate di grattacieli con mille finestre che si spegnevano e accendevano come occhiolini di creature misteriose, mentre la Policia Militar faceva i suoi controlli , i marciapiedi erano affollati di ragazze che mangiavano gelati e gli occhi di Neusa scrutavano i tratti di Santoro nel buio. Inquietanti e affascinanti.
Quando arrivarono in una zona nei pressi di Rua General Sampaio, guarda caso, Neusa disse al taxi di fermarsi. Era arrivata.
-Sali da me , beviamo qualcosa, disse Neusa, maresciallo, aggiunse.
Era imbarazzante. Era imbarazzante perche' in quel modo lo chiamava sempre Vanessa, con quella sua ironia speciale, che metteva sempre nello sfotterlo.
-Ok, disse Santoro.
-Bravo, disse Neusa, tu non ha visto abbastanza del Brasile.
Santoro pago' i tassista e scesero.
Neusa infilo' la chiave in un portone ipermoderno di uno stabile ristrutturato di recente.Li nei pressi c'era casino. Probabilmente doveva esserci una discoteca. Una volta entrati nel portone, il casino cesso'. Presero l'ascensore. C'era silenzio. Adesso erano l'uno di fronte all'altra. A pochi centimetri di distanza. Il fuoco e la paglia, penso' Santoro. E facciamolo  quest'incendio, penso'. Ma prima che potesse fare qualcosa Neusa aveva gia' messo le sue braccia mulatte e scoperte attorno al suo collo e si stava avvicinando pericolosamente con il viso. Lo bacio' dapprima con calma, come se avessero tutto il tempo del mondo, come se il tempo non avesse piu' senso, categoria astratta. Poi lo bacio' con piu' ardore, lasciandogli capire che il crescendo Rossiniano della passione si sarebbe scatenato in seguito e non se ne sarebbero potute prevedere le conseguenze.
Dieci minuti dopo, non ricordo' come era accaduto, con le mani di Neusa che apriva la porta, la chiudeva e si spogliava senza staccare le sue labbra da quelle di Santoro, erano distesi in un letto rotondo, enorme, con una panoplia di specchi sul soffitto. E tutto questo, penso' Santoro, era molto Brasiliano. Estremamente brasiliano. 
Dopo che ebbero fatto l'amore per molto tempo e Santoro non riusciva a ricordare l'ultima volta che lo aveva fatto prima di quella, stettero in silenzio a guaradarsi.
-Lo sai, gli fece Neusa, e tacque.
-Cosa.
-Fatto trapianto delle cornee, tutt'e due, disse inaspettatamente Neusa.
A tutta prima Santoro disse,pero', non l'avrei mai detto.
-Ho avuta infesione, rischiavo diventare cega, disse ancora Neusa.
Santoro stette in silenzio. Piu' guardava da vicino quegli occhi e piu' gli ricordavano qualcuno. Qualcosa.
E fu allora che gli venne un dubbio atroce. No. Non poteva essere. Non doveva essere. Non poteva essere possibile.
-Ovviamente non conosci il donatore, butto' li Santoro.
-No, disse Neusa.
Ma Santoro non aveva bisogno di sapere chi era il donatore. Santoro aveva visto quegli occhi mille volte illuminarsi di passione, ardere di rabbia, riempirsi di lacrime di commozione. Era un destino tragicamente bellissimo quello che gli era capitato quella notte. In quel paese lontano migliaia di chilometri da casa, al di la' dell'oceano, in quel continente che sembrava bastante a se stesso, pieno di tutto, un continente vivente, che parlava attraverso le persone, gli animali, le cose, o attraverso gli spiriti, gli orixas...ci voleva una mente davvero fredda per non impazzire...a quel punto.
Cosi Santoro pianse...
E Neusa lo consolo' accarezzandolo. Lo accarezzo' come un bambino sino all'alba. Era come se Vanessa lo avesse voluto salutare un'ultima volta. Prima di andare nel mondo della luce infinita, la dove vanno le anime che hanno finito il purgatorio della loro pena di invendicate.

All'alba, Neusa dormiva sdraiata. Le finestre erano aperte, li all'ottavo piano di quel palazzo da cui si vedeva l'inurbamento recente della citta'. No. Non era come in un film nordamericano. E lui non era un eroe. Era un uomo qualunque che aveva voluto cercare la verita', un cercatore di verita' E nel secolo della menzogna e nel mondo della menzogna, qual'era quel mondo sorto al termine del secolo passato, che era il secolo delle grandi passioni e delle grandi ideologie , essere un cercatore di verita' poteva farti diventare un eroe. Era il momento di andare. Chiuse la porta dietro di se'. E immagino' l'anima di Vanessa librarsi verso la liberta'.

venerdì 17 giugno 2016

Brasil, capitolo 37

Santoro abbraccio' Ana, la madre di Vanessa. Ecco, le disse in portoghese, adesso tua figlia e' libera. Ana scoppio' a piangere. Da un lato era contenta che si fosse scoperto come era morta sua figlia . Dall'altro lato c'era da parte sua come una gelosia che a scoprirlo fosse stato il suo amante italiano. Era una cosa che Santoro avvertiva, in qualche modo. Ma lascio' perdere. Dopotutto ciascuno ha il diritto di metabolizzare un dolore come meglio crede e come meglio puo' . Anche Cezar , il padre di Vanessa, abbraccio' Santoro. E fu un abbraccio franco, questa volta. Obrigado, esclamo', con tutto il trasporto possibile. Urbano ed extraurbano, penso' Santoro. Anche Andreina si strinse a lui, dopo che Cezar ebbe mollato la presa mettendosi a piangere. Infine, Maritza. Il suo abbraccio fu intenso e caldo come al solito. E Santoro avverti quella vibrazione di disponibilita' corporea e spirituale che fino ad allora solo Vanessa gli aveva dato. In pubblico pero' niente di tutto cio' trapelo'. Solo vibrazioni invisibili. Ma i due le avvertivano forte. Anche se Santoro non era interessato ad andare oltre. Ma c'era comunque una sim-patia. Michel se ne stava sdraiato sul divano a guardarsi la solita novela. Non si capiva a che puntata si fosse arrivati e Garibaldi era ancora al centro della scena. Michel si reggeva il mento con una mano. Aveva un espressione triste, malinconica. Santoro lo chiamo' a se'.
-Accompagnami, disse, voglio andare a vedere che tutto finisca nel verso giusto.
-Ok, disse Michel. Si alzo' e lo segui.
Prima di uscire da quella dimora della famiglia di Vanessa, da quella casa irrorata dal sole la cui ombra interna era spettrale come la cerimonia candomble' in un terreiro, i cui orixas da venerare erano gli attori della novela che facevano fermare il Brasile neanche giocasse la selecao, la nazionale di calcio verdeoro, guardo' le infradito parcheggiate fuori. Tutti quei colori, quelle misure diverse e quelle forme plastiche, identificavano bene l'immagine che doveva avere per lui il Brasile. Poi guardo' la famiglia di Vanessa. E li saluto' sapendo che non li avrebbe mai piu' rivisti per tutta la vita. Era un saluto triste, ma anche liberatorio. Una parte del suo passato stava per essere sepolta definitivamente. E con quella sepoltura l'anima della sua donna poteva definitivamente andare probabilmente dove finivano tutte le anime. Si sorprese a pensare questo. Si sorprese a cogliere nello sguardo di Maritza un invito a restare. Un'altra volta, penso' Santoro, in un'altra vita.
Con Michel al seguito, a piedi, si avvio' lungo il marciapiede di rua 109 del bairro Jose' Valter. Ando' a prendere l'omnibus li dietro casa di Vanessa. Si sedette sotto la pensilina. E attesero l'omnibus. A Michel che non gli aveva chiesto dove stessero andando, Santoro si senti di dire che andavano in ospedale, per fare visita a Cezar Sampajo e parlare con Junior Moreno. E raccontargli i fatti di Dona Jaqueline. Per evitare problemi a Michel e mettere una volta per tutte la parola fine a quella storia. Poi si sarebbero salutati.
Michel scoppio' a piangere. Le lacrime gli cadevano copiose e si confondevano con il sudore della calura umida della giornata. L'autista dell'omnibus era seduto al bar e non aveva intenzione di salire sul mezzo fermo in attesa e partire. L'orario era quando diceva lui. Il Brasile era un elefante seduto. Anche se Lula aveva avviato progetti per far uscire dalla poverta' milioni di famiglie, i sussidi che era riuscito a trovare sottraendoli alla rapacita' dei ricchi e delle multinazionali, finivano impigliati nelle maglie della burocrazia di milioni di impiegati che prima di fare qualsiasi cosa dovevano finire di bere la propria cerveza. Era un'immagine che a Santoro sembro' appropriata, dopo quel viaggio indimenticabile in una delle terre piu' belle e contraddittorie del pianeta. 
Poi finalmente l'autista, un bianco portoghese , pachidermico, inforco' gli occhiali da sole come se dovesse salire sulla monoposto di Ayrton Senna e sali pesantemente sull'omnibus. Santoro e Michel, unici clienti della giornata fino a quel momento, lo seguirono. Aspettarono un tempo siderale per fare il biglietto. Poi finalmente l'omnibus si mosse, come il relitto del Titanic ancorato sul fondo del mare di sudore, di dolore e di nostalgia sul quale era bloccato. 
Attraversarono la citta', in mezzo a viali alberati pieni di frutti penduli e pappagallini verdi e di gente grassa che camminava per dimagrire sotto un sole impossibile, con indosso magliette di Santi Cristiani o di Orixas indigeni, mentre studentesse di scuole private , bagnavano le proprie divise collegiali in attesa di salire sul bus che , sempre lentamente, ma inesorabilmente, metteva vela verso il centro di Fortaleza. Dai quartieri popolari, dove alcune dimore erano ancora prive di intonaco, l'omnibus passava a quelli residenziali, pieni di grattacieli e alberghi che dai piani alti guardavano l'oceano con le sue onde che fendevano l'orizzonte intervallate da piccoli surf che in lontananza parevano spillette da souvenir appuntate su caratteristiche t-shirt programmatiche recanti la scritta "Fortaleza no stress".
Giunti in rua Amelia Benebien l'omnibus effettuo' una fermata e Santoro e Michel scesero . Poche centinaia di metri e sarebbero giunti presso l'Hospital Geral accedendo da  rua Ramos Botelho.
Fecero qualche centinaio di metri senza parlare. Santoro era triste. Dentro di se' avvertiva che lui per Michel era stato , sia pure per quel breve periodo, come un secondo padre. Lo aveva aiutato ad accettare, ad assorbire, la morte della sorella. Sicuramente Michel si sentiva in colpa, perche' sua sorella era morta per tirarlo fuori dai guai. Ma almeno a qualcosa era servito. L'organizzazione e gli uomini che lo minacciavano non erano piu' un grado di nuocergli. Se i sopravvissuti fossero un giorno usciti vivi dalle patrie galere, non avrebbero certo avuto voglia di andarlo a cercare. Perlomeno se avessero avuto un po' di sale in zucca. E avessero voluto godersi quel che gli fosse restato da vivere.
L'Hospital Geral aveva un corpo enorme, massiccio, una spianata interminabile di finestre , una teoria di stanze , come solo un ospedale brasiliano poteva essere. In Brasile era tutto iper, eccessivo, poverta' estrema, supermercati grandi come citta'.
Alle reception appresero che il detenuto era nel reparto chirurgia. Mentre salivano con l'ascensore, al primo piano, con loro entro' un'infermiera. Santoro la riconobbe. Era Neusa, l'infermiera con cui aveva familiarizzato quella volta che era stato li per Michel.Sempre bellissima, mulatta, capelli ossigenati, tette sode come ananas e sedere a predellino di treno. Lei gli sorrise. 
-Ciao, gli disse in italiano
-Ciao, fece Santoro. La guardo' negli occhi. Erano occhi stupendi, verdi, con riflessi argentati. E di colpo tornarono le vibrazioni. In ascensore, in filodiffusione, stavano trasmettendo Besame Mucho cantata da Diana Krall, credette Santoro, suonata con un sottofondo di bossa. Gli sembro' una canzone appropriata. Michel si accorse di quella chat silenziosa di messaggi cifrati e mica tanto che stava intercorrendo fra i due. Dentro di se' sorrise. La vita continua , penso' E quell'uomo che era diventato per lui come un secondo padre aveva sofferto abbastanza. Magari aveva diritto ad un altra chance.
Neusa dovette scendere al piano successivo. Santoro e Michel andavano piu' su.
-Dopo passa a trovarmi, disse Neusa in italiano.
Santoro ebbe delle sensazioni strane. A cui non voleva di primo achito credere. Perche' se avesse dovuto seguire il filo di quelle sensazioni si sarebbe trovato in un mare di guai. Lo sentiva. Avrebbe dovuto cominciare a pensare a qualcosa di soprannaturale. A Vanessa che gli stava parlando con la voce di un' altra. E questo poteva essere troppo anche per lui. Continuo' ad assaporare quella canzone fino alla fine, adagiando la testa sulla parete dell'ascensore. Era un secolo che non beveva una camomilla, penso' .
Bingo! Ecco cosa doveva fare appena possibile. Doveva ubriacarsi di camomilla. Le vecchie abitudini gli davano sicurezza, gli davano tranquillita', gli davano la misura di quella vulnerabilita', di quella fragilita', che rappresentavano quella silenziosa forza spiazzante che lo avevano tenuto in vita fino a quel momento.
Arrivati davanti alla stanza di Cezar Sampajo, c'erano due della Policia Militar in divisa. Santoro chiese a loro di entrare. Disse che era un amico di Junior Moreno. Ma i due gli puntarono l'm-16 contro. In quell'istante la porta si apri. Era Junior Moreno. Il suo sorriso franco  da mulatto  accolse Santoro. Fece cenno ai suoi giannizzeri di lasciar passare. Santoro e Michel entrarono. Sdraiato su un letto ben fasciato e ammanettato, c'era Cezar Sampajo. Sembrava aver riconquistato tutta la sua iattanza.
-O meu Deus...o italiano burro, disse rivolto a Santoro dandogli dell'asino. Un asino che lo aveva pero' incastrato, penso' Santoro.
-Allora Sampajo, sei pronto per la galera? Sei fortunato che ti mandano a Sao Paulo e che li non ti conosce nessuno, disse Santoro.
-Finche'  non capita li  nessuno che ti conosce, aggiunse sogghignando.
Sampajo si fece serio.
-Sai la tua amica Dona Jaqueline? Beh , spero per lei che li dov'e' ora non incontri 'anima della mia donna, perche' quella sarebbe la volta buona in cui dopo la morte del corpo ci sarebbe quella dello spirito sopravvissuto .
Sampajo lo guardava con rabbia. Ma taceva. Era stato sconfitto su tutta la linea. E tanto piu' si sentiva sconfitto perche' Santoro non lo aveva ucciso. Santoro era uno che non giocava secondo le regole. Lasciarlo in vita da sconfitto equivaleva ad ucciderlo due volte. Michel lo guardava con disgusto.
-Foi por culpa sua, viu, urlo' Sampajo in direzione di Michel
-Non infierire su di lui, bastardo, disse Santoro, ha gia' sofferto abbastanza. 
Santoro saluto' Sampajo con la manina ondeggiante in modo beffardo alla maniera della regina Elisabetta. Uscirono con Junior Moreno.
Nel corridoio Junior Moreno gli disse che era stato promosso ad ufficiale. Santoro lo saluto' militarmente.
-Benvenuto fra i coglioni...che tali riteniamo da sempre gli ufficiali, disse.
Junior Moreno sorrise. Si abbracciarono. Santoro racconto' i fatti di Canoa Quebrada. 
Junior Moreno disse che era tutto a posto. Che sapeva gia' tutto e che se anche non si fosse fidato della sua parola aveva avuto gia' modo di risalire allo svolgimento dell'accaduto tramite la sua fedele rete di informatori, fra i quali annoverava persino dei candomlecisti.
Santoro gli strinse la mano. Poi si abbracciarono ancora.
-Adeus, gli disse in portoghese.
Junior Moreno gli disse che gli sarebbe piaciuto che restasse. Che gli poteva offrire un posto come investigatore.
Santoro ringrazio' . Fece cenno a Michel che doveva togliere le tende.
Mentre scendevano con l'ascensore, disse a Michel-senti, tornatene pure a casa, ci vediamo dopo, devo sbrigare una faccenda.
Michel sorrise.
-Che cavolo sorridi? , fece Santoro.
-Mulherengo, disse Michel, dandogli del donnaiolo.
-Vai, va...ci vediamo dopo , ribadi Santoro.
-Prima di andare via viene a salutare me? , chiese.
-Contaci, disse Santoro. 
Al terzo piano scese. Era il piano d Neusa. Michel lo saluto' sorridendo sotto i baffi che non aveva.

giovedì 16 giugno 2016

Brasil, capitolo 36

Si ritrovo' improvvisamente ad osservare la scena di se stesso, o meglio, del suo corpo, che giaceva per terra esanime. Michel tentava disperatamente di rianimarlo. A quel punto si avvicino' Dona Jaqueline e con voce da bambina comincio' a dire che quello per terra era un uomo cattivo. Che lo mandava il diavolo, aizzando gli astanti contro lui. Che era l'anima nera di Exu', un orixa spesso identificato con il diavolo. Cosi lui , Santoro, in pieno viaggio astrale, vedeva tutto senza poter fare niente , senza poter intervenire. Non era possibile, stava sognando, penso'. Non ci credeva a quelle cose. Non poteva essere. Era suggestione, forse quella gente fumava strane droghe e quei fumi lo avevano rimbambito. Poi mentre alcune donne danzavano minacciose intorno al suo corpo, al corpo di Santoro, Dona Jaqueline sembro' riacquistare la voce. Michel la minaccio' apertamente. La situazione stava degenerando e se quello era veramente il suo corpo, penso' Santoro, era in pericolo. Doveva svegliarsi. Cerco' di dominare il sogno, di dirigerlo, indirizzarlo. Ma niente, non ci riusciva. 
-Esse cara era corno, Vanessa era a namorada di Cezar Sampajo, disse ad un certo punto Dona Jaqueline. 
Insomma , Vanessa se la intendeva con Cezar Sampajo. 
-Mentira!, urlava Michel, giurando e spergiurando che Vanessa non conosceva Sampajo . Era una brava donna ed era morta perche' aveva minacciato  di denunciare i capi dello spaccio di droga di tutto lo Ceara'. Perche' lo lasciassero in pace. E lo liberassero da quella vita.
 Dona Jaqueline rideva sguaiatamente. Fumava un sigaro, uno charuto, come si diceva in portoghese. Rideva sinistramente.
-Droghei ela  e levei por um hospital. Tiraron da ela olhos, figado, coracao...depois jogaron fora o corpo por cachorros. 
In pratica, Dona Jaqueline, stava dicendo che aveva drogato Vanessa e l'aveva condotta in una clinica dove le avevano asportato occhi, fegato e cuore e in seguito avevano gettato il corpo a dei cani, che lo avevano divorato. Santoro non voleva credere alle sue orecchie. Lurida strega. Se l'avesse potuta avere per le mani l'avrebbe strozzata. Ma nel dramma un aspetto positivo lo riusciva a trovare, sia pure in quella tragicomica situazione. E trasse un sospiro di sollievo dal momento che nessuno avrebbe mai potuto sospettare che  in un momento come quello avrebbe potuto pensare che Vanessa comunque gli era stata fedele. Perche' una delle poche cose rimaste invisibili , era il pensiero. Almeno agli umani normali. Non sensitivi. 
A quel punto sempre in quella visione, sogno o viaggio astrale, senza ben capire ancora che gli fosse capitato, vide che Michel tirava fuori da dietro i suoi bermuda la sua taurus. Che la puntava verso Dona Jaquelina. Vide che i danzatori e le danzatrici intorno alla sacerdotessa-curandeira indietreggiavano  terrorizzati. Dunque la cachaca , i sigari, o qualsiasi altra diavoleria avessero ingerito non gli toglieva del tutto il senso del pericolo, penso' Santoro. Dopotutto erano ancora umani. Non erano cosi fuori dal mondo come raccontavano di solito di essere stati dopo le cerimonie. Non poteva accadere, non doveva accadere. C'erano stati gia' troppi morti e Michel non doveva rischiare la galera a vita. Non avrebbe potuto permetterlo. Fece ricorso a Vanessa. La invoco' con tutto se stesso. Non seppe mai se fu perche' lei intervenne o perche' si riebbe naturalmente dallo svenimento , sta di fatto, che apri gli occhi. Si rialzo' di scatto, fra la meraviglia di tutti e in mezzo a grida di terrore. Il parossismo era ormai al limite , i corpi e le menti di quella gente non potevano ormai sopportare altre torsioni. Santoro blocco' il polso di Michel e abbasso la pistola al suolo. Michel lo guardo' esterrefatto.
-Non vale la pena. Questa qui deve marcire in galera. E sono sicuro che da queste parti esistono galere dalle quali neppure una strega potrebbe evadere. 
Michel abbasso' lo sguardo. Si rimise la pistola sul retro delle bermuda. Santoro tiro' fuori la sua.
-Adesso toglietevi tutti quanti di mezzo. La cerimonia e' finita. Questa donna e' in arresto, fece rivolto verso Dona Jaqueline. Michel tradusse in portoghese cio' che comunque era risultato gia' ben chiaro a tutti. 
Dona Jaqueline sghignazzava come una pazza. E diceva cose senza senso in una voce non sua. Un'altra voce ancora. C'era da aver paura. Per chi credeva a quelle stronzate, penso' Santoro. Comunque un viaggio astrale lo aveva fatto. Ma poteva benissimo essere stata suggestione, penso' un minuto dopo. Per non correre rischi sparo' un colpo di pistola in aria. Gli atabaques tacquero all'istante. Si fece silenzio. Dona Jaqueline non aveva interrotto la sua danza. Continuava imperterrita. Qualcuno disse che era posseduta da Exu', l'orixa del diavolo. La gente comincio' a sciamare via. Restarono nel terreiro solo Santoro, Michel e Dona Jaqueline. Che ruotava su se stessa come una trottola e con voci diverse da bambine diceva cose senza senso. Michel disse che Vanessa l'aveva fatta impazzire. Che era stata maledetta, che nessuno che uccida una Mae Santa riesce a sopravvivere alle forze soprannaturali. Boh, penso' Santoro, ma i santi nostri non sono meno complicati. E meno fantasiosi. Prendi Padre Pio, riusciva a farsi vedere in piu' posti nello stesso istante , cosi se aveva davanti un debitore poteva dirgli di chiamare in banca e chiedere se in quel momento era li a chiedere un prestito per risarcirlo. Volete mettere? Penso' Santoro.
Poi dopo un po' quel carillon umano , stravolto dalla stanchezza, stramazzo' al suolo.E resto' immobile. Santoro a quel punto si pose il problema di come portarla via di li, fino a Fortaleza, per assicurarla alla giustizia. Michel lo guardo'.
-Ecco, giustizia e' compiuta.
-In che senso , disse Santoro.
-Moreu, disse Michel, indicando che era morta.
Santoro si chino' su quel corpo, vestito di bianco. Vide il volto rugoso, le cosce di pelle pendula e quelle braccia flaccide da vecchia.  Le tocco' le vene del collo. Non c'era piu' vita in quel corpo. Era morta. Nessuno avrebbe mai saputo se per evento naturale o soprannaturale. Santoro, nonostante gli eventi a cui aveva assistito, propendeva per l'evento naturale. Michel per quello soprannaturale. Santoro era uno che non ci credeva. Ma ci pensava. Essenzialmente si riassumeva in questo il suo rapporto con la trascendenza. E poi pensava anche che ognuno doveva avere a che fare con i propri Santi. E con i propri morti. Tranne quando bestemmiava. In tal caso era meglio chiamare  in causa i morti degli altri. 

domenica 12 giugno 2016

Brasil, capitolo 35

Arrivarono nel pomeriggio, a Canoa Quebrada. Gli ultimi spiccioli di Carnevale li avrebbero passati li. Scesero dall'omnibus e a piedi fecero due passi per il centro di questo villaggio di baracche che era una delle localita' turistiche piu' conosciuta del nordest brasiliano. Sullo sfondo c'era l'Oceano , agitato, come al solito, con dei giovani surfisti in azione. La spiaggia era affollata di ombrelloni, sedie e tavoli spartani e su quei tavoli  stazionavano piatti con ogni ben di Dio, riso, fagioli neri, puntine di maiale, vinaigrette, pesci di ogni dimensione, granchi giganti, ostriche potenziate con pimenta, peperoncino piccante....e mentre si mangiava e si gozzovigliava, il carnevale intorno impazzava, con canti , balli e musica da forare i timpani, garotas programa in azione e massaggiatrici con olio di cocco,  oltre a venditori di cianfrusaglie e turisti. Stranieri ma anche brasiliani, di altre zone del Brasile, un paese che piu' che una nazione era un continente,quanto a varieta' orografica, antropologica e climatica. Scesero per una scaletta di legno verso la praya, la spiaggia, lungo un sentiero che tagliava di netto delle rocce dal caratteristico colore rosso. Passarono davanti ad una baracca battente bandiera giamaicana, piena di neri dalle capigliature imbandite di dreadlooks, che fumavano erba e flirtavano con donne d'ognidove. Santoro immagino' che dentro la baracca , nascosti agli occhi esterni, stesse succedendo di peggio. Ma non si senti di approfondire la cosa. Era li per altre ragioni. Insieme a Michel , che lo seguiva silenzioso e stranamente malinconico, si diresse ad una baracca li prospiciente, che dava sul mare e che sembrava un po' piu' tranquilla. Si sedettero. Dopo un po' arrivo' un ragazzo , un mulatto sui diciott'anni che gli chiese cosa gradivano. Santoro ordino' qualcosa da mangiare. Bisognava mettersi in forze, se si voleva avere energia sufficiente per quella che si sarebbe annunciata come una battaglia spirituale. Ed era cosi che Santoro intendeva nutrire il suo spirito, rifocillandosi di proteine e vitamine. Ordino' del pesce , riso, ma soprattutto vari succhi di frutta, in particolare di goiaba rossa. Era il suo frutto preferito, con quel retrogusto amarognolo che sapeva di selvatico. Anche Michel ordino' da mangiare, piu' o meno le stesse cose. Ma non ordinarono alcolici. Con somma meraviglia del cameriere.
-Come ci muoviamo? Disse come al solito Santoro.
-Chiediamo a qualcuna donna che fa massaggi, disse Michel.
-Buona idea...chiamane una.
Michel provvide all'istante.
Una donna, una india dalla pelle olivastra, di mezz'eta ma portata divinamente, con quel sorriso da venditrice che venderebbe pentole in un negozio di pentole cinese ai cinesi , si avvicino'. In bikini, con un pareo a coprire dei fianchi sontuosi, occhi di taglio orientale.
-Quero um massagem, posso?, disse Santoro in perfetto portoghese.
-Claro , meu amor, disse lei civettuola.
Mentre Santoro si mise con il petto sulla spalliera della sua sedia, lei gli cosparse la schiena di olio di cocco. E comincio' a massaggiarlo lentamente. E sapientemente.
Santoro si rilasso' e comincio' a chiederle se conoscesse qualche candomlecista, li in zona. Aveva saputo che c'era un Terreiro da quelle parti e di una certa Dona Jaqueline, Mae Santa di quel Terreiro.
Mentre lo massaggiava , Lourdes , questo il nome della massaggiatrice, incuriosita, chiese a Santoro come mai un gringo cercava Dona Jaqueline. Che non doveva essere per niente di buono.
Michel a quel punto intervenne. Disse che era il fratello di Vanessa e che doveva portare a Dona Jaqueline un messaggio di sua sorella, Mae Santa di un Terreiro di Fortaleza, di cui fece il nome. Lourdes  sembro' tranquillizzarsi. Per un po' non disse niente. Poi , mentre concludeva il massaggio  disse che il terreiro si trovava verso la fine del villaggio, proseguendo nella via principale di Canoa Quebrada .Santoro ringrazio' e le dette una buona mancia.
-Boa sorte, disse Lourdes, que voces estao precisando. 
Perche' doveva aver bisogno di tutta quella fortuna? Penso' Santoro. Mah, in Brasile ogni indio, ogni mulatto, caboclo, cafuzo, portoghese branco, alemao o italiano nati li, erano indovini, maghi, stregoni. La magia era la loro linfa vitale e anche quando non ci credevano, loro malgrado, inconsciamente, esercitavano questo loro intuito spirituale.
Finirono di mangiare, Santoro pago' e si incamminarono. 
Per strada gruppi di giovani ballavano  e cortei di maschere tradizionali e devozionali di indio, si intrecciavano rendendo il cammino del maresciallo e del fratello di Vanessa lievemente tortuoso.
Con fatica arrivarono sul luogo dove avrebbero dovuto trovare il Terreiro. Era una casa di legno, intorno deserta e silenziosa. Il carnevale non era arrivato, sin li. Nemmeno in quest'ultimo giorno.
Si approssimarono all'ingresso. Da dentro veniva un rumore di percussioni. Gli atabaques, tamburi di vario tipi, che erano soliti accompagnare una cerimonia candomblecista.
Santoro spalanco' la porta. Dentro appena si accorsero di loro. C'erano i suonatori di atabaques intorno intenti a suonare e al centro un mucchio di gente che ballava di fronte ad un altare sul quale c'era una raffigurazione sacra che doveva essere un orixa, divinita' di un culto sincretico dietro la quale si incarnava qualche santo cattolico. Sul momento Santoro non riusci a capire che orixa fosse. Forse Xango , forse Ogum. Ma non era importante, in quel momento. I danzatori fumavano sigari e dovevano essere ben imbottiti di cachaca, perche' sembravano in stato di trance. Come pure Dona Jaqueline, al centro del Terreiro, che stava dicendo cose apparentemente senza senso con una voce che non sembrava sua, una voce da bambina. Nessuno sembrava essersi accorto di loro, di Santoro e Michel. Eppure era come se se ne fossero accorti e fossero nell'impossibilita' di interrompere cio' che avevano iniziato. Dona Jaqueline era un'india ed era  mulatta, le vedeva per la prima volta con chiarezza il viso, Santoro, dopo quella notte nel deserto in cui l'aveva affrontata uscendone spiritualmente a pezzi. Con il dubbio atroce che Vanessa fosse stata l'amante di Cezar Sampajo. Dona Jaqueline era vestita di bianco e aveva uno specchio con il manico in mano. Dalla sua bocca continuava ad uscire una voce da bambina. E in portoghese raccontava una storia. Era la storia di una donna che aveva tradito il suo uomo, per motivi di potere. La storia diceva che l'uomo tradito era sempre stato convinto della fedelta' della sua donna. Che la donna era una Mae Santa, una Mae Santa malvagia, pero', egoista, che per salvare se stessa e suo fratello aveva fatto uccidere degli uomini . E per colpa sua le famiglie di quegli uomini avevano patito la fame. Il suono dei tamburi aumentava d'intensita' e le danze divenivano piu' frenetiche. Li dentro c'era molta nebbia, probabilmente determinata dal fumo dei sigari che molti uomini  fumavano. Ma c'erano anche parecchie donne, che fumavano sigari, alcune molto giovani. Una trentina di persone. Santoro a quel punto comincio' a pensare che se quella gente avesse voluto e fosse stata indotta a farlo, avrebbe potuto farli a pezzi. Tutti e due, lui e Michel.
Ad un certo punto Dona Jaqueline, fece un balzo e cadde a terra. Una volta al suolo si contorceva tutta, in quel suo vestito bianco con una gonna lunga e larga . Le si vedevano le cosce , che sembravano le cosce di una donna in forma , notevolmente piu' giovane della donna che doveva essere in realta'. Quelle cosce sembravano invitarlo. Gli sembro' di riconoscerle. Sembravano le cosce di Vanessa. Mentre Dona Jaqueline si girava e rigirava , la guardo' in viso e vide che era Vanessa. Santoro cerco' di capire se stesse sognando o fosse ancora lucido. Guardo' meglio. Sembrava Vanessa, non c'era dubbio. Michel anche osservava la scena. Ma non dava a Santoro l'idea che avesse riconosciuto sua sorella. Doveva essere un'allucinazione. E se non fosse stata un'allucinazione?, penso' a quel punto Santoro. Si senti perso, solo, in balia degli eventi, avvolto da  quell'atmosfera magica, incapace di farsi venire uno solo dei suoi proverbiali e dissacranti motti ironici capaci di riportarlo alla realta'. Cosi cadde per terra. Sotto gli occhi di Michel. E sotto i colpi , forse, di un'illusione, che non poteva e non voleva accettare.

venerdì 10 giugno 2016

Brasil, capitolo 34

Junior Moreno, vestito in borghese, con bermuda verdi militari, la canna di una Taurus nera fumante in mano, ancora impugnata. Iguassu era a terra stecchito e Cezar Sampajo, in ginocchio, si reggeva il braccio con un aria cosi affranta che sembrava che il braccio ferito reggesse lui.
-Pensa bem que voce esta facendo!
E si, Sampajo, il nero capo del Cartello di Nostra Senhora Rainha do Deserto, ufficiale della Policia militar, lo stava minacciando. Minacciando Junior Moreno. 
Il sottufficiale mulatto non aveva l'aria di essere intimorito, pero'. Alle sue spalle sbuco' con un sorriso finalmente franco, Michel. 
Junior Moreno tiro' fuori da dietro alla schiena delle manette. Si avvicino' a Cesar Sampajo e gli mise le manette. Sampajo lo minaccio' ancora. 
Junior Moreno lo ignoro'. Non aveva bisogno di calpestare una tomba. Una volta in galera un uomo che aveva fatto uccidere una donna, una sacerdotessa di candomble', consegnandola ad un'altra bruxa perche' le fossero espiantati gli organi per ricchi danarosi  , era gia' morto. Una coltellata sotto le docce non gliel'avrebbe tolta nessuno, penso' Santoro. 
Il maresciallo pugliese si sollevo' da terra, ancora incredulo. Si avvicino' a Junior Moreno. Gli dette la mano. Junior Moreno gliela strinse. Ci fu un momento di commozione. Il mulatto spiego' a Santoro che grazie alla telefonata di Michel si era messo sulle loro tracce. E aveva raccolto per strada Ze Roberto. E Cazuza. Cazuza lo aveva trovato in una pousada di Aracati. Nonostante fosse ferito, imbottito di cocaina, lo aveva beccato mentre si ingollava ogni tipo di alcolico. In compagnia di un paio di note "garotas programa" della zona, prostitute, che, tra l'altro, erano risultate essere sue confidenti. 
-Tutto finito, disse Junior Moreno in un italiano stentato.
-Tutto finito un cazzo, disse Santoro. I conti non sono stati saldati.
-Como assim?
-Nel senso che manca ancora qualcuno all'appello.
-Quem? Chiese Junior Moreno.
-Dona Jaqueline, disse inaspettatamente Michel.
Junior Moreno tacque. Resto' qualche minuto pensieroso. Poi sollevo' di peso Cezar Sampajo.
-Faccio finta io non sentito niente...intanto porto questo sacco di merda em la cadeia...in prigione, disse Moreno. Osservo' Santoro a lungo con il suo volto mulatto e lo sguardo fiero.
-Boa sorte, disse . E voleva dire buona fortuna.
-Un momento, disse Santoro. Devo chiedere qualcosa a questo bandito, fece indicando Cezar Sampajo.
Junior Moreno acconsenti. 
-Sampajo, normalmente per quello che hai fatto alla mia donna , dovrei chiedere a Junior Moreno di consegnarti a me. Ho giusto in camera un barattolo di miele che Tio Fernando mi ha  donato insieme a questa[indicava il calcio della pistola che usciva dai pantaloni] che avrei voglia di cospargerti sulla testa prima di infilartela in un formicaio. Ma si da' il caso che io sia un carabiniere, un uomo che serve la giustizia. Non la vendetta. E il fatto che tu stia per andare in galera , anche se non acquieta la mia anima, serve la mia morale. 
Cezar Sampajo sputo' per terra. Santoro lo osservo' bene in viso. 
-Sai...potrei dire al tuo amico, qui, al tuo ex subordinato, di farti mandare in un carcere lontano da qui. Tanto lontano da fare in modo che nessun detenuto venga mai a conoscenza di quello che hai fatto. Potresti persino cavartela con un non eccessivo numero di anni. Senza rimetterci la pelle. 
Sampajo lo osservava...
-Continua...disse Sampajo.
-Dipende da te, disse Santoro a quel punto.
-Cosa?
-Dov'e' Dona Jaqueline?
Sampajo tacque.
Raccoglieva le forze. Calcolava se gli sarebbe convenuto. Dette un'occhiata in tralice a Junior Moreno. E capi che sarebbe stato meno indulgente di Santoro. Il sentimentale. L'imprevedibile. Talmente sentimentale e imprevedibile da lasciar andare una vendetta sanguinaria, in cambio dell' assicurare alla giustizia l'ultimo tassello mancante. Dona Jaqueline. La bruxa che aveva venduto gli organi di Vanessa ,dopo averla soggiogata e tenuta prigioniera, a chisachi.
Passo' un interminabile minuto.
-Lei e' a Canoa Quebrada....ela tem un Terreiro la', disse Sampajo.
Il terreiro, credeva di ricordare Santoro dai trascorsi con Vanessa, era una comunita' di candomble' che si riuniva per delle cerimonie sotto la direzione di una Mae Santa, una sacerdotessa. Per venerare qualcuno degli Orixas, spiriti guerrieri fra i quali Oxala,Xango e Ogum, ad esempio, corrispondenti nella loro sincretizzazione rispettivamente a Gesu', San Gerolamo e Sant' Antonio. Dunque anche Dona Jaqueline era una Mae Santa. Una sacerdotessa. Non solo una curandeira. Era anche una curandeira. Ma curava con lo spiritismo, oltre che con erbe , incantesimi e macumbe.
Dette uno sguardo a Junior Moreno. L'accordo era sancito. Sampajo abbasso' il capo. Aveva ceduto. Ma probabilmente si era salvato la vita. Moreno lo trascino' via per la camicia. Probabilmente privo ormai di qualsiasi timore reverenziale derivante dal grado. Con tutto quello che doveva avergli fatto passare, non ci sarebbe stata piu' alcuna remora. E probabilmente Moreno sarebbe diventato un ufficiale e avrebbe preso il suo posto. Il posto d Cezar Sampajo. Si salutarono con un cenno del capo.
-Ragazzo, togliamo gli ormeggi, disse Santoro, rivolto a Michel. Domattina si va a Canoa Quebrada. 
Su e giu' per il nordest brasiliano. A caccia dell'ultimo tassello mancante. Di quel puzzle chiamato giustizia. Che avrebbe dato un po' di pace a Santoro. E avrebbe seppellito per sempre l'anima di Vanessa. 
Si, penso' Santoro, non c'era rimasto altro da fare. E quel dubbio sulla fedelta' sulla sua donna. Un ultimo brandello di incertezza di cui doveva liberarsi. Ma glielo avrebbe detto Dona Jaqueline. E se non avesse voluto dirglielo, beh, glielo avrebbe strappato!

domenica 29 maggio 2016

Brasil, capitolo 33

Se ne stava a origliare cercando di capire che cosa dicessero Cezar Sampajo e Iguassu, il caboclo con una cicatrice sulla guancia. Costui agli occhi di Santoro sembrava veramente cattivo. Riusci a percepire che parlavano di lui. Cezar Sampajo disse che il gringo, lui cioe', era pericoloso. Non era cattivo, ma era sentimentale. E lui avrebbe preferito avere a che fare con uno cattivo anziche' con un sentimentale, perche' l'uomo sentimentale era imprevedibile, istintivo. Iguassu non sembrava molto addentro a questo ragionamento sottile. Continuava a dire che ogni organo di Vanessa doveva essere ucciso. Ad un certo punto chiese a Sampajo che fine le avesse realmente fatto fare. Cezar Sampajo disse, quella che meritava. Era una strega, una "bruxa", disse testualmente. Cesar Sampajo non credeva alla magia. Ma credeva che Vanessa era sul punto di denunciare tutti quelli del cartello. E a chi li avrebbe denunciati, chiese Iguassu , se il capo eri tu. C'e' sempre qualcuno che vuol prendere il tuo posto. E io non mi fido di tutti i miei sottoposti, principalmente di Junior Moreno, disse Sampajo. Bingo! penso' Santoro, qualcuno di pulito c'era. 
Poi Cezar Sampajo disse che effettivamente l'aveva venduta a Dona Jaqueline e che questa commerciava in organi. L'aveva fatta rapire da Lucio Orelhas Furadas.  Perche' non poteva rischiare di essere riconosciuto come capo del cartello. Dal momento che era un ufficiale della Policia Militar. Dal che Santoro dedusse che Vanessa non dovesse conoscere Sampajo.
Mentre armeggiava con la testa sotto il tetto, Santoro,avverti un sommovimento delle tegole e i due li sotto istintivamente sollevarono il capo. E videro la faccia di Santoro. Iguassu sfodero' il revolver e sparo' all'impazzata. Santoro fece appena in tempo a sentire lo "zing" metallico dei proiettili che lo sfioravano. Era stato scoperto. Doveva levare le tende alla svelta. Si chiese quando si sarebbe potuto sedere ad un tavolino e riempirlo di tazze di camomilla, mentre ascoltava un po' di jazz. Si chiese se ce l'avrebbe fatta a scappare da quel tetto senza cacarsi addosso. Letteralmente. Si chiese se in Vietnam magari non fosse accaduto qualcosa di simile ai marines che dovevano affrontare i Vietcong. E magari anche ai Vietcong. Che pero ' mangiavano riso e bevevano te' e quindi dovevano essere meno soggetti ad attacchi di colite rispetto a mangia-hamburger. Infine si chiese se fosse pazzo a tirare fuori questi pensieri nei momenti piu' impensabili. Adesso si era messo a fare cuoco televisivo della situazione valutando le diete dei popoli che avevano guerreggiato.
Cerco' di scendere velocemente da quella casa calandosi dal tetto. Da appeso alle tegole si lancio' giu' a peso morto. Cadde su alcuni giovani carnascialeschi che passavano li sotto. Erano ubriachi. Uno di loro gli mise  in testa un capello da cangaceiro e lo trascino' con loro. Santoro con la coda dell'occhio vide che Sampajo e Iguassu erano gia' fuori, armi in pugno e lo cercavano. Ma non lo avevano visto. I ragazzi lo trascinarono con loro e il copricapo da bandito nordestino servi alla perfezione al camuffamento.
Dopo un po' Santoro si riprese. Riusciva a camminare perfettamente con le sue gambe. Disse a due dei ragazzi che lo tenevano come un ubriaco che ce la faceva. ll suo accento tradi la sua provenienza di "gringo".
Saluto' velocemente e si dileguo' dietro le viuzze sterrate del villaggio. Che tale era Caponga, poco piu' che quattro case in croce di pescatori e autisti di buggy. Velocemente , nel buio appena illuminato fiocamente da qualche raro lampione, si fece largo nel dedalo delle viuzze, fino a tornare verso l'albergo.
Sali sul retro, si arrampico' sul balcone. Una volta in cima, entro' in stanza. Michel stava dormendo nella sua rede ignaro di tutto.
Si stese nella rede. Dunque Vanessa doveva essere morta. E i suoi organi le dovevano essere stati espiantati. Non sapeva se essere sollevato o meno . Ma voleva andare in fondo alla cosa. La chiave di tutto era Sampajo. Doveva aver venduto Vanessa alla curandeira . Tramite Lucio Orelhas Furadas. E questa con delle droghe doveva averla tenuta buona fintanto che non avesse trovato compratori per i suoi organi. Compratori nordamericani, s'intendeva. Oppure gente che aveva disponibilita' economica e non voleva aspettare. Si senti montare addosso una rabbia infinita. Mista a impotenza. Si alzo' dalla rede e prese lo zaino dove teneva le pistole. Prese la sua Taurus e usci di nuovo. Era ora di mettere fine a quella storia, si disse. Ma non lo diceva sempre Tex Willer prima che si concludesse uno dei suoi albi a puntate che poi eri costretto a comprarne un altro il mese dopo per vedere come andava a finire? Tanto vinceva sempre lui. Santoro invece non aveva queste certezze.
Usci dall'ingresso principale dell'albergo. In strada c'era il delirio del Carnevale. Gente che ballava forro' con birre e caipirinhas in mano, buggy con su degli enormi sound system che bloccavano la strada di pozzanghere di una recente pioggia, ragazze che lottavano in una di quelle pozze d'acqua e gente intorno che scommetteva sulle contendenti. Le ragazze erano seminude e se le stavano dando di santa ragione in mezzo alla fanghiglia sabbiosa. Durante il Carnevale c'era una sorta di licenza anarchica di fare qualsiasi cosa. Ed era il momento adatto per regolare i conti con qualcuno senza essere troppo ben individuati. Praticamente Santoro  aveva deciso di darsi all'uso del trapezio da circo dopo aver appreso che soffriva di vertigini. 
Con l'arma infilata nella cintura dei pantaloni comincio' ad andarsene in giro. Di sicuro Sampajo e Iguassu avevano abbandonato la casa dove si erano rifugiati. Era un luogo bruciato, dopo che li aveva scoperti, penso'.
Comincio' ad acuire la vista e a concentrarsi sulle sagome. Sentiva che ci sarebbe riuscito, che li avrebbe scorti. Vago' per mezz'ora con gli occhi spiritati in mezzo alle vie del Carnevale. In mezzo alle vie e basta, perche' il Carnevale era dovunque. Poi ad un certo punto li vide. Vide che stavano prendendo un pastel vicino ad un baracchino. E cercavano di starsene nell'ombra della tettoia del camioncino, nel cono d'ombra.
Si avvicino' lentamente facendosi scudo di alcuni giovani che ballavano al centro della strada. Quando fu abbastanza vicino , impugno' l'arma e si diresse con decisione verso i due. Ma quando arrivo' nel cono d'ombra non vide nessuno. 
"Oi, gringo, nos estamos aqui", udi distintamente alle spalle. Si giro' di scatto pronto a sparare. In una frazione di secondo penso' un milione di cose. Sicuramente loro due avevano le due loro pistole puntate su di lui, per cui mentre si voltava si lancio' per terra. A quel punto Sampajo e Iguassu fecero fuoco. La folla intorno non si accorse di nulla. Santoro raccomando' la sua anima a Padre Pio, da bravo pugliese. Cadde con la faccia  nella sabbia della sterrata. E si preparo' a morire. C'erano stati dei colpi d'arma da fuoco, ma non avvertiva alcun dolore. Sollevo' la testa lentamente. E vide Iguassu per terra, immobile e cadavere. E Sampajo in ginocchio che si reggeva un braccio. La pistola davanti a lui per terra. Sanguinava.

giovedì 5 maggio 2016

Brasil, capitolo 32

Arrivo' l'omnibus. Il maresciallo di Ostuni e Michel salirono.
-Come hai fatto a contattare Junior Moreno?
-Liguei na delegacia...ehm, chiamato delegacia con telefono, dove sapevo lui lavora.
-Tutto qui? E io chissa' cosa credevo.
Sull'omnibus c'era un sottofondo di musica sertaneja e molti giovani erano seduti vestiti da Cangaceiros, famosi banditi che imperversarono nei deserti del nordest brasiliano a cavallo fra l'XIX e l' XX secolo. Con un caratteristico copricapo, due cartucciere incrociate sul petto e fucili a tappo di sughero. Bevevano un mix di bibite e cachaca, in continuazione. Il trambusto era terrificante. Santoro in tutta quella confusione si alzo' e si diresse verso il conducente del bus. Sotto gli occhi esterrefatti di Michel. Il quale non immaginava certo cosa passasse per la testa del maresciallo. Si preoccupo' non poco. Santoro ultimamente gli pareva fuori controllo. Michel vide che confabulo' con l'autista del bus. Poco dopo torno' indietro.
Si sedette vicino a Michel.
-Cosa chiesto lui? Chiese Michel.
-Di cambiare questa musica orribile. Sono giorni che non sento un po' di jazz o bossa nova.
-ai, nao acredito, disse Michel incredulo.
Poco dopo all'interno dell'omnibus si diffuse la voce di uno speaker di Radio Atlantico Sul, un'emittente radiofonica di Fortaleza. Subito un pezzo di bossa nova comincio' a diffondersi all'interno dell'omnibus fra le proteste dei ragazzi nordestini del deserto che erano entrati nel trip del forro' o della musica sertaneja, un folk contadino molto apprezzato che poco ci mancava lasciasse trapelare uno sfondo di campanacci di mucche e vitelli al pascolo. Una canzone melodica di Djavan probabilmente intitolata "Flor de Lis" si diffuse dolcemente. Dopo qualche minuto di sconcerto e le proteste dei giovani scatenati vaqueros, si fece silenzio. E poco dopo tutti in coro, al colmo dell'ubriachezza tutt'altro che molesta, cominciarono a cantare questa canzone insieme. Una scena che quasi commosse Santoro.Non aveva mai visto nulla del genere. Persino l'autista aveva le lacrime agli occhi. Mai un popolo  era sembrato a Santoro cosi unito ai suoi poeti cantori come il popolo brasiliano. Vivevano in simbiosi, sembrava che interpretassero, questi poeti cantanti, alla perfezione i sentimenti della propria gente. E venivano ricambiati. Cantarono in coro e da fuori l'omnibus sfrecciante diretto a Caponga doveva sembrare una nave di folli vagolante nei deserti di un Brasile sempre fedele a se stesso e alla sua nostalgia tristallegra. 

Quasi a sera furono in dirittura di Caponga. L'omnibus li scarico' al centro di una piccola piazza, dove altri ragazzi stavano ballando e cantando con birre e bicchieri di cachaca in mano. Alcuni sound system messi su buggy coperti di polvere desertina dispensavano forro' a volume massimo. Era tornato l'inferno, penso' Santoro. 
Il maresciallo e Michel si diressero verso quella che sembrava una locanda. Entrarono dentro. Si sedettero. Michel ordino' una birra. Santoro da mangiare. Un panino tipo hamburger. La carne brasiliana gli piaceva. Si riusciva a percepirne il gusto persino in quei panini pieni zeppi di maionese e mostarda.
Dopo che si furono rifocillati Santoro disse:" beh, come ci muoviamo?"
-Non ci muoviamo, disse Michel.
-Perche'?
-Perche' dobbiamo riposare e studiare la situazione.
-Voi brasiliani avete la siesta incorporata...ma non erano i messicani quelli?
Michel disse che era necessario appartarsi e studiare la situazione.
Santoro convenne che era una decisione saggia. Michel chiese alla locanda se avessero due posti per dormire.
Il tizio alla reception, un nordestino con i baffi che aveva tutta l'aria di aver preso la moglie al lazo fra una vacca e l'altra da marchiare disse che si poteva fare. Con un piccolo extra fece capire. Michel comunico' la situazione a Santoro. Santoro acconsenti, purche' l'extra fosse ragionevole.
Michel contratto' il prezzo.
Dieci minuti dopo erano in una camera non male, su un paio di redes, mentre fuori i giovani del luogo urlavano come demoni infuriati. Santoro era un po' piu' tranquillo. La musica di Djavan in omnibus lo aveva rigenerato. Qualcosa di emozionante poi , sentirla cantare in coro.
-Devo andare in bagno, disse Santoro, dove sara' il bagno? Chiese a Michel.
Michel con un gesto fece capire che era fuori su un balconcino. 
Santoro usci sul balconcino e stava per entrare nel piccolo bagno ligneo li davanti a lui. Quando guardando verso la strada in basso , vide Cezar Sampajo.
Si nascose per non farsi scorgere e spio' da dietro il bagno. Segui i movimenti dell'ufficiale. Era solo. 
Senza dire nulla a Michel si calo' dalla finestra. Cadde in mezzo ad un gruppo di ballerini scatenati che risero nel vederlo cadere cosi come un piombo da canna da pesca. Santoro si rialzo' un  po' indolenzito. Voleva seguire Cezar Sanpajo. Ma per la tensione la sua colite si era riacutizzata. Per cui si trovava nella strana situazione di dover scegliere di quale merda occuparsi prima. Resistette e decise che Cezar Sampajo dovesse avere la priorita'.
Continuo' a seguirlo, in mezzo alla folla. Lui doveva sentirsi sicuro. Nemmeno si voltava per vedere se fosse seguito. Poi entro' in una pizzeria. Una pizzeria brasiliana. Ad un tavolo ad attenderlo, Santoro vide che c'era Iguassu. Cazuza, che Santoro aveva ferito, non c'era. Santoro era sempre stato un uomo prudente  ma quel termine poteva anche indicare che fosse uno a cui prudevano le mani, penso'. I calembour pure in queste occasioni! Era pazzo. O nervoso. Decise che avrebbe atteso. Se ne stette li a studiare i movimenti dei due che stavano mangiando una pizza e bevendo una birra.
Piu' tardi , quando ebbero finito , senza problemi si diressero verso una stradina secondaria ma pur sempre affollata. Santoro li segui. Si infilarono in un'abitazione ad un piano li nei pressi. A quel punto Santoro vide che non era difficile arrampicarsi su qualche casa vicina e arrivare sul terrazzo di quella dimora. Con un po' di fortuna, ascoltando i loro dialoghi, avrebbe cercato di cavarci un ragno dal buco. Perche' fino ad allora non ci aveva capito molto. Anzi, gli era persino venuto il sospetto che la sua ex se la intendesse con Cezar Sampajo. Ed era tutto dire.Attese qualche minuto, poi si arrampico' sul balconcino di una casa a fianco. Ci mise una vita e con sforzi enormi. Ad un certo punto temette il peggio. Ma la colite fece la brava. Cerco' di non umiliarlo proprio in quelle circostanze. Si rintano' nei suoi meandri lasciandogli solo degli strani brontolii allo stomaco. Una volta sul terrazzo della casa dove si era arrampicato si trattava di saltare sul terrazzo della casa attigua dove dimoravano il Sampajo e Iguassu. Un bel problema. Sarebbe dovuto atterrare con dei jet sotto le scarpe eppure avrebbe fatto rumore. Ma non aveva alternative. Se voleva sapere doveva rischiare.
Prese la rincorsa e si lancio'. Neanche lui seppe come ce la fece e plano' sulla cornice del terrazzino , restando in bilico con il carnevale sotto. Poi ce la fece. Gli sembro' che il trambusto fosse stato coperto dalla musica assordante dei sound system. Incredibilmente una parte del tetto era a spiovente. E sotto le tegole si riusciva a vedere chi ci fosse dentro. E a sentire qualcosa. Santoro mise l'orecchio in un pertugio che sembro' funzionare come antesignano del corno del primo telefono. Sentiva abbastanza bene. Sampajo e Iguassu ridevano.