giovedì 25 novembre 2021

Santoro ad Ostuni

 

Il Capitano Gianuli se ne stava seduto alla sua scrivania.

Nel suo ufficio di via Moscova, a Milano. Sentì bussare

alla porta.-Avanti-disse. Sull'uscio della porta vide una

sagoma conosciuta. Uno e ottanta, abbastanza atletico

ma indulgente con la dieta mediterranea, faccia abbronzata

dal sole delle camminate metropolitane in ogni stagione

dell'anno. Impermeabile milk&cofee che non toglieva

neanche d'estate, ad agosto. Di mezz'età. Era il Maresciallo

Gabriele Santoro.

-Maresciallo, l'ho convocata per una ragione molto semplice,

disse Gianuli. Osservò Santoro con i suoi occhi neri, penetranti,

la pelle del viso olivastra da generazioni.

-Vuole andare in ferie, SI o NO? Vuol sapere quante settimane

di ferie arretrate ha? E se non le fa gliele dobbiamo pagare?

A quest'ora dovrebbe aver messo da parte un po' di soldi

per farsi un bel viaggio tropicale!

-Con i viaggi tropicali ho chiuso-disse perentorio Santoro,

che se ne stava lì in piedi davanti a Gianuli.

-Perchè?-Chiese Gianuli.

Non se lo ricordava mai. Del passato di Santoro.

Della sua donna brasiliana uccisa mentre era in vacanza

in Brasile da trafficanti d'organi. Non c'era verso.

Gianuli era concentrato sulla sua carriera e sulle

rotture di zebedei di sua moglie. Non esisteva altro.

Avrebbe potuto camminare per la strada mentre i

palazzi gli crollavano intorno e lui avrebbe continuato

a parlare nel suo cellulare per chiedere se fosse arrivata

la promozione a Maggiore. O, in subordine, un trasferimento

in Puglia. Così la moglie sarebbe stata contenta.

E avrebbe smesso di fracassarglieli. Perchè non se lo

faceva lui, un viaggio, Gianuli? Pensò Santoro. Ne aveva

bisogno più di lui.

-Niente...sono luoghi troppo lontani, e ci fa troppo

caldo-rispose Santoro. Non faceva parte del suo carattere

far notare a qualcuno la propria insensibilità. Era meglio

che ci arrivassero da soli. E se non ci fossero mai arrivati,

tanto peggio per loro. E per la loro anima. Per chi ci credeva.

-Be', comunque le ordino di andare in ferie-disse a quel punto

il Capitano barese.-Ha bisogno di riposo. Sta svolgendo

indagini da tre anni consecutivi e non ha mai osservato

nessun periodo di riposo. E andiamo, su. Se ne vada in

Puglia. Visiti il suo paese di origine. Non ha nostalgia?

Santoro restò un po' lì a pensare. Ovviamente aveva

nostalgia, ora che ci rifletteva su. Ma i ritmi di vita

che gli avevano imposto Milano e il suo lavoro,

poteva sembrare una scusa, gli avevano impedito

di avere nostalgia. Anche perchè la nostalgia faceva male.

E se vivevi già male che scopo aveva infliggersene altro.

Quella roba da fachiri del pensiero l'avrebbe lasciata

alle nuove leve della psicanalisi da baraccone che in

televisione si facevano chiamare mentalisti. E che

a Santoro davano l'idea solo di essere dei

diversamente segaioli.

-D'accordo, signor Capitano-disse Santoro, con voce

rassegnata.- Farò come dice. Da quando devo mettermi

in ferie?

-DA IERI!-urlò Gianuli.

-Mi ricorda qualcuno, fece Santoro ironico, a voler

sottolineare che quella era una sua tipica espressione

rivolta di solito ai suoi collaboratori, quando chiedeva

loro di fare qualcosa con urgenza.

-GIA'- disse Gianuli.

Santoro salutò Gianuli (non militarmente, dopotutto non

era in divisa, non la indossava mai, era pur sempre

dell'investigativa) e tolse le tende in men che non

si sarebbe detto.


Luglio. Caldo boia. Santoro camminò per via Moscova

per un centinaio di metri, diretto all'omonima fermata

della metropolitana. Per strada il solito campionario

multietnico della città. Le difficoltà non mancavano.

Ma alla fine, per una sorta di selezione naturale,

chi ce la faceva a campare dignitosamente, restava

e chi non ce la faceva, si spostava altrove. Verso altri lidi.

E questa umanità varia proveniente da ognidove nel mondo,

dava a Santoro l'idea di essere sempre in viaggio all'estero.

Pur restando nella sua città d'elezione. E alla fine anche

viaggiare per conoscere altre culture, restava in subordine,

rispetto a viverle nel quotidiano. Problemi o meno che

 comportassero.

Scese in corso Buenos Aires, alla fermata Lima.

Uscendo per strada proveniente dall'antro della

metropolitana, gli sembrò di vedere, lì, seduti su

delle panchine di pietra, un mucchio di peruviani.

Si andava facendo l'idea che, a Milano, le varie etnie,

gli stranieri, avessero convenzionalmente scelto di

incontrarsi e raggrupparsi, in strade e piazze dai nomi

a loro familiari.

Fece 50 metri a piedi ed entrò in un'agenzia viaggi.

Al desk, libero in quel momento, c'era una ragazza.

Sui trent'anni, bionda. Capelli dread, alla giamaicana,

biondi, t-shirt verde militare...una croce uncinata tatuata

sul dorso del braccio.

Santoro si sedette-buongiorno...senta , io dovrei andare in

Puglia. Ad Ostuni, per la precisione.

-E quindi?-Fece la ragazza, masticando scompostamente

una gomma.

Santoro restò un po' spiazzato, da quella risposta.

Rimase in silenzio qualche minuto.

-Insomma, che cosa vuole?-Fece ancora la ragazza.

-Mi faccia un biglietto del treno per Ostuni-disse il 

maresciallo pugliese.

-Deve andare con quell'impermeabile ad Ostuni?

O lo usa per sudare di proposito, non so, per qualche

dieta fai da te, magari?

-E' una mia vecchia abitudine. Lo indosso anche d'estate.

Tiene freschi. Un po' come i vestiti dei tuareg,

disse Santoro.

La ragazza, continuò a masticare la gomma.

-A proposito dell'andare ad Ostuni, sa che nel frattempo

hanno inventato gli aerei?-Disse la ragazza, piuttosto scocciata.

Santoro la osservò attentamente.

-Senti, bella...non sono qui per pagare il tuo assistente sociale!

Se pensi che una persona di una certa età, diciamo,

e sorvolo sul fatto che mi abbia dato implicitamente

del vecchio, non possa viaggiare e per di più non

possa scegliere di farlo in treno, tempo zero,

ti stanno per conferire un premio.

-Non sono sicura di capire quello che dice-disse la ragazza.

-Perchè porti quel tatuaggio?-Chiese Santoro, cambiando

 strategia.

-Non sono affari suoi. Io sono libera di tatuarmi quello

che voglio!

-Già...peccato che quelli che sono morti combattendo

per far scomparire quel segno, quel simbolo,dalla terra,

non siano qui a vedere il risultato del loro sacrificio.

-Eccone un altro!-Disse a quel punto la ragazza.

Lei è un altro che pensa che sia un simbolo nazista.

Santoro restò in silenzio. Mai sentita una pezza a colori

del genere. La ragazza come creatività meritava un premio.

Per l'attitudine alla vendita, invece, un calcio nel di dietro.

E questo era il premio a cui alludeva Santoro.

-Bella mia, me lo fai un biglietto del treno? Per Ostuni.

-Sì-Disse lei, improvvisamente mansueta.

Dopo che lei gli ebbe stampato il biglietto, glielo consegnò.

Santoro pagò in contanti. La ragazza lo guardò come uno

pterodattilo. Nessuno pagava in contanti a Milano.

-Comunque il sono Paola. Torni da me la prossima volta.

-Certo-le disse Santoro, con un sorriso abbozzato.

Faccio prima ad andare da una mistress sadomaso...

anche se non è proprio nel mio genere, pensò.

Il mondo cambiava troppo velocemente. 

roppo velocemente per lui, ovviamente.


Era a casa. Marzia lo stava aiutando a fare la valigia.

-Quanto tempo, resterai, là? Gli chiese con il suo

inconfondibile accento del nordest del Brasile.

-Non lo so. Un paio di settimane, credo. Devo andare

per molti motivi. In primo luogo ci manco da alcuni anni.

In secondo luogo, il Capitano, mi ha obbligato a fare

un viaggio. E io non so dove altro andare.

Tu se vuoi sei dispensata dai lavori in casa,

disse Santoro.

-Vai con Dio-disse Marzia-ma io vengo lo stesso a controllare.

E ascoltare un po' di Bossa Nova...posso?

-Certo, che puoi. Minha casa sua casa...non dite così voi

brasiliani?

Marzia sorrise. -Ho lasciato il pollo e il riso, con i fagioli neri,

nella geladeira. La geladeira era il frigo e Marzia, di quando

in quando, alternava termini italiani a termini brasiliani.

-Grazie Marzia. Non so come farei, senza di te.

-Faresti lo stesso, disse Marzia. Poi si voltò, uscì

dall'appartamento di Santoro e chiuse la porta a chiave.

Le mancherò, pensò Santoro. Fa sempre così.

E' come avere una moglie senza che sia tua moglie.


Il taxi lasciò il maresciallo Santoro in stazione Centrale,

a Milano. Santoro attraversò piazza Duca D'Aosta,

che si apriva tra i grattacieli della Regione Lombardia

e alberghi d'antan un po' in disuso e la tagliò di netto,

con il suo trolley da viaggio, che sull'impiantito,

faceva quel caratteristico rumore come il ticchettio

di tasti da macchina da scrivere. Sui bordi delle aiuole,

seduti i soliti gruppi di senegalesi e arabi.

trafficavano fra loro e si detestavano. Cercando

l'ombra in modo improbabile dietro sagome di alberelli

striminziti. Deridevano le loro rispettive culture.

Persino quelli di loro che credevano nello stesso Dio.

Le cose stavano così. E lui fotografava la realtà.

Non era un sociologo. Era un Maresciallo dei Carabinieri.


Mentre era nel falansterio della Stazione Centrale di Milano,

Santoro, dette un'occhiata al display con le partenze.

Individuò il suo treno, l'8811, diretto a Lecce.

Si sarebbe fermato proprio ad Ostuni. Dove doveva

scendere.

In edicola comprò un libro. Era un giallo, “Il filo rosso della

morte”, che aveva per protagonista Sherlock Holmes.

Ma lo incuriosì il fatto che non era stato scritto da Arthur

Conan Doyle, l'inventore del personaggio.

Bensì da un altro scrittore inglese, un certo Hall.

Questi era vivente e anche lui di nome faceva Arthur.

Se ne sarebbe occupato in seguito. Una volta salito sul treno.

Giornali non ne comprava da anni. Non lo appassionavano.

Parlavano molto di politica e poco di cultura. Poco male,

un bel giallo avrebbe conciliato il sonno, che sicuramente

lo avrebbe colto, una volta a bordo del treno.

E avrebbe tenuto lontani conversatori tuttologi,

aspiranti presidenti del consiglio, commissari tecnici della

nazionale di calcio, catastrofisti seguaci di Nostradamus,

commentatori di reality e complottisti di ogni risma.

Persino i criminali, erano per Santoro, di gran lunga

più interessanti, delle categorie in oggetto.

Una volta sul treno, si immerse nella lettura del giallo.

Dopo una cinquantina di pagine, decise che il libro

era ben scritto. E che lo Sherlock Holmes che veniva

fuori dal testo, fosse in possesso di una caratteristica,

estremamente importante, per gli indagatori di ogni

tempo e luogo. La capacità di osservare con cura e di

memorizzare quanto osservato. Si rese conto che

era una cosa che a lui veniva facile. Lo faceva da sempre.

Sin da quando , ragazzino, se ne stava seduto sui gradini

di qualche dimora, su Viale Pola, corso commerciale

del suo paese d'origine. Dove, ormai, sembrava,

un secolo prima, si passeggiava tutti insieme. 

Mentre passava la gente, di ogni età, di ogni tipo,

Santoro ragazzino, si divertiva e immaginarne

i vissuti e fantasticare sulle loro vite. E spesso,

lo constatava qualche tempo dopo, al solo osservare

come si vestivano, per le pose e posture che assumevano

e per il tipo e tenore degli argomenti trattati nelle

“parlate” di strada, durante il frequente andirivieni 

avanti e indietro per il corso (si ricordò che veniva definito

“fare le vasche”), ci azzeccava. Non voleva dire che

fosse nato per svolgere inchieste. Ma sicuramente

con il tempo aveva scoperto che la curiosità antropologica

era la cifra essenziale in ogni indagine.

In treno era l'unico che leggesse un testo cartaceo.

E uno dei pochi che leggesse, in generale. C'era chi 

ascoltava musica, chi guardava film, video musicali,

chi si faceva selfies, chi chattava compulsivamente

..quei pochi che parlavano fra loro, correvano il rischio

di sposarsi, se confrontavano la loro empatia con

quella generale. Era il segno dei tempi.

E Santoro stava invecchiando. Ma non era solo questo.

Molti della sua generazione erano tecnoentusiasti

..le nuove tecnologie , proprio, li eccitavano.

Per Santoro un pianoforte era ancora un pianoforte.

Un sintetizzatore non sapeva cosa fosse e non gli interessava.

Si stava correndo troppo. Certo, la tecnologia poteva

essere decisiva in campo medico. Ma continuava a pensare

che l'amore e le attenzioni umane guarissero da certe

malattie meglio e più in fretta di qualsiasi altra cosa.

In questo senso, Santoro, era un romantico.


Il treno era quasi in dirittura d'arrivo. Santoro, fiaccato

da tutte quelle ore d'aria condizionata, in piedi nello

scompartimento del treno, si appoggiò al finestrino,

sul lato del suo vagone. Un agglomerato di case bianche,

affastellate anarchicamente l'una a fianco all'altra,

comunque in un irripetibile armonia architettonica, 

in quell'ora che volgeva al tramonto, apparve su una

delle colline della murgia che guardavano un esercito

persiano di ulivi che digradavano verso il mare adriatico.

Era la zona antica di Ostuni, il famoso quartiere Terra.

A Santoro, sin da bambino, quell'immagine vista dal treno,

quelle volte che tornava nella sua città da qualche

viaggio, era sembrato giusto ricomprenderla

nell'espressione:”presepe palestinese”. Sembrava l'accrocco

delle case bianchi di Algeri, o di Tangeri, la sua città

...non a caso universalmente nota con il nome di Città Bianca.

A quel punto si commosse.



Il treno era arrivato con i soliti 20 minuti di ritardo.

Di ritardo da che cosa? Se era in vacanza? Scese in stazione.

Il vecchio sansificio era ancora lì, con le colline sullo sfondo,

in mezzo agli ulivi e ai mandorli della campagna mediterranea.

Buttava fuori fumo che usciva da un'alta ciminiera come

dalla bocca di un antico drago medioevale. L'olezzo di sansa

pervadeva tutta l'atmosfera e ammorbava l'aria circostante.

 L'uomo era andato sulla luna, mandava sonde su marte,

faceva operare esseri umani dai robot, ma non riusciva

a far arrivare i treni in orario e a mettere un cavolo di filtro

per le scorie della sansa, prodotto di risulta della lavorazione

delle olive, pensò Santoro. Se la ricordava la sansa.

Veniva sparsa sul campo di calcio della città, quand'era

ragazzo. Per ammorbidirlo ulteriormente. Allora il campo

non era ancora in erba. L'erba venne anni dopo.

Quando Santoro aveva ormai smesso di giocare al pallone.

Ma la sansa non se la sarebbe mai dimenticata.

Da quella volta, durante una partita, quando si toccò

li occhi con le mani ce s'era sporcato, per l'appunto,

di sansa, per attutire una caduta. E gli occhi gli si gonfiarono

come se avesse subito una ripassata al viso da Mike Tyson.

Per lui, ragazzo particolare, già allora, quell'episodio

aveva avuto un senso certo: la natura stava dicendo

agli umani di non esagerare con la trasformazione

degli elementi naturali.

Non c'erano taxi. Quindi prese un pulmino dei trasporti

pubblici. Salì nel pulmino, con il suo trolley. Si accomodò.

-Vorrei acquistare un biglietto, disse Santoro. Il conducente,

un uomo corpulento che pareva lo sponsor ufficiale

del consumo esagerato di farinacei, disse-lo deve

comprare al bar. Indossava pantaloni blu invernali

e una camicia bianca a maniche corte che mostrava

due evidenti aloni di sudore subascellare.

-Ma il bar è chiuso, disse Santoro.

-Na te preoccupà, disse l'autista, intercalando in lingua locale.

-E' domenica. Offre l'azienda dei trasporti- E sorrise.

Dove andate? Aggiunse.

-Mi fermo davanti alla chiesa dell'Annunziata. Poi di lì 

vado a piedi. Grazie...

-Siete di Ostuni?

-Sì, disse Santoro.

-Ma non vivete qui...

-Vivo a Milano...

-A Milano...ah...troppo traffico, troppo stress, troppi

milanesi...disse il conducente del pulmino, mentre si

inerpicava guidando il mezzo, verso il paese.

Ai bordi della strada, asfaltata alle ultime elezioni,

immaginò,(siamo andati sulla luna, mandiamo

le sonde su marte, facciamo operare i robot...

e asfaltiamo ancora prima delle elezioni..e non quando

serve, pensò), una sfilza di ulivi secolari dai tronchi

scolpiti e contorti da sembrare opere d'arte.

-A Milano non ci sono troppi milanesi. Magari! 

Con il tempo ho imparato ad apprezzarli...quelli veri,

quelli doc; e sono i meno razzisti in assoluto. Prova a dire

che sei di Ostuni a uno che è figlio di meridionali,

nato a Milano. Per lui sei un terrone...se non i loro padri,

i loro nonni di sicuro, bevevano acqua di pozzo in un

secchio di zinco. E ora i nipoti se ne vergognano.

Per loro la massima espressione della civiltà è lo Spritz!

-Avveramente?

-Purtroppo sì. Ovviamente generalizzo. Ma se non si

generalizzasse , qualche volta, non si discuterebbe

mai di niente.

-Vere ite, disse il conducente. Santoro gli stava simpatico.

Dalla strada il centro storico di case bianche, che faceva

sembrare Ostuni una città greca o araba, raggomitolata

come un enorme gatto bianco con la coda a barriera

arboricola coricata davanti, in parallelo al corpo disteso,

si avvicinava sempre di più.


Passò con il pulmino, unico passeggero e per giunta

non pagante, lungo viale Pola. Il corso dei negozi

nella parte nuova della città, sorta a destra della

parte antica. Poche persone in giro e quelle poche in macchina.

I negozi erano chiusi (il contrario che a Milano, dove la

domenica erano aperti “tutta la vita”, si sarebbe detto

usando la vulgata giovanile). Santoro ebbe un flash back di

ricordi di infanzia. Un caleidoscopio di immagini.

Anni '80 e giovani a frotte che andavano avanti e indietro

per l'abituale quotidiano struscio. Santoro aveva frequentato

ogni tipo di gruppo. Allora si chiamavano " comitive".

Più piccoli, più grandi di lui, giocatori di pallone, cacciatori

di tordi, discotecari, politicizzati, intellettuali locali,

fancazzisti di ogni risma , guardoni seriali, giocatori

di bigliardo e d'azzardo. Un vasto campionario umano,

 studiando il quale si era formato le sue convinzioni 

sugli esseri umani e sulle loro capacità pencolanti

tra il continuo mutare camaleontico e lo staticismo fossile.

Gli uomini per Santoro si dividevano in estremamente

mutevoli: camaleontici, quindi. Ed estremamente statici:

fossili. Era un'ulteriore generalizzazione. Ma come pensava

lui, doveva servire a muovere i ragionamenti.

Tutti buoni o tutti cattivi, non portava a niente.

L'uomo era un'entità complessa. E Santoro era interessato

a quell'entità e alla sua complessità. Un cui esempio

classico consisteva nella convinzione che si era

andato formando, che i criminali comuni avessero maggior

 capacità di redenzione di quelli che ci diventavano

 per cupidigia o alterigia o, pensò, coniando

un neologismo sul momento, per stupidigia.


A metà del corso, il pulmino bianco e blu dell'Azienda

Trasporti Pubblici, virò a sinistra. Si insinuò in una strada

stretta, piena di macchine parcheggiate a pettine,

in via Vittorio Continelli. Dopo 100 metri , a destra la

sede di una banca... e il vecchio spiazzo delle ex Gil

(Gioventù Italiana del Littorio). Chiamata ancora così

dopo quasi un secolo che era caduto il Fascismo.

Ma il Fascismo era caduto nel Nord, dove si era combattuto.

In molte parti del sud e Ostuni, non faceva eccezione,

il Fascismo e la sua, a posteriori risibile, aura imperiale,

albergavano ancora nella narrazione popolare, 

come una cosa seria. Perpetuato da ricordi di case dalle

porte aperte perchè nessuno rubava...In quanto al fatto

che ci fosse poco da rubare per la miseria indotta dalla

guerra e per l'assenza dei ladri coscritti nei vari 

conflitti dell'impero fantasma...be', era una voce che

non figurava negli annali di storia locale raccontata

da vari  corifei di regime e voci ufficiali della storiografia

ufficiale locale. Mai epurati e sempre gattopardescamente

rimasti in sella. In fondo Santoro aveva studiato al Liceo

Classico. E si era poi ulteriormente acculturato di suo.

Per cui non sopportava i suoi colleghi che inneggiavano

al Duce. Dimenticando Salvo D'Acquisto.

O scambiandolo per un tipo di finanziamento.

Santoro ricordò che in quello spiazzo ci giocava al pallone.

Una porta era ricavata da due tronchi di pini secolari

che si distanziavano quasi quanto i pali di una porta

regolamentare. Ricordò che una volta Rocco Russo

che faceva il portiere gli disse che aveva un tiro intelligente.

Fu un breve ricordo, un flash di immagini.

Prima che il conducente fermasse il pulmino davanti

alla chiesa dell'Annunziata. Poco a fianco all'Ufficio

Centrale delle Poste.

Santoro salutò il conducente del pulmino e , in compagnia

del suo trolley, si diresse verso la dimora avita.

Indossava dei jeans di un modello abbastanza moderno.

E una t-shirt mimetica. Non fosse stato per la lieve pancetta

-in tutta la sua vita aveva odiato fare gli addominali-

sarebbe potuto essere scambiato per il sergente Gunny

dei Marines. Personaggio interpretato in un famoso

film da Clint Eastwood. Senza il suo impermeabile

si sentiva lievemente a disagio.

Si infilò in alcuni vicoli, in mezzo a case d'epoca di massimo

un piano e quasi senza accorgersene, perso nei suoi

pensieri, si ritrovò in piazzale Domenico Colucci.

Era lì che abitava un tempo con la sua famiglia: sua madre,

Ginevra, era una bella signora altera dagli occhi verdi. 

Una bellezza da attrice di film in bianco e nero anni '50. 

Faceva la bibliotecaria, presso la biblioteca della città.

Suo padre, Primo, era un uomo piuttosto alto,

per la sua epoca... ampio come un armadio.

Era un ispettore della Polizia di Stato. Ed era nato in un

piccolo paese dell'entroterra salentino: Sternatia.

Dove si parlava ancora il griko, un dialetto di

derivazione greca. Terminò la carriera ad Ostuni.

Ma era stato, per servizio in giro per tutta l'Italia.

Persino a Milano. E il fatto che lui, Santoro junior,

fosse finito a prestare servizio  proprio nella capitale

della moda nel freddo e lontano nord,

 lo aveva sempre considerato un segno

del destino che  lo accomunava al genitore.

 Aveva di lui vaghi ricordi. Morì quando

Santoro era ancora ragazzo di un male incurabile.

Ma continuò a vivere nei racconti di donna Ginevra. 

Era da lei che Santoro aveva ereditato l'amore per i libri. 

E per la musica classica.


Salì una rampa di scale che si apriva su un terrazzino cintato

da una vecchia ringhiera. Infilò la chiave nella toppa della

porta di legno. La porta cigolò e si aprì. Dentro era buio e

fresco, e Santoro, a tastoni, cercò l'interruttore della luce.

La stanza si illuminò e Santoro, in mezzo a mobili antichi

ricoperti di teli bianchi, perchè non prendessero polvere,

riuscì ad aprire un po' di finestre. Quella della cucina si

affacciava su un crocevia di strada che si infilavano con

il loro corredo di chianche all'interno di quel quartiere

chiamato “ Chianca d l'ora”. Santoro posò il trolley.

Cominciò a togliere i veli bianchi che coprivano i mobili.

Il divano e due poltrone riapparvero nel loro splendore.

Propriò lì, appena davanti all'ingresso...e di fronte c'era

un vecchio camino in disuso da tempo immemore.

Santoro si sedette su una di quelle poltrone. E restò

seduto in compagnia dei suoi ricordi. Maledetto Gianuli,

pensò. Mi ha mandato in vacanza in compagnia dei fantasmi.

E quel che è peggio è che sono i miei fantasmi. Si alzò

per un momento. Guardò verso la cucina, che si apriva

poco dietro il salone. Vide la luce che entrava dall'ampia

finestra. Proprio lì, davanti alla cucina, sua madre stava

facendo le polpette. Si girò. E sulla poltrona di fronte

a quella dov'era seduto c'era Primo. Portava gli occhiali.

Leggeva un giornale. E lo guardava con severità. 

Come se la sua presenza lo disturbasse. Posò il giornale.

-E' pronto, sediamoci a tavola. Non facciamo aspettare la

mamma, disse.

Poi d'improvviso, Santoro, si svegliò. Era ancora seduto

sulla poltrona. Aveva dormito. E sognato. Si fece forza e

si alzò per andare a disfare il trolley. Prima o poi dovevo

confrontarmi con i miei fantasmi. Non potevo evitarlo a lungo.

E' una cosa che un uomo della mia età deve affrontare, pensò.

Si fece animo e andò nella camera da letto dei suoi. Il letto,

con la testiera decorata d'arabeschi in ferro battuto, 

era intonso. Coperto anch'esso da un velo bianco in funzione

antipolvere. Lo lasciò così. Attraversò la camera da letto

e aprì una porticina sul lato destro del letto matrimoniale.

Era la sua stanza. Il letto singolo, la piccola scrivania

e la libreria. Era ancora tutto come l'aveva lasciato:

trent'anni prima. Alla vigilia del suo arruolamento.

Aveva dovuto “mettere firma” a causa della morte

prematura del padre. Sua madre non guadagnava

tantissimo. E non poteva permettersi di mandarlo

all'Università. E allora era parso opportuno quel 

"tradimento”: arruolarsi nei Carabinieri invece

che nella Polizia. Ma a suo padre non sarebbe

dispiaciuto. Sua madre raccontava sempre che una 

delle cose che diceva sempre Primo, sul suo lavoro,

era che i Carabinieri avevano delle belle divise.

Erano dei militari autentici. Li ammirava.

La polizia invece era troppo al servizio della politica.

E la cosa non gli piaceva. Santoro non sapeva da dove

suo padre traeva queste convinzioni. Alla fine, pur avendo

sostenuto due concorsi, sia in Polizia che nei Carabinieri,

avendoli vinti entrambi, furono i Carabinieri a chiamarlo

per primo. Segnando così il suo destino. Non c'era tempo

da perdere, infatti. Negli anni '80 non si trovava lavoro

nemmeno a pagarlo. E il destino di un ragazzo del sud

oscillava tra criminalità organizzata, contrabbando

e compagnia bella e arruolamento in un corpo dello stato.

Meglio un impiego pubblico civile. Ma per quello

bisognava fare i portaborse. E non era cosa per Santoro.

Anche se giovane, aveva già maturato le sue brave idee

in materia. E la politica, così come la facevano

dalle sue parti, non gli piaceva. Si diventava “proprietà privata”

dei politici di turno. Convocabili ad ogni campagna elettorale

o refolo di vento sezionale. E sua madre Ginevra diceva

sempre che lui, Gabriele, aveva ereditato dal padre

un'inossidabile indipendenza di giudizio e un senso

di giustizia che obbligava a non guardare in faccia nessuno.

Cosa che aveva procurato non pochi problemi alla sua

“carriera”. Tutti i suoi colleghi pugliesi erano tornati 

in Puglia dopo pochi anni di servizio altrove in Italia. 

Lui, Primo Santoro, ci aveva messo una vita.

Perchè non leccava il culo a nessuno.


Era mattina. Aveva dormito discretamente.

Niente colazione. Dopo le normali abluzioni, si vestì.

Si guardò allo specchio. Con le bermuda verde militare

e la t-shirt mimetica sembrava ridicolo. Ma non aveva

altro di più decente nel trolley. Magari avrebbe comprato

qualcosa nei giorni a venire. Faceva caldo e Santoro uscì

di casa. Non aveva l'auto e non aveva intenzione di

noleggiarla. Avrebbe preso il pulmino che portava a mare,

in via Francesco Tanzarella Vitale, una discesa  di fronte allo

storico Cinema Roma, nei pressi di Piazza della Libertà.

Cuore pulsante dell'area turistica, lì alle spalle, dove

spiccava la colonna di Sant'Oronzo, santo patrono di Ostuni,

che guardava dall'alto, tutta la città, ad una ventina

di metri d'altezza, in posa benedicente. E alle spalle,

la piazza e il Convento Francescano ora sede del Comune

e del Consiglio Comunale.

A piedi la zona non era lontana. Si incamminò.

L'asfalto si alternava alle chianche, pietre rettangolari

incastonate con una maestria d'altri tempi e che dalla finestra

di casa Santoro, da così in alto, potevano sembrare

pelli scagliose abbandonate da lunghi biacchi che

stavano cambiando muta.

Per strada, per i vicoli, auto parcheggiate anarchicamente

e qualche turista nordeuropeo che sembrava disorientato

al limite dell'idiozia come in qualche vecchio film in bianco

e nero di Alberto Sordi. Faceva caldo, ma una brezza

proveniente dal mare, si insinuava in quei vicoli suonando

la musica di un inaspettato refrigerio.

Una volta in piazza, intorno all'impiantito dello spiazzo

sullo sfondo del quale vi era Palazzo San Francesco,

attiguo alla omonima Chiesa, la attraversò .

L'ex convento era ben tenuto e il bianco della facciata

tendeva al giallognolo, tipico colore delle vecchie costruzioni

di tutto il Salento. Tutt'intorno una spianata di tavolini

davanti a bar e affini semideserti, in quell'ora di mattina

presto-non erano nemmeno le 9...

Finalmente scese per via Tanzarella Vitale, strada

nota, come detto,  perchè ospitava l'ingresso del Cinema

Roma , che una volta era l'unico cinema della città

..fatta eccezione per un altro, Il Centrale: il quale invece

trasmetteva pellicole che definire a luci rosse le

avrebbe nobilitate.

Giunto alla fine della strada, Santoro, in bermuda , zainetto

in spalla, si fermò. Eccolo lì, un uomo di mezz'età, vestito

come un adolescente che doveva prendere il pulmino

per il mare. Uno sfigato, se a giudicarlo fosse stato

l'abitante medio del paese, intriso di quella classica

mentalità provinciale in virtù della quale, l'emigrante

che non tornava con il macchinone da sfoggiare, aveva

fallito la sua missione di riscatto sociale. Santoro conosceva

bene questo modo di pensare. Siamo andati sulla luna,

mandiamo sonde su Marte, facciamo operare degenti dai robot

e ci sono ancora persone che la pensano così.

Mentalmente mise anche questa cosa nell'elenco delle

cose che non cambiavano mai e aspettò il pulmino. 

C'erano altri, lì in attesa. Due donne arabe che indossavano

 l'hijab. Due signore anziane, che dovevano essere del posto

E due suore, abbastanza avanti con gli anni. A Santoro

quella compagnia piacque assai.

Il pulmino arrivò. Non tanto puntuale. Ma si sapeva che

in quelle latitudini e d'estate, per lo più, la cosa era normale.

A Santoro venne in mente di quella volta che in Brasile,

a Fortaleza, chiese ad un conducente di omnibus, 

che così si chiamavano gli autobus, da quelle parti, 

a che ora sarebbe partito il primo mezzo.

“De tarde”, fu la risposta. Valeva a dire “di pomeriggio.”

L'orario non c'era. Il tipo, che stava sorseggiando un cocco

fresco con una cannuccia, gli sorrise: c'era un'intera filosofia

di vita dietro quella semplice scena. Il sud del mondo era

uguale dappertutto. Si erano passati parola prima dell'avvento

di internet.

Il pulmino arrivò e Santoro salì a bordo. Il piccolo mezzo

si riempì come un autobus a Milano in ora di punta.

Santoro restò colpito dal fatto che non c'era nessun giovane.

I giovani andavano tutti in macchina. Magari si

organizzavano fra di loro. Si augurò.

Si informò sulle fermate nella zona della marina.

Il conducente gli disse che fermava in vari lidi, tra i quali,

Torre Pozzelle. Era il suo tratto di mare preferito,

sin dall'infanzia. Sin da quando era aduso trascorrere

sei mesi dell'anno al mare. Da maggio ad ottobre.

Ricordava che iniziava a fare i bagni al mare intorno

al 5 maggio e finiva ad ottobre. Qualche volta persino

i primi di novembre. Che l'acqua era ancora calda,

avendo assorbito il calore dei mesi caldi. Il luogo prendeva

il nome da una torre di avvistamento saracena, diroccata,

che dominava un lungo tratto di mare non ancora

interessato dalla cementificazione selvaggia delle coste.

L'intervento antropico più importante, nella zona, 

era un campeggio. Per il resto, strade sterrate, campi

incolti, macchia mediterranea e scogli ai lati di numerose

insenature, alcune delle quali sabbiose nel mezzo. 

Si poteva scegliere, lungo la costa, l'insenatura preferita.

E c'erano anche alcune grotte marine all'interno della quali,

la retorica delle brochure della locale Azienda Autonoma

di Soggiorno e Turismo, narrava fossero state scorte delle

foche monache. Ma erano decenni che non se ne vedevano.

I passeggeri erano mano mano scesi un po' alla spicciolata,

nelle fermate precedenti. Restò solo nel pulmino.

Quando arrivò al termine della lingua d'asfalto che

dalla strada statale litoranea si insinuava verso il mare,

il mezzo si fermò. Era arrivato. Prima di scendere si

informò sugli orari per il ritorno. Il conducente gli fece

pagare il biglietto e gliene preparò uno per il ritorno.

A piedi si diresse verso la sequenza delle insenature.

Dappertutto auto parcheggiate sin sugli scogli più

prossimi a mare. La gente non camminava più a piedi.

Per la maggior parte delle persone il progresso era questo.

Di quel passo le generazioni future avrebbero perso l'uso

delle gambe e avrebbero finito per strisciare sui propri

deretani, pensò. Sicuramente l'aveva pensato qualcun altro,

prima, ma non era un buon motivo per non ribadirlo.

Camminò in mezzo a delle stradine sterrate che si aprivano

in mezzo alla macchia mediterranea, costituita da piante

di ginestre, rosmarino, lentisco, cisti, mirto ed altre.

Poi passò sotto la Torre. La superò sul fianco. Il tempo la

stava sgretolando e le pietre tufacee con cui l'avevano

costruita, si stavano sbriciolando come wafers scaduti.

Si sedette su uno scoglio che dava su una bella insenatura.

Sistemò un asciugamano da mare sotto il sedere e stette lì,

in meditazione. Il mare, proprio la sua vista, con i suoi

tipici colori cangianti, tendenti al turchese, al verde,

all'azzurro, lievemente increspato da una brezza diagonale,

lo calmò un poco. Restò lì in contemplazione per un bel po'.

Si stese, alla ben meglio e con il sole in faccia e il vento

per carezza, si addormentò.

Fu svegliato dalle urla di alcuni bagnanti. Ne vide un gruppo

assiepato sulla spiaggetta dell'insenatura, giusto davanti a lui.

Si sbracciavano nervosamente. Sembrava che il mare avesse

restituito qualcosa. E non doveva essere qualcosa di bello

da vedere. Lentamente si alzò e si incamminò verso

il luogo dell'assembramento.

Quando arrivò lì, steso sulla sabbia, ormai immobile,

vide, che, al centro di un drappello di persone, c'era

il corpo di una persona. Ad occhio e croce sembrava un uomo.

Aveva il costume da bagno e il corpo non pareva in stato

di decomposizione. Per essere morto sembrava morto.

A giudicare dall'agitazione generale. E dal fatto che nessuno

stesse tentando una respirazione bocca a bocca.

Ne' l'abituale massaggio d'occasione consistente

nella pressione alternata delle mani sul torace.

Santoro si avvicinò ulteriormente.

-Sono un Maresciallo dei Carabinieri, qualcuno mi spiega

che sta succedendo?

-Ste nu cristiane muerte, disse un signore avanti con gli anni,

brizzolato con una strana pancetta appuntita.

-Avete telefonato al 118?-chiese Santoro.

-Abbiamo chiamato tutti...anche il 113. Dicono che

stanno arrivando.

-Chi l'ha trovato? Chiese Santoro. Nessuno rispose.

-Chi l'ha trovato? Ripetè la domanda.

Alla fine un ragazzo, si fece coraggio e disse-l'ho trovato io.

Mi chiamo Cosimo. Mi cognomo Cardone...Stavo nuotando

e mi sono scontrato con lui...con il corpo, voglio dire.

-Quindi il corpo galleggiava?

-Sì, sì...-disse il ragazzo.

-Uhm..fece Santoro. Sicuramente non è morto annegato.

Tutti intorno lo guardarono meravigliati.

-Perchè?-Chiese il brizzolato con la pancia a punta.

-Perchè se fosse morto annegato i polmoni si sarebbero

riempiti di acqua e il corpo sarebbe affondato.

Un onda di bisbigli si diffuse intorno.

Nel frattempo era arrivata una pattuglia della polizia.

-Largo, largo...circolare, fece uno dei due agenti appena

arrivato, mentre si avvicinava al punto in cui era il cadavere.

Mise i piedi nella sabbia che, ovviamente, gli entrò

nelle scarpe. L'agente bestemmiò. Il collega che

lo seguiva, si tolse le scarpe.

Si avvicinarono. Santoro si qualificò.

-Maresciallo Santoro?

- Mai sentito, disse uno dei due agenti, trent'anni,

occhiali da sole a specchio e barba accennata.

In polizia sembrava fossero tolleranti, con la cura

dell'aspetto esteriore, pensò Santoro.

-Sgomberate, disse il secondo agente. Anche lei,

fece inaspettatamente, rivolto a Santoro.

Santoro rovistò nel suo zainetto e tirò fuori il distintivo.

Lo mostrò al giovane indossatore di Ray Ban a specchio.

L'agente non disse niente. Si limitò ad allontanare gli altri.

L'altro agente, sulla quarantina, si presentò.

Agente Pasculli...ehm...Maresciallo, dove fa servizio?

-Abitualmente a Milano. Legione Provinciale dei Carabinieri,

in via Moscova. Sono della squadra investigativa.

-Si ma adesso, se non le dispiace, deve allontanarsi anche lei.

Non è la sua giurisdizione.

Questi qui hanno visto troppi film americani,

considerò Santoro.

-Un momento. Prima posso dare un'occhiata al cadavere,

da vicino? Senza toccarlo, ovviamente.

I due agenti si guardarono. Poi l'agente Pasculli 

disse-Pietro, lasciamogli dare un'occhiata...purchè non tocchi

 niente.

-Ma ha solo mostrato un tesserino...potrebbe essere falso.

Io non lo conosco, a sto Maresciallo, fece l'agente Basigli.

Doveva essere romano, dall'accento.

-Solo un minuto, fece Santoro. Pasculli assentì con il capo.

Subito dopo si occupò di allontanare i curiosi,

la cui folla stava crescendo a vista d'occhio.

Poi telefonò al 118. Per dirgli che non c'era più

un'urgenza. Che facessero con calma.

Santoro si inginocchiò. Il corpo era supino. Un bell'uomo.

Di mezz'età. In perfetta forma. Doveva essere un atleta

o uno che si allenava regolarmente in palestra.

Si avvicinò al viso. Sotto il collo c'erano dei lividi.

Poteva essere stato strangolato o il retaggio di una

colluttazione. E doveva essere accaduto da poco.

Il corpo era in perfetto stato di conservazione.

Qualche ora, pensò Santoro.

-Grazie, disse Santoro, rivolto agli agenti, al termine

della sua breve disamina a vista.

-Bene..adesso, se non le dispiace, Maresciallo, dobbiamo

isolare la zona in attesa della scientifica.

-Della scientifica? Chiese Santoro.

- E che ci trova la scientifica? L'area è del tutto contaminata...

Poi prese l'asciugamano da mare, piegato alla ben

meglio che aveva messo nello zainetto prima che si

avvicinasse. Lo aprì in tutta la sua lunghezza e lo pose

sul corpo della vittima. Avendo cura di coprirgli il viso.

I due agenti si guardarono fra loro. Non dissero niente.

Ma era evidente che non sopportavano di lavorare

in quel modo. Con un osservatore esterno che

sembrava aver messo loro il fiato sul collo.

Santoro si allontanò e si mise a sedere lì nei pressi.

A distanza di sicurezza. Vide i due agenti che cerchiavano

il perimetro dell'area con dei paletti e del nastro giallo.

Ne avevano nell'auto di servizio.

Dopo un po' i paletti, caddero, piegati dalla brezza che

soffiava sul nastro. Basigli e Pasculli si dettero da fare

per ripristinarli. Pasculli era scalzo, i pantaloni della

divisa inumiditi dall'acqua del bagnasciuga. Basigli

aveva ormai le scarpe completamente piene di sabbia.

Bestemmiava tutti i santi. Sudavano sotto le loro divise

blu della Polizia. Più che Basigli e Pasculli sembravano

Pino e Amedeo. Una coppia di comici pugliesi

ultimamente in voga, pensò Santoro. Poi si ricordò

del Brigadiere Strippoli. Ogni arma aveva le sue palle

al piede, pensò.


Un paio d'ore dopo. Con calma, pensò Santoro...Con molta

 calma...vide arrivare altre due pattuglie della polizia.

Dalle auto scesero cinque uomini. Tre indossavano tute bianche.

Dovevano essere della scientifica. Due erano in borghese.

Un vicequestore ed il suo vice, pensò Santoro.

Si avvicinarono alla spiaggia. Quello dei due in borghese

che doveva essere il vicequestore, sprofondò con le scarpe

nella sabbia. Bestemmiò tutti i santi del calendario

greco-ortodosso. A giudicare da come pronunciava i 

loro nomi in qualche dialetto locale. Poco dopo si calmò.

Ormai il danno era fatto. Il suo vice fu più furbo.

Scelse di arrivare sulla spiaggia dal lato destro.

Dagli scogli. Una volta davanti al bagnasciuga, scese

sulla sabbia dura. Sorrise tutto soddisfatto. Un onda

molto rapida gli bagnò le scarpe. Santoro non credeva

ai suoi occhi. Ma da dove venivano, tutti quei soggetti,

dal circo di Montecarlo? Quelli della scientifica, invece,

vestiti per l'occasione, si misero subito al lavoro.

Tutto sommato si muovevano bene. Secondo l'esperienza

di Santoro, dovevano sapere il fatto loro.

Dopo un quarto d'ora circa, Santoro si avvicinò ai

due in borghese.-Maresciallo Santoro, disse.

Quello dei due che sembrava superiore di grado,

doveva essere il vicequestore, squadrò il maresciallo.

-Maresciallo dell'aeronautica?

-Carabinieri. Squadra investigativa. Faccio servizio

a Milano. Sono qui in vacanza.

-Ah ok...fece l'uomo, un cinquantenne con la testa troppo

grossa in proporzione al corpo magro.

-Vicequestore Barbano. Lui è l'Ispettore Belladonna.

Belladonna aveva i denti prominenti, magro, pizzetto ben curato.

Dopo i convenevoli Santoro chiese come intendevano

procedere.

-Come intendiamo procedere? Disse Barbano con fare ironico.

-Sì, disse Santoro.

-Aspettiamo i rilievi della scientifica...gli agenti dicono che

deve essere annegato.

-Chi? Chiese Santoro. Pino e Amedeo?

-Chi?

-Niente...è una cosa mia...Quell'uomo è stato ucciso.

Basta osservare i lividi sul collo.

Barbano dette un'occhiata in tralice a Belladonna.

-Lo accerterà la scientifica. Lei non si preoccupi.

Tutti gli anni in questo posto sa quanti ne annegano?

Spesso vengono dai paesi dell'entroterra...Non sono

abituati al mare. Si strafogano angurie intere e poi si 

gettano a mare. Una bella congestione e buonotte al secchio,

disse Barbano.

Belladonna sorrise in segno di assenso.

-Di solito sono di Ceglie, disse di rinforzo, a quel punto,

l'Ispettore.

Santoro restò lì a vedere che succedeva. La scientifica

esaminava il corpo. Uno di loro, l'agente Semerano,

come recava scritto il suo badge identificativo appuntato

sulla tuta bianca, si alzò e si diresse verso una bagnante

che se ne stava lì a curiosare. Nonostante l'avessero

allontanata. Era una bella donna, procace, mora.

Seno prominente, sui trentacinque anni.

-Signora, non si può stare qui. Per favore...devo chiederle

di allontanarsi, disse-Purtroppo, aggiunse.

La donna levò le tende.- Benedica, fece Semerano rivolto

ai colleghi. I due altri della scientifica, risero di gusto.

Esaminare cadaveri tutti i giorni o quasi, non esimeva

dall'apprezzare le bellezze locali. Del resto, pure Santoro,

aveva gettato l'occhio. Aveva sempre pensato che

le salentine fossero le brasiliane d'Italia, in questo senso.

Attendevano il medico legale, per la constatazione di morte.

Santoro era in vacanza ma non riusciva a starsene fuori

dalle indagini. Pure lì, ad Ostuni. Mentre era al mare.

Ma poiché le sue erano vacanze forzate, non vedeva cosa

ci sarebbe stato di male ad occuparsi di quel caso.

Anche se non era in servizio e non era di sua competenza.

Era uno che pensava che la giustizia fosse comunque

di sua competenza.

Il medico legale constatò il decesso e confabulò un po'

con Barbano e Belladonna. Santoro si avvicinò.

Si presentò al medico. -Maresciallo Santoro, squadra

 investigativa.

-Dottor Triciulzi, piacere...anche lei partecipa all'indagine?

-No. Sono qui in vacanza ed ero qui quando è stato

ritrovato il cadavere dell'uomo assassinato.

-Assassinato? Come fa a saperlo?

-Be', dottore...è il mio mestiere. Prima che arrivi il medico

legale e sia contaminata la scena del crimine, cerchiamo

sempre di raccogliere indizi e di farci un'idea

di come siano andate le cose.

Triciulzi lo guardò con ammirazione e un pizzico

di reverenza. Barbano e Belladonna con fastidio.

-Comunque...sì, Maresciallo. E' molto probabile che

sia stato strangolato...e non dev'essere

successo molte ore fa.

Barbano e Belladonna chiamarono i due agenti intervenuti

per primi. Santoro sentì che gli chiedevano se avevano

interrogato qualcuno. Se qualche bagnante avesse visto

o sentito qualcosa.

Ma i due agenti risposero che si erano occupati di far

sgombrare la scena del crimine. E di averla delimitata

con paletti e fascette. Aggiunsero che nella concitazione

del momento, pensando che fosse annegato, non

ci avevano pensato, a interrogare qualcuno.

Barbano ebbe un gesto di stizza.

Belladonna fece segno di non prendersela. Perchè

erano agenti della stradale, intervenuti per primi

in quanto in zona. Non esperti di quelle faccende.


Santoro ringraziò il dottor Triciulzi, che, poco dopo, se ne

andò verso il taxi che lo aveva accompagnato.

Barbano e Belladonna attesero che il cadavere fosse caricato

su un ambulanza, arrivata anch'essa, alla buon  ora.

Sarebbe stato trasportato in un Ospedale di zona.

Dove sarebbe stato sottoposto ad altri e più accurati

esami, in pratica, autoptici.

Santoro si riavvicinò a loro.-Sapete se nessuno lo conosceva?

Barbano guardò Belladonna. Incerto se rispondere o meno.

-Be', era una cosa da chiedere subito a quelli che l'hanno

trovato. Ai bagnanti che circondavano il cadavere.

Ma quei due agenti non hanno pensato di farlo. 

poco male, lo sapremo comunque, fra non molto.

Avrà pure dei parenti.

-Probabilmente ha una moglie, disse Santoro. Portava

la fede al dito.

Barbano guardò Belladonna. Belladonna guardò Barbano.

Non doveva essere facile per loro stare sotto la lente di

 ingrandimento di un Maresciallo dei Carabinieri che

faceva servizio a Milano. Per il semplice senso delle

proporzioni che a lui, a Santoro, di casi di omicidio,

ne dovevano essere capitati a bizzeffe, rispetto a loro.

Così decisero di non rispondere. Girarono i tacchi 

e se ne andarono verso l'auto di servizio. Santoro restò

lì a guardarli mentre si allontanavano.



Seduto in poltrona ascoltava un disco in vinile su un vecchio

grammofono. Era pefettamente funzionante. Santoro se ne

meravigliò. Dopo tutti quegli anni. La puntina entrava nel

solco del disco alla perfezione. Veniva fuori un suono nitido,

perfetto. Ascoltava “Danze slave” di Dvorjak. Uno dei suoi

dischi preferiti d'infanzia. Lì nella piccola libreria prospiciente

il caminetto, c'erano molti dischi dei classici più importanti.

Si stava rilassando. Nel frattempo, nel pomeriggio inoltrato

del giorno prima, si era comprato dei vestiti decenti.

Bermuda di jeans, scarpe comode per camminare e

qualche t-shirt informale, senza Topolini o Paperini

o scritte strane stampate su ....che non aveva più l'età.

Adesso cominciava ad assomigliare ad una persona normale.

E non ad un bambino cresciuto. Ad un normale turista.

Ecco, un turista. Più che un emigrante di ritorno.

Il trucco era sentirsi turisti ovunque. Anche nella propria

terra d'origine. La provvisorietà era la cifra del come

stare meglio al mondo, cercando di prendersi il meglio

da un po' d'ovunque. Ma in quel momento a Santoro

non sembrava così. Era in vacanza e gli era capitato un

caso di omicidio. Avrebbe dovuto farsi le sue vacanze

e non pensare ad altro. Ma si conosceva bene.

Non ci sarebbe riuscito.

Dallo zainetto che portava sempre con se', prese il Nokia,

che soprannominava "La Zanna di Dinosauro."

 Dette una scorsa alla rubrica telefonica. Solo di recente

aveva scoperto come si faceva. Ci sarà sempre l'uomo,

dietro la tecnica, pensò. Come c'è l'uomo dietro l'idea

che i robot faranno risparmiare stipendi di lavoratori.

Che saranno licenziati. Ma proprio perchè c'era sempre

l'uomo dietro la tecnica, gli era venuta un'idea.

E se era l'uomo a decidere, be', si poteva propendere

per un utilizzo della tecnica a scopi benefici. 

Come far piovere nei deserti. Gli israeliani erano maestri,

in questo. Ma anche tracciare i telefoni delle vittime

d'omicidio. Pensò a Barbano e Belladonna.

Se gli agenti della Polstrada che aveva visto all'opera

in quel di Torre Pozzelle erano Pino e Amedeo, i loro

superiori erano Gianni e Pinotto. E quando l'avrebbero

scoperto il colpevole? O la colpevole. O i colpevoli.

Il suo cervello stava cominciando a funzionare a mille.

Così decise di chiamare un vecchio amico d'infanzia: Mauro

Peroni. Per alcuni anni era stato nei Carabinieri.

Aveva fatto servizio a Locri, come Brigadiere.

Non propriamente una passeggiata di salute.

Terra di Ndrangheta. Poi si era dimesso.

Non sopportava le notti all'addiaccio, la reperibilità

ad ogni ora...erano cose che interferivano con

i suoi ormoni. All'epoca la pensò così. E si dimise.

Santoro sapeva che s'era sposato, lì a Ostuni.

E con una sua compagna di scuola del Liceo.

E che, da sempre appassionato di informatica,

era stato assunto da un'azienda di quel settore.

Lui era del genere Camaleonte. Poi, certo, c'erano

i Camaleonti buoni, quelli cattivi e i Camaleonti gruppo

musicale( ma questa era una baggianata che diceva

per alleggerire le sue famigerate classifiche e definizioni).

Lui. Mauro, era del genere Camaleonte buono.

Lo avrebbe contattato. Gli avrebbe telefonato.

Dopotutto viveva ad Ostuni. La sua squadra investigativa

era pronta. E più efficiente di qualsiasi forza dell'ordine.

Mauro Peroni sarebbe stato il suo hacker. Angela Peroni,

la moglie di Mauro, sarebbe stata il suo archivio

sociologico vivente. Angela conosceva tutti e sapeva

di tutti. Chiaro, anche i “sentito dire”. Ma quelli

erano utilissimi per le indagini. Meno interessanti

per il gossip spandi letame locale. Non si era mai

interessato ai pettegolezzi. Aveva sempre cercato,

per carattere e cultura personale, di farsi un'idea

propria di chiunque. Cercando, per quanto possibile,

di non farsi condizionare dall'opinione altrui.

Anche se l'opinione altrui, da che mondo è mondo,

condizionava comunque.

-Pronto, Mauro?

-Ueh! Maresciallo, come mai questa sorpresa? E' una vita

che non ci sentiamo.

-Eh già...è che sono ad Ostuni. E mi chiedevo se ti andava

di vederci.

-Dunque, vediamo....in serata sono libero...ma...è un

secolo veramente che non scendi....come mai...sei

in vacanza?

Mauro non era cambiato. Aveva sempre questo suo modo

di mettere delle pause lunghe tra un pensiero e l'altro

che ricordava l'eloquio di un ex leader politico socialista

anni '80: Bettino Craxi. A volte in mezzo al completamento

di una frase facevi in tempo a farti un panino,

mangiartelo e berci su un bicchiere di Negramaro.

Il vino preferito di Santoro.

-Per me va bene...in serata. Devo chiederti un favore,

disse Santoro.

-Un favore? Credevo che volessi fare...una...rimpatriata...

he ne so...gastronomica!

-Certo. Quella non deve mancare.

-Facciamo così. Dove sei?...in Domenico Colucci?

-Sì...

-Passo a prenderti...stasera...verso le otto...poi...ti porto

a mangiare...a Ceglie. In un'osteria di mia...conoscenza...

-D'accordo Mauro. A più tardi. Ti aspetto.

Chiuse la Zanna di Dinosauro e accese la televisione.

Non ascoltava quasi mai le notizie. Quelle locali innanzitutto.

Le news rovinavano l'appetito. Ma doveva fare un'eccezione.

Date le circostanze Mise sulla Tv locale: Tele Radio Ostuni.

Si sedette sorseggiando un bicchiere di tè. Nonostante corresse

il rischio di procurarsi allucinazioni. Era da talmente tanto

tempo che c'era quel té nella dispensa, che doveva essere

diventato terreno di coltura per funghi psichedelici.

Invece era ancora buono. Un té verde arabo preso da chi sa

dove. Invecchiato meglio del vino invecchiato.

C'era la pubblicità. Attese il notiziario. Il té caldo con

quella temperatura, contrariamente ai luoghi comuni,

poteva essere più dissetante di una bevanda fredda.

E poi lì, dentro quella casa, si stava freschi. Con la 

Finestra della cucina e la porta d'ingresso aperte, 

si era creato un bel sistema di aria condizionata naturale.

A costo zero.

Sullo schermo passò la sigla del telegiornale.

Apparve inquadrata una giornalista. In sovrimpressione

apparve il suo nome: Antonella Nardelli.

Santoro la riconobbe. Anche lei era stata sua compagna

al Liceo. Era ancora bella. Mora, carnagione bianchissima

e rossetto senza sbavature. Davanzale che faceva

ombra alle carte sul desk. Bene, pensò. La squadra

investigativa si allarga.

La giornalista lesse il notiziario. In primo piano,

ovviamente, espose lo stato delle indagini sulla misteriosa

morte ( così si espresse) di Rosario Capecelatro,

un quarantenne di origine siciliana, che era venuto ad

Ostuni da una decina d'anni. In seguito ad una storia

d'amore con Giuseppina Capodieci, professoressa di Italiano

nel liceo Classico Antonio Calamo, della Città Bianca.

Poi apparvero le immagini di un servizio.

Il vicequestore Barbano, pavoneggiandosi davanti

ai microfoni, stava dicendo che erano in attesa 

i notizie dalla scientifica e dal referto autoptico.

Prima di sciogliere le riserve e dichiarare che poteva

trattarsi di un caso di omicidio. Un carro armato con il freno

a mano sarebbe andato più veloce, pensò Santoro.

Poi passarono ad altre notizie. Stavano ancora prendendo

in esame la possibilità che non fosse un omicidio.

Magari si era strangolato da solo, dopo aver assunto

una pozione che provocava uno sdoppiamento

della personalità. E intanto passava del tempo prezioso

per indirizzare le indagini nella giusta direzione.

Era una situazione delicata. Santoro avrebbe dovuto

indagare per conto suo e in modo non ufficiale.

Stando molto ben attento a non farsi scoprire dai vari

Barbano e compagnia bella. Conosceva molto bene

quei meccanismi di gelosia fra segugi.

L'ego era il peggior nemico dell'uomo.

Si poteva essere capaci di compiere un'ingiustizia

o di giungere ad una verità falsa, pur di soddisfare il 

proprio ego. Santoro lo sapeva bene. Perchè alla fine

delle sue indagini, meno pensava che sarebbe arrivato

alla verità, meno pensava a se stesso ed al proprio

prestigio, meglio e più presto, la verità si arrendeva

alle sue investigazioni. Naturalmente potevano

esserci delle eccezioni. Non sempre si poteva arrivare

alla verità. Anche se lui, fino a quel momento, c'era

sempre arrivato. In un modo o nell'altro. Anche a costo

di attribuire suoi meriti ad altri. Non gli importava.

Lo scopo finale era scoprire la verità. Come riuscirci

poteva avere molte vie.


A sera inoltrata Santoro sentì il suono rauco del campanello.

Era una vecchia casa, con vecchi concetti arredativi ed

aveva ancora il campanello. Come una volta.

Niente citofono o videocitofono. Ci sia affacciava in 

terrazzina e si vedeva chi fosse. Santro dette una sbirciata.

Vide la sagoma inconfondibile di Mauro Peroni.

-Un momento, gridò dalla finestra del terrazzino.

Si vestì adeguatamente, con pantaloni scuri, t-shirt blu.

Scarpe comode. Su questo non transigeva.

Essendo un camminatore.

Scese dalle scale interne, aprì il portoncino. Ed eccolo,

Mauro Peroni. Centonovantotto centimetri d'uomo e

bello largo spesso, pure. Un corazziere. Si abbracciarono.

-Ti vedo....in forma, disse Mauro Peroni. Tra il ti vedo e

in forma Santoro avrebbe potuto leggersi “Guerra e Pace”

di Tolstoj. All' “in forma” erano già arrivati alla macchina.

Un suv blu cobalto di ultima generazione.

-Ti vanno bene, le cose, eh? Fece Santoro.

-Non....mi...lamento...disse Peroni. Poi mia moglie mi aiuta.

Sono...due...stipendi. Santoro sorrise. Era sempre lui,

con quel suo caratteristico modo di parlare: sceglieva

le parole con calma e con cura...come se dovesse decidere

quale astice prelevare per la sua pasta da un acquario

di un ristorante gestito da mafiosi.

A Santoro questo aspetto piaceva. Le parole erano

importanti e bisognava saperle scegliere. Il problema

erano i tempi televisivi. La televisione aveva costretto

la gente a parlare svelto e a casaccio, perchè c'era

la pubblicità e il servizio o l'intervista dovevano finire.

La televisione propugnava un sapere superficiale.

Santoro non la guardava quasi mai. Assistere al 

telegiornale locale era stata per lui una specie di tortura.

Nei discorsi con i colleghi, lavoro a parte, restava sempre

zitto: non aveva visto partite di calcio, non aveva visto

talk show, non aveva visto reality. Praticamente era

considerato un marziano. Molto dedito al lavoro.

Non lo conoscevano. E il fatto che non avessero capito

che genere di persona fosse, per Santoro, era la prova,

che quello che guardavano in televisione faceva

diventare stupidi!

In macchina si diressero verso Ceglie Messapica.

Un paesotto ad una decina di chilometri da Ostuni.

Ci si arrivava lungo una strada dritta piena di dossi che

tagliava di netto la campagna mediterranea,

fatta di ulivi, mandorli, fichi e trulli diroccati.

Peroni era di origine austroungarica e ci teneva a sottolinearlo.

La sua altezza e la sua complessione robusta, del resto lo

confermavano. Adorava mangiare e leggere. Leggere e

mangiare. La sequenza doveva essere la prima però,

pensò Santoro. Stava insieme a sua moglie da una

vita ed aveva una figlia. Santoro gli chiese un po' come

andassero le cose. -Con Angela ridiamo...ancora...tanto...

Disse. Era una bella cosa. Le coppie si spegnevano

quando smettevano di ridere. Ridere e divertirsi, voleva

dire che c'era ancora complicità. A Santoro fece piacere.

-Tu? Come stai? C'è qualcuna...in vista?

-No. Dalla morte di Vanessa , niente. Calma piatta.

-Neanche....avventure?

-Fare sesso dovrebbe essere un'avventura. Ma spesso si

risolve solo nel rispondere alle sirene dei sensi.

Quando lo concepisci come una necessità. Non sono mai

andato a puttane. Almeno intenzionalmente, disse Santoro.

Peroni rise.

-E come fai?

-Sono uscito con diverse donne, disse Santoro.

-Ma una volta mentre cenavo con una mi hanno

 chiamato urgentemente per servizio, un'altra volta

mentre ero a letto con un'altra sono stato convocato

d'urgenza per un omicidio...capisci che stare con me

non è esattamente come stare con un impiegato

del comune. Io non ho orari.

-E ti piace...questa vita? Io ero Brigadiere dei Caramba

...una vita fa. Ma...ho rinunciato...così a letto 

ho sempre concluso...quello che stavo...facendo...

-Sono stato scelto dalla vita a fare quello che faccio,

disse Santoro. Non so come spiegarti. Sento che devo farlo.

Che qualcuno lo deve fare. Ho ricevuto la chiamata.

Come un prete per Dio.

-Che fai...bestemmi?

-Guarda che non c'era la virgola tra “prete” e “per Dio”...

Peroni rise.

-Ve be'...cambiamo discorso. Stasera ti porto...a mangiare...in

un posto...spettacolare. Farai...la ...scarpetta.

-Com'è il vino?

-Hanno un Primitivo di...Manduria...eccezionale...

-Mi piace il Pimitivo. Anche se io preferisco il Negramaro,

 disse Santoro.

-Ti sbagli...mio nonno quando...ero...piccolo...mi portava

a Manduria...per comprare il Primitivo. Lui non amava i

comunisti...però...diceva: i COMUNISTI...sanno fare

...IL VINO!

-Ti prendo in parola, disse Santoro.

Poi Peroni lo osservò per un certo tempo.

-Sto...aspettando, disse a quel punto.

-Cosa?

-Mi devi chiedere...qualcosa...vero? Glie chiese a quel punto.

Santoro restò spiazzato.

-Stavi aspettando...il momento giusto? Ricordati che...

anche io...ero carabiniere!

-Beccato! Disse Santoro.

-In effetti il motivo della mia telefonata, non è,

o perlomeno, non è solo per una rimpatriata.

C'è una faccenda che devo chiederti. L'altro giorno ero

a mare. Ed è stato recuperato un cadavere.

Da uno ragazzo che stava nuotando. Si tratta di quel tizio,

Rosario Capecelatro. Un siciliano che viveva da queste

parti da un po' di tempo. Ho sentito al Tg cittadino che

era un siciliano che aveva sposato una certa

Giuseppina Capodieci...una professoressa di italiano.

-Sì...ho sentito...che brutta storia...be'...ma è annegato, no?

-Io ero lì. Ho ispezionato il corpo. Era intatto.

Poi è stato trovato che galleggiava in superficie.

Ultima cosa, aveva dei lividi sotto il collo. Sai cosa significa?

-Certo...non è morto...annegato...probabilmente...

strangolato...

-Be', vedo che non hai perso la mano...del resto uno

 è carabiniere nell'anima. A prescindere da cosa lo

portino a fare le vicende della vita.

-Ma non sei in vacanza? Perchè...vuoi...indagare..tu?

-Lo sai...è più forte di me. Non so stare senza lavorare.

Poi, quello, il Capitano, mi ha mandato in vacanza

forzatamente. Dice che non mi facevo vacanze da tre anni.

Ma io da quando è morta Vanessa cerco di lavorare

quanto più possibile. Forse per non restarmene

solo a pensare.

-Poverina...che brutta fine...uccisa da dei bastardi...

trafficanti d'organi...

-Già...disse Santoro. E divenne cupo.

-Lasciamo stare queste storie...stasera si mangia...si gode...

i ricorderai questa...mangiata per sempre...

-D'accordo, disse Santoro.

-Voglio dirti...una ...cosa, fece Peroni, a quel punto.

-Cosa? Chiese Santoro.

-Lo sai...perchè sono..diventato...tuo amico?

-Per via di Angela...che era mia compagna di scuola?

-No...sei diventato mio..amico...perchè...io...ti ho

visto...mangiare...è così che scelgo gli...amici, io...

Santoro rise.-Non so se sia un complimento, disse.

-Oh...lo è...lo è...fidati, disse Peroni.

L'osteria era una della panoplia di osterie che si aprivano

a ventaglio intorno alla piazza principale del paese: piazza

Plebiscito. Santoro e Peroni avevano parcheggiato

un po' distante. Volevano fare due passi a piedi.

Erano entrambi dei camminatori. Peroni aveva smesso

di fumare da anni. E aveva preso un po' di chili.

Ma per merito della sua altezza non aveva ancora

una pancia prominente. Ad ogni modo non sarebbe

stato un problema per lui. Buongustaio com'era.

Di diete dimagranti, a casa Peroni, non se ne parlava.

Era un argomento tabù. Del resto anche Angela

era una buona forchetta. Marito e moglie cucinavano

entrambi, alternativamente. E Peroni, inoltre, era un

 grandissimo produttore di rosoli. Santoro lo ricordava

 molto bene. Tutte le volte che si erano incontrati,

da quelle parti, in passato, il Maresciallo se n'era

tornato a Milano con un paio di bottiglie di quei

pregiati liquori.

Una volta in piazza, una bella piazza illuminata dal biancore

 delle case bianche intorno, con una fontana in ghisa, istoriata

 ancora da un fascio di combattimento,

poco sopra il rubinetto, campeggiante al centro,

l'osteria era in un angolo, sotto un'abitazione

a due piani che probabilmente era un bed & breakfast

sempre pieno d'estate. Si chiamava Osteria

Del Campo Grande. Un nome di origine contadina,

evidentemente.

Entrarono. Erano circa le 20,30 di un giorno di luglio.

Fuori i tavolini erano tutti pieni. Segno che in quel

posto si mangiava più che bene.

Si sedettero all'interno, sotto una volta a botte piuttosto

bassa. All'interno dell'antro, un po' defilato rispetto

alla saletta, c'era un pinguino che sbuffava aria fredda.

L'interno del locale era rustico e sul tetto si notavano

le pietre grigie tipiche incastonate l'una sull'altra.

Si sedetteto. L'oste, un giovane con la barba ben curata,

si avvicinò per prendere le ordinazioni.

-Innanzitutto...caro Maresciallo...devi assaggiare l'antipasto

...e vediamo se da solo riesce a saziarti...io non credo...

se ben ricordo la tua forchetta...spero che...tu...

abbia appetito, disse Peroni.

Subito dopo, sul tavolo ricoperto di una tovaglia

a righe banche e rosse, che faceva osteria in senso

pieno, cominciarono a planare piattini ricolmi

di pietanze mediterranee. Polpette di carne e di melanzane

al sugo, mozzarelline e burratine, tocchetti di frittata

ai carciofi, focacce e focaccine di tutti i tipi, melanzane,

zucchine e peperoni arrostiti e ripieni, fave bianche

e cicorie...di tutto di più. Il tutto fu innaffiato da un

paio di caraffe di Primitivo di Manduria. Non poteva

mancare il pane tipico di quelle parti, duro e saporito,

che restava fresco per giorni. E tarallini caserecci.

Santoro e Peroni mangiarono tutto con appetito

insaziabile. E bevvero a profusione. Tra un boccone

e l'altro parlarono di un po' di tutto. Peroni informò

Santoro che, Antonella Nardelli, la giornalista di

Tele Radio Ostuni, si era separata dal marito.

Aveva due figli e aveva avuto diverse relazioni 

con sportivi e atleti di squadre di calcio e basket locali.

Era ancora una bella donna, nonostante gli anni

trascorsi, l'acqua passata sotto i ponti e le diverse

relazioni. Santoro la ricordava. Era una bella ragazza

e tutti le facevano la corte. Anche lui una volta ci aveva

provato, da ragazzi. Ma era durata poco. Lei

cercava altro. Quando poi erano già grandi, lei era

tornata alla carica. Ma a quel punto Santoro

se l'era dimenticata. Non tanto perchè minestra riscaldata.

Questo a lui non interessava molto. Era cambiato.

Non si faceva più condizionare dall'aspetto estetico.

O per lo meno , non solo. Cercava qualcosa di più completo.

Fu verso la fine del Liceo, nell'anno della maturità.

E poi si accingeva ad arruolarsi. E arruolarsi avrebbe

significato andarsene da Ostuni. A fare un lavoro

piuttosto scomodo...per una che voleva un marito da

esibire. Nel corpo e nel prestigio sociale. Immaginava

che un Maresciallo, se mai avesse vinto il concorso,

non le sarebbe bastato. Ma aveva torto. Perchè 

Antonella, ormai, aveva dovuto accantonare quei 

sogni di gloria. I professionisti erano passati.

E dopo un po' si erano messi con ragazze più giovani

e senza figli. Tanto i soldi per pagarsi le separazioni

ce li avevano. Acqua passata. Poi Santoro gli

chiese di Giuseppina Capodieci, moglie della

vittima.

-Che ti debbo dire...mia moglie ne sa molte su di lei.

Insegna al Liceo dove si sono diplomate. Nostra coetanea,

ormai. Ma andava nell'altra sezione. Non quella di Angela.

-Ora ricordo...ho capito. Era una bella ragazza. Faceva

equitazione. Figlia di uno che era ricco...aspè...il padre

era Direttore di Banca, se ben ricordo, disse Santoro.

-Bingo! Fece Mauro Peroni.

-Un momento, questo lo posso dire solo io...c'ho il copyright...

-E...da quando?

-E' la mia espressione preferita. Lo dicono sempre

nei polizieschi americani.

-Guardi la tv...adesso?

-Guardo solo i film. Nient'altro. Partite, talk shows,

notiziari, reality...non li guardo.

-Ah...ok...allora...è...come...se...non...la...guardassi...

-Ma torniamo a Giuseppina...

-Non vuole essere... chiamata così...Si fa chiamare Giusy

...dice che è più elegante.....

-Elegante? Sembra un nome da escort!

Peroni rise.-In...effetti...disse.

-Insomma...Giusy si guardava intorno....è

stata...sempre...molto...ambita...corteggiata.

A noi neanche ci guardava...non...so...se...ricordi...

-Vagamente...direi che era reciproco.

-Se non ti conoscessi...direi...che...sembrava...che...non...fossi

...interessato...a...

-Interessato a cosa?

-Alle ragazze...almeno...non...come...noi...

-Tu andavi allo Scientifico...non ne avevate ragazze, lì?

- Quelle...del...classico...sono...sempre...state...le...più...belle...

Forse...venivano da famiglie...ricche..e mangiavano

...meglio...

Santoro rise di gusto.

-Io non è che non le considerassi. Non mi andava di

sbavare...ecco tutto. Erano delle normali ragazze.

Ma noi le trattavamo da dive. Come vuoi che ci

considerassero, poi.

-Non...fa...una...grinza...

-Insomma, cosa mi puoi dire di lei. Del suo matrimonio.

-Questo...questo... Rosario... era un bell'uomo

....Molto curato... Palestrato.

-Che mestiere faceva?

-Nessun mestiere...era...di...famiglia...ricca...

-E ti pareva che Giusy Capodieci potesse sposare

un metalmeccanico!

Peroni rise-sante...parole...quando sono giovani

...snobbano tutti...poi...con l'incalzare...del tempo

...finiscono...per mendicare...quello...che...hanno

...rifiutato...

-C'è qualche riferimento autobiografico?

-Sì...ma Angela...non lo sa...e non deve...sapere...

-Ma perchè, l'hai tradita?

-No...è successo prima che...ci sposassimo...

-Mamma mia, è così gelosa?

-Quella... è capace di farmi... fare la fine di... Johnn Bobbit.

-Uhm...ho capito. Non c'è bisogno che vai oltre...stiamo

mangiando. Peroni scoppiò a ridere. Rideva in un modo

che sembrava contenuto, ma quando succedeva, 

su quell'omone di quasi due metri, faceva un effetto strano.

Cioè, lo vedevi sganasciarsi. Ma non sentivi il crepitìo

tipico di chi si stava scompisciando. Rideva di pancia.

 Non di gola. A quel punto si passò la mano sui suoi

capelli biondi e corti tagliati di fresco. Santoro e lui

sembravano i discendenti dei ceppi antropologici 

che avevano caratterizzato la storia della Puglia.

Moro, compatto e saraceno, il Maresciallo.

Biondo, alto e normanno, Mauro Peroni.

-Senti un po', disse Santoro, mentre addentava

una cucchiaiata di orecchiette di farina integrale

con la ricotta. -Sei sempre un drago informatico?

-Che...intendi?

-Un drago col computer?

-Certo...mi sono perfezionato...con gli anni

..quando ho fatto...il...colloquio...per

l'azienda...dove...lavoro...mi...hanno...preso...subito.

Gli parlato...di..certi...trucchetti...sono rimasti senza

...parole...

-Di che cosa vi occupate?

-Controlliamo i collegamenti degli abbonati 

a piattaforme televisive o di internet...e se

 hanno...dei...guasti...ecco...interveniamo...riparandoli...

-Stando al pc, comodamente seduti?

-Yes, tagliò corto Peroni.

-Puoi tracciare telefoni?

-Posso tracciare...qualsiasi...cosa...posso

 persino...collegarmi...con videocamere a circuito

chiuso piazzate...in strada...vedere se in un dato

...posto...in una data ora...è passato qualcuno.

Cerchiare i fotogrammi del viso...copiarlo

e interfacciarlo con...anagrafe...banche dati...

-Anche con le banche dati delle forze dell'ordine?

Peroni lo osservò seriamente. Poi scoppiò a ridere

-Sai benissimo, che posso farlo...non fare

 finta...di...meravigliarti...

-Non pensato che fossi arrivato a questo livello.

-Be', che vuoi...credevi che mi fossi...fermato

ai filmini porno...criptati? Santoro sbottò a ridere.

Quando arrivarono ai dolci, Santoro stava per esplodere.

La cintura dei suoi pantaloni stava per alzare

le mai e arrendersi. Ma acconsentì a farsi servire

un tiramisù casereccio.

-Bene, disse Santoro. Pago io.

-Non se...ne...parla, disse Peroni. Ora, oltre che l'eloquio, 

di Craxi, sembrò persino avere anche quell'espressione

dell'uomo che sta per prendere la situazione in mano.

-Voglio pagare io. Consideralo un anticipo sui tuoi

servizi infomatici...diciamo così.

-Non se ne parla...non...posso...accettare...

-Facciamo alla romana?

-Alla romana... andrà bene, disse Peroni.

Pagarono. Sul banco d'ingresso bevvero un amaro.

Offerto dalla casa. Peroni dopo aver bevuto quell'amaro

a base di finocchietto selvatico, disse che il suo

rosolio non temeva competizione alcuna...

Per strada Santoro gli elencò le informazioni di 

cui aveva bisogno. Peroni disse che gliele avrebbe procurate.

Poi invitò a cena Santoro, per il giorno dopo. Disse che

ad Angela avrebbe fatto piacere rivederlo. Santoro accettò.

Una volta arrivati al suv, Santoro fece

-Spero che tu sia abbastanza in grado di guidare.

-Tranquillo...lo reggo...l'alcol...piuttosto...tu...da quanto

non bevevi e mangiavi così?

-Da una vita, disse Santoro. Qui i sapori sembrano

 esaltati dai luoghi. Le stesse cose mangiate al Nord

...proprio anche cucinate e portate con un camion frigo,

al nord...non avrebbero lo stesso sapore. Non so spiegartelo.

A Milano si trova tutto. Lo fanno venire da giù.

Ma a quel punto ha perso tutto il suo sapore autentico.

Se non fosse che non ci credo, direi, che è magia nera

...Peroni sorrise.-Interessante, come teoria. 

Solo tu potevi pensarlo. Entrarono nel suv e Peroni

si mise alla guida. Allacciarono le cinture e partirono.

I vicoli di Ceglie Messapica, assunsero, davanti agli

occhi di Santoro, un aspetto psichedelico.


Salì le scale di un condominio moderno, nella parte nuova

della città. Una zona di palazzi recenti nell'area della città

che si estendeva verso la strada per Cisternino.

A Santoro non piacevano troppo gli ascensori.

Era lievemente claustrofobico.

Davanti all'ingresso gli si fece contro Angela.

Una bella donna, mora. Una bellezza d'altri tempi,

del tutto non anoressica, pensò Santoro. Come piaceva a lui.

Le mazze di scopa stavano bene nello sgabuzzino,

per quanto lo riguardava. I nuovi stereotipi di bellezza

femminile non lo vedevano entusiasta. E dire che la

magrezza imposta dagli stilisti derivava dal risparmio

di stoffe. Dovevi dimagrire finchè non ci entravi,

in quegli straccetti di valore in quanto firmati.

Si abbracciarono e ricordarono i tempi del liceo.

Lei aveva qualche anno meno di lui, ma si ricordavano

le lunghe chiacchierate nell'atrio del Liceo, 

durante la ricreazione.

-Ti vedo in forma, gli disse Angela. Mauro Peroni era

in cucina e tramestava con pentole e posate.

Stava finendo di farcire i peperoni. Santoro

pur essendo uno scettico, si fece un segno della

 croce mentale. Doveva sopravvivere ad un'altra serata

da calibri pesanti in tavola. Non che gli dispiacesse.

E' che non era più abituato a mangiare quelle

quantità di cibo. E persino di quella qualità eccelsa.

Angela condusse Santoro in terrazza. C'era una tavolata

imbandita già di numerosi antipasti. Bottiglie di Primitivo

in pole position. Si sedettero.

-Mauro mi ha raccontato un po' di cose che vi siete detti

..a parte delle ragazze con cui è stato prima di me.

Di quelle non me ne parla mai.

-Certo...specie...se ci sono coltelli...in giro...mentre te lo dico...

Santoro sorrise. C'era ancora elettricità in quella coppia.

C'era complicità. E dopo tutti quegli anni. La terrazza

dava su un giardino di palme. Intorno palazzi con

facciate biancazzurre.

Angela servì un aperitivo a Santoro. Santoro bevve

quella specie di crodino fatto in casa. Accompagnò

con delle tartine. Poi apparve una ragazza.

Poteva avere sui 13 anni. Magra, occhiali da studiosa.

-Gabriele, lei è Alessia, nostra figlia, disse Angela

Alessia fece una specie di inchino. Agguantò un paio

di tartine e sparì, attraversando la cucina, 

diretta, presunse Santoro, in cameretta.

-Perdonala, disse Mauro gettando un'occhiata alla situazione,

da dietro la vetrata da cui si vedeva la cucina.

-Non considerano nessuno, a quell'età. Parlano solo

fra loro, fra coetanei. Ed esclusivamente con whatsapp.

Io per parlare con mia figlia devo prendere un appuntamento.

-Sì, certo, fece Angela, dallo psicoterapeuta. Risero entrambi.

Santoro non aveva una famiglia. Ma gli sembrò che era così

che dovesse essere una famiglia. Persino con gli inevitabili

 problemi generazionali dei figli.

-Allora, Gabriele, disse a quel punto Angela,-che

cosa vuoi sapere della coppia Capecelatro-Capodieci?

-Se fossi un mio collaboratoe, la frase di risposta sarebbe,

vita morte e miracoli...

Mauro era ancora in cucina-vengo subito, ho ancora

qualcosa da completare. La pasta è quasi pronta.

Penne alla boscaiola...

Santoro approvò con il capo.

-Nel frattempo fatti relazionare da Angela

-Dunque, Gabriè, ti dico subito quello che so. Come sai

in paese “Radio Lavanderia” riporta molte cose. 

Poi bisogna distinguere quelle vere da quelle false.

Quello deve essere compito tuo. Io ti dico cosa si dice.

-Certo, Angela, te ne sarei grato.

-Dunque, cominciò Angela, in giro si dice che Rosario

la tradisse. Rosario era ricco sfondato. I suoi gli avevano

lasciato tanti soldi. Ma proprio tanti.

-Uhm, fece Santoro.-Cosa facevano i suoi.

-Non lo sappiamo. Nessuno lo sa. Ma secondo “Radio

Lavanderia” suo nonno un tempo era un Marchese

o un Conte. E suo padre aveva ereditato una fortuna.

Ereditata a sua volta da lui. Da Rosario.

-Interessante, disse Santoro.

Mauro fece il suo ingresso in terrazza con i peperoni ripieni

appena tirati fuori dal forno.-Ne ho messi altri adesso.

Questi li avevo fatti prima. Li lascio in tavola a raffreddarsi.

 Vengo subito, porto la pasta alla boscaiola.

Angela continuò-c'è dell'altro, comunque. Anche lei, Giusy,

in quanto a storie extraconiugali corna e cornini, non

scherzava. Si dice che se la facesse con un giocatore

dell'Ostuni calcio.

-Be', ma lei è della nostra età, più o meno. Cos'è...come

si dice? Una Coguar... Sono le donne di una certa età che

amano stare con dei ragazzi giovani. Che se non sbaglio

 vengono definiti Toy Boys.

-Esatto, disse Angela.

-Io voto per il contrario: uomo di una certa età con ragazza.

Una donna Coguar non si può sentire! Disse Mauro

mentre calava la pasta in cucina.

-Perchè no, va di moda adesso, disse Angela. E dette

un'occhiata in tralice per vedere se Mauro stava

ascoltando.

-Ehi, fece Mauro, signora... Peroni...non t'allargare!

-No, a me non piacciono i ragazzini. L'uomo dev'essere

uomo fatto e vestito.

-Fatto e vestito? Ah, ho capito, il feticismo di spogliarlo.

Angela rise.-Quindi caro Gabriele, sei in un bel casino.

-Eh già. Mi tocca iniziare dalla vedova. Domani

la vado a trovare. Sai dove abita?

-Si, abita a metà di viale Pola. Vicino al tabaccaio all'angolo.

Il balcone dà su piazza Italia, quello slargo dove tanti

anni fa si facevano le gimcane.

-D'accordo. Dammi il numero civico. Domani mattina

ci vado, disse Santoro.

Lei glielo disse. Santoro lo appuntò nel taccuino

della sua memoria formidabile.

Mauro servì le penne alla boscaiola. Penne rigate con

pancetta, cipolla, aglio e piselli e una punta di panna.

E funghi. Pepe a volontà. Piatto favoloso, pensò

Santoro. Sarebbe finito all'inferno nel girone dei golosi.

Ma ne sarebbe comunque valsa la pena.

-Allora, Mauro, hai fatto quelle ricerche che ti avevo chiesto?

-Yes...disse Mauro.

-Che hai scoperto?

-I tracciati telefonici raccontano...cose...interessanti...

-E quando me ne parlerai?

-Fra poco...disse Mauro...devi aspettare...prima mangia.

Bevi...un...bicchiere...di...Primitivo. Aiuta a pensare...meglio..

Santoro fece così. Dopotutto doveva essere un'inchiesta

a tempo perso. Perchè se la prendeva tanto a cuore?

Era più forte di lui. L'indagine era un prolungamento della sua personalità. Voleva sapere. Voleva scoprire.

Era un esploratore dell'animo umano. Un Dostoevkij

dell'investigazione. Rise dentro di se per quella definizione

roboante. Sono solo un Maresciallo dei Carabinieri

in vacanza, pensò.

-Dunque , il giorno del delitto, Rosario Capecelatro

ha ricevuto diverse telefonate dalla moglie. Molte

più telefonate che nei giorni precedenti.

-Strano è strano. Potrebbero aver avuto un litigio. 

Magari la scoperta di qualche scappatella.

-Be',sì, ci...sta, disse Peroni.

-Poi ci sono altre telefonate.

-Di chi?

-Sai che... non potrei... rintracciare quelle telefonate

... e soprattutto non potrei... individuare i titolari...

del numero.

-Certo che lo so. Ma ho il sospetto che tu te ne sia

fregato delle regole, in questo senso. C'ho azzeccato?

-In... pieno, fece Peroni.

-Aspetta. Fammi indovinare. Sono telefonate di donne...

-Sbagliato...vengono tutte dalla Sicilia...

-D'accordo...ma sono telefonate di donne?

Mauro restò in silenzio. Santoro lo conosceva vecchio.

Amava creare suspance. Non gli restava che finire

il piatto di penne alla boscaiola.

-Erano...uomini...

-Uomini?

-Sì, disse Peroni.

-E che tipo di uomini?

-Tutti con... precedenti penali!

Santoro osservò molto attentamente Peroni.

-Cioè? Sei entrato nell'archivio precedenti penali?

Mauro addentò una forchettata di penne. Bevve un sorso

di Primitivo. Lanciò uno sguardo alla moglie.

Angela sorrise, sorniona.

-No, va be'...lui è terribile. Non hai idea di cosa riesca

a fare con quel computerino che si porta in giro

dappertutto, disse Angela.

-Bel lavoro, disse Santoro. Mi puoi dare i nomi

di questi uomini che hanno chiamato la vittima?

E i loro precedenti penali?

-Sì...ma ti...costerà...molto...

-Quanto, chiese Santoro diventando serio.

-Devi venire a cena qui almeno un'altra volta.

Santoro rise-dici sul serio? Guarda che io volevo pagarti.

In fondo hai lavorato per me.

-Non se ...ne...parla...sarà come...ai vecchi tempi

...di quando ero Brigadiere...Tu farai le indagini

...io sarò il tuo supporto informatico. Sai...la cosa

...mi ha preso...dobbiamo...arrivarci prima della

...polizia...

-Non sarebbe male, disse Santoro. Un po' di sana

competizione può solo far bene alle indagini.

L'importante è arrivare al colpevole.

-Certo...disse Mauro...ma se ci arriviamo...noi

...c'è più gusto...

Santoro sorrise e dette il suo assenso con un

gesto del capo.

Mauro Peroni si alzò e andò verso la cucina.

La attraversò e andò verso il suo studio. Poco dopo,

mentre Angela serviva l'agnello al forno con patate,

tornò. Aveva in mano una cartella. La dette a Santoro.

-Qui dentro c'è il risultato...delle mie...ricerche...

Santoro prese la cartella. La aprì. Dette una rapida

occhiata.

-Andata.

-Per cosa? Chiese Peroni.

-Per la cena...


Seduto in poltrona, il giorno dopo, Santoro esaminava

il fascicolo che gli aveva preparato Peroni. Aveva fatto

un lavoro incredibile. Era dettagliatissimo. C'era tutto.

Scambi telefonici, tutti gli abbonamenti rintracciabili

online, persino i film e le trasmissioni che vedevano

la vittima, sua moglie e quelli che gli avevano telefonato.

Donne amanti o uomini che lo aveva chiamato.

Uno così, come Peroni, all'investigativa, avrebbe fatto comodo.

Si appuntò mentalmente qualcosa da approfondire

e si preparò a far visita alla signora Capecelatro.

A piedi percorse i vicoli che da casa sua menavano verso

il centro città. Verso viale Pola. Passò a fianco alla chiesa

dell'Annunziata, poi la scuola media San Carlo Boromeo,

a fianco, la ex Gil...e la banca. Pochi passanti-era verso

le 8 e 30 di mattina- e già il caldo era insopportabile.

Un caldo torrido, africano. Molto traffico automobilistico.

Auto piene di gente a torso nudo, signore e ragazzine

in costume da bagno, dai lunotti posteriori 

si intravedevano pinne, maschere e salvagente,

 sistemati sul retro. Fame di mare. Del resto con quel caldo, 

era comprensibile. Non sapeva se avrebbe trovato

la signora Capecelatro, in realtà, vedova Capecelatro.

Rapidamente si ritrovò a viale Pola. Il corso commerciale

della parte nuova del paese. Negozi aperti, commesse

 fumanti e boccheggiati, sugli usci, bar sovraffollati 

che sfornavano cornetti e caffè come catene di montaggio.

 Percorse una cinquantina di metri. Era già un pezzo d'acqua.

I pantaloni a bermuda, sul di dietro, erano rigati di 

sudore, la t-shirt gialla presentava già due aloni

 “importanti”, come avrebbe detto Lippi, allenatore

della nazionale italiana di calcio campione del mondo

2006, quando non sapeva cosa dire, pensò Santoro.

La sua mente, invece,  era in movimento e pensava

una quantità di cose spesso senza una relazione

tra loro.

Davanti al portone, a fianco ad un bar ed al tabacchino

 all'angolo, lesse su frontespizio del muro a fianco i nomi

 associati ai campanelli. “Capecelatro-Capodieci. Bingo!

Pensò. Pigiò il tasto e attese. Sì avrebbe potuto chiamarla,

la professoressa Giusy Capodieci, ma l'effetto sorpresa

sarebbe venuto meno.

Dopo un po' da citofono una voce fece” chi è?”.

-Buongiorno, mi chiamo Gabriele Santoro.

Sono un Maresciallo dei Carabinieri. Vorrei farle

qualche domanda, se la cosa non la disturba troppo.

-Ma ho già detto tutto alla polizia...a quel Barbarano,

Barbaro o come cavolo si chiama.

-Barbano?

-Ecco, quello.

-Sì, lo conosco. Ma lui è della Polizia e io dei Carabinieri.

E lei con i Carabinieri non ha ancora parlato.

-Ah..ok...va bene salga pure, Maresciallo...come ha

detto che si chiama? Santovito?

-Santoro.

-Ah, ok...terzo piano.

Il portone si aprì con il caratteristico rumore

a scatto elettrico. Santoro fece le scale a piedi.

Al terzo piano la porta era aperta. Santoro la

spinse ed entrò.

La professoressa Giusy Capodieci, era nel corridoio,

davanti allo specchio. Si stava asciugando i capelli.

I seni sotto la t-shirt stavano per strapparle la maglietta.

Di profilo, così, sia pure in jeans, vestita in modo casual,

fece a Santoro un effetto abbagliante. Accecato da

tanta bellezza, balbettò qualcosa.

-Si accomodi Maresciallo. Mi lasci asciugare i capelli.

Lo faccio sempre allo specchio del corridoio. 

Mi sono appena fatta una doccia. Stavo uscendo.

-Dove stava andando?

-Ma...a mare, se riesco...dipende da quanto ci metterà lei.

Dopo così poco tempo che era morto il marito,

complimenti per la forza d'animo, pensò Santoro.


La vedova Capecelatro, spense il phone. Si girò di fronte.

Era una donna bionda, una pugliese del ceppo normanno.

Ma una bionda con i tratti somatici di una mora.

Un mix genetico irresistibile. Perfetta sintesi delle

dominazioni storiche in terra appula. Elementi arabi,

il viso e la pelle lievemente olivastra... e occhi chiari e capelli

biondi, i segni della genetica normanna. Ecco perchè Rosario

 Capecelatro, una volta venuto ad Ostuni, non aveva

avuto più voglia di andarsene. Quella donna doveva

averlo stregato. C'era da chiedersi se fosse vero,

a quel punto, che lui la tradiva. A giudicare dalla

 disinvoltura con cui si muoveva la vedova, sinuosa

e studiata nei movimenti, felpati, da felina, poteva essere

vero il contrario. Ma non voleva trarre conclusioni

troppo velocemente.

-Si accomodi, Maresciallo, gli disse la vedova Capecelatro,

facendo passare Santoro in un salottino attiguo

al corridoio d'ingresso. Dappertutto quadri che

doveva essere di qualche pittore locale molto quotato.

Almeno a giudicare dalle cornici. Perchè i soggetti

astratti che raffiguravano, a dire il vero, non sembravano

 un granchè.

-Le piacciono, Maresciallo? Sono stati dipinti da

Alberto Strazio. Un pittore salentino molto quotato.

-E cosa dipinge...qual'è il soggetto? Chiese Santoro.

-Ma come, non lo capisce? Lui dipinge le sue emozioni.

Questi quadri piacevano molto a mio marito.

Gliene ha comprati molti.

-Immagino che questo Strazio, sia diventato quotato

da quando gli ha comprato i quadri suo marito! Disse

Santoro cercando di non sembrare sarcastico.

Restò molto serio per valutare la risposta della vedova.

Continuò la frase col pensiero:uno che dipingeva così, 

non poteva non avere quel cognome.

-Touchè, Maresciallo. Ho già capito che lei è un uomo

 intelligente.

-Bontà sua, disse Santoro.

-Ma...a cosa devo questa sua visita, immagino,

 non certo di cortesia.

-Perchè dice questo? Ha qualcosa da nascondere?

-No. Per niente. Anche perchè quel Barbaro,

Barbarano, mi ha assicurato che non sarei stata indagata.

Santoro rise interiormente. Barbano doveva essere

 rimasto scioccato dalla bellezza della vedova. E si doveva

essere lasciato andare a delle rassicurazioni che

dovevano avere lo scopo di evidenziare la propria

autorità sul caso. Ma naturalmente le sue erano delle

 supposizioni.

-Dunque signora...siamo concreti. Io non ho molto

tempo e vedo che lei, con questa bella giornata torrida,

 vuol andare a mare...benchè suo marito sia morto

da qualche giorno...ma non spetta a me giudicare.

Ciascuno di noi reagisce al dolore in modo personale

e non ci vedo nulla di male se lei vuole svuotarsi

la testa dai pensieri per qualche ora.

-Grazie. Lei è molto comprensivo.

-Dov'era lei nel giorno e nell'ora in cui suo marito

veniva ucciso? Le chiese a bruciapelo.

-Un momento...lei inizia subito a farmi l'interrogatorio

...ma l'ho già detto a …

-Barbano, fece Santoro, per sveltire la conversazione.

-Ecco, quello lì. Io ero in pescheria.

La sera avevamo ospiti a cena e volevamo fargli

trovare una barca di pesce crudo.

-Una barca di pesce crudo?

-Ha ragione, scusi per la sintesi. Dimentico che lei

non vive qui. Le pescherie qui preparano del pesce

crudo e lo mettono in dei grandi recipiendi in ceramica

a forma di barca. Già pronto per essere consumato.

Devi solo conservarlo qualche ora in frigo.

Noi abbiamo un frigo all'americana, molto spazioso.

-Dov'è questa pescheria?

-Sa dov'è il Liceo Scientifico. Più o meno di fronte.

-Sì, ho capito. Controllerò.

-Ha già controllato...ehm...

-Barbano, disse Santoro.

La vedova sorrise. Per essere una vedova era molto allegra.

La vedova allegra, gli venne fatto di chiamarla a Santoro,

tanto per citare a se stesso la famosa operetta.

-In che rapporti era con suo marito, butto lì il

Maresciallo pugliese.

La vedova non fece una grinza. Restò in silenzio

ma senza apparenti reazione emotive.

Fredda come un ghiacciolo. La stanza da soggiorno

si raffreddò ancora di più, nonostante l'aria condizionata.

-Ultimamente non buoni, Maresciallo. La passione ad

un certo punto finisce. Bisogna lavorarci su,

per mandare avanti un rapporto...Certo lui lo

avrebbe mandato avanti all'infinito. Tanto lui

 la passione la teneva sempre desta.

-Non sono sicuro di aver capito, disse Santoro.

-Con le altre...

-Uhm, grugnì il Maresciallo. La vedova Capecelatro

era un camaleonte. Un camaleonte pericoloso.

Ricapitolò nella sua testa la sua famigerata classificazione

degli esseri umani. Si dividevano in Camaleonti e Fossili. 

Ma sia i Camaleonti che i Fossili, che avevano alcune

caratteristiche peculiari, potevano essere positivi o negativi.

 Cattivi o buoni. Dipendeva. La vedova Capecelatro

era un Camaleonte pericoloso, decise Santoro.

-Ma...mi scusi, Maresciallo, che sbadata, disse

a quel punto la vedova.-Cosa le posso offrire?

Santoro cincischiò un momento poi disse-una camomilla, ce l'ha?

-Una camomilla? Con questo caldo?

-Si...le bevande calde, d'estate, dissetano meglio, disse Santoro.

-Da dove ha tratto questa convinzione?

-Se no gli arabi, perchè berrebbero il tè caldo anche d'estate?

-Ah, ok, non c'avevo pensato. “Ah ok” e “non ci avevo pensato”

 significavano la stessa cosa. Non gliene fregava assolutamente

 niente, alla vedova Capecelatro.

-Vedrò se riesco a recuperarle una camomilla.

La Capecelatro si alzò e si diresse verso il corridoio

 e da lì verso la cucina.

Santoro non soffriva di attacchi di colite da quando

 si era messo in viaggio. Ma non vedeva motivo per

non prevenirli. Una buona quantità di camomille

messe in cascina l'avrebbe tenuta addormentata.

Gli venne in mente che era un'abitudine che gli aveva

trasmesso sua madre. Che lui si ricordasse, aveva sempre

sofferto di colite psicosomatica. Sin da piccolo.

Un rimedio della nonna, diceva sua madre.

La medicina non riconosceva la colite psicosomatica

come patologia esistente. Un altro fantasma nella mente

 turbinante di Santoro. -Ecco la camomilla, disse la

 vedova posando una tazza fumante davanti a Santoro.

-Però...non ce la vedevo, a lei, come uno che bevesse

camomilla.

-Perchè?

-Non lo so, mi immaginavo bevesse alcolici...qualcosa

di forte, un whiskey o un rum...

-Quello è Philippe Marlowe, disse Santoro.

-Non lo conosco, disse la Professoressa di lettere. 

Non conosceva il detective interpretato da Robert Mitchum.

 Non voglio immaginare cosa insegna ai suoi alunni liceali,

pensò. Sperò che conoscesse almeno Gadda e il suo

 capo della mobile milanese Don Ciccio Ingravallo.

Se proprio doveva assomigliare a qualcuno, Santoro,

si sarebbe visto volentieri nei panni dell'investigatore

molisano di stanza a Milano.


Sarà stato vero che le bevande calde dissetavano meglio

delle fredde, ma in un primo momento aumentavano

la sudorazione. Gli aloni subascellari di Santoro

 continuavano ad espandersi in modo imbarazzante.

-Le faccio un'altra domanda, signora...disse

a quel punto il Maresciallo.

-Giusy, la prego, disse la vedova.

-Lei amava ancora suo marito?

La vedova Capecelatro sorseggiò il suo Martini

con ghiaccio corredato di olivetta. Attese

un po', prima di rispondere.

-L'amore era finito. E non avendo figli...stavamo

pensando di separarci...

-Lei voleva separarsi e lui? Chiese a bruciapelo Santoro. Sapeva affondare il coltello nell'anima, quando voleva.

-Lui non voleva...

-E perchè? Non era lui quello ricco?

La vedova incassò il colpo. Stette un po' zitta.

-Il commissario Ba...Ba..

-Barbano, disse Santoro per l'ennesima volta.

-Ecco, lui...è un professionista serio.

Non ha minimamente insinuato quello che sta insinuando lei!

-Io non insinuo nulla. Ho fatto una semplice domanda.

Può rispondere o trincerarsi dietro il silenzio. Oppure...

-Oppure?

-Oppure la lascio andare al mare...dopotutto, 

amasse o meno suo marito, non siamo

più nel sud di un tempo dove le vedove portavano

 il lutto stretto per mesi se non anni. La vita continua.

-Grazie. Finalmente dice qualcosa di giusto.

-Ho fatto solo domande, signora. Non ho mica detto,

per esempio, che il fatto che lei sia stata notata in

una pescheria nel giorno della morte di suo marito

potrebbe anche voler dire che lei volesse farsi notare

 in un luogo pubblico...ci mancherebbe...

-Come?

-Ha capito benissimo, disse Santoro. Per quanto

mi riguarda lei potrebbe avere dei complici.

Un amante o un amico d'affari. Magari un calciatore

dell'Ostuni. A quanto ammonta il partimonio di suo marito?

-Non mi piace quello che dice, Maresciallo...peccato,

perchè mi sembrava intelligente...

-Sono diventato stupido quando? Quando non ho avuto un attacco di bava alla bocca come Barbano?

La Capecelatro capì che non era aria. Le sue moine

 da gatta morta non incantavano Santoro.

-Va bene...cosa vuole da me?

-Suo marito aveva dei nemici?

-Che io sappia no. Magari qualcuna delle sue sciacquette

si era illusa che avrebbe potuto sostituirmi.

Che ne so cosa prometteva mio marito in giro!

Furba, pensò Santoro, sta suggerendo una pista.

Ma più o meno plausibile che fosse, bisognava

comunque approfondire anche quel filone.

-D'accordo, signora Capecelatro, non la importuno

più. Per oggi...vedremo in seguito.

-Lei non è come Bar...Bar. Lui è un vero gentiluomo.

-Se lo dice lei, SIGNORA...disse Santoro.

-Comunque si tenga a disposizione. La saluto.

 Ah...la camomilla non era male. Setacciata?

-Non lo so. C'era una scatola che aveva comprato

mio marito prima delle guerre puniche.

-Bella battuta. Ora riconosco la professoressa,

dietro l'abito da vedova allegra.

Detto questo Santoro si alzò e si diresse verso il corridoio.

E di lì verso l'uscita.

-Buon bagno, disse Santoro mentre usciva

sulla tromba delle scale. Il “di umiltà”

ce lo aggiunse mentalmente.



Il giorno dopo Santoro era seduto su un sopralzo che si apriva

 nei pressi di una rotonda autostradale,

in una zona decentrata del paese. Era seduto ad un tavolino

del bar prospiciente l'ampio sopralzo. C'erano anche altri

tavolini pieni di gente che gustava aperitivi piuttosto

ricchi d'ogni ben di Dio. Un po' come a Milano, pensò.

L'Italia doveva modificare la costituzione, si disse...

e l'articolo uno che recitava “L'Italia è una Repubblica

Democratica fondata sul lavoro..etc” poteva benissimo

essere cambiato con :”l'Italia è una Repubblica democratica

fondata sull'aperitivo”. Stava sfogliando il fascicolo

che gli aveva preparato Peroni. Notò che la vittima

aveva ricevuto diverse telefonate da un certo cellulare.

E che quel numero, grazie al gran lavoro di Peroni,

apparteneva ad un certo Salvatore Squillace.

Il cognome non gli sembrava pugliese. Pareva

piuttosto siciliano. Tirò fuori dalla tasca la sua Zanna

di Dinosauro e chiamo Cazzaniga. Il Maresciallo

Ambrogio Cazzaniga, suo braccio destro in molte

indagini all'investigativa della Legione dei Carabinieri

di via della Moscova, a Milano. Cazzaniga

rispose subito.

-Uellah, Sciur Marescial, cum te stet?

-Bene, Ambrò...e voi, come ve la cavate?

-Non ci sono casi scottanti, sciur Marescial...siamo

un po' stanchi di giocare a ciapa no...

-Strano. Milano sta diventando virtuosa?

-Mi nun credo, Sciur Marescial...l'è un momento

di stanca, nel crimine. Anche loro saranno in vacanza

...uffa...chi fa un caldo boia!

-Eh anche qui, Cazzanì, pure qui...

-E ma li c'è il mare, sciur Marescial...ci si può difendere

...qui mica tanto!

-Il mare? E chi l'ha visto, Cazzanì. Ci sono stato

il primo giorno e sono incocciato in un cadavere.

-Ussignur! Non ci credo...

-Sì, Cazzanì...Era un siciliano ricco che aveva

sposato una professoressa del posto...

-Be', ma ci sono i caramba del posto che indaghen sì, vero?

-Ci sono dei poliziotti, Cazzanì. Ma paiono usciti

da una commedia di De Filippo. Sembrano loro i Carabinieri.

Quelli delle barzellette. E quando la scoprono, la verità, questi?

-Come al solito, si sta mettendo nei casini, vero?

-No, no. E' che non so stare con le mani in mano,

quando mi capita un assassinio. Voglio dare una mano.

-Ma non è in vacanza?

-Sì. Gianuli mi ha ordinato di andarci. Ma non c'è

bisogno di fargli sapere niente, di quest'indagine, giusto?

Non è una cosa ufficiale. Diciamo che mi sto interessando

della questione...

-'U capì...

-Cosa?

-Ho capito perchè mi chiama.

-Sì, è vero. Non ho chiamato per nostalgia.

O almeno non solo per questo.

-Immaginavo, pirla che sono.

Santoro sorrise

-Ambrò, mi servono delle informazioni su un tizio.

Ho scoperto che ha telefonato alla vittima diverse

volte nello stesso giorno della sua morte.

-Prima della sua morte?

-Cazzanì...e su dai...non mi alimentare le barzellette

sui carabinieri.

-Ah, già, che pirla.

-Meno male che te lo dici da solo.

-Ho capito. D'accordo, sciur Marescial.

Spari el nom del bauscia, su...

-Si chiama Salvatore Squillace. Deve essere un siciliano.

-Salvatore Squillace? Chiese Cazzaniga con meraviglia.

-No, Cazzanì. Non è il calciatore. Quello si chiamava

Totò Schillaci. Il cognome di questo è Squillace.

-'U capì...e ha detto che è siciliano, giusto?

-Sono due ore che lo sto dicendo.

-Un momento, Sciur Marescial...non ero molto

concentrato sul lavoro...gliel'ho detto che stavamo

giocando a ciapa no...

-Pensavo che scherzassi.

-No. Giocavo col brigadiere Strippoli. Anzi, la saluta.

Dice beato lei che è in Puglia...al mare. E noi qui

a farci un bagno di sudore!

-Per carità, non me lo passare al telefono. Se no mi

tiene due ore. Capace che mi chiede di portargli

i taralli originali di qui.

-Ricevuto, sciur Marescial, appena riesco le telefono.

-Cazzanì...

-Si, lo so. PER IERI!

-Stavolta non volevo dire questo. La fretta è scontata.

Volevo dire di non farne parola con nessuno.

Se no, quello Gianuli, capace che mi manda qualche

suo collega del posto a dirmi di farmi i fatti miei.

-Ricevuto, sciur Marescial. La chiamo appena so

qualcosa del merlo.


Santoro stava seduto sotto la Torre di Torre Pozzelle.

Giornata di sole, mare calmo per lo scirocco.

Osservava quella tavola azzurra. Dio era un pittore

e il mare doveva essere la tavolozza dove rimescolava

i colori. Il mare era diverso, rispetto a quando era ragazzo.

Oppure erano i suoi occhi che erano cambiati. Lo scirocco

caldo soffiava dalla terra. E il mare calmo andava

verso le coste dell'Albania. Quel pazzo dell'avvocato

Pinto, un barese famoso per le sue traversate a nuoto,

si era sciroppato a bracciate quegli 80 chilometri

di acque azzurre che finivano nel golfo di Valona

tutte d'un colpo. Una volta. Molto tempo prima.

Squillò il Nokia. Lo tirò fuori dallo zainetto e rispose.

Era Mauro Peroni.

-Marescià...ti aspettiamo...stasera...in terrazza...

orecchiette al sugo di pomodoro con ricotta forte...

grigliata di carne...può andare come menù?

-Certo. Carne di macellazione locale?

-Rigorosamente...come dice la Gerini nella

pubblicità della pasta...De Cecco...mammamia

..che piccione!

Era un secolo che non sentiva quella parola. 

Santoro sorrise.-Angela è lì con te?

-No...in questo momento no...perchè?

-Ero sicuro. Non avresti mai detto questa cosa

con tua moglie vicino...magari in cucina

..mentre maneggia coltelli.

Peroni rise di gusto.

-Scoperto qualcosa d'altro, su Capecelatro?

-A dire il vero...sì...

-Cosa?

-Ci sono delle conversazioni...su whatsapp...e

anche su...telegram...

-Eh?

-Un momento...te lo stavo...per...dire...

Santoro si ricordò del rallenti verbale di Peroni.

-Dicevo...alcune...conversazioni...su...telegram...

potrebbero essere....ancora...più...interessanti...

-Mi vuoi accennare qualcosa subito

o facciamo stasera?

-Eh...sei diventato proprio milanese...

-Può essere, Mauro, può essere. Mi sto dimenticando

la bellezza della lentezza...solo che tu esageri.

 Vuoi che ti metta tra i Fossili?

-Cosa?

-Niente...è una cosa mia. Una classificazione degli esseri umani.

-Mi racconti stasera...però posso anticiparti qualcosa...

Santoro attese in silenzio. Passò un minuto e Peroni

non parlava. La pausa sembrava esagerata.

-Peroni?

-Sì...sono qui...

-Io sto aspettando...stavi badando a qualcosa

che avevi sul fuoco, nel frattempo?

-Come hai fatto...a capirlo?

-Perchè noi uomini non riusciamo a fare più cose

contemporaneamente. Le donne ci sono superiori,

in questo...non solo in questo.

-Ecco fatto, disse Peroni, dopo aver rimescolato

in una padella sul fuoco. In un paio di conversazioni

...ci sono minacce di...morte...

-Di chi?

-Della Professoressa Capodieci...al marito...

-Interessante...

-Poi...le...conversazioni su...telegram...non sono

riuscito a...decrittarle...

-Uhm, grugnì Santoro. Fammi avere i numeri di telefono.

Lo faccio fare a Cazzaniga.

-Non credo...possa...riuscirci...nessuno...Telegram

permette...di...cancellare...le

 conversazioni...sono...andate...ormai...

-Tu non conosci Cazzaniga. Quello se azzanna un osso

non lo molla più.

-Vediamo...come hacker sono curioso...pure...io...

-D'accordo. Ci vediamo stasera. Se permetti, il vino,

stavolta, lo porto io.

-Negramaro...scommetto...

-Perchè? Qualcosa contro?

-No...a me...però...piace il Primitivo...

-E' vecchia 'sta storia. Una diatriba che mi ricorda

altre e più tipiche diatribe italiane...Guelfi e Ghibellini,

Fascisti e Comunisti, Interisti e Milanisti e...

per restare in Puglia, Baresi e Salentini...

Peroni rise-solo tu potevi

dire...una...cosa...del...genere...comunque...il

...Negramaro...per me...va...bene...

-D'accordo. Ci vediamo stasera.

Santoro chiuse lo sportellino del Nokia. Sullo sfondo

del mare gli sembrarono le fauci di un piccolo caimano.

Si preparò a qualche altro momento di meditazione

 Per il bagno non si sentiva ancora pronto.

Voleva prendere ancora un po' di sole. Di modo 

che, le ossa piene di nebbia padana, si asciugassero

per bene.

Squillò ancora il Nokia. Non riusciva proprio

a stare in pace. Cavolo, sono in vacanza, pensò.

Ma un segugio, un investigatore, non era mai in vacanza.

Anche quando non era in servizio restava in servizio.

Al telefono era Cazzaniga.-Sciur Marescial, cum te stet?

-Bene. Sono al mare.

-Beato ti, che invidia che mi fa.

-Allora, che hai scoperto?

-Salvatore Squillace. Una sfilza di precedenti penali.

Affiliato alla Mafia. Ai corleonesi. Sembra che sia stato

inviato in Puglia per prendere contatto con le ceneri 

ella Sacra Corona Unita...

-Bingo!

-Perchè? Chiese incuriosito Cazzaniga.

-Perchè hai scoperto una cosa grossa. Insomma,

questo tizio telefonava in continuazione alla vittima.

-Sciur Marescial...mi ho una risposta anche su questa cosa lì.

-Uhm..cioè? Ha indagato anche su Rosario Capecelatro,

vale e dire la vittima?

-Sciur Marescial...quando compra un telefono,

glielo danno con il filo o senza filo?

-Senza...

Cazzaniga taceva.

-Dove vuoi arrivare, Cazzanì?

-Mi ho sbaglià paragone, ciumbia! Pensavo

ai telefoni di una volta, quelli fissi.

Santoro rivolse gli occhi al cielo e imprecò interiormente.

Questo qui non doveva fare nemmeno il concorso.

Lo dovevano prendere per chiamata diretta, nei Carabinieri.

Ma se lo tenne per sé. Dopotutto gli voleva bene.

Con tutto quello che avevano passato insieme.

In tanti anni di servizio. E poi era un investigatore

con i fiocchi. L'FBI non ne aveva mai avuti, di Cazzaniga.

-Comunque, ho capito cosa volevi dire. Hai reso

il concetto. Mi hai anticipato.

-Ciumbia, sciur Marescial, l'è inscì.

-Ecco, bravo, quella cosa lì.

-Significa “è così”.

-Ci ero arrivato, disse Santoro spazientito.

-Il Capecelatro aveva ereditato una fortuna.

Il padre, un nobile decaduto, l'aveva accumulata

non si sa come. Qualcuno dice che riciclava denaro

per la Mafia.

-Ci siamo, disse Santoro. Non ci vuole un'iniezone di fosforo...

-Per cosa, Sciur Marescial?

-Per capire che può trattarsi di una questione collegata alla mafia.

-Allora la moglie è innocente?

-Nessuno è innocente finchè non c'è un colpevole certo, disse Santoro.

-Scoperto altro?

-Sì...questo Squillace aveva affittato una casetta nel centro

storico di Ostuni. Attualmente l'affitto risulta pagato

fino a fine mese. Ma lo Squillace, al momento,

è irreperibile. Sto cercando di farlo tracciare tramite

cellulare. Sempre se sta continuando ad usare

quello che aveva...

-Bravo Cazanì. All'FBI di Cazzaniga, non ne hanno.

-Cos'è, mi prende per i fondelli?

-Affatto, Cazzanì, affatto...me ne frego se

incespichi nelle metafore se poi segui le piste

con l'olfatto di un cane da tartufo.

-Grazie, sciur Marescial.

-Non ringraziarmi. Tienitelo come

bonus per quando avrai voglia di farmi

cambiare paese perchè mi ci mandi.

Cazzaniga non disse niente.

-Bene. Tienimi informato sugli sviluppi. Io vedo se

riesco a farmi un bagno a mare.

-Non l'ha ancora fatto? Come fa?...con quel caldo!

-Cazzanì...quello dell'FBI sei tu. Io sono 

il Maresciallo Santoro, c'ho più di 50 anni, 

c'ho la colite, l'artrosi cervicale, l'artrosi generale

e Dio sa cos'altro. Che non vado dal medico a posta.

 E lasciami calare in pace in acqua. Con calma. Dopotutto

sarei in vacanza, disse Santoro. E chiuse lo

 sportellino.

Spogliatosi, era rimasto in costume da bagno.

Modello a slip. Non sopportava i boxer, come mutande.

Figurarsi come costume da bagno. Camminò a piedi

scalzi sugli scogli aguzzi. I fachiri non dovevano

 essere gente normale, pensò. Loro ci avrebbero

goduto, a camminare sugli scogli, scalzi. Arrivato

su una secca era a qualche centimetro dal mare.

Un un'onda gli bagnò i piedi. L'acqua era gelida. 

Lo è sempre, al primo bagno della stagione. 

A quel punto aveva due opzioni. O tuffarsi e

 buonanotte al secchio, quanto a sensazioni gelide.

Oppure calarsi lentamente. Ma non sapeva

quale delle due sarebbe stata più sconfortevole.

Era un Maresciallo dei Carabinieri e aveva

partecipato ad inchieste internazionali, era sopravvissuto

a conflitti a fuoco, processi, botte, ferite...e adesso

non si decideva a calarsi in acqua. Al mare.

Gli veniva da ridere. 007 avrebbe riso di lui.

007 era ipodotato, pensò ad un tratto. 

A quel punto si tuffò. L'acqua gelida, al primo impatto,

gli provocò, dolore, brividi. Ma fu solo qualche

secondo. Cominciò a nuotare e mano mano che ci

dava dentro di bracciate, cominciava ad assuefarsi

a quell'acqua inizialmente artica. Quando

si fu assuefatto, cominciò a infilare la testa

sotto il pelo dell'acqua. E si ricordò di quand'era

ragazzo. Il fondale del mare, lungo tuttala costa

adriatica, era trapuntato di migliaia di ricci.

Quand'era ragazzo, quando faceva il bagno

al mare, ne raccoglieva un paio dal fondale.

Li apriva con un temperino e li assaporava.

Era il suo aperitivo. Altro che ostriche spagnole

surgelate sui navigli, a Milano. Si immerse per

vederci meglio, perchè i suoi occhi si abituassero

all'acqua salata. Ma sul fondale non c'era un riccio.

E non era stata opera del mago Merlino.

Anni e anni di pesca indiscriminata durante

tutto l'anno, persino quando i poveri ekinoidei

si riproducevano, avevano desertificato

i fondali marini. Tirò fuori la testa dall'acqua.

Si asciugò gli occhi con il dorso della mano.

Non pensava che avrebbe potuto assistere

ad un fenomeno del genere. Ancora un po' e

i ricci pugliesi sarebbero diventati specie protetta.

E c'erano voluti meno di trent'anni. Di quel passo

la morte del pianeta sarebbe stato un evento

 a cui Santoro avrebbe potuto persino assistere di persona.



Santoro se ne stava sdraiato in poltrona. Era sera.

Finalmente un po' di tregua. Una camomilla,

da gustare in santa pace e un disco di classica tra

i più ascoltati di sempre: Sinfonia numero 5 di Ludwig Van

 Beethoven. Ne stava gustando l'alternarsi dei movimenti.

Fuori c'era silenzio, era notte inoltrata. E nonostante si 

fosse in luglio non si udivano i soliti rumori di fondo

di concerti di pizzica salentina che si tenevano

in zona o il chiacchiericcio notturno di turisti 

o emigranti di ritorno. Il mese classico per queste cose

era agosto. Al termine del disco, che durava quasi un'ora,

Santoro andò a dormire. Nel suo letto d'infanzia.

Si sentiva strano. Ma non avrebbe mai violato

il matrimoniale dei suoi genitori.

La mattina dopo, mentre faceva colazione con un tè e

un pezzo di focaccia al pomodoro presa dal “Forno 31”

la sera prima, gli venne in mente un'idea assurda.

Quand'era ragazzo c'era un tipo particolare, 

un maestro di chitarra classica. Insegnava a volte

a pagamento altre volte gratis, dipendeva dai momenti.

 Ma anche quando si faceva pagare era comunque economico.

 Conosceva molte cose sulle origini di Ostuni.

 Si chiamava Arturo. Arturo aveva una bottega

artigiana sulla dove faceva di tutto. Costruiva di tutto. 

Dai tamburelli per accompagnare la pizzica, tipica

tarantella del Salento, alle nacchere. Teneva lezioni

di chitarra, ascoltava musica e leggeva libri e giornali. 

Fungeva anche da babysitter gratis, per parecchie

mamme del rione Terra. E una volta raccontò che

nella sua bottega capitò , anni prima un palestinese.

Parlando con lui, l'arabo, gli chiese come si chiamasse

in dialetto la città di Ostuni. “Stune”, fu l'inevitabile

risposta di Arturo. Il giovane palestinese disse che

anche in Palestina c'era un luogo che rispondeva a quel nome.

E che il significato di quella parola in italiano era:

“Città degli ulivi”. Tutti i vari storici locali negarono

che quella storia avesse un fondamento. E che il nome 

della città potesse avere quella derivazione.

 Invece secondo Santoro ne aveva, eccome.

Più città degli ulivi di Ostuni, non ce n'erano.

Ma Arturo gli venne in mente per una questione

che raccontava . E di quella volta che disse che

c'era un percorso che , attraverso i tetti di case bianche

del quartiere Terra, dove lui viveva e aveva bottega,

tra l'altro, collegava il quartiere da una parte all'altra.

E che si poteva attraversare il quartiere Terra anche

solo attraverso i tetti. Santoro ,non capì perchè,

all'improvviso ricordò quel particolare. 

E questo gli fece venire in mente una pista che voleva

verificare al più presto.

Aprì la cartelletta che gi aveva preparato il fido Peroni.

Dette una scorsa alle telefonate. Le collegò tra loro con

delle righe tracciate a matita. Usò matite di due colori:

una grigia, classica, l'altra rossa. Con questo strano

sistema tutto suo, triangolò un po' di chiamate ricevute

dal Capecelatro nel giorno della sua morte.

E vide che le chiamate di Salvatore Squillace,

 si interrompevano circa un'ora prima del suo decesso.

Il cellulare di Rosario Capecelatro aveva continuato

a ricevere telefonate anche dopo la sua morte.

E ovviamente lui non aveva risposto. Già. Ma

perchè le telefonate insistenti di questo Squillace,

si interrompono un'ora prima della sua morte?

Dette un'occhiata ai tracciati telefonici. Peroni aveva

tracciato i percorsi fatti dai cellulari, incrociandoli

con Google Maps. Ne erano venuti fuori i luoghi

dove erano stati sia Capecelatro che quelle o quelli

che l'avevano chiamato. Un lavoro certosino. E Peroni

lo aveva fatto in meno di un giorno. Un altro che

l'Fbi non avrebbe mai avuto

Osservò i movimenti di Capecelatro. E li collegò alle

telefonate. Ricevette una telefonata alle 9,30 dalla moglie.

Subito dopo si dirige in un vicolo del centro storico.

E resta in un'abitazione di quel vicolo per circa mezz'ora.

In Via Gaetano Tanzarella Vitale. A quel punto,

Santoro prese il Nokia. Ne aprì lo sportellino e chiamò

Cazzaniga

-Pronto, Cazzanì, a posto?

-Tutt a post, Sciur Marescial, cum te stet?

-Bene, Ambrò...mi serve un'informazione.

-Ti pareva...

-Be', che c'è? Siamo permalosi, oggi?

-No, figures, Sciur Marescial, chieda pure.

-Ricordi che ti ho fatto svolgere un'indagine su

questo Squillace?

-Certo, Marescial, giusto ieri...

-Ecco, bravo. E senti un po'. Dove aveva preso

quella casetta in affitto? Il cui affitto mi dicesti

risulta pagato fino a fine mese?

-Moment, Marescial...devo controllar l'appunt!

Santoro attese al telefono. Passarono 5 minuti

e Santoro era al telefono in attesa.

Poi, all'improvviso, sentì forte e chiara, la voc

e del Maresciallo Cazzaniga.

-Una via che si chiama...Via Gaetano Tanzarella Vitale.

-Bingo! Cazzanì, esclamò Santoro.

-Scoperto qualcosa, Marescial?

-Forse sì. Grazie Cazzanì, ci sentiamo.

-A dispusiziun, Sciur Marescial.

Santoro chiuse la conversazione. Gli era venuta in

testa un'idea suggestiva. Ma per provarla doveva

recarsi sul posto. Tramite le triangolazioni di chiamate

e posizioni dei cellulari , a matita, era riuscito a formulare

una teoria. Ma , in primo luogo doveva sondarne, di persona,

la realizzabilità. E in secondo luogo, avrebbe dovuto provarla.

 Non avendo a disposizione nessun incarico ufficiale,

in quella vicenda. La vedeva grigia.

Si mise delle scarpe comode per camminare. Si mise dei jeans

decenti, una camicia blu a cui tirò su le maniche e uscì di casa.

 Era diretto in via Gaetano Tanzarella Vitale. Pieno quartiere

terra di case bianche. Il cuore del centro storico della white city.

Arrivato in piazza della Libertà, la attraversò. Era pieno di

turisti, a quell'ora del giorno. Stavano prenotandosi delle Ape

Cars per godersi un tour fra i vicoli de La Terra, facendosi

scarrozzare con quei mezzi minuscoli, tra i pochi

che riuscissero  a passare tra quelle strettoie senza

conseguenze e abbastanza velocemente. Santoro prese

la salita per la Cattedrale. La chiesa di Santa Maria

dell'Assunta era del 400 e sorgeva su un colle.

Esempio di mescolanza di stili architettonici Romanico

e Gotico, aveva sulla facciata un famoso Rosone all'interno

del quale era scolpito un Cristo Guardiano del Sole.

Roba da far venire la pelle d'oca a Rosacroce e Templari.

Sorgeva in piazza Beato Giovanni Paolo II. Lungo la salita

per la Cattedrale, ai lati, decine di negozi di souvenir.

Giunto nella piazza ove sorgeva la Chiesa di Santa

Maria Assunta, si voltò per dare un'occhiata al Rosone.

Poi proseguì e si insinuò nei vicoli de La Terra.

Ad un certo punto si trovò in via Gaetano Tanzarella Vitale.

In quella strada stretta, che si apriva in mezzo a una miriade

di case bianche affastellate l'una a canto all'altra o

anche una sopra all'altra, da far impallidire le possibilità

dei Lego, a metà circa, vide una vetrina. Era chiusa.

Dentro, il piccolo appartamento. Era buio. Santoro

non aveva la chiave. Doveva inventarsi qualcosa.

Pieno di turisti che passeggiavano ammirando ogni pertugio,

ogni vaso di gerani, ogni chianca, ogni ringhiera, ogni

persiana celeste-grecia. Al volo, trafugò un coltello

da un tavolino di un ristorantino tipico, proprio lì di fronte.

Guardò a destra e a sinistra, voltando la testa con la lentezza

di un bradipo. Poi, sicuro di non essere visto, con

il coltello, cominciò a svitare le viti della serratura.

Lo faceva con una velocità e una perizia di cui si meravigliò

egli stesso. La serratura cedette e i battenti della vetrina,

si spalancarono. Santoro, sicuro di non essere stato notato,

entrò. Era buio e a tastoni cercò di capire che cosa ci fosse

 intorno. Toccò una piastra dove presunse ci dovessero essere

dei fornelli a gas. Tramestò sulla piastra e trovò un accendigas.

Girò una manopola e il fornello si accese, facendo un po' 

di luce, nell'appartamentino. A quel punto individuò un

 interruttore e riuscì ad accendere la luce.

C'era un divano letto...chiuso al momento. Davanti un

tavolino da soggiorno. A destra il cucinino di prima.

Aprì la finestra che dava sul panorama degli ulivi e sulla

marina. Sembrava tutto in ordine. Ma non c'erano effetti

personali dello Squillace. Non c'erano ne' vestiti ne' effetti

 personali di nessuno. Salvatore Squillace se n'era andato.

Dette un'occhiata alla casa. Sulla sinistra c'era una porticina.

La aprì. Una rampa di scale strettissime portavano sul terrazzo.

Santoro salì su per la scala. Una volta sul terrazzo,

si trovò di fronte ad un panorama mozzafiato. Migliaia

di ulivi digradavano verso il mare, che appariva,

sullo sfondo, come un disco blu cobalto. A quel punto

Santoro doveva pensare come Squillace. Dunque, ricostruiamo.

 Capecelatro riceve una telefonata dalla moglie.

Subito dopo viene, lì, in quell'appartamento. Perchè?

Questo ancora non lo sapeva.

Comunque Squllace discute con Capecelatro. Forse

conti in sospeso. Forse qualche appropriazione indebita

di soldi che lui doveva solo riciclare. Anche quest'altra cosa,

ancora non la sapeva. Comunque Squillace non è uomo

che va tanto per il sottile. Appartiene alla Mafia.

Inviato in terra di Puglia per saldare i legami con

i resti della Sacra Corona Unita. Però decide di incontrare

Capecelatro. E lo fa dopo che gli telefona la moglie. 

Era chiaro, pensò Santoro. E' sua moglie che gli ha detto

di andare da Squillace. Si sarebbe potuto giocare gli zebedei.

E se Squillace avesse ucciso Capecelatro? Poi però

avrebbe dovuto portarlo al mare e scaricarlo in acqua.

Simulando, magari un incidente. Il cadavere sarebbe

dovuto restare in acqua molto tempo, fino a quando

qualsiasi segno su quel corpo non sarebbe potuto

essere più individuato. A causa del deterioramento

indotto dal mare e dalla salsedine. Quindi Santoro 

si trovò a dover ragionare come Squillace. Uccido

Capecelatro, strangolandolo. Poi lo avvolgo in un lenzuolo.

Ecco una cosa da verificare. Se c'era o meno il lenzuolo

del divano letto. Scese di nuovo in basso. Aprì il divano letto.

Con una certa difficoltà. Non si apriva. Santoro non ne

capiva il meccanismo. E proprio mentre penava che 

aprire una cassaforte sarebbe stato più facile, il divano

letto si aprì. E dentro c'era solo il materasso.

Privo di lenzuolo. Se non era un Bingo completo,

lo era quasi. Immaginò Squillace che strangolava

Capecelatro. Forse con un filo metallico. Forse con

la sola forza delle mani. Non aveva il referto autoptico.

Le sue erano solo ipotesi. Come Sherlock Holmes in

tempi in cui si doveva lavorare a ipotesi non scientifiche.

Squillace avvolge il corpo in un lenzuolo. E' mattina presto.

Sale sul tetto. Non poteva uscire con il cadavere avvolto

in un lenzuolo per i vicoli del centro storico. Sarebbe

stato notato. Dal tetto, con il cadavere in spalla, cammina

da un tetto all'altro. Lo fece anche lui. Seguì un percorso

facendosi guidare dall'istinto. Da un tetto a l'altro, 

i vicoli stretti giù in basso, si poteva passare addirittura

 senza saltare. Solo mettendo un passo più lungo.

I tetti delle case dovevano essere vuoti, a quell'ora

di mattino presto. L'estate si sta svegli a lungo, la sera,

e di giorno si dorme fino a mattina inoltrata.

Le verande sui tetti, pieni di seggiole, tavolini e gazebo,

dovevano essere vuoti. Il panorama, in fondo, verso il mare,

celeste cielo quasi a confondersi sulla linea d'orizzonte.

E gli ulivi che scendevano verso il mare come "Transformers"

lignei dal passo lento. Immoto. Santoro camminò da un tetto

 all'altro. Secondo la logica del percorso che gli veniva facile.

Arrivò su un terrazzino. Sì, si disse. Era possibile. Difficile

da dimostrare. Ma possibile. Il terrazzino era molto basso

e il vicolo in basso era a meno di due metri. 

Ci passavano automobili. Squillace avrebbe potuto

parcheggiare in quel vicolo. Gettare il cadavere dal terrazzino,

raccoglierlo, caricarlo ne portabagagli e portarlo verso mare.

Saltò anche lui dal terrazzino. Una signora che stava stendendo

la roba su uno stendino metallico pieghevole, si spaventò.

Quasi le prese un colpo.

-Sono dei Carabinieri, disse Santoro per rassicurarla.

Ma dallo sguardo non lo parve affatto. In certi luoghi

le divise fanno più paura dei delinquenti. Santoro si

chinò al suolo. Esaminò l'impiantito costituito dal puzzle

delle chianche di pietra liscia ben incastonate. Notò delle

macchie. Erano secche, ormai. Ma avrebbe potuto

essere sangue. Non esultò perchè non era suo costume.

Non si esaltava mai. Non ci era abituato. Una vita di delusioni

lo avevano allenato a prepararsi al peggio anche quando si

vedeva la luce in fondo al tunnel. Non è che non fosse rilassato.

Si preparava a scalare le montagne senza corde e moschettoni.

Era la metafora della sua vita.

Proseguì lungo il vicolo. Sotto lo sguardo attonito dell'anziana

bardata di una vestaglia nera, che continuava a infilare

mutandoni nello stendino. C'era un fascio di sole che

inquadrava lo stendino, in basso nel vicolo, che attraversando

la cupola della chiesa di San Vito Martire, tracciava

un ombra come quella di Batman. Continuò nel vicolo

e poco dopo, c'era via Petrarolo, da cui si accedeva

al quartiere Terra. E l'inizio della statale che

portava verso mare. Santoro tornò indietro. Si insinuò

 nuovamente nel vicolo. Si avvicinò alla signora che lo

osservava con circospezione.

-Buongiorno, signò, sono il Maresciallo Santoro.

-Be'? E che dobbiamo fare?, disse l'anziana.

-Come si chiama, signò?

-Come si chiama chi?

-Ehm...volevo dire, come vi chiamate, voi! Santoro dimenticava

il costante uso meridionale del" voi." Da quando era a

Milano non ci era più abituato.

-Concetta, mi chiamo, come mi dovevo chiamare?

-Non lo so. Se mi dite che vi chiamate Concetta,

vi credo sulla parola, fece Santoro.

-In che posso servirvi, Marescià? 'Na cosa di giorno,

che tengo fretta. Tengo il sugo sul fuoco.

-Sarà brevissimo. Solo una domanda. Nei giorni scorsi,

si ricorda se qui, proprio qui vicino, nel vicolo,

c'era una macchina parcheggiata?

La signora continuò a stendere mutande e calzini.

Poi, dopo un minuto, circa, sollevò il capo dalla conchetta

di plastica dove aveva i vestiti bagnato da mettere ad asciugare

e disse-'gnorsì...stava 'na macchina.

-Benissimo. E vi ricordate che marca era?

Di nuovo la signora Concetta, coi suoi capelli grigi e

ordinati, forse dall'uso di bigodini, la veste nera lunga

e il volto rugoso ed espressivo, stette un po' a pensare.

-Era 'na macchina grossa. Quasi non ci cacciava,

nella strada. Di colore nero. La marca non la so.

-Va bene, signora. Vi ringrazio molto, eh....

-Grazie a voi, Marescià. Se possiamo aiutare...noi aiutiamo.

Poi però adesso me ne devo andare, che tengo

il sugo sul fuoco.

-Buongiorno, disse Santoro.

-Buongiorno, buongiorno, disse la signora Concetta,

con il classico saluto a doppietta tipico degli anziani.

Santoro, ridiscese da via Petrarolo si ritrovò di colpo

davanti al Cinema, lì dove si prendeva il pulmino

per andare a mare. C'erano alcune persone in attesa.

Le solite due suore, di qualche convento vicino.

Che quello delle Monacelle, all'interno de La Terra,

essendo di clausura, era chiuso da tempo. Due ragazzi

con canne da pesca e retini che sporgevano da un

sacchetto di plastica e un signore anziano con 

un capello di paglia , camicia a maniche lunghe

e bermuda color cachi.

Quando arrivò il pulmino, Santoro fece cenno

ai passeggeri di attendere un minuto, prima di salire.

Doveva fare delle domande all'autista.

Era lo stesso autista che lo aveva accompagnato

il primo giorno, quando era arrivato ad Ostuni.

-Buongiorno, come state?, gli disse l'uomo.

Aveva due aloni di sudori enormi sotto le ascelle.

E la pancia, dall'ultima volta, non sembrava che

avesse decretato guerra ai farinacei. Per nulla.

-Bene, grazie...senta, le devo fare una domanda.

Quanto tempo ci vorrebbe, secondo lei, per arrivare

in macchina, da qui a Torre Pozzelle? Era dove avevano

trovato il cadavere di Capecelatro.

L'autista ci pensò un po' su. Poi all'improvviso,

decretò-secondo me, una mezz'oretta.

-Grazie eh, grazie assai, fece Santoro cercando

di utilizzare termini locali per risultare più comprensibile

e ben accetto.

L'uomo lo salutò e Santoro indicò ai passeggeri 

che potevano salire.

-Se vuole delle informazioni, in piazza, c'è l'Azienda

Autonoma di Soggiorno e Turismo. Sono 100 metri da qui,

disse una delle sue suore. Santoro valutò se per caso ci fosse

 dell'ironia, nelle sue parole. E dopo che ebbe concluso,

che ce l'aveva messa lui, la ringraziò amabilmente.

Il pulmino partì per il mare.



Seduto in poltrona, nella casa avita di piazza Domenico Colucci,

 ascoltava Clair de lune di Debussy. Un pezzo al pianoforte

che conciliava i pensieri e le riflessioni. Interruppe

malvolentieri l'ascolto di quel pianoforte meraviglioso e

accese la Tv. Sono in vacanza, pensò, ma guarda

cosa mi tocca fare!

Su Tele Radio Ostuni, c'era pubblicità. Stava per iniziare

il Tg locale. Poco dopo apparve in video Antonella Nardelli.

Faccia bianca di porcellana e rossetto rosso tiziano. Capelli

 lunghi che le cascavano ricci sulla schiena. Parlò di

 Capecelatro. Poi passò all'intervista al vicequestore Barbano.

 Barbano sembrava nato per le telecamere. In posa cominciò

a fare un discorso piuttosto lungo il cui sunto si poteva

 riassumere in una specie di resa alle difficoltà che

 presentava il caso. Non disse niente di utile ma Santoro

intuì che era in alto mare. Ammise solo che si trattava di

omicidio e che al momento non c'erano indagati. Ma che

con solerzia la polizia era al lavoro per scoprirne di più.

Al termine spense la tv. E tornò a Clair de Lune di Debussy.

 Mentre ascoltava estasiato e pensava, ma perchè gli esseri

umani devono sempre essere in conflitto tra loro?

Questi compositori hanno scritto opere indimenticabili

che sollevano l'animo umano a vette divine e la

maggior parte degli esseri umani che cosa fanno?

Rubano, tradiscono, uccidono. Mandiamo sonde su

Marte, i robot operano pazienti, e siamo rimasti alle clave.

Non se ne capacitava, ancora, dopo anni di servizio.

Forse perchè nel suo lavoro, degli esseri umani, gli

veniva riservato di vedere il peggio. A quel punto

squillò il Nokia. Santoro rispose. Era Cazzaniga.

-Sciur Marescial, cum te stet?

-Non c'è male. Qual buon vento, Ambrò?

-Abbiamo trovato Squillace. I nostri tecnici tramite il 

tracciato del suo smartphone hanno ricostruito i suoi

ultimi spostamenti.

-Bene. Riassumimi i posti dove è stato.

-Nel giorno dell'omicidio di Capecelatro era nella

sua casa affittata nel centro storico di Ostuni.

-A che ora?

-Alle 8 e 30 circa. Mezz'ora dopo si sposta verso la costa

adriatica. E per circa un'ora...diciamo dalle 9 alle 10,

si ferma in località Torre Pozzelle...

-Bingo, Cazzanì, esclamò Santoro.

-Ciumbia, che succede?

-Succede che coincide con le mie supposizioni. Squillace

uccide Capecelatro a casa sua...ci sono stato, manca

il lenzuolo del divano letto e ho trovato tracce di sangue

al termine di un percorso sui tetti che ho

seguito personalmente. Poi in macchina va verso mare. 

Scarica il corpo pensando che il mare se lo prenderà

e lo consumerà con la salsedine.

-Sì...ma come lo prova?

-Questo non lo so ancora. Ci devo pensare. Voi piuttosto

tenete d'occhio il cellulare di Squillace.

-Poco ma sicuro, Sciur Marescial...

-Sciur Marescial, Sciur Marescial...Cazzanì, quando

comincerai a darmi del tu?

-Mai.

-Perchè? Ci conosciamo da vent'anni.

-Proprio per questo. Quella volta che le darò del tu...sento

che litigheremmo. Una volta avevo un'amica. Una donna amica.

-Be'? Anch'io ho delle donne amiche. Che significa?

-Be', ci sono andato a letto dopo 25 anni di amicizia.

-Uhm...ho capito. L'amicizia è finita. Ma non mi è chiaro

il parallelismo. Noi non andremo mai a letto!

Cazzanì, ma che dici?

-No, no, Sciur Marescial, 'u capì. Era una...come si dice

...una metafora!

-Cazzanì, come segugio all'Fbi per averti farebbero la fila.

Ma come filosofo fai schifo.

Cazzaniga incassò. Ma non se la prese più di tanto.

-Ci sentiamo, Ambrò...concludo dicendo che se l'amicizia

con quella tua amica è finita, be', è perchè lei non

voleva essere solo tua amica. Mentre tu sì.

-Ciumbia, non fa una grinza, diavolo d'un Marescial...

-Stammi bene. E aggiornami se ci sono novità. 

Un'ultima cosa. In che città della Sicilia si trova Squillace?

-Catania,mi sembra.

-Fai 'na cosa. Contatta i carabinieri di Catania.

Il Maresciallo Greco è un mio caro amico.

Abbiamo fatto il corso insieme. Spiegagli la situazione.

Poi quando avrò tempo lo chiamo, digli.

-Agli ordini, Sciur Marescial!

Santoro chiuse il Nokia alias Zanna di Dinosauro.

Subito dopo chiamò Mauro Peroni. E lo aggiornò sull'indagine.

-Siamo...a...buon...punto...diciamo...commentò Peroni.

-Sì, ma come faccio a provare tutta la mia ricostruzione?

Manca il movente.

-Sì...è vero. Perchè Squillace aveva ...interesse...a

...eliminare ...Capecelatro?

-Senti, Mauro. Mi è venuta un'idea. Hai il numero di

Antonella Nardelli?

-Sì...certo...perchè?

-La voglio sentire. Tra una cosa e l'altra sono 30 anni

che non ci vediamo. Poi, certo, mi farò dire che ne

pensa del caso. Non si sa mai. Potrebbe fornirmi nuove

chiavi di lettura.

-E bravo...il...Maresciallo, disse Peroni sogghignando.

-Be', che ridi?

-Attento che...è...ancora...una...pantera!

-Allora, sto numero?

-Ok...ok...te...lo...mando..via ...sms...

-Dimmelo a voce che me lo scrivo.

-Perchè? Non sai leggere gli sms?

Santoro non disse niente.

Peroni rise di gusto.

-Inutile che ridi. Non ho bisogno di conoscere tutti questi

 tecnicismi. Mi basta sapere che esistono e che utilità

possono darmi.

-Mia figlia...ti...prenderebbe...in...giro...per...una...vita!

-Pazienza...scommetto però che tua figlia neanche

sa chi era Debussy.

-Può darsi. Lei...segue...i..complessi...pop...coreani...su youtube...

-Be', ora che me l'hai detto sono più contento.

Morirò senza conoscere il pop coreano. Lassù se

ne faranno una ragione!

Peroni gli dettò il numero. Santoro lo annotò su un

foglietto di carta che era lì sul tavolo da soggiorno,

davanti al divano. Si salutarono.

Subito dopo telefonò ad Antonella Nardelli.

Lei restò sorpresa della chiamata di Santoro.

-Monello, disse, sono trent'anni che non t fai vivo.

Sono proprio curiosa di vederti. Penso che tu

sia ancora un bell'uomo.

-Non lo so, rispose Santoro. Non so giudicarmi come uomo

sul piano estetico. Sono già contento di camminare ancora

sulle mie gambe. Con tutto quello che mi è capitato.

-Sono contenta di sentirti. Possiamo vederci domani

 sera da me, se vuoi.

-Voglio, disse Santoro. Ma non accennò minimamente

all'omicidio Capecelatro.

La Nardelli gli dette l'indirizzo. Abitava nello stesso

 quartiere la Chianca d l'ore.

-Benissimo. Abitiamo vicini, Posso venire pedibus calcantibus.

-Vedo che non hai scordato il latino...ma...come mai, 

non hai la macchina? Non hai un Suv?

-Non ho proprio la macchina. Nemmeno a Milano.

 A che mi serve?

-Non sei cambiato per niente, disse la Nardelli. D'accordo.

A domani sera.


Ore 20 e 30. Sera. Santoro a piedi percorreva via Pacuvio.

In mezzo ad una sfilata di case bianche di massimo

un piano, piene di balconi d'epoca, dove sventolavano

collezioni di biancheria stese al sole ad asciugare.

Quando la discesa si faceva ripida, lì, sulla destra,

abitava la Nardelli. In fondo il panorama della marina.

Sullo sfondo del cielo, terso , mentre il sole stava

per nascondersi dietro le murge, stormi di rondini

fendevano l'aria il cui garrire gioioso rompeva

il silenzio calmo della sera. Santoro ritrovò in quella

immagine la poesia di quand'era ragazzo. Suo padre,

cacciatore e conoscitore di uccelli, gli raccontò una

volta che le rondini non si posano mai per terra.

Perchè per la loro conformazione anatomica non

riuscirebbero a spiccare più il volo. Quella storia era

rimasta impressa nel suo immaginario di ragazzo.

Vide il portoncino della dimora della Nardelli.

Abitava in quella zona storica e la cosa lo meravigliò.

Si immaginava che abitasse in una villa fuori città

o in un appartamento enorme nella zona nuova.

Bussò con il batacchio del portoncino di legno. Il batacchio

 raffigurava lo stemma di famiglia. Un araba fenice,

ad occhio e croce. Il portoncino si aprì con un rumore

di scarica elettrica.

Santoro lo aprì. C'era una rampa di scale da fare.

Dalla cima della scala udì Antonella Nardelli che lo

invitava ad accomodarsi. Una volta salita la scala,

si trovò subito in un salotto molto ben ammobiliato.

Mobili d'epoca così ben restaurati da sembrare nuovi.

Un divano e dietro a divano uno specchio immenso.

Antonella Nardelli lo accolse a braccia aperte.

Capelli ricci lunghi che le cadevano sulle spalle,

pelle bianca, rosetto. Trucco inappuntabile.

Vestito intero con gonna corta, rosso, maniche corte.

Un corpo da Rachel Welch quand'era in piena forma

nonostante la mezza età. Santoro quasi si emozionò.

Tanta roba, pensò. Come avrebbe detto la figlia

di Mauro Peroni, nel suo gergo giovanile

di qualche cantante pop coreano.

Si abbracciarono. E Santoro  avvertì la morbidezza

 di quel "davanzale" che lo avvolgeva. Ne avvertì il calore.

Faceva caldo ma la stanza era fresca. Però continuò

a fare caldo. Per Santoro.

-Ma stai benissimo, disse la Nardelli...che bell'uomo

che sei diventato, aggiunse.

Santoro che s'era messo dei jeans e una semplice

t-shirt azzurra, tirò dentro la lieve pancetta.

Non si sentiva adeguato al momento.

-Respira pure tranquillo, gli disse la Nardelli, che

si accorse della manovra yogica.

-Non mi piacciono gli addominali scolpiti. Tutti quelli

che ho conosciuto con l'addome tipo tavoletta

di cioccolato, be', alla fine erano gay.

Santoro sorrise lievemente. Era stato appena

assunto tra i maschi alfa. E grazie alla sua

dieta mediterranea.

-Ma siediti pure, ti ho preparato un aperitivo.

Santoro si sedette ad una di quelle sedie imbottite

vicino al tavolo del salotto.

Posso dire che sono senza fiato. Antonè...sei più bella

di quando eravamo ragazzi. Penso che ancora

oggi di torcicollo ne fai venire.

-Eh, lascia stare. Gli anni si sentono. Sappiamo fingere bene,

noi donne.

Dopo un po' che erano lì, parlarlono del più e del meno.

Antonella Nardelli gli raccontò che le cose con il

suo ex marito erano andate male. Lui la tradiva con delle

giovincelle anche un po' ignorantelle. Alla fine lo

aveva messo fuori dalla porta di casa. Ed è rimasta

sola a gestire due figli. Che in quel momento erano

in Grecia, per vacanze.

-E come mai non ti sei rifatta una vita? Le chiese Santoro.

-Non ne avevo più voglia. Le separazioni segnano.

Be', comunque ho avuto altre relazioni.

-E ora sei libera?

-Più o meno.

-In che senso.

-Ho una storia con uno più giovane di me. Un calciatore.

 Gioca nell'Ostuni.

-Scusa, non hai detto che non ti piacevano

gli uomini con gli addominali scolpiti?

-E lo confermo. E' solo una storia con qualcuno

che mi fa ancora sentire giovane. E appetibile...tu invece?

 Racconta.

Santoro gli raccontò di Vanessa. Era stato con lei 10 anni.

E poi della sua tragica fine.

La Nardelli restò molto impressionata, da quella storia.

Gli accarezzò il viso. Santoro non se l'aspettava.

Mangiarono del melone giallo circondato da spirali

di prosciutto crudo. Una cosa fresca, disse la Nardelli

presentandolo in tavola.

-Senti, Antonella. Che ne pensi dell'omicidio Capecelatro?

Disse a quel punto Santoro.- Non vorrei essere inopportuno,

ma parlando d'altro allontano i miei fantasmi.

-Certo, lo capisco...ma...come mai te ne interessi?

-Sto svolgendo un'indagine per conto mio. Ero a

Torre Pozzelle quando hanno trovato il cadavere.

Sai che sono un investigatore dei Carabinieri.

E francamente mi è parso di capire che questi

che gestiscono il caso, brancolano nel buio.

-Hai conosciuto Barbano?

-Sì.

-E che impressione ne hai tratto?

-Di uno che non vuole intromissioni. Geloso del suo caso.

-E della moglie di Capecelatro, disse la Nardelli.

-Dici?

-Certo. E' una vita che le sbava dietro.

-Be'...non è una buona cosa, per un investigatore,

avere delle simpatie. Specie se hanno risvolti ormonali,

disse Santoro.

-Infatti. Lei non risulta nemmeno indagata.

-Ce l'hai con lei, o sbaglio?

-Non particolarmente. Ma quell'aria di santarellina

mi da sui nervi. Non me la dà a bere, ecco.

-Pensi sia implicata?

-Non lo so. Io conoscevo suo marito. Ovviamente

mi ha fatto la corte. Ma io non ho ceduto. Ho un lavoro,

una mia indipendenza economica, posso scegliere, no?

Tanto quelli come Capecelatro sono destinati a vivere da soli.

Quando si hanno troppi soldi...intendo soldi non guadagnati

con il sudore della fronte...tendi a dare un prezzo a tutto.

Poi era anche un bell'uomo. Curava molto il suo aspetto.

Moro, occhi verdi, siciliano. Ricco. Tutte volevano

stare con lui. Ma nessuna lo ha avuto. Compresa sua moglie.

-E sua moglie?

-Lei faceva tanto la santarellina...ma anche lei

ha una relazione con un calciatore dell'Ostuni.

-Dovevo fare il calciatore, disse Santoro.

Antonella sorrise.

-E come si chiama questo calciatore?

-Niccolò Squillace. E' siciliano. Ha circa 24 anni. E...vuoi

sapere un'altra cosa? Io esco con il fratello gemello,

Michele.

-Non mi dire, disse Santoro.

-Sì...lei lo ha fatto apposta. Credeva che stessi con il marito.

Ma erano solo voci messe in giro da qualcuno che lo

aveva visto corteggiarmi. Così si è messa ad uscire

con il fratello di Michele.

-Una storia incredibile...anche perchè...

fece Santoro, interrompendosi.

-Anche perchè, dalle mie indagini risulta che un certo

Salvatore Squillace è venuto dalla Sicilia per prendere

contatti con i resti della Sacra Corona Unita, come

tramite dei Corleonesi.

-Come sai queste cose?

-Ho fatto qualche telefonata.

-Ne sai più di Barbano, disse la Nardelli.

-Barbano e quell'ispettore che sembra Mister Bean col

pizzetto...Belladonna, mi pare si chiami, sembrano

Gianni e Pinotto.

-Io faccio la giornalista, lo sai. Ed ho le mie gole profonde.

Mi riferiscono che non sanno che pesci prendere.

-Ah, di sicuro non sanno che pesci prendere

ma sanno dove prenderli: in faccia.

Antonella Nardelli rise.

-Non hai perso il tuo umorismo acido.

-Mi ha tenuto in vita, tutti questi anni, disse Santoro.

La Nardelli aveva caldo. Cominciò ad aprirsi la camicetta.

-Non senti caldo? Chiese a Santoro.

-Sì, sì...ma sto bene.

Fu a quel punto che la Nardelli fissò Santoro.

Erano passati trent'anni, ma Santoro conosceva

quello sguardo. E il suo significato. Dieci minuti dopo

il letto della camera da letto prospiciente alla sala-soggiorno,

cigolava bellamente. Fuori le rondini non la smettevano di

garrire. E quel cigolio poteva confondersi benissimo

con i loro versi.

Santoro si rivestì. Dette un'occhiata ad Antonella Nardelli.

Giaceva distesa nel suo lettone matrimoniale d'epoca,

con la testiera in ferro battuto. Si era addormentata.

Santoro cercò un pezzeto di carta nel suo portafoglio.

Cercò e trovò una penna da qualche parte, tra le 

cianfrusaglie sul comò. E scrisse sul foglietto:” è stato bello.

Ti chiamo domani...e spero di non vedere il tuo toy

boy fuori dall'uscio di casa...sono troppo vecchio

per queste cose”. Lasciò il foglietto sul comodino accanto

a dove dormiva Antonella Nardelli. Poi scese dalle

scale e uscì.



Santoro transitava in via Continelli. Era a piedi.

Lì vicino c'era un forno. Fuori non c'era insegna.

Ma non ce n'era bisogno. Al seguito di effluvi di focaccia

e cipolla provenienti dal forno, Santoro, come un lemming

catturato dal pifferaio magico, entrò dentro. Diamine, 

era in vaccanza. Un pezzo di focaccia calda alla

cipolla appena sfornata non poteva mancare,

in una vacanza mediterranea. Chiese alla signorina

dentro, una bella ragazza mora di sembianze arabe,

zigomi sporgenti e occhi a mandorla, un pezzo

della loro famigerata focaccia alla cipolla. Lei gliene

tagliò un bel pezzo. -Volete qualcosa da bere, aggiunse?

-Vino, disse Santoro.

La ragazza sorrise. -Non ne abbiamo, al massimo una birra

 Dreker. La Dreher era la birra più bevuta da sempre,

da quelle parti. E la pronuncia Dreker che veniva dai

dialoghi da cantiere dei muratori del luogo, era d'uopo.

Vada per la Dreker, disse Santoro. Uscì con il pezzo

di focaccia alla cipolla e una birra piccola Dreher in mano.

E subito di fronte si trovò un viso conosciuto

-Ueh, cumme ste? Disse il viso conosciuto.

Faccia rotonda, ex biondo ingrigito di capelli, pancia 

senza freni da melanzane ripiene selvagge e sorriso smagliato,

più che smagliante.

Ma Santoro non se ne ricordava il nome.Non sapeva

come fare per rimediare. Si ricordava il viso,

ma a quel viso non riusciva assolutamente

ad associare un nome.

Ciao, disse Santoro non senza un certo imbarazzo.

-Non ti ricordi di me? Disse il rubicondo.

-Certo, come no, rispose Santoro mentendo. Proprio

non si ricordava il nome. Una situazione imbarazzante.

-Sono Franco. Franco Sportelli. Andavamo al liceo insieme.

-Certo, come no, figurati. E chi si dimenticava

di uno come te? Disse Santoro. Ma chi cavolo

è questo, pensò.

-Prendevamo in giro il professore Caffaro...che non

pronunciava bene le parole inglesi. Aveva fatto francese.

Ti ricordi quando ci cacciò fuori perchè sbottammo a ridere,

quando disse “Detroit” come si leggeva in italiano e

canion al plurale lo pronunciò “caniones”?

-Come no, e chi si dimentica....come stai. Che fai nella vita?

Buttò lì per intavolare una discussione tutto sporco di olio

e cipolla sul viso e intorno alla bocca.

-Direttore di banca, disse con una certa fierezza Sportelli.

E tu, chiese di rimando.

-Io? Be'...Maresciallo dei Carabinieri. Ma sto a Milano,

disse Santoro.

-Bene, bene, che piacere vederti. Solo Maresciallo?

Uno come te?

-Sì. Non sono andato oltre. Le investigazioni mi piacciono

 troppo, disse Santoro in tutta sincerità.

Ma...dimmi un po', hai detto che sei direttore di banca?

Questa banca? Chiese indicando La filiale lì di fronte

della Cassa Agricola Montesanto.

-Certo. E' la banca più importante di Ostuni, disse Sportelli,

come se avesse detto di Detroit...anche se pronunciato

come si doveva.

A quel punto Santoro ebbe l'idea-senti-disse-posso chiederti

una cortesia? Non so se puoi, però. E' una faccenda delicata.

-Dimmi pure, a disposizione! Disse Sportelli.

-Puoi dirmi a quanto ammonta il conto di una certa persona?

-Chi? Chiese Sportelli.

-Una mia amica, di Ostuni. Sicuramente ha il conto da voi.

-Eh, ma dimmi chi è, disse Sportelli.

-Giusy Capodieci, disse con circospensione Santoro.

-Eh...ma come mai, ti interessa?

-Franco...però mi devi promettere che non devi dire niente

a nessuno.

-Prometto, disse il dottor Sportelli.

-E' per un'indagine di certi colleghi della Finanza di Milano

...sai, hanno saputo che ero qui in vacanza. Sai com'è, fra

colleghi di forze dell'ordine...

-Perchè non chiedono al giudice?

-Ve be', se non puoi non ti preoccupare...mi ha

fatto piacere vederti, veramente.

-Aspetta...disse Sportelli.

-Non ti posso dire, perchè lo dovrebbe autorizzare

un giudice, che la professoressa Capodieci ha di recente

depositato 500 mila euro sul suo conto, disse

sorprendentemente Sportelli. Non poteva certo

fare la figura del “privo di potere”, dopo che gli si

era gonfiato il petto nel dire al suo ex compagno di liceo,

semplice Maresciallo dei Carabinieri, che era direttore

della banca più importante di Ostuni. Santoro era

stato furbo. Aveva fatto leva sull'indomito spirito di

competizione, linfa vitale dell'antropologia di provincia.

Santoro resto interdetto. Non disse niente per qualche minuto.

Nel frattempo Sportelli si stava profondendo nel racconto

della sua vita, con tanto di biografie e curriculum

di moglie e due figli. Si era già dimenticato della sua leggerezza.

Intanto però il Maresciallo pugliese aveva incassato, e gratis,

 un'ìnformazione importantissima.

Parlarono ancora un po'. Santoro glissò elegantemente

sul suo passato e con una scusa tagliò la corda.

Del resto Franco Sportelli doveva essere il tipo al quale

se non raccontavi nulla di eclatante riguardo

a possibile carriera e successi, era propenso

a pensare che non valesse poi tanto la pena di dilungarsi

 in chiacchiere. Si allontanò con la sua camminata pesante,

la pancia ciondolante e quella sua tipica espressione

soddisfatta da marito postpranzo domenicale.

Prima di mettersi in pantofole e guardarsi

le partite su Sky.




Il quadro si faceva interessante, pensò. Come mai Giusy

Capodieci aveva incassato di recente una mezza milionata

di euro e ancora prima di intascare l'eredità? Poteva

essere per un mucchio di cose. Ma Santoro decise

che lo avrebbe scoperto.


A sera se ne stava seduto sulla terrazza di casa Peroni. 

Angela e Mauro avevano preparato un arrosto di carne.

Il vino era il Negramaro, per compiacere l'ospite: Santoro,

cioè.

-Allora?...A che...punto...sei, gli chiese Peroni.

-Grazie alla tua documentazione e a informazioni

che mi ha fornito il fido collega Cazzaniga, sono riuscito a

ricostruire come potrebbero essere andate le cose.

-E...come? Chiese curioso peroni, mentre addentava

 una salsiccia.

-Ho recuperato un numero di telefono che appariva

spesso nei tracciati telefonici. Appartiene ad un certo

Salvatore Squillace. Un siciliano affiliato alla mafia.

Ho scoperto con un sistema che mi sono inventato, collegando

 con matite grigie e rosse, che Giusy Capodieci ha chiamato

il marito, Capecelatro. Poi ha chiamato questo Squillace.

Poco dopo i tracciati dei cellulari mostrano chiaramente

che lo Squillace si è recato a casa di Capecelatro. 

Un'oretta dopo, in località Torre Pozzelle, dove è stato

ritrovato il cadavere di Capecelatro, tramite il tuo computer,

non so come tu abbia fatto, si segnala la presenza

del cellulare di Squillace, proprio lì. Nel luogo

del ritrovamento. E ora dopo, il telefono di Squillace,

viene segnalato sulla superstrada per Taranto.

Da dove presumo si stava recando in Sicilia. 

Cosa deducete da tutte queste cose? Chiese rivolto

ad entrambi.

Angela restò con la salsiccia a mezz'asta. Mauro

 con il coltello infilato in una costata di maiale.

-Be'...-fece Mauro, dopo un pò-questo Squillace...

ha fatto fuori... Capecelatro.

-Già, disse Angela mentre riempiva a Santoro il bicchiere

con del Negramaro così rosso e spesso

che avrebbe potuto macchiare indelebilmente la tovaglia.

-Però-continuò-come ha fatto ad ucciderlo. Lo ha ucciso

a mare? In macchina mentre andavano a mare? Dove?

-Domanda perfetta, disse Santoro compiacendosi dell'arguzia

femminile. Mi sono ricordato dai racconti del vecchio Arturo..sì,

 quello che ha la bottega dei tamburelli nel Centro Storico,

che c'è un percorso che porta da una parte all'altra

del quartiere Terra attraverso i tetti. Quindi secondo me

Squillace ha fatto fuori Capecelatro, strangolandolo.

Poi attraverso i tetti ha portato il cadavere in fino

ad un tetto basso. Da lì si è calato. C'era una macchina

e il gioco è fatto.

-Sì...ma...di...giorno? Chiese Peroni.

-L'ha avvolto in un lenzuolo. Ho controllato

e il divano letto non aveva lenzuolo. Un po' strano, no?

Inoltre sulle chianche dove presumo abbia lanciato il corpo,

ho notato delle tracce di sangue. E se non bastasse,

una signora che abita nel vicolo mi ha confermato

che nei giorni passati, lì. Proprio in quel punto, c'era

un'auto parcheggiata...il sangue potrebbe essere

di Capecelatro. Magari Squillace ha lanciato il corpo

in strada e a quel punto, urtando pesantemente,

deve aver perso sangue...

Peroni dette un'occhiata in tralice alla moglie.

E la moglie ricambiò lo sguardo.

-Che c'è? Chiese Santoro. Non aveva mangiato

quasi nulla.

-E...come...lo...fai...a...provare? Disse Peroni.

-Ancora non lo so. Non conduco io l'indagine.

E il sangue è ormai quasi completamente asciutto,

in quel punto. Non è una prova. Perlomeno non più.

Ma aver scoperto come sono andati i fatti ci mette

sulla buona strada. No?

Peroni bevve un sorso di Negramaro. Angela un 

bicchiere intero.

-Che farai...ora? Gli chiese Peroni.

-Devo pensare, disse Santoro. Stanotte devo quadrare il cerchio.

Risolvere il caso.

-E quando...lo risolvi? Come la metti... con la Polizia?

-E' una faccenda a cui penserò dopo, disse Santoro.

Si rilassò un poco e addentò uno gnemmariedde. Non ne

 gustò il sapore, pensò. Gli piaceva la carne. Ma quando

c'erano cadaveri di mezzo, evitava. Gli diventava indigesta.

La colite si ribellava e gli faceva uno squillo sottoforma di

borborigmi.


Santoro se ne stava seduto in poltrona. Leggeva “Il filo rosso

della morte”, il giallo che aveva iniziato in treno. Sherlock

Holmes ci sapeva fare anche con la pistola. Una cosa che lo

sorprese. Non se l'aspettava da un uomo di pensiero.

Ma c'erano delle circostanze in cui era necessario

usare le armi. In caso di pericolo della propria vita.

Quanto a scegliere il momento giusto evitando l'eccesso

di difesa, be', era una questione molto difficile da stabilire.

Si riusciva solo nei gialli.

Posò il libro con l'orecchia alla pagina sin dove era arrivato

a leggere. Prese la Zanna di Dinosauro e chiamò Cazzaniga.

-Pronto, Cazzanì?

-Pronti, Sciur Marescial.

-Hai chiamato il Maresciallo Greco a Catania?

-'Ngnursì, Marescial.

-Gli hai chiesto di Squillace?

-Certamente...pare che lo tenevano d'occhio, già. Sanno

tutto del soggetto. E sanno che è stato in Puglia

 per stabilire contatti con la Scu pugliese.

-Ah, bene...

-Lo tengono d'occhio da quando l'è partì dalla Sicilia.

E lo tengon d'occhio ora che l'è tornà.

-Senti un po'. Squillace non è venuto in Puglia per saldare

i corleonesi con la Scu. Ha commesso un omicidio.

Ha ucciso Capecelatro. Però non ho ancora capito perchè.

Anche se posso intuirlo.

-Cioè?

-Capecelatro deve aver fatto uno sgarro. Doveva essere

legato alla mafia. E l'hanno fatto uccidere da un loro

fattorino. Il droghiere è a Catania.

-'Ussignur...e ora?

-E ora chiama Greco e digli di tener d'occhio Squillace.

Devono essere pronti in qualsiasi momento ad arrestarlo.

 Ricevuto?

-'Ngnursì, sciur Marescial.

-Ecco, chiamalo subito.

-'U capì. PER IERI!

-Bingo, Cazzanì. Fammi sapere. Io devo fare una visita

a Gianni e Pinotto.

-Una visita a chi?

-Niente...sono gli investigatori di qui che indagano

sul caso Capecelatro. Voglio vedere a che punto sono.

-D'accordo, Marescial. Le faccio sapere.

-Ecco, bravo.

Santoro chiuse la Zanna.

Si vestì dignitosamente e uscì di casa. Diretto al Commissariato

 di Ostuni.

Percorse un pezzo di Viale Pola. La lunga lingua d'asfalto del

viale si apriva in mezzo ad abitazioni di massimo un paio di

piani, ne' moderne ne' d'epoca. Negozi aperti, commesse

che sventagliavano manine a mò di ventaglio, boccheggianti

e ammiccanti. Bar pieni di giustezza, nella misura dei più 

che erano in viaggio in auto verso mare. Con quel caldo torrido.

Un sabato mattina, ore 10.

Santoro entrò nel commissariato, che era in una

perpendicolare di viale Pola, poco vicino casa della

Professoressa Capodieci. Al desk c'era un agente assonnato.

-Buongiorno, sono il Maresciallo Santoro,

ci sono Gianni e...ehm...scusi, c'è Barbano o Belladonna?

-Sì, sono appena arrivati. Quei due sono inseparabili.

-Certo, capisco, se no lo spettacolo non può andare in onda,

disse Santoro.

-Come? Chiese l'agente. Disse che si chiamava Criscuolo.

-Niente, niente, è 'na cosa mia.

-Allora l'annuncio?

-Sì, per cortesia, disse Santoro.

Con l'interfono Criscuolo avvertì che Santoro era all'ingresso.

-Attenda, Maresciallo. Il vicequestore è occupato.

Si accomodi pure, fece.

-Uhm...grugnì Santoro. E si accomodò davanti al desk.

Dopo un quarto d'ora, alla buon ora, Belladonna si affacciò

da dietro al desk.

-Maresciallo, buongiorno. A cosa dobbiamo la sua visita?

-Buongiorno Ispettore. Ho acquisito alcune informazioni

sul caso Capecelatro. Vorrei confrontarmi con voi,

se la cosa non vi incomoda troppo.

-Ah...lei ha svolto indagini?

-Non ce n'era bisogno. In un paese così piccolo le

indagini sono venute da me.

-Non capisco, disse Belladonna.

Ma da dove li prendevano, questi soggetti. Da dove li

selezionavano. Da dove li prendevano, dai

seminaristi pentiti? Pensò Santoro.

-Devo chiedere al Vicequestore.

-Va be'...aspetto qui? Chiese il Maresciallo.

-Ok, disse Belladonna col pollice all'insù.

Troppi film, pensò Santoro.

Dopo dieci minuti Belladonna tornò e disse a Santoro

che poteva accomodarsi.

Santoro entrò in quello che doveva essere l'ufficio di Barbano.

 Era molto ordinato. Troppo.

Barbano, capoccione e corpo scheletrico, era seduto

dietro la sua scrivania. Sembrava rilassato.

-Oh, Maresciallo, qual buon vento?

-Oggi è tramontana, disse Santoro.

-Cos'è, una battuta?

-La prenda per quello che vuole, disse Santoro.

-Maresciallo, lei è qui in vacanza. Come mai sta indagando

su ciò che non le compete?

-Barbano. Parliamoci chiaro. Siete interessati a stabilire

la verità rispetto a ciò che è accaduto? O vogliamo

continuare con queste allusioni burocratiche

che non portano da nessuna parte?

Io sono qui perchè, involontariamente, tramite

amicizie d'infanzia e informazioni casuali, ho acquisito

qualche elemento che potrebbe essere utile all'indagine.

E...sia ben chiaro...se dovessero contribuire a far luce

sull'omicidio Capecelatro non ne reclamerei alcun merito.

Barbano girò il capo verso Belladonna, che se ne stava in piedi

sulla sua sinistra. Belladonna ricambiò lo sguardo,

occhietti fuori dalle orbite.

-D'accordo Maresciallo-fece Barbano.- Ci comunichi pure

le sue scoperte. Sarà nostra premura, accertarcene e

procedere di conseguenza. Qualora ritenute utili

alle indagini, ovviamente.

Santoro stette in silenzio. Stava elaborando quell'informazione.

-Be', disse il Maresciallo pugliese-vorrei capire a che punto

siete, prima. Se avete dei sospetti su qualcuno.

-Prima lei, disse Barbano.

-D'accordo, fece Santoro. Cosa sappiamo della vittima?

Barbano e Belladonna si guardarono negli occhi.

-No, tranquilli, ve lo dico io: siciliano, bell'uomo, donnaiolo,

non andava più molto d'accordo con la moglie. Molto ricco.

Del suo patrimonio non si sa come sia stato acquisito.

Eredità, d'accordo. Ma la provenienza di quella ricchezza,

appare difficile che possa risalire al passato nobiliare

della sua famiglia. Fino ad ora come vado?

Barbano dette una scorsa a Belladonna. Belladonna

si aggiustò il cravattino e si lisciò i baffetti.

-Continui, disse Barbano.

-Non conosco i risultati dell'esame autoptico, ma da

una rapida occhiata sul corpo della vittima..se ricordate

io ero lì al momento del ritrovamento...mi è sembrato

di scorgere segni di strangolamento. Il corpo galleggaiava.

Segno che non poteva essere morto per annegamento.

Come sto andando?

Barbano non riuscì a guardare Belladonna.

Entrambi osservavano Santoro con gli occhi spalancati.

-Ora. Se Capecelatro era ricco ed era sposato...be',

come posso dire, viene facile pensare che per esempio,

sua moglie, con cui non andava più d'accordo, poteva

essere interessata all'eredità del marito defunto.

Barbà...ci siamo?

Barbano non disse niente. Osservava e ascoltava esterrefatto.

 Belladonna tossì per l'imbarazzo. Santoro pensò che i due,

quanto ad aver scoperto qualcosa, stavano ai verbi difettivi.

Improvvisamente Barbano tossì.

-Vuole dire qualcosa, Vicequestore? Chiese Santoro.

-Be', sì...La professoressa Capodieci non è indagata.

-E perchè? Ha svolto un'indagine sul suo patrimonio?

-Perchè avrei dovuto? Disse Barbano, seccato.

Santoro non disse niente.-Allora. Do ut des, come

dicevano i latini. Voi cosa avete scoperto?

-Be', l'indagine è a buon punto, disse l'ispettore Belladonna.

E con atteggiamento di sfida si accarezzò i baffetti.

Gli occhietti come due periscopi monitorarono Santoro. 

Santoro rise di scherno.

-Va bene. Ne prendo atto. Non volete dirmi niente.

Come volete, fece Santoro. Si alzò e fece per andarsene.

-Maresciallo, la avverto. Dovrò informare i suoi superiori 

che lei sta svolgendo indagini fuori dal suo territorio

di competenza, fuori sevizio e senza autorizzazione.

Santoro si voltò un attimo.-Io ho solo riferito delle informazioni

 assunte sul campo casualmente. Come cittadino. Comunque,

se vuole proceda pure. Non credo che i miei superiori

resterebbero spiazzati, sentendosi riferire una cosa del genere.

Sono abituati. Un maresciallo dei Carabinieri, da che mondo

è mondo, porta la divisa anche quando non è in servizio.

Persino se non la porta mai. Come capita a me, che sono

dell'investigativa. E adesso, signori. Se permettete,

levo le tende. Fa molto caldo e vado a prendermi una

granita di caffè con panna in un qualsiasi bar nelle vicinanze.

Buona giornata. Fece per andarsene. Si girò ancora,

lentamente, come un bradipo.-E buona fortuna, aggiunse, 

come si diceva ai cacciatori e ai pescatori. 

Se si voleva che non prendessero niente.




Santoro se ne stava seduto in poltrona, nella sua casa avita,

in piazzale Domenico Colucci. La vacanza era agli sgoccioli.

Doveva chiudere il caso prima di rientrare in servizio.

Altrimenti Gianni e Pinotto avrebbero solo

combinato casini. Ancora non aveva capito chi

dei due poteva essere Gianni e chi dei due Pinotto.

Fra i due il serio, Gianni, poteva essere Belladonna.

Pinotto, il comico vero e proprio, era Barbano.

 Poteva funzionare. In una sit com americana.

Non nella vita reale.

Squillò il Nokia. Santoro rispose. Era Peroni.

-Marescià...hai saputo?

-Che cosa?

-Be'...non...so...come...dirtelo.

-E dimmelo, che vediamo, disse Santoro.

-Antonella... Nardelli, disse Peroni.

 E lo disse quasi pronunciando attaccato il cognome al nome,

per i suoi standard.

-Che fa?

-E'...stata...trovata...morta...a casa...sua...

Santoro deglutì.-Quando?

-Stamattina, disse Peroni.-Hanno dato la notizia su

Radio Ostuni poco fa.

-Brutta faccenda, disse Santoro.

-Ci sono sospettati, fece, parlando quasi senza

realizzare che stava parlando, così, con il pilota automatico.

-No...nessuno...

-E ti pareva...se le indagini le conducono Gianni e Pinotto!

-Chi?

-Niente, è 'na cosa mia.

-Grazie per avermelo detto.

-Era...tua...amica...vero? Forse...di più...

-Sì...è così...Senti, ci sentiamo dopo. Devo raccogliere le idee.

Ti chiamo più tardi.

Chiuse il nokia. Restò in poltrona in uno stato di prostrazione.

Non sapeva che fare. Era livido di rabbia. Si sentiva impotente.

E triste. Un po' in imbarazzo. Ovviamente non amava

Antonella Nardelli. Ma c'era appena stato del tenero, tra loro.

E dopo vari lustri. Era abituato alla morte di persone che

conosceva. Ma non ci si abituava mai abbastanza. Ma questi

idioti hanno un Questore? Che cosa gli dice, questo tizio, a

Gianni e Pinotto?

Restò in casa tutto il giorno. E nel pomeriggio. Si dimenticò

di mangiare. Poi a sera, ebbe un sussulto. Ebbe un'idea.

Doveva andare a casa di Antonella Nardelli. Un'intuizione,

forse. Sicuramente la casa era già stata perquisita, rivoltata

come un calzino. E all'ingresso avrebbe trovato i sigilli.

Probabilmente ci era già stata anche la scientifica.

Uscì di casa. La dimora della Nardelli era a due passi

da casa sua. Si infilò nei vicoli, camminò sulle chianche

traslucide che luccicavano nonostante il tenue lucore

della scadente illuminazione notturna di vecchio stampo.

Faceva caldo e c'era gente che boccheggiava, per strada,

davanti agli usci delle loro abitazioni. Anziani seduti

su sedie di corda. Alcuni, gli uomini, con maglie di lana,

che tenevano freschi, proprio per questo ( la sua teoria

dell'impermeabile ad agosto). Le donne indossavano lunghe

vestaglie. Stesso principio. Barbano e Belladonna erano fossili

 fossili. Non c'era altra definizione. Sarebbero rimasti ancorati

 alle loro rocce qualsiasi cosa accadesse. Scaldasedie da due lire,

 pensò. Era molto arrabbiato. E alterato. Pensò ad Antonella

Nardelli. Fra di loro c'era stato sesso. Ma l'aveva trovata

cambiata. Più saggia e meno ancorata all'edonismo

superficiale della vita da giovane, da ragazza.

Davanti al portoncino d'ingresso, si dette un'occhiata intorno.

Nessuno in quel momento. Era fortunato. Rimosse i sigilli

e forzò la serratura. Non si apriva. A quel punto dette una

spallata. Il portoncino sedette e Santoro si trovò catapultato

sui gradoni della scala d'accesso al piano superiore.

Bestemmiò interiormente un paio di santi che gli vennero

in mente in quel momento. Avvertiva dolore. Ma non era

un dolore fisico. Era un dolore spirituale. Gli venne in mente

quella frase di Nietzsche che ripetevano in molti a

pappagallo:” ciò che non ti uccide ti rafforza”. La rielaborò.

Ciò che non ti uccide, comunque, ti frantuma gli zebedei”.

Ma non gli venne da ridere. Per niente.

Una volta nel salone d'ingresso, si ricordò di non avere con sé

 una torcia. E non avendo un telefonino moderno, non aveva

luci sul telefono. A tentoni cercò la cucina. Da fuori proveniva

un po' di luce dal un lampione pubblico che era proprio

vicino al balconcino. Trovò un accendino. Accese un

fornello del piano cottura. La cucina si rischiarò un poco. 

Aprì qualche cassetto. Inaspettatamente trovò delle candele.

Un regalo inaspettato. La luce della candela sarebbe stata

perfetta, per un'ispezione rapida. Gli uomini della scientifica

non sembrava avessero rovistato più di tanto. Cercavano

impronte, forse. Santoro cominciò a rovistare nei cassetti 

della cucina. Poi, con una candela in mano, messa in un

bicchiere, per non scottarsi le mani, passò nello studio.

Era in ordine. Antonella era una giornalista. Doveva aver

lasciato qualcosa di scritto. Per forza. Non si sarebbe

capacitato del contrario. Aprì i cassetti. Li sfilò dai binari

e li svuotò sulla scrivania. Cominciò a leggere. Lettere.

Articoli per giornali. O per l'emittente televisiva per cui

lavorava. Passarono un paio d'ore e Santoro non era venuto

a capo di niente. Andò verso la libreria. Cominciò ad estrarre

libri a caso e a sfogliarli. Magari poteva aver nascosto qualche

lettera, qualche messaggio. Santoro era rabdomantico.

Sentiva che ci doveva essere qualcosa. Gli uomini antisettici

della scientifica si dovevano essere concentrati sulle impronte.

Sulle tracce. Non la conoscevano. Lui aveva questo vantaggio.

Si calmò. Avvicinò la candela alla libreria. Osservò i dorsi dei

libri infilati l'uno accanto all'altro. Cominciò a leggerne i titoli.

 “Il giocatore”di Dostoevskij, “Storie di ordinaria follia”, di

 Bukowski. Antonella leggeva Bukowski? Doveva essere

cambiata molto, pensò Santoro. Era un Camaleonte, dunque.

Ma un camaleonte in viaggio verso la sua livrea migliore.

Poi scorse un testo. Verso la fine di una fila molto in alto.

 “Quel pasticciaccio brutto di via Merulana”: il giallo di Gadda.

 Era uno dei libri preferiti di Santoro. Antonella una volta

gli aveva detto che Ciccio Ingravallo, il commissario

di origine molisana , protagonista del libro, di stanza a

Milano, assomigliava a lui. All'epoca andavano al liceo.

E Santoro non aveva ancora deciso di mettere firma. 

Accadde qualche tempo dopo. Perchè no? Pensò.

Se Antonella si sentiva in pericolo-e poteva esserlo, 

dopotutto era una giornalista-poteva aver nascosto

qualcosa che la riguardava in quel libro. Una sorta

di messaggio in un bottiglia letterario. Non si

decideva a prendere il libro e a sfogliarlo. Sto

sognando, pensò Santoro. Queste cose succedono solo nei libri.

Tanto cosa ho da perdere. Al massino Gabriele Santoro riderà

del Maresciallo Santoro. E resterà tra loro.

 Prese il libro e lo sfogliò. Ne cadde un foglio.

Santoro lo raccolse da terra. Era un foglio A4 piegato in due.

Santoro lo aprì e lo lesse. La lettura durò cinque sei minuti.

Era scritto fitto e piccolo. Ed era una bomba atomica.

La Nardelli scriveva che aveva scoperto che Capecelatro

riciclava soldi per la Mafia siciliana, prestandoli a strozzo.

E che il denaro glielo portavano i due calciatori dell'Ostuni

calcio, siciliani, gemelli. Che di cognome facevano Squillace. 

I nipoti di Salvatore Squillace. Non si sentiva sicura, scriveva.

Quelle informazioni le aveva avute dal suo fidanzatino

del momento. Che resosi conto di averle parlato troppo,

l'aveva minacciata.

Be'. Se non era una bomba atomica quella, poco ci mancava.

Piegò la lettera e se la infilò nella tasca sul retro dei jeans.

In un primo momento pensò di mettere tutto in ordine.

Poi invece pensando che non avrebbe potuto riparare i sigilli,

si inventò di simulare un furto. Poteva essere plausibile.

Ladri si introducono nella notte, forzando l'ingresso. 

Doveva trafugare qualche oggetto di valore. Fece un giro

dell'abitazione della Nardelli, con la candela nel bicchiere 

 il bicchiere in mano. La candela era arrivata quasi a

 consunzione completa. Vide un candelabro, nel salotto,

sul tavolo. Doveva essere d'argento. Avrebbe fatto al suo caso.

 Sicuramente quelli della scientifica aveva fatto un inventario.

E il candelabro, dal giorno dopo, sarebbe risultato trafugato.

Poteva funzionare. Il carico prezioso, comunque, era la

lettera manoscritta. Con quella e altre due mosse giocate bene,

il caso era chiuso. Santoro fu preso da un velo di tristezza

improvvisa. Aveva appena ritrovato un'amica. Che il tempo,

la vita, avevano cambiato, restituendogliela, nuova, diversa,

migliore. Che ecco che un destino atroce gliel'aveva sottratta.

No. Non si trattava di destino. Si trattava di esseri umani 

che avevano cessato di essere umani. Uno spettacolo

dell'orrore a cui era purtroppo abituato.

Avvolse il candelabro in un panno. Lasciò tutto in disordine.

 Tranne i libri. Quelli li rimise al loro posto. Avrebbe voluto

 portarsi con se la copia del “Pasticciaccio”. Ma quelli della

 scientifica avrebbero mangiato la foglia. Gianni e Pinotto si

 sarebbero invece mangiati un panzerotto da Torino, in via

 Mazzini: non un semplice panzerotto. Un'esperienza

 esistenziale, pensò Santoro. Ma per loro sarebbe stato un

 panzerotto con cui lenire le loro frustrazioni da comici mancati.

Uscì dal portoncino, stando attento a non essere notato. 

Si infilò in un vicolo. Quasi le quattro di mattina. 

Era riuscito a lavorare indisturbato. Sarebbe andato

a dormire. Le sue prossime mosse sarebbero state

rimandate alla mattina inoltrata.



Era stato ai funerali di Antonella Nardelli. Nessun

rappresentante delle forze del'ordine era presente.

A parte lui, Santoro. E non era neanche in servizio.

Fu una cerimonia austera. C'erano colleghi e

amici di Antonella. I genitori, lei, non li aveva più.

Santoro restò da solo, dopo la cerimonia, davanti alla

tomba: cimitero di Ostuni. Una tomba nella parti comuni.

 Antonella, dopo aver sognato da ragazza un matrimonio

ricco che avrebbe implicato anche l'avere

una tomba di famiglia, era finita tra i morti comuni. 

Per Santoro non era più la ragazza di un tempo. 

Era una bella donna matura fuori e dentro. I quei brevi

attimi in cui erano stati insieme aveva goduto della sua

 metaforfosi. Del suo camaleontismo buono. Osservò

la foto di Antonella, sulla lapide.-Ciao, le disse ad alta voce.

-Ci vediamo...nei miei ricordi. Mi tengo gli ultimi. 

Sono la tua versione migliore.



Mancava un giorno alla partenza. Santoro sedeva sulla sua

poltrona preferita, quella del padre, nella dimora di Piazzale

Domenico Colucci. Aveva già in mente cosa fare. Sarebbe andato

da un negozio di cinesi. Avrebbe comprato una tuta e un

cappellino a visiera larga. Sarebbe andato in un bar dov'era

 sicuro che nessuno lo conoscesse. Avrebbe fatto una telefonata

 anonima e avrebbe fatto ritrovare il candelabro. Poi si sarebbe

 disfatto di tuta e cappellino. Avrebbe fotocopiato la lettera di

Antonella Nardelli. Due fotocopie. Quella dov'era scritta tutta

la verità. Poi avrebbe mandato in forma anonima le fotocopie

della lettera, rispettivamente, al commissariato di Ostuni,

 indirizzata al vicequestore Barbano. E un'altra copia,

sempre in forma anonima al Maresciallo Greco,

presso la Stazione dei Carabinieri di Catania,

dove faceva servizio. Corredata da un bel rapporto di servizio,

 per spiegare a Greco come procedere. Per la lettera a Greco

avrebbe usato i caratteri di un quotidiano: La Gazzetta del

Mezzogiorno. Poi sarebbe rimasto a casa a leggere e riposare.

Magari ad ascoltare qualche altro disco di Classica.

La mattina dopo sarebbe andato a fare colazione

al bar Diana, esercizio di ristoro prospiciente

 al Commisssariato. Dieci a uno avrebbe aspettato

Barbano e Belladonna per cappucci e cornetti di rito.

Nel pomeriggio sarebbe ripartito con il treno.

Aveva già tutto in testa. E così fece.

Andò tutto liscio come l'olio. Extravergine d'oliva, per la

circostanza e per i luoghi in questione.



Era seduto ad un tavolino del Bar Diana, dalle 7 circa di mattina.

 Aveva bevuto tre tè deteinati e aveva mangiato un paio di

pasticciotti. Non erano male. Prediligeva quelli alla crema e


 basta. Le varianti con marmellata di amarena o cioccolata le

 avrebbe lasciate ai turisti. In questo era rimasto un fossile.

Be', c'erano cose in cui restare fossili poteva essere accettabile.

Ad un tratto, puntuali come orologi svizzeri, entrarono Barbano

 e Belladonna. O forse entrò prima Belladonna e dopo Barbano.

 Gianni e Pinotto. O Pinotto e Gianni, poco importava.

Barbano ordinò un cappuccio e Belladonna un caffè macchiato.

 Barbano si voltò e notò Santoro, seduto dietro di lui al tavolino.

 Il Maresciallo stava leggendo “il Quotidiano di Brindisi, Lecce e

 Taranto.”

-Maresciallo, buongiorno...ma quanto dura questa sua vacanza?

-Finchè è necessario, rispose Santoro. E osservò bene in viso i

 due investigatori della Polizia.

-Non ne ha abbastanza, di sole e di mare? Fece Belladonna

con tono beffardo.

-Come procedono le indagini sull'omicidio della Dottoressa

 Nardelli? Chiese Santoro.

-Sono a buon punto, disse Barbano senza esitazione.

-Avete interrogato il fidanzato?

-Il fidanzato? Disse Belladonna lisciandosi i baffi.

-Come sa che aveva un fidanzato?

-Ci eravamo sentiti al telefono. Me l'aveva confessato.

Uno più giovane. Pare giocasse a calcio nell'Ostuni.

-Come fa a sapere queste cose? Chiese Barbano, seccato.

-Avevamo fatto il liceo insieme. C'era stato del tenero fra noi.

 Parlo di trent'anni fa, disse Santoro.

Barbano dette un'occhiata a Belladonna e Belladonna ricambiò.

-Be'...comunque il fidanzato non c'entra. Ha un alibi, disse

Barbano. E' stato visto in un bar in Piazza della Libertà, 

nell'ora della presunta morte della Nardelli. 

Il bar di Oronzo, in piazza. Dice che gli piace la

granita di caffè con panna. Lì la fanno bene. C'è stato?

-No. Mi manca. Ma non ho più tempo per provvedere.

Per quest'anno, aggiunse minacciosamente Santoro.

-Oddio, Belladò, hai sentito? Ce lo dobbiamo sorbire

pure quest'altr'anno, a quanto pare.

-Ma il fidanzato della Nardelli, non ha un gemello?

Che gioca nell'Ostuni, pure lui? Chiese Santoro

in tono canzonatorio.

Barbano guardò Belladonna. Belladonna guardò Santoro.

Gli occhietti fuori dalle orbite. I sue investigatori si fecero seri.

 Due perfetti idioti, pensò Santoro. Poi però le barzellette 

ono sui Carabinieri.

A quel punto Santoro si alzò. Le pulci nelle orecchie,

gliele aveva messe. Ai due comici mancati.

-Vi saluto. E...complimenti.

-Per che cosa?, chiese Barbano.

-So che state per concludere l'inchiesta.

Barbano osservò in tralice Belladonna. Belladonna

si affogò con il caffè macchiato.

-Parto oggi pomeriggio, disse il maresciallo pugliese

- Buona giornata. E buona fortuna, aggiunse.

Come avrebbe potuto dirlo a dei cacciatori o a dei pescatori.

Prima di una battuta di caccia o pesca.



Sul treno , pomeriggio inoltrato, dette un'ultima occhiata

dal finestrino, alla corona di case bianche sulla Murgia.

 Il quatiere Terra di Ostuni, che aveva fatto guadagnare

alla città la definizione di Città Bianca. Non sapeva se sarebbe

mai tornato, da quelle parti. Forse non ne aveva bisogno.

A volte un uomo è una lumaca, quanto a portarsi la casa 

dei ricordi appresso. E Santoro aveva dato l'ultimo saluto

ai suoi genitori, ai loro fantasmi, restando con loro, 

nella casa avita, in mezzo alle dimore bianche della città,

in mezzo ai vicoli, in mezzo ai dischi di Donna Ginevra

e ai rossi di Negramaro, stappati dall'ispettore Primo Santoro,

suo padre...quelle volte che aveva il privilegio di averlo in casa.


Fine luglio 2018, Legione provinciale dei Carabinieri di Milano.

 Santoro sedeva davanti alla scrivania del Capitano Gianuli.

 Mattarella, dalla sua cornice, dietro a Gianuli, osservava la

 scena severo.

-Allora, maresciallo, si è riposato?

-Certo, Signor Capitano. Sono pronto per riprendere a lavorare.

-Da quelle parti c'è stato trambusto...almeno a leggere i giornali,

disse Gianuli.

-Sì, ho saputo qualcosa. Di straforo, fece Santoro.

-Pare che abbiano ucciso un siciliano che faceva l'usuraio e

 riciclava i soldi della mafia. Non ne ha saputo niente?

-Vagamente...leggevo qualche titolo sui giornali locali, al bar,

 prima di fare colazione.

-Pare che sia stata uccisa anche una giornalista locale.

L'hanno strangolata.

-Davvero? Disse Santoro.

-Quanto deve durare, 'sta storia? Santò, disse a quel punto

Gianuli. Guardi che so tutto.

-Sa tutto cosa?

-Tutto. Lettere anonime, i gemelli del gol, la mafia siciliana,

l'emissario dei Corleonesi...

Santoro non disse niente. Voleva capire fin dove sapeva,

il Capitano.

-Il Maresciallo Greco ha arrestato l'assassino dell'usuraio,

disse Gianuli.

Santoro taceva.

-Aveva ricevuto una lettera e un rapporto anonimo, disse

Gianuli. E il vicequestore Barbano ha arrestato i gemelli del gol.

 Si scambiavano di posto per fornirsi alibi a vicenda.

Uno dei due aveva strangolato la giornalista.

Osservava bene in viso Santoro, sperando che tradisse

qualche tic o qualche segno di nervosismo. Ma Santoro

non diceva niente. Era una sfinge.

-Santò, che ha da dire?

-Sono contento che la giustizia abbia trionfato, disse Santoro.

Gianuli non sapeva se mandarlo a quel paese o credergli.

-Maresciallo, lei mi vuole far credere che non c'è il suo zampino,

 in tutto questo?

-Il mio zampino? Ma signor Capitano, lei mi ha ordinato di

andare in vacanza. E io così ho fatto, disse Santoro con la sua

 faccia più di bronzo possibile.

-Sarà...fece Gianuli. Le voglio credere. Tanto il latore delle

missive anonime non è stato individuato. E sospetto che non sarà

mai individuato.

Santoro taceva.

Gianuli lo osservò attentamente in viso. Aveva voglia di

spaccargli la faccia. Sapeva che c'era il suo zampino, 

ma non poteva provarlo. E Cazzaniga, suo complice eterno,

era stato una tomba. Un agente del Kgb. Un duro.

Vecchia scuola. Ce ne fossero, oggi, pensò con ammirazione.

-D'accordo, vada da Cazzaniga. Penso che ci sia qualcosa da

fare, per voi. Stamattina un arabo si è rinchiuso nel palazzo

della Regione. Tiene tutti in ostaggio. Non si capisce se ha

con se' una bomba o meno. Oddio, c'è già l'antiterrorismo

..ma se volete fare un salto, tu e il Maresciallo Cazzaniga...be',

non dico di no.

Santoro assentì con il capo. Restò seduto senza muoversi.

-Maresciallo.

-Sì, fece Santoro.

-E' tutto, disse Gianuli.

Santoro si alzò, salutò il più formalmente possibile e uscì

 dall'ufficio di Gianuli.

Poco dopo l'uscita di Santoro, Gianuli smise di firmare alcuni

 documenti. Sollevò il capo al cielo e pensò-come debbo fare, io

 con questo. Santoro io lo detesto. Però è un Dio dell'indagine.

E dire che a vederlo, così, quasi assente, con quell'aria da

bibliotecario, non gli daresti due lire. L'Fbi non è ha, gente così.

E' per questo che lo sopporto. Chiuse la cartella con i documenti

che stava firmando e rise dentro di se'.
































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