Quasi morto
Il Maresciallo Santoro stava rientrando a casa, dopo una
giornata di servizio. Squadra investigativa Legione dei
Carabinieri , con sede in via della Moscova, Milano.
Attraversò Corso Buenos Aires, deserto in quell'ora serale,
negozi chiusi per pandemia. Davanti al Cin Cin Bar ne constatò
la chiusura (era aperto solo per i tabacchi) e, mestamente,
attraversò Piazzale Lima per dirigersi, sempre a piedi,
com'era sua consuetudine cristallizzata nel tempo, verso
Viale Abruzzi. Indossava un impermeabile milk&cofee,
jeans e scarpe comode. Capelli brizzolati rasati e mascherina
ffp2. Procedeva lentamente e tutte le volte che attraversava
la strada girava il capo a destra e a manca con la lentezza
di un bradipo. Attraversò viale Abruzzi, il cui spartitraffico
alberato al centro era intasato di macchine parcheggiate
anarchicamente e in numero esorbitante. Tutti
in casa. I mariti avrebbero finalmente conosciuto le
mogli. E viceversa. La pandemia metteva gli uni di fronte
agli altri e nessun lavoro o altre scuse di mezzo.
Avrebbero capito chi s'erano sposati. E i figli avrebbero
capito che razza di genitori avessero. Il credo cinico del
Maresciallo Santoro si faceva largo fra i suoi pensieri.
Poi prese per viale Gran Sasso, altro viale della zona
commerciale di Milano, al centro del quale vi erano
binari di tram. All'inizio del viale, sulla sinistra, dette
un'ultima occhiata prima di attraversare. Non c'era
nessuno. Avrebbe persino potuto togliersi la mascherina
per la protezione dal covid.
Infilò la chiave nella toppa del portone di vetrometallo.
Uno stabile di sette piani. Lui abitava al settimo.
Con un rumore metallico e un cigolio sinistro, il portone
si aprì. A quel punto avvertì un fruscio alle spalle.
Ebbe appena il tempo di voltarsi che avvertì delle fitte
sul corpo che arrivarono prima delle numerose detonazioni.
In tralice, ebbe il tempo di intravedere un uomo che
indossava una mascherina nera, non chirurgica, di stoffa,
il capo coperto dal cappuccio di una felpa verde,
jeans attillati. Scarpe luccicanti Nike. Era così che si moriva?
Ma non vide affatto la sua vita passargli davanti, come
aveva sentito dire che accadesse.
Si ritrovò supino, per terra. Non provava dolore.
Non vide ne' angeli ne' demoni. Vide i palazzi che aveva
di fronte. Le finestre accese. Le famiglie riunite stavano
facendo conoscenza. Dopo anni che non si parlavano.
E nessun lavoro o altre scuse di mezzo.
Le gocce scendevano lente, nella flebo il cui tubicino
trasparente finiva nella vena del suo braccio sinistro.
Dopo un leggero appannamento della vista riuscì a
vedere il soffitto. Poi con la visione periferica, s'accorse
che era in un ospedale. L'arredo minimalista della
stanzetta gli fece supporre che fosse al Niguarda.
Si sentiva stanchissimo. Avrebbe voluto dormire.
Per sempre. D'un tratto avvertì il rumore di alcuni passi.
Una donna con il camice bianco che portava una sesta
di reggiseno gli si stava avvicinando. Ecco fatto, pensò,
sono arrivato in Paradiso. Capelli neri corvini e occhi neri
e profondi. La mascherina chirurgica ne celava l'espressione
completa del viso. Ma gli occhi dicevano tutto.
La donna dette un'occhiata alla flebo. Ne regolò il flusso.
Poi si rivolse a lui-come state, Maresciallo, come vi sentite?
-Adesso meglio, grazie...Ma dove sono? Lei è il mio angelo
custode?
-In un certo senso, disse la donna. Aveva appuntato sul
camice un badge di servizio con il suo nome: Giada.
-Maresciallo, siete al Niguarda. Siete stato sotto i ferri dodici
ore. Io ho assistito all'intervento del Professor Giunti.
Vi abbiamo estratto 15 proiettili.
Quindici proiettili, pensò Santoro. L'intero caricatore
di una "Beretta 92".
-Mi chiamo Giada, prima assistente di sala operatoria.
E sì...possiamo dire che sono stata il vostro angelo custode,
disse Giada. E sorrise dolcemente. Santoro lo capì
dagli occhi, che stava sorridendo. Quegli occhi parlavano.
-Vi si è fermato il cuore per due volte. La seconda volta
per due minuti. Pensavamo di avervi perso. Siete arrivato
in pronto soccorso quasi completamente dissanguato.
-Lei è meridionale, vero?
-Si, certo, disse Giada sorpresa per quel repentino
cambio di argomento, sono calabrese, perchè? Chiese
-Perchè noi del sud diamo ancora del voi alle persone più grandi
di noi, spesso anziane.
Giada sorrise dolcemente.
-Non me ne ero resa conto, fece. Arrossì un poco.
-Comunque, Maresciallo: i proiettili non hanno leso
alcun organo vitale. Un vero e proprio miracolo.
Santoro elaborò quell'informazione.
-Delle due l'una: o chi ha sparato era un dilettante...oppure...
-Oppure? Chiese l'infermiera.
-Oppure non hanno voluto deliberatamente togliermi di mezzo.
-Sì, certo...ma adesso voi dovete riposare, Maresciallo.
Dovete osservare un lungo periodo di convalescenza.
-Lungo quanto?-chiese Santoro.
-Dipenderà dalla fibra che avete. Ma siete forte. Non
sono molti quelli che sarebbero sopravvissuti se avessero
perso la vostra quantità di sangue.
Santoro non disse niente. Giunse le mani al petto e si
preparò a riposare.
-Vi saluto, adesso, disse Giada. Ci vediamo più tardi.
-Glielo dico prima, fece Santoro.
-Cosa?- chiese Giada.
-Non mi piacciono gli aperitivi. Meglio una cenetta intima.
Giada sorrise con gli occhi. Doveva certamente essere
abituata ai complimenti da parte dei degenti, con
quel davanzale che si trovava. E i complimenti facevano
sempre piacere. Ma nel caso in specie erano il segno
che il paziente stava riacquistando buon umore.
Un ingrediente indispensabile, per la ripresa.
Santoro aprì gli occhi. Steso com'era in un letto di
una stanzetta dell'ospedale Niguarda cercava di
riprendersi. Avvertì che c'erano due figure appena
entrate. Mise a fuoco quelle sagome. Uno era il Capitano
Vito Gianuli, il suo capo. 1,75 di altezza, pelle olivastra,
in buona forma. Barese di Bari vecchia: una moglie
casalinga che avrebbe fatto salti mortali per tornarsene
a Bari e due figli in età scolare. L'altra sagoma apparteneva
ad Ambrogio Cazzaniga, milanse doc. Cazzaniga era
bassino, 1,68, incarnato olivastro, chierica al centro
della testa, pancetta da aperitivo selvaggio. Maresciallo
pure lui, come Santoro, ma ordinario. Era il collaboratore
più stretto di Santoro, nel nucleo investigativo.
Si poteva dire che fossero amici, ormai, dopo
diversi anni di servizio insieme.
-Abbiamo la pelle dura, eh, Maresciallo, disse Gianuli
che non sapeva tenere la bocca chiusa a costo di dire
banalità trite e ritrite. Cazzaniga taceva. Osservava
commosso il Maresciallo Santoro, allettato.
-Mah, signor Capitano. Quello che mi ha sparato sembrava
al terzo Negroni sbagliato. Non mi ha centrato nessun
organo vitale. Ecco perchè sono ancora qui.
-Stiamo già indagando, caro Maresciallo. Colpire un uomo
degli apparati d'ordine dello stato è un fatto della
gravità estrema. Non deve passare in cavalleria.
Per niente, rincarò Gianuli.
Cazzaniga non disse niente.
-Grazie per la visita, disse Santoro.
-Si ristabilisca presto. Si prenda tutto il tempo. Noi la
aspettiamo. Abbiamo bisogno del suo talento investigativo,
disse Gianuli cercando di essere convincente.
Lo spot del Crodino era più simpatico, pensò Santoro.
Subito dopo entrò un uomo anziano, col camice bianco.
Aveva un fare austero e con la stessa austerità del suo
fare disse agli astanti di levare le tende.
-Ricordiamoci che siamo in emergenza e che c'è il Covid.
La stanza è piccola e il distanziamento sociale ridotto.
Ho fatto un'eccezione per via della situazione particolare.
Era il professor Giunti, il chirurgo che aveva estratto
15 proiettili dal corpo del Maresciallo pugliese.
-Senz'altro, professore, ce ne andiamo subito.
Volevamo sincerarci delle condizione del nostro
più valido collaboratore, disse Gianuli. Cazzaniga
sollevò gli occhi al cielo. Ma quando la finisce con queste
ruffianate, stava pensando. Santoro gli leggeva nel
pensiero, ormai.
Quando i due carabinieri furono usciti , il professor Giunti
scansionò Santoro.
-Come sta, Maresciallo, come si sente?
-Ho avuto giornate migliori, disse Santoro.
-Ah, lo immagino. Lei è un uomo fortunato. Anche se i
proiettili non hanno leso alcun suo organo vitale,
quando è arrivato in pronto soccorso, aveva perso molto
sangue. Durante l'intervento abbiamo dovuto rianimarla
più volte.
-Lo so, disse Santoro.
-Come fa a saperlo?
-Me lo ha detto la signorina Giada.
-Capisco, disse Giunti disapprovando. Dette un'occhiata
diagonale all'infermiera che era entrata nel frattempo
ed era poco dietro lui.
-Ad ogni modo, Maresciallo, lei ora deve riposare.
Dovrà trascorrere un lungo periodo di riposo.
-Volevo ringraziarla, disse Santoro.
-Per cosa?- chiese il professor Vittorio Giunti.
-Per avermi salvato la vita...
-Dovere, dovere...non ci pensi. Si goda la convalescenza.
E...niente visite per un po'. La stanza è piccola e rende
difficile il distanziamento sociale. Sa, per il covid...
Santoro osservò Giunti. Poi osservò Giada e la sua sesta
di reggiseno. Si poteva osservare un certo distanziamento
sociale anche ad abbracciarsi, in alcuni casi, pensò.
Ma si trattenne dal dirlo. Non voleva passare alle pacche
sulla pancia e ai sorrisi di accondiscendeza fanciullesca
che si sfoggiano in questi casi quando si ha a che fare
con gli ammalati.
Qualche tempo dopo Santoro era stato dimesso. Era sdraiato
sul divano letto di casa sua, in viale Gran Sasso.
Leggeva un libro di Dostoevskij, “Lettere sulla creatività.”
Era rimasto impressionato dal resoconto dello scrittore
russo degli anni trascorsi in una colonia penale della Siberia.
Gli piaceva leggere. Ed ascoltare la musica classica: era
uno strano Maresciallo dei Carabinieri. Il fatto che
nel suo ambiente lavorativo fosse percepito così, lo divertiva.
In fondo aveva fatto il Liceo Classico. Poi incombenze
familiari gli avevano negato gli studi universitari.
E, come si dice al sud, aveva dovuto “mettere firma”
già molto giovane. Per dare una mano alla famiglia.
Più tardi era giunto a capire che l'investigazione era una
vera e propria scienza in cui si sentiva versato.
Ed avere un ampia visione del mondo, della cultura,
dell'arte, aiutava non poco. I delinquenti, in qualche modo,
si sentivano artisti della dissimulazione, della frode,
dell'inganno. Smascherarli era un lavoro globale.
Tutte queste sue teorie cozzavano violentemente con
il modo di procedere dei suoi superiori. I suoi colleghi
lo consideravano un dinosauro. Con il suo cellulare
Nokia nell'era degli smartphone e quella sua mania
di consultare archivi cartacei. O identificare i caratteri
degli indagati con personaggi della letteratura.
Ma , a volte, pensava Santoro, si dava fastidio anche
solo ad essere nati. E delle ironie degli altri non se
ne curava. Anche perchè il suo stato di servizio era
impressionante: 100% dei casi risolti. Nemmeno
Sherlock Holmes. Niente male per uno che si chiamava
Gabriele Santoro e veniva dalla lontana Puglia.
Di fronte a lui, sul tavolo della cucina-camera da letto,
Marzia, la sua governante, stava stirando. Marzia era
una donna matura, mulatta, brasiliana, ma dai tratti
non africanoidi. Era di Fortaleza, nordest del Brasile.
Era un'eredità del suo passato. Dei nove splendidi
anni trascorsi con Vanessa Coinceicao, una bellissima
mora, mulatta, anch'essa; dai tratti afro, in questo caso.
Vanessa era scomparsa durante una vacanza in Brasile,
dove era stata a trovare i suoi genitori. Rapita da
squallidi trafficanti d'organi. E uccisa in circostanze
drammatiche. Erano ormai passati una decina d'anni.
E magra consolazione aveva avuto per la vita di Santoro
d'aver collaborato all'individuazione e all'arresto dei
responsabili. Con l'ausilio di alcuni elementi della
Policia Militar Brasiliana. Vanessa non sarebbe
più tornata. Se non nei sogni del Maresciallo di Ostuni.
Marzia era una cara amica di Vanessa. E Santoro l'aveva
tenuta con se', tutti questi anni. Ogni tanto con lei parlava
in portoghese. Poche volte. Voleva disimparare quell'idioma.
Per dimenticare. Ma non ci riusciva. A volte pensava che
Marzia era un legame con il suo passato a cui non
voleva rinunciare. Forse era così. Stava di fatto che dopo
Vanessa , di relazioni stabili, Santoro, non ne aveva più
voluto sapere. Ora c'era una sola donna nella sua
vita: Marzia. Pareva un matrimonio senza sesso.
Dal momento che i rapporti fra loro non erano affatto
di lavoro. Insomma, c'era complicità, Ma non si era
mai arrivati a storie di letto. Le storie di letto uccidevano
la vera amicizia tra un uomo e una donna,
pensava Santoro. Ed era ferreo in questa sua convinzione.
D'un tratto prese il suo Nokia autoarticolato e compose
il numero di Cazzaniga.
-Ambrò, come va?
-Bene, sciur Marescial, cum te stet? Cazzaniga intercalava
spesso in milanese.
-Bene, bene. Non vedo l'ora di tornare in servizio...anzi, ti
chiamavo proprio per questo. Se non hai niente di meglio
da fare, stasera, passa. Ti faccio trovare un po' di
Tiragostos fatti da Marzia. E tutto l'occorrente per uno
Spritz.
-Sciur Marescial, come posso rifiutare un ape?
-Eh, Cazzanì, sempre con ste abbreviazioni, voi milanesi:
circonvalla, metro, gazza (Gazzetta dello sport)...
-Uellah, Marescial, disciules, qui siamo a Milano e
si parla così.
-Sì, sì, lo so. Ma io non riesco a imparalo, il milanese.
Ho imparato il portoghese, ho imparato un po' di inglese,
un po' di spagnolo, ma proprio il milanese non lo
riesco a memorizzare.
-E il suo dialetto? Quello se lo ricorda?
-Le bestemmie, tutte! Comunque, Ambrò, dopo tutti
questi anni, ancora del lei, mi dai?
-E' per rispetto del grado!
-Ma se siamo Marescialli tutti e due!
-Ma lei è un tre binari bordati di rosso...E poi, scusi,
è che lei mi sembra più Maresciallo di me!
-Certo che strani siamo strani, disse Santoro.
Cazzaniga rise.
-Tua moglie non ti fracasserà gli zebedei, per stasera?
-No, no. Quella se sto fora di ball per un po', festeggia!
-Va bene, Ambrò, a stasera allora. E non piluccare niente,
prima: i Tiragostos te li devi gustare come si deve.
-Ricevuto, sciur Marescial.
A sera, il Maresciallo Ambrogio Cazzaniga, sedeva al tavolo
da cucina di casa Santoro. Santoro stava seduto a sua
volta di fronte a lui. Sorseggiava una camomilla con miele.
Rimedio casalingo per la sua colite cronica. Cazzaniga,
invece, si gustava uno Spritz, addentando, di tanto in tanto,
dei fagottini fritti ripieni di pollo e formaggi:i Tiragostos
di Marzia!
-Sciur Marescial, altro che aperitivo al Cin Cin Bar.
-Puoi dirlo forte, Ambrò. Marzia è una cuoca eccezionale.
E mi sono fatto anche fare uno Spritz prima che se
ne andasse. Le avevo detto che ne vai matto.
-Poco ma sicuro. E poi, l'accompagnamento...
niente come questa roba ti toglie la sgagnusa,
disse Cazzaniga
-Non ho capito, ma fa niente. Dopo guardo su
Google, disse Santoro.
-Sciur Marescial, può intuire, no? Significa che niente
come questa roba ti toglie la fame!
-Sorvoliamo, Ambrò, tanto giochi in casa e non ti posso
dire niente. Siamo due dinosauri, tu sei un milanese doc,
razza in via d'estinzione, io un tecnoleso. Finiremo
sugli album di figurine di “Animali Preistorici”.
-Magari. I ragazzi oggi viaggiano in rete, le figurine
l'è una roba da nagòtt, per loro.
-Sì, ho capito, non conta niente, giusto?
-Esatto, sciur Marescial, va a finire che impari il milanes...
Santoro nicchiò.
-Dunque, dicevo, ho stilato una lista di quattro nomi
di possibili mandanti, se non, addirittura, esecutori materiali,
del mio tentato omicidio.
-Molto bene, Marescial...
-Ecco...Al primo posto ho piazzato Zhang Huang.
Il tizio della mafia cinese che aveva aperto quella
specie di Luna Park a Nova Milanese, diventato
ora meta di fotografi di ruderi...E' ancora dentro.
Lo feci arrestare per spaccio internazionale di
stupefacenti.
-Be', era meglio se lo faceva arrestare per spaccio
internazionale di involtini primavera, disse Cazzaniga,
ridendo. -A mi la cucina cinese non al ma pias...
-Ambrò, quanto deve durare, sta tiritera? L'altra volta
dicesti che Huang s'era fatto la Ferrari perchè i cinesi
sono gli unici che non ci sbattono la testa...
sotto il tettuccio...Non ti pare di essere un
tantino razzista?
Cazzaniga si fece serio.
-Be', comunque ci poteva stare come battuta, disse Santoro.
E sorrise. Cazzaniga ricambiò. -Tanto lo so che non sei razzista.
I milanesi doc sono i meno razzisti in assoluto...
Sono i figli di meridionali che parlano milanese
che hanno questo tristo primato.
Cazzaniga assentì col capo.
-Si vede che osservate e ascoltate molto, quando
andate in giro, sciur Marescial. Non è da tutti aver
capito certe cose.
Santoro fece un gesto teatrale con la mano,
per dire di soprassedere con i complimenti.
Che non era il caso.
-Al secondo posto ho piazzato Angel Cruz: ex capo
di Barrio 19, la gang di sudamericani che gestisce
prostitute e cocaina in zona Via Padova. Lo feci arrestare
per spaccio e racket della prostituzione. Ma dovrebbe
essere già uscito. Quelli, i sudamericani, gli sgarbi se
li legano al dito.
-Sa dove se lo debbono mettere il dito, sciur Marescial?
-Non me lo dire perchè lo intuirebbe anche un deficiente,
disse Santoro spazientendosi.
-Al terzo ho messo Antonio Catania, al secolo “Gatto”.
Svaligiatore d'appartamenti. Fu trovato in un abitazione
con una donna morta. Ma se la cavò per insufficienza
di prove. Disse che quando lui era entrato nell'appartamento
la donna era già deceduta.
-Sì, però si è fatto dentro 5 anni, fra un'accusa e
un'assoluzione. Be', non è un ciccin in di galera!
-Sì, è vero. Ma io non c'entro con i tempi della magistratura.
-Ma lei lo mise denter per omicidio.
-Fu Gianuli che insistette. Io gli dissi che avevo dubbi.
E infatti poco dopo risolsi il caso. Era stato l'ex marito,
a massacrare la donna.
-Sì, ma il Catania la ritenne responsabile. Lo ricordo
bene come le inveì contro, durante il processo.
-E quindi ne convieni che potrebbe essersi vendicato?
-Ci sta, disse Cazzaniga.
-Cazzanì, non mi parlare pure tu come sti rapper del momento.
Non li sopporto.
-Tra i giovani si usa, disse Cazzaniga.
-Noi non siamo giovani, disse Santoro.
-Chi lo dice? Il certificato di nascita? Noi investigatori
guardiamo le cose con occhi sempre nuovi.
Quindi siamo giovani.
-Diavolo d'un Cazzaniga, esclamò Santoro.
-Al quarto posto c'ho messo l'ex commissaro Carlo Nepoti.
Il romano. Lo ricordi? Quello dell'attentato di San Silvestro?
Quello che pagò un cinese per fargli compiere un attentato
durante il il quale fu eliminata la figliastra del suo
sodale in affari? Affari sporchi, ovviamente
...La ragazza voleva deuniciare il patrigno.
-Preciso, sciur Marescial, disse Cazzaniga. Ma non è ancora
minga in San Vitùr?
-Sì, è ancora dentro. E quando esce quello?
Gli hanno dato l'ergastolo. Però potrebbe aver
mandato qualcuno a farmi il servizio funebre.
Aveva un carattere vendicativo, se ben ricordo.
-Potrebbe essere. Ma la vedo dura organizar da
denter San Vitur...
-Perchè no? Quello è un uomo capace di tutto.
Anche di mandarmi qualcuno per farmi la pelle
stando in galera.
-Dai suoi commenti, sciur Marescial, chest chi
l'è in pole position!
-Devo ammettere che hai ragione.
-Bene, cominciamo da chest chi, alura!
-Lo lasciamo per ultimo, invece. Voglio andare
per esclusione. Comincia da Zhang Huang.
Fai mettere il suo cellulare sotto controllo.
-Ci vuole l'autorizzazione del giudice.
-Cazzanì...quando mai abbiamo chiesto un'autorizzazione
del giudice per mettere sotto controllo un telefono?
Ci serve solo per capire se può essere coinvolto.
Non ti sto chiedendo di registrare le sua chiamate.
-Ci vuole lo stesso l'autorizzazione del giudice,
sciur Marescial! Ma...come sempre lo farò.
Tanto chi va poi a ciaparlo in del lisca?
-Non la fare tanto lunga. Sai bene che se seguissimo
sempre tutte le regole non avremmo mai risolto un caso.
Mentre quelli, gli altri, quelli che giocano nella squadra
avversaria, posso fare quello che vogliono. Ogni volta
è come partecipare alle Olimpiadi presentando
la squadra di Giochi Senza Frontiere.
-Chi commenta, Guido Pancaldi?
-Questa se la dici a tua figlia, finirà per credere
che sei suo nonno.
-Può essere, disse Cazzaniga.
-Io invece mi farò un giro in Via Padova in
cerca di informazioni su Cruz.
-No, no, sciur Marescial, lei è ancora in convalescenza.
-Be', che problema c'è? Se non sono in servizio,
darò meno nell'occhio.
-Se l'è una batuta, non l'ho capita. Ma tanto la conosco.
Lei è un tarloeucch.
-Se è una parolaccia, non è carino.
-Sta per testa dura.
-Be', Ambrò, per me è un complimento.
-Va be', vado a casa da mia moglie. Se mi vuole ancora,
disse Cazzaniga.
-Bravo, Cazzanì...Ah, un'ultima cosa.
-Sì, sciur Marescial, lo so già...
-Cosa.
-Il telefono di Huang, sotto controllo. PER IERI!
-Cavolo, sono fregato. Non ho più segreti, per te.
Sono diventato prevedibile.
Cazzaniga lo guardò. Ma non disse niente. Gli voleva
bene, a quel testone, come amava chiamarlo nel segreto
dei suoi pensieri. Ma era un testone dal cervello fino.
E anche questa volta, voleva stare a vedere dove
sarebbe andato a parare.
Santoro uscì di casa. Fredda giornata di aprile,
ma giornata soleggiata. A piedi percorse un pezzo
di viale Gran Sasso. Un sacco di gente in giro.
Tutti con mascherine di varia foggia. Qualche signora
ce le aveva persino decorate di strass. Qualcun
altra leopardata. Si notavano solo gli occhi.
Siamo diventati tutti mussulmani improvvisamente
a nostra insaputa, pensò Santoro. Attraversò viale Abruzzi,
attendendo al semaforo e poi passando sulle
pedonali appena scattò il verde. Il traffico era
quello di sempre e il viale era pieno di auto parcheggiate
sino sui marciapiedi. Come se niente fosse.
La produzione a costo di morire. L'umanità non
riusciva a trovare altri sistemi di vita. L'uomo non
cambiava mai. Le sue pulsioni erano irrefrenabili.
E si continuava ad uccidere. A volte, pensava Santoro,
mi chiedo a che serve scoprire i colpevoli e condannarli.
Se questi automobilisti avessero delle pistole,
viale Abruzzi sarebbe il set di un film western.
Una volta in Corso Buenos Aires prese a destra
verso piazzale Loreto. Alberghi, palazzi,
gigantografie pubblicitarie, Bar aperti , anche se solo
per asporto. Potevi prenderti un caffè e bertelo
mentre camminavi sul marciapiede e guardavi
le vetrine di abiti che, a pandemia conclusa,
sarebbero costati un occhio della testa. Marciapiedi
colmi di gente, nonostante le raccomandazioni
delle autorità politiche e sanitarie a non uscire
se non lo stretto indispensabile.
In piazzale Loreto prese il sottopassaggio. Doveva
tagliare di netto e uscire all'imbocco di via Padova,
lunghissima arteria ormai quasi del tutto popolata
da stranieri. Milano sembrava New York in scala ridotta.
Nel sottopassaggio il trambusto di sempre e venditori
ambulanti di qualsiasi cosa.
Uscito in superficie si infilò per via Padova.
La lingua d'asfalto si infilava in mezzo a palazzi
d'epoca dalle facciate rispettabili dietro le quali,
all'interno, correvano traffici di ogni tipo.
Sepolcri imbiancati laterizi. Appartamenti
sovrappopolati affittati a stranieri da italiani
che votavano Lega per continuare ad avere clandestini
paganti in nero. Sotto la pensilina della fermata
dell'autobus un mucchio di gente che, vista così,
immobile, sembrava una riedizione contemporanea
del famoso quadro di Pellizza da Volpedo, Quarto stato.
Cinesi, sudamericani, filippini, arabi. Gente dai vissuti
più disparati e dai lavori incerti e saltuari, che non
si sapeva come andavano avanti. E riuscivano persino
a mandare dei soldi alle proprie famiglie all'estero.
Il Quinto Stato, pensò Santoro.
Attese l'autobus. Secondo le recenti disposizioni sui mezzi
pubblici potevano viaggiare solo un certo numero di persone.
Per evitare assembramenti. Quando l'autobus arrivò,
col suo colore arancione lucido, luccicante al sole trasversale,
salirono tutti. Santoro si strinse la mascherina sul viso.
Quell'autobus era un perfetto incubatore per affezioni
respiratorie. Se Milano fosse stata un laboratorio a cielo
aperto, i suoi autobus sarebbero stati provette colme di virus.
A metà circa di viale Padova, Santoro scese. Respirò a pieni
polmoni attraverso la mascherina. Aria mascherata, pensò.
Scese proprio davanti ad un ristorante Peruviano.
“Briza Peruana”, recitava l'insegna. Santoro entrò nel
ristorante. Dentro c'erano un mucchio di avventori,
a quell'ora, 9 circa di mattina.
Si avvicinò al bancone del ristorante che era anche
un banco Bar. Dietro c'era una peruviana, bassa,
magra, capelli sottili e corvini. Occhi di taglio orientale.
La prova che i continenti un tempo non erano
divisi dal mare, pensò Santoro.
-Angel Cruz...donde esta? Chiese Santoro in spagnolo.
-No se, no lo conozco, disse la donna. Poteva avere dai
trenta ai quarant'anni, ma non lo avrebbe mai potuto
appurare. Del resto non gli interessava, in quel momento.
-Maresciallo Santoro, Carabinieri. Adesso, bella mia,
se non mi dici donde esta Angel Cruz, ti faccio chiudere
il locale, disse minaccioso, Santoro.
La peruviana sembrò riflettere. Poi si decise.
-Solo un momentito, disse la donna. E sgusciò dietro
il muro del banco Bar, attraverso un'apertura che
Santoro non avrebbe mai potuto notare, in precedenza.
Passò un minuto. Poi cinque minuti. Poi dieci minuti.
La donna non tornava. Santoro mangiò la foglia.
Cruz era lì dietro nascosto. A quest'ora se l'era
già svignata, uscendo dal retro, avvisato dalla donna.
Si sentiva debole. Ma non debolissimo. Sotto l'impermeabile,
sotto l'ascella, tastò la fondina di cuoio della Beretta.
Si sbottonò l'impermeabile. Tirò fuori l'arma.
Scarrellò la pistola e mise il colpo in canna,
cercando di farsi notare.
- Sono il Maresciallo Santoro. Donde esta Angel Cruz.
Lo so che siete tutti affiliati di Barrio 19. Avvisatelo
che gli voglio solo parlare. E adesso levate le tende.
Gli assembramenti sono proibiti.
Nessuno si mosse o disse niente.
Santoro, a quel punto, tolse la sicura. Le circa dieci
persone, tutte di etnia latina, che erano lì,
si dileguarono verso l'uscita in un batter di ciglio.
La donna che era sul retro del banco Bar, uscì in quell'istante.
-Cruz esta en el autobus que va en Crescenzago.
Santoro non disse niente. Si catapultò fuori. In quel
momento stava passando un autobus che andava
proprio in quella direzione. Se fosse stato fortunato
Cruz doveva essere salito sull'autobus della stessa linea
che lo precedeva di pochi minuti. Conosceva
i mezzi pubblici milanesi e le loro abitudini meglio
degli esseri umani, ormai. Dopo tutti quegli anni
a Milano. Ci poteva provare. Al massimo non lo avrebbe
trovato, per quel giorno. Ma era comunque un modo per
rimettersi in movimento. Si sentiva arrugginito.
Sarebbe dovuto andare subito nel retro, senza chiedere,
pensò. Dopotutto quella era la sede occulta di “Barrio 19”,
potente gang latinamericana di Milano.
Vedeva l'autobus che lo precedeva non lontano.
Si era dovuto fermare ad ogni pensilina e caricare
un certo numero di persone. Alcuni restavano a terra.
Segno che a bordo c'era del personale che non faceva
salire più di un certo numero di passeggeri.
Forse succedeva a spot. Del resto nessuna azienda,
pubblica o privata, poteva avere personale sufficiente
per quel tipo di lavoro.
Non gli pareva di aver visto scendere Cruz.
O qualcuno che gli assomigliasse.
All'altezza di uno Strip Club, ovviamente chiuso,
a quell'ora del giorno e per le note vicende pandemiche,
in generale, vide un uomo, scarpe Nike fluorecenti,
felpa verde con cappuccio in testa, robusto.
Gli penzolava una collana enorme sul davanti.
Poteva essere lui. A volte bisogna fidarsi delle sensazioni,
pensò Santoro. Lo vide incunearsi in una strada laterale.
Aveva qualche minuto di vantaggio. Ma Santoro notò
bene tutti i particolari.
Quando arrivò alla fermata dove era sceso l'uomo,
Santoro si fece largo in mezzo ad un gruppo di indiani
che emanavano un intenso odore di curry e scese dal mezzo.
Quando fosse tornato a casa gli sarebbe bastato cucinare
del pollo. Il curry ce lo avrebbe messo lui, pensò.
Se avesse fatto questa battuta ai suoi colleghi avrebbero
creduto che non stesse bene. Lui ci teneva ad essere
politicamente corretto. Ma ad essere troppo politicamente
corretti si finiva per credere di vivere nel paese dei folletti
o di Biancaneve. E la puzza di curry era comunque
sempre puzza di curry, c'era poco da aggiungere,
al riguardo.
Cruz doveva avere un dieci minuti di vantaggio.
Se fosse entrato in un palazzo lì, subito, sarebbe stato un ago in un pagliaio. Ma a volte poteva andare bene. E infatti,
un trecento metri davanti a lui, scorse la sagoma
incriminata. Ammesso che si trattasse di Cruz.
Accelerò il passo. Santoro era campione del mondo di
inseguimento a piedi a passo svelto. Quando gli fu alle
calcagna, a circa una trentina di metri, quell'uomo
che camminava tranquillo, come se non potesse essere
seguito da qualcuno, si voltò di scatto. Notò Santoro
e cominciò a correre.
Santoro sfilò la Beretta dalla fondina e urlò-Cruz,
fermo o sparo.
Ma Cruz non solo non si fermò, continuò a correre
ancora più veloce.
Santoro esplose un colpo in aria.
Ma Cruz, girò di corsa a sinistra, in una viuzza
che doveva essere senza uscita.
Santoro, di corsa, trafelato, sentiva i polmoni esplodergli.
Non poteva fare quello sforzo così improvviso,
senza risentirne. Le cicatrici dei proiettili che gli
avevano estratto sembravano piccole bocche di dannati
dell'inferno che si lamentavano. Si accostò al muro e prese
un pò d'aria. Si abbassò la mascherina. Prese coraggio
e voltò per il vicolo. Era una strada senza uscita ,
in mezzo ad un caseggiato di case d'epoca,
piuttosto male in arnese. Vide il muro a fianco a lui
scheggiarsi e avvertì il rumore di un colpo di pistola
Si acquattò dietro una Panda. Dette un'occhiata
attraverso i vetri dell'auto ferma in sosta. Cruz
doveva essere lì nell'angolo a fine strada.
Il muro che bloccava la strada era troppo
alto per essere scalato in velocità. Si mise in piedi
e si avvicinò verso l'angolo, dove, presumibilmente,
piegato, in attesa, doveva essersi rintanato Cruz.
Con la Beretta impugnata a due mani, Santoro
si avvicinò lentamente. Sono troppo vecchio per
queste cose, pensò. Le ferite mi pulsano. E poi, ho già
dato, mi sembra.
Quando fu abbastanza vicino, Cruz si alzò in piedi.
Santoro scorse il viso indio e si trattava proprio di lui.
Non ebbe più dubbi. Ora erano faccia a faccia ad
una trentina di metri. Cruz avrebbe potuto farlo
fuori all'istante. All'improvviso si voltò e con un balzo
degno di un praticante di Parkour, riuscì ad arrampicarsi
sul muro. Furono pochi secondi e Santoro non volle
sparargli alle schiena.
L'inseguimento era finito. Sì, era Cruz. Infilò la Beretta
nella fondina. Ansimava pesantemente. Lentamente
tornò indietro. Quel muro era troppo alto per la sua età,
le sue condizioni del momento e per un mucchio di
altre cose. Cruz si era guadagnato qualche altro giorno
di libertà.
Mentre ripercorreva lentamente quella strada solitaria
e deserta, senza uscita, gli sovvennero un paio di
particolari che lo fecero riflettere. Perchè Cruz ,
pur avendone la possibilità, non gli aveva
sparato? Forse non c'entrava con l'attentato a lui?
O forse c'entrava?
I ricordi sfuocati dell'uomo che gli aveva sparato
sembravano compatibili con la sagoma e il look
di Angel Cruz. L'uomo che gli aveva sparato
era robusto, muscoloso, si sarebbe detto.
E indossava una felpa col cappuccio calato in testa
molto simile a quella di Angel Cruz. Troppo presto
per trarre delle conclusioni, ma comunque c'erano
abbastanza elementi per della buona ginnastica
cerebrale.
Santoro rientrò a casa. Era a pezzi. Si sentiva come se avesse
fatto una gita in una macchina schiacciasassi. Si preparò
la vasca da bagno. Aprì il rubinetto e face andare
l'acqua calda. Poi un po' di acqua fredda. Quando,
avendo controllato con la mano, l'acqua fu alla
temperatura giusta, si spogliò e si immerse.
Con le dovute cautele. Creò un po' di schiuma agitando
l'acqua intrisa di bagno schiuma al borotalco.
Si distese come potè e lasciò che le sue stanche
membra si facessero massaggiare dall'acqua tiepida.
Stette così per un bel po'. Quasi si addormentò.
Il Nokia aveva squillato varie volte, ma non
aveva minimamente pensato di togliersi da
quella situazione paradisiaca per andare a rispondere.
A quell'ora Marzia non c'era. Gli aveva lasciato
qualcosa da mangiare. Gli sarebbe bastato scaldarsi il tutto.
Aveva intravisto un piatto pronto, in frigo: riso basmati
lesso,orata al forno e insalata di barbabietole rosse,
patate e carote gialle, con maionese. Un piatto brasiliano
cucinato con ingredienti italiani. Lo avrebbe gustato dopo.
Ora era troppo stanco e i pensieri gli affollavano la testa.
Quando uscì dalla vasca, accese lo stereo. Dentro c'era un
Cd di musica classica: Rach 3, suonato al pianoforte
da Yuja Wang. Uno dei suoi pezzi preferiti. Ne assaporò
i passaggi. Poi prese il piatto dal frigo e gli dette una
scaldata nel microonde. Era tutto saporito. Lo stesso
piatto cucinato da persone diverse assumeva sapori
differenti. A prescindere dagli ingredienti.
O dalla loro provenienza. Fece un'analogia fra le polpette
di sua madre e quelle di sua nonna. Gli ingredienti erano
quasi gli stessi. Erano gli stati d'animo, in generale e del
momento, che ne influenzavano il gusto. Per cui il sapore
era diverso. C'era poco da fare.
Disteso sul sofà, mentre ascoltava quella splendida musica
per pianoforte, suonata dalle manine rapide della Wang
come pesci guizzanti in un torrente montano,
prese il Nokia che aveva lasciato sul tavolo in cucina.
Sul dispay vide che Cazzaniga lo aveva tempestato
di chiamate.
-Pronto? Cazzanì, sono Santoro. Senti un po', oggi ho
inseguito e cercato di fermare Angel Cruz.
Mi ha anche sparato addosso, mancandomi per
un pelo. O facendo finta di mancarmi. Questo ancora
lo devo capire.
-Verament? Sciur Marescial, tutto a posto?
Te ste ben?
-Si, sto bene. Tutto a posto. Potevo centrarlo,
ma non me la sono sentita di sparargli alla schiena.
-Dov'è successo?
Santoro gli spiegò nei dettagli l'accaduto indicandogli
il luogo del misfatto. Poi disse a Cazzaniga di mandare
Grenci a recuperare il proiettile. Che presumibilmente,
di rimbalzo dal muro sul quale si era infranto,
sfiorandolo, doveva essere ancora da quelle parti.
-Eh, sciur Marescial, perchè non ha chiamato prima?
-Perchè stavo cercando di capire se ero ancora vivo.
Con la corsa che avevo fatto e le fitte diffuse
che mi aveva preso dappertutto.
-Non so se Grenci ci caverà un ragno dal buco.
-Ce la può fare. Grenci è bravo. Digli di portarsi
qualcosa da mangiare da casa, che è tutto chiuso.
-Penso che lo sappia.
-Cosa?
-Che è tutto chiuso.
-Eh, ma lui lo conosciamo, poi gli viene fame.
-Provvederò ad avvisarlo, sciur Marescial!
-Ecco bravo, disse Santoro.
-Per ieri, vero?
-Cazzanì...la sai una cosa?
-Cosa?
-Continuo a pensare che sto diventando troppo prevedibile.
E questo mi spaventa. I miei nemici potrebbero capire
in anticipo le mie mosse.
-Prima dobbiamo capire chi sono...Uno l'ho già capito,
chi l'è che l'è...
-E chi è?
-Lei, sciur Marescial. Non doveva essere così imprudente.
Era ancora in convalescenza.
-Hai detto bene, Ambrò. ERO, in convalescenza.
Dopo i fatti di oggi, la convalescenza è finita. Piuttosto,
notizie da Huang, il cinese?
-Nessuna...Al telefono solo telefonate di affari.
ffari sporchi che continua a dirigere dal carcere.
Ma per il rest. Niente di sospetto.
-Uhm, grugnì Santoro. Ora cerco di riposare.
Fammi sapere che cosa scopre Grenci, d'accordo?
-Ciumbia, certo che sì, sciur marescial.
Santoro chiuse lo sportellino del Nokia .
E così chiuse il suo mondo e la sua vita al mondo esterno.
Per quel giorno. La sera stava arrivando in fretta e lui
era stanco morto. Si sentiva come uno di quegli stracci
di pelle di renna usati per lucidare le macchine.
Era distrutto. Sdraiato lì, sul sofà, attese che
il sonno lo accogliesse tra le sue braccia.
La mattina dopo, il Nokia non fece mancare il suo trillo.
Santoro allungò la mano dal sofà verso il pavimento.
Vi raccolse il Nokia. Aprì lo sportellino. Era Cazzaniga.
Grenci aveva fatto in fretta. Aveva trovato il proiettile,
rimbalzato sul muro del vicolo a qualche centimetro
dalla testa di Santoro. Sotto la Panda dietro la quale
si era riparato il maresciallo pugliese. E l'aveva
già comparato con i proiettili-15, mica pizze e fichi,
disse Cazzaniga-che gli avevano estratto dal corpo.
Coincidevano. Questo provava , se non altro,
che l'arma che aveva fatto fuoco su di lui era
la stessa che impugnava Angel Cruz.
Santoro non disse niente. Gli sembrò troppo ovvio.
Troppo lineare. Non lo convinceva.
-Che facciamo, sciur Marescial, vado dal Capitano
e lo mando dal giudice per il mandato di cattura?
-Non ancora, Ambrò, non ancora.
-Ma chel lì, Cruz, l'è un pericolo, sciur Marescial.
-Per chi?
-Per la comunità.
-Apposto, siamo. Ce ne accorgiamo, mò?
-Come intende procedere, allora?
-Cazzanì...Cruz, ha una moglie? Una famiglia?
-Dovrei controllare.
-Ecco, controlla...E...Dimmi una cosa: gli altri? Li avete
controllati?
-Il brigadiere Strippoli sta indagando su Catania,
alias “Gatto”. Sembra che non sia emerso niente.
Continua a svaligiare appartamenti.
-Strippoli? Quello è peggio della Gazzetta Del Mezzogiorno.
Domani tutti sapranno i particolari
dell'indagine, in via Moscova. Cazzanì, ma ti ha dato
di volta il cervello?
-Non c'era nessun altro, disponibile.
-Uhm, va be'. E di Nepoti, si sa qualcosa?
-L'ex Commisario ha usufruito di un permesso.
Poi è rientrato in San Vitùr. Tutto regolare.
-Quando ha usufruito del permesso?
-Controllo un momento, disse Cazzaniga.
Pochi istanti dopo...
-Ecco...Sì, questo è molto strano. Proprio qualche
giorno prima del suo tentativo di omicidio.
-Può essere una coincidenza, ma stai in campana!
-Sì, sciur Marescial, faccio balà l'oeucc!
-Passo e chiudo, Cazzanì. Sono a casa. Ufficialmente
ancora in convalescenza. Appena sai qualcosa
della famiglia di Cruz, non esitare a chiamarmi.
-Signor sì, sciur marescial.
-Se non fosse che ti conosco da tanti anni, quando
fai così penserei che mi stai coglionando. Non è così, vero?
-Quello è lei, sciur Marescial. Non confondiamo: il maestro
è lei. E la vittima il sciur Capitano.
Santoro ebbe la forza di sorridere. Chiuse lo sportellino
e tornò alla sua musica. All'imprescindibile tappeto di note
musicali classiche tra le sue mura domestiche.
La mattina dopo Santoro era ancora sul sofà di casa sua.
Si era addormentato lì. Squillò il Nokia e lo raccolse
dal pavimento.
-Sciur Marescial? Sono Cazzaniga.
-Lo so che sei tu. L'ho letto sul display.
-Ah, disse Cazzaniga-ho saputo che Cruz ha una moglie.
E tre figli. Ciumbia, mi ci è voluta tutta la notte,
ma sono riuscito a sapere dove abitano.
In un appartamento in via Porpora.
Non lontano da piazzale Loreto.
-Uhm. Stessa zona, in fondo. Il quartiere multietnico.
Cazzaniga fornì il numero dello stabile e
il piano d'alloggiamento. Poi disse-non le consiglio
di andarci da solo. Anche se è una donna, l'è pericolosa.
-Ah, lo immagino. Se condivide la vita del marito...
-Quindi?
-Quindi ci vado da solo. Tu sguinzaglia qualcuno
per cercare Cruz. E non smettere di controllare
gli altri sospetti. Si chiama gioco di squadra.
-Se ciama gioco pericoloso...
-Cazzanì. Per caso hai sentito Gianuli?
-No, non ho sentito il sciur Capitano, perchè?
-Non ti sembra strano che non si interessi all'indagine?
-Chel lì ha altro per la testa. Sta cercando di trasferirsi
in teronia. Se no la moglie lo molla.
-Ecco, appunto. Ha altro per la testa. Quindi
a scoprire chi ha tentato di farmi la pelle ci devo
pensare io. E ci sto pensando. Ti ricorda qualcosa?
-Cosa?
-Non cambia nulla rispetto a quando indago
su altri casi. Devo sempre fare tutto da solo!
-Tutto da solo?
-Con il tuo indispensabile contributo, si capisce.
Cazzaniga non disse niente. Ma Santoro avvertì
il suo moto di soddisfazione.
-Ci aggiorniamo. Io vado dalla moglie di Cruz.
Ho la sensazione che avrò qualche dritta in più
su tutta questa faccenda.
Uscì dall'antro della metro in piazzale Loreto.
Gli ampi palazzi intorno recavano in cima insegne
pubblicitarie luminose, ed evocavano le moderne
ambientazioni di luoghi di Tokyo o di Londra.
Globalizzazione dell'estetica architettonica moderna,
pensò. Ma non avrebbe ripetuto questo concetto
a nessun suo collega. Il capitano Gianuli sarebbe
stato capace di inviarlo dallo psicologo.
Per una chiacchierata. I criminali moderni
mandavano i figli all'Università, li istruivano
informatica ed economia. Le forze dell'ordine che
dovevano fornire contrasto alle attività criminali,
invece, passavano il tempo ad arrestare piccoli
criminali e a brigare per salire di grado.
Perchè salire di grado significava togliersi dalla strada.
La strada era pericolosa, d'accordo. Ma la strada
era maestra di vita. Se volevi conoscere l'umanità,
dovevi partire dalla strada. Il bello e il brutto.
Lo yin e lo yang dell'antropologia. Stava pensando
con termini e concetti difficili. Stava abbandonando
la sua filosofia ispiratrice: la filosofia del “terra terra”.
Parlare terra terra, pensare terra terra. Era quello
che facevano i criminali di ogni risma.
Oggi, i loro figli, conoscevano la Bibbia, il Corano
e Il Capitale di Marx. Leggevano Nietzsche
e Heidegger. Ma questi, per loro erano solo mezzi
più sofisticati per ottenere profitti. La vecchia idea
darwiniana della legge di natura del più forte.
Solo che non c'entrava più la forza fisica.
Ma la capacità di ottenere potere adattandosi
meglio di tutti gli altri all'ambiente. Forse era pazzo,
considerò Santoro. Per cui avrebbe tenuto quest
dialogo tra lui e se stesso.
A piedi si infilò su un marciapiedi che menava
su via Nicola Antonio Porpora.
Di lì a poco avrebbe
raggiunto la dimora della “senhora Cruz “.
Davanti a circa metà via Porpora, si fermò davanti al
portone ligneo di uno stabile vecchio. Pochi passanti,
a quell'ora antemeridiana. Dette un'occhiata al videocitofono.
A fianco ai pulsanti c'erano dei numeri.
Solo a fianco ad uno c'era scritto un nome: “Cruz.
Be', era tipico, pensò Santoro. Il miglior modo
per nascondersi è di farlo affatto. Pigiò il tasto.
Dopo un po' sentì la scatto elettrico d'apertura
del portone. “Tercer piso”, fece una voce.
Indicava di salire al terzo piano. Lo avevano
sicuramente visto dal videocitofono.
Era atteso, quindi. Ma lo cosa non lo preoccupò.
Significava che volevano parlare. Santoro conosceva
bene i segnali di quel mondo.
Salì le scale a piedi. Voleva avere una visuale migliore,
anziché sbucare dall'ascensore e trovarsi
qualcuno davanti, all'improvviso.
Non si sapeva mai.
L'ascensore sulla sinistra, mentre saliva per le scale,
andava su e giù dietro le grate. Al terzo piano
vide che c'era l'uscio di una porta semiaperto.
Entrare normalmente o a pistola spianata?
Questo il dilemma. Entrò normalmente.
Quando ebbe spostato la porta, si trovò davanti una
donna sui 35 anni. Mora, non portava la mascherina
chirurgica. Un viso splendido. Un viso sensuale, erotico.
Ben truccata. Indossava una lingerie nera che lasciava
trasparire le sue forme seminude.
-Hola, Maresciallo, que posso hacer por usted? - Disse la donna.
-La senhora Cruz?
-Ma llamo Rosario, disse la donna. Era un nome da donna,
nei lidi ispanici.
-Parla italiano? -Chiese Santoro.
-Si, certo, Ma tu parla spagnolo, vero?
-Un po'. Non benissimo.
-Claro, parliamo italiano, allora.
-Dov'è suo marito?
-Da qualche parte, non lo so.
-Non viene mai qui?
-A volte. Mi porta dei soldi per fare la spesa e per i suoi figli.
-Quanti figli avete?
-Tre figli, Maresciallo. Due sono in camera. Studiano.
-Il terzo figlio?
-E' una bambina.
-Sì...E dov'è?
La donna fece segno a Santoro di accomodarsi alla
sedia del tavolo da cucina.
-Ho fatto il caffè, ti stavo aspettando,
Maresciallo.
-Perchè?
-So che cercate mio marito. Sapevo che veniva tu,
disse Rosario.
L'appartamento era semplice, ma pulito e ordinato.
Rosario si slacciò il corpetto della lingerie.
-Vogliamo andare di là, fece improvvisamente.
-Non è il caso, disse Santoro.
-Perchè, non ti piaccio?
-Questo non è in discussione. Sono qui per avere
informazioni su suo marito.
Rosario si sedette. Prese la caffettiera da piano cottura
e ne versò un po' in una tazzina già piazzata davanti
a Santoro.
A quel punto squillò il Nokia. Santoro rispose.
Era Cazzaniga.
-Sciur Marescial, lo abbiamo preso!
-Chi?
-Cruz...stava salendo su un treno per Basilea.
-D'accordo, portatelo in Moscova, più tardi
voglio interrogarlo personalmente.
-Ricevuto, sciur Marescial, disse Cazzaniga.
-Sembra che lo abbiamo preso, fece Santoro
rivolto alla signora Cruz.
-Si è fatto prendere, disse lei sorridendo.
-Lei crede?
-Seguro como el sol sale todos los dias.
-Ah. E perchè si sarebbe fatto prendere?
-Porque, porque. Usa la testa Maresciallo.
Pensa che mi marido si faceva prendere così...se
non voleva?
-Può essere. Ma il Maresciallo Cazzaniga è bravo,
in queste cose.
Rosario sorrise.
-Mia figlia....accennò lei.
-Sua figlia, cosa?
-Mia figlia è stata rapita.
-Ah sì. E perchè non avete denunciato il rapimento?
-Perchè non è così semplice, disse lei con un'espressione
inconsolabile.
-Signora Cruz. Suo marito mi ha sparato, vero?
Rosario non disse niente.
-Uhm, lo prenderò come un sì. Però adesso mi dice perchè
non mi ha ucciso? Ero a due passi da lui.
E mi ha scaricato addosso un caricatore intero senza
colpirmi in punti mortali. Un po' strano, no?
Lei non diceva niente. Lo guardava fisso.
-Ricatto, disse la donna, ad un tratto.
-Che significa?
-Che mio marito doveva fare questo lavoro.
Eliminare un Maresciallo. Se non lo faceva,
niente più bambina. Molto semplice. E crudele.
-Parole che si adattano al suo stile di vita. No?-Disse Santoro.
-Ho capito. Qualcuno ha rapito vostra figlia per
costringere suo marito ad ammazzarmi? Ho azzeccato?
-Si, disse lei rapidamente.
-E perchè non sono morto?
Rosario guardò intensamente negli occhi il Maresciallo
pugliese.
Aveva capito che non sarebbe arrivata alcuna risposta,
a quella domanda.
-Vediamo dopo, questa situazione. Ora mi dica chi
ha rapito sua figlia.
-Angel lo sa. Io non lo so. Io so solo che è mia figlia.
Si, nosotros non somos Santos, ma tambien non
somos Demonios. Somos humanos.
-Questo lo dice lei. Eliminare persone per futili motivi
ha a che fare con l'umanità quanto gli scrupoli
di un leone affamato davanti ad una gazzella malata.
Rosario non disse niente. Piangeva. La solita
sceneggiata latina, pensò Santoro. Bevve il caffè.
Si alzò e fece per uscire.
-Maresciallo. Per mia figlia?
-Vedrò cosa posso fare. Intanto vado a fare due domande
a suo marito.
In strada, Santoro, che si spostava sempre a piedi
e con i mezzi, o, se l'urgenza lo richiedeva,
con un taxi, aveva percorso un breve tratto.
Con il Nokia aveva chiamato una linea di taxi.
Cinque minuti, aveva detto la donna del centralino.
A quel punto squillò ancora il Nokia. Era ancora Cazzaniga.
-Sciur Marescial, una gran brutta notizia.
-Che succede?
-Cruz è scappato.
-E come avete fatto a farvelo sfuggire dalle mani.
Siete un branco di incapaci. Cazzanì,
mi meraviglio di te!
-Mentre era in via Moscova, nella stanza degli
interrogatori...be', l'abbiamo lasciato solo un attimo.
E saltato giù dalla finestra. TRE PIANI!
-Tre piani? E come ha fatto?
-Non lo sappiamo.
-Uhm, visto quello che gli ho visto fare, a questo
punto, non mi meraviglio.
-Sciur Marescial...che facciamo. El fioeu de una
gran mignotta ci è sfuggito.
-Questo l'ho capito, Cazzanì. Sto pensando.
e', cercate di riprenderlo, non dovrebbe essere lontano.
-E lei che farà?
-Per ora vado a casa. Del resto ufficialmente non sono in servizio.
-E' andato dalla sinora Cruz?
-Sì, Ambrò. Ci sono stato.
-E che cosa ha scoperto?Ciumbia, non mi tenga sulle spine.
-Hanno rapito sua figlia. Una bambina di 10 anni circa.
Non sa o non mi ha voluto dire chi sia stato.
Di sicuro ha a che fare col mio tentato omicidio.
Qualcuno ricattava Cruz tenendo in ostaggio sua figlia.
-Ciumbia. E ora?
-E ora Cazzanì...Per rimediare al fatto che vi siate lasciati
sfuggire Cruz...Be' scopri più che puoi sulla faccenda.
Manda qualcuno a interrogare la moglie di Cruz.
Potrebbe fornire qualche particolare che non mi
ha rivelato.
-Mando Strippoli?
-Cazzanì. Devi andare tu. Strippoli non può fare 'sta cosa.
-Perchè?
-Eh lo so io, perchè. Rosario Cruz è un osso troppo
duro per lui. Quello, Strippoli, si fa ancora le seghe...
-Quanto a capirla l'è meglio andar a ramassaa el mar,
disse Cazzaniga.
-Mi sono capito da solo. Cazzanì, devi volare, disse Santoro
In quel momento stava passando una pattuglia della Polizia.
I due poliziotti seduti nel mezzo, finestrini abbassati
e gomito pendulo, fumavano tranquillamente,
disinteressandosi al circostante.
- A proposito di Polizia, pensò Santoro.
-Cazzanì, prima di andare dalla moglie di Cruz,
mi devi fare un favore.
-E' per servizio?
-E' naturale, che è per servizio. Farmi un favore è un
modo di dire, un' espressione idiomatica.
Cazzaniga non disse niente. Attendeva la richiesta.
Tanto per “idiomatico” avrebbe provveduto poi
cercando su Google.
-Controlla i movimenti di Nepoti. Se riceve telefonate o
qualcuno, fisicamente, in carcere.
Tutto: vita, morte e miracoli.
-Per ieri?
-Non mi stare a fare il pleonastico, Cazzanì...datti una
mossa, disse Santoro. E chiuse lo sportellino del Nokia.
Cazzaniga sapeva che quando Santoro abbondava
in termini alati, era perchè la sua mente stava
producendo il massimo dello sforzo alla ricerca della
pista giusta. Il suo olfatto investigativo stava funzionando
al massimo. E sparava i termini così come gli uscivano,
d'impeto. Senza tradurre nel suo famigerato terra terra.
Non c'era tempo.
Santoro andò in Stazione Centrale. Prese un taxi. Aveva fretta.
Il suo intuito da segugio gli suggeriva un idea folle.
rese un taxi che lo scaricò in piazzale Duca d'Aosta.
Scese dal taxi come una furia. Le ferite cominciarono
a fargli male. Ma l'adrenalina lo sorreggeva.
Se vuoi un lavoro fatto bene, te la devi fare da solo, pensò.
In biglietteria prese un biglietto per la Svizzera.
C'era un treno per Basilea. Fece il biglietto.
Sarebbe partito da lì a dieci minuti dopo.
Una volta al Confine, avrebbe saputo cosa fare.
All'ingresso dei binari mostrò il tesserino a dei militari
che controllavano tutti per le note misure anticovid.
Passò di filata. Salì sul treno. Per Basilea c'erano
ei ore da percorrere. Ma lui sarebbe sceso al confine.
Conosceva molto bene i valichi per espatriare
clandestinamente. Non ci sarebbero state stazioni
di fermata, prima del confine, per cui si sarebbe
dovuto lanciare dal treno. Una passeggiata di salute,
per uno nelle sue condizioni. Prese posto a sedere.
Squillò il Nokia. Aprì lo sportellino. Era Cazzaniga.
-Dimmi, Cazzanì. Quando era arrabbiato lo chiamava per
cognome. Quando doveva rabbonire il suo collega
o renderselo complice, lo chiamava per nome.
-Sciur Marescial, sono stato dalla Cruz.
-Che c'hai cavato?
-Qualcosa abbiamo saputo. Siamo su una pista...ah,
e c'è una novità.
-Si, lo immagino.
-Cosa?
-Nepoti è in permesso premio, vero?
-Sciur Marescial ti ses un diavolo!
-Conosco i miei polli.
-Che faccio, lo faccio seguire?
-Non serve. So dove sta andando.
-Dove?
-A suo tempo, Cazzanì, a suo tempo...aggiornami
sulle ricerche per la figlia di Cruz.
-Ah, sciur Marescial, ti gavea rajun, sulla moglie di
Cruz...non potevo mandare Strippoli. Santoro sorrise
sotto i baffi.-Io ho sempre, ragione. Purtroppo.
Ci sentiamo, disse. E chiuse il Nokia sbattendo lo sportellino.
Si sdraiò nel sedile e attese. Aveva alcune ore
da trascorrere così, prima del suo obbiettivo.
Verso il confine con la Svizzera, Santoro dette un'occhiata
dal finestrino. Stava per giungere sul punto.
Ma il treno era superveloce. Doveva trovare
una stratagemma, per rallentare il treno e poter
scendere. Pensò di ricorrere al vecchio metodo.
Tirando la maniglia di sicurezza. Solo che, dopo,
a quel punto, qualcuno avrebbe dovuto aprire
la porta, manualmente.
Non aveva molto tempo. Uscì nel corridoio.
Lo percorse per un po', finchè non vide due agenti della
Polizia Ferroviaria. Erano armati e indossavano
giubbotti antiproiettile. Tirò fuori l'arma d'ordinanza.
-Mani in alto, disse.
I due agenti lo guardarono sorpresi. Ma alzarono le mani
quasi subito.
-Posate le armi a terra, con calma. Poi toglietevi
i giubbotti di sicurezza.
I sue si guardarono incerti sul da farsi. Erano molto
giovani e sicuramente stavano pensando di reagire.
-Fossi in voi, lascerei da parte i pensieri eroici. Fate come
vi dico e tutto andrà bene. Tra cinque minuti sarà tutto
finito. Devo solo scendere qui. Ma questo treno non ferma
nella foresta. Ah, un altra cosa, aggiunse.
Da questa distanza sono in grado di farvi
un buco in fronte grosso come il tunnel del monte bianco.
Odiava quello che stava facendo. Ma il fine, a volte,
giustificava i mezzi. E lui doveva fare di necessità virtù.
E con quest'ultimo concetto, l'elenco delle frasi fatte
era completo, pensò.
I due agenti fecero come aveva detto Santoro.
Con un piede spostarono le pistole verso di lui.
La stessa cosa fecero con i giubbotti. Santoro raccolse
le pistole. Le privò del caricatore e ne fece cadere
i proiettili come confetti. Un tizio uscì dallo
scompartimento e Santoro gli fece segno con la pistola,
che non era aria. A quel punto Santoro tirò il maniglione
di sicurezza. Il treno cominciò a frenare.
Teneva sempre sotto controllo i due, impugnando
l'arma con decisione. Per rinfocolare la minaccia,
tolse la sicura. I due poliziotti sbiancarono in viso.
li occhi terrorizzati sotto la mascherina.
Quando il treno si fermò, si pose la questione del farsi
aprire la porta della carrozza. Santoro sapeva,
per sue informazioni personali, che gli agenti
dovevano avere la chiave manuale.
-Aprite la porta. Non subito. PER IERI! Urlò.
Uno dei due agenti della Polfer, con mani tremanti,
infilò una strana chiave nella porta della carrozza.
E questa, cigolando, si aprì sinistramente. Santoro
raccolse uno dei due giubbotti. Lanciò le pistole
fuori e saltò giù. C'era ancora luce e cadde in sicurezza.
Tutte le sue ferite urlarono all'unisono.
Si allontanò fra i boschi. Sapeva perfettamente dove andare.
A qualche chilometro c'era uno dei valichi di confine,
ove espatriavano clandestini di ognidove.
Come sapeva che avrebbe trovato Angel Cruz,
proprio sulla strada di quel valico? Non lo sapeva
assolutamente. Ma a volte un uomo deve lasciarsi
guidare dall'intuito. Dopotutto era il valico più vicino.
Mentre camminava a passo svelto, in un bosco,
quillò il Nokia. Era Cazzaniga. Mentre si infilava
il giubbotto antiproiettile, col Nokia tra scapola e
mascella, rispose-Dimmi , Cazzanì.
-Abbiamo trovato la bambina.
-E come avete fatto? Ci hai mandato Strippoli?
-See, chel lì non trova l'acqua se va al mar.
-Aggiornami, disse Santoro, non ho molto tempo.
-Dov'è , adesso, sciur Marescial?
-In montagna. Sto facendo una gita.
-Serio?
-Serissimo, Cazzanì...e adesso aggiornami.
-Abbiamo intercettato Nepoti. Parlava un po' in gergo,
ma abbiamo capito che parlava con qualcuno che teneva
prigioniera la bambina. Abbiamo individuato tramite
tracciati telefonici che era in zona Bovisa.
Ci ho mandato il brigadiere Agostinelli e altri due.
Il tizio, un signore anziano, non ha opposto resistenza.
La bambina stava bene. Ha detto che un tipo, uno che
parlava in romano, gli aveva dato dei soldi per tenere
lì la bambina con lui. E che se non fosse tornato
a prenderla, avrebbe potuto venderla agli zingari.
-E' nello stile di Nepoti, disse Santoro.
-Ma non g'ho mica capì il vero ruolo di Cruz, sciur Marescial.
-Senti, Ambrò, ora non posso rispondere. Sono diretto in un
posto. Devo incontrare due miei amici. Due vecchi amici.
Ci sentiamo dopo...ah, la bambina. Riportatela alla madre.
Ma sorvegliate la casa sino a nuovo ordine. Passo e chiudo.
Dopo un paio d'ore di cammino, di buon passo, Santoro
si trovò in una radura. Era una delle strade usate da
contrabbandieri e trafficanti di clandestini. Per far passare
migranti o criminali, in Svizzera, e da lì, in altri paesi
europei. Vide passare alcuni senegalesi, affardellati.
Si nascose per osservare senza essere visto, dietro
il tronco di un albero caduto. Sentiva delle fitte dolorose
in tutto il corpo.
Stette lì un po'. Ma non vide nessuno. A quel punto
i avviò oltre il confine. Lì era a poche decine di metri.
Fece un paio di chilometri. Poi prese in discesa,
una strada sterrata, che tagliava in due un bosco di abeti.
Al termine si ritrovò su un'altura. In basso c'era
un paesino svizzero. Si vedeva uno spiazzo e in quello spiazzo
, gruppi di persone camminavano con circospezione.
Neri, ispanici o esteuropei. Nello spiazzo c'era
una macchina.
Santoro prese il Nokia. Compose il numero
di Cazzaniga. Di schiacciare il tasto di recupero
della memoria, non se ne parlava.
-Cazzanì...State seguendo ancora il tracciato
del cellulare di Nepoti?
-Sì, credo di sì. Fammi sapere dove si trova,
adesso.
-D'accordo, sciur Marescial, mi infomo subìt...
Santoro attese qualche minuto. Poi squillò il Nokia.
Era Cazzaniga.
-Sciur Marescial, ce l'abbiamo.
-Non mi occorre più. Dammi il numero di Nepoti.
-Perchè?
-Fallo e basta!
-Glielo mando con un essemmesse, sciur Marescial.
-In direttissima, Cazzanì, disse Santoro. E chiuse.
Arrivò il trillo dell'sms.
Santoro memorizzò il numero con la mente
e lo compose sulla tastiera.
Non era a conoscenza dell'esistenza di tasti di trasferimento.
Al copia e incolla non credeva che ci sarebbe mai arrivato.
Schiacciò il tasto di chiamata.
-Pronto, sentì rispondere.
-Commissario. Anzi, sarebbe meglio dire, ex Commissario,
come stai?
-Ah, Santoro...e chi se la scorda la tua voce.
A proposito, chi nun more se rivede. A che debbo,
l'onore? Un tono alla Califano.
-Be', caro mio, ti è andata male. Sono ancora vivo.
Nepoti stette un po' in silenzio, poi fece-me fa piacere...
enza rancore. Semo stato avversari...mò se vedemo
quanno esco. Sempre si esco.
-Be' un po' di libertà la stai asaporando, no?
Qualche permesso...giusto il tempo di continuare
a fare il criminale.
-A Marescià, ma che stai a dì? Io voio uscì.
-See, come no...se ti va bene, quando esci, io sono già morto
..di vecchiaia.
Nepoti restò in silenzio.
-Da dove me chiami?
-Sono molto vicino. Molto più vicino di quanto
tu possa immaginare.
-Io me sto a godè er permessino.
-Già, come no. Stai facendo trekking sulle alpi svizzere.
-Che me stai a controllà? E perchè?
-Niente, niente, so io perchè. A proposito, il giochetto
di rapire la ragazzina, la figlia di Cruz...ti è
andato male. L'abbiamo trovata.
Nepoti restò in silenzio.
-Non so de che stai a parlà.
-Guarda che ho capito tutto. Hai rapito la figlia di Cruz,
per fargli fare il lavoretto di togliermi di mezzo.
Ma lui ha fallito. O meglio, si è costretto a fallire.
-Non capisco de che parli...
-Perchè non me lo dici in faccia, che sto vaneggiando?
-Ah, sì? E come?
-Adesso scendo dalla montagna e vengo verso di te,
disse Santoro. Nepoti chiuse il telefono.
L'auto bianca, una mercedes vecchio tipo, non si mosse.
Santoro , a piedi, percorse il sentiero, che in discesa,
portava allo spiazzo dov'era sicuro, c'era Nepoti.
In macchina. E, non voleva sbilanciarsi troppo con le
previsoni, ma scommise con se stesso che non era solo.
Arrivato ad una ventina di metri dal veicolo in sosta,
Santoro notò che nell'abitacolo della vettura c'erano
due persone. Si aprirono gli sportelli delle vetture
e ne uscirono due uomini. Uno di loro, che era seduto
nel posto di guida, era magro, abbronzato, viso scavato.
Fumava una sigaretta e impugnava una pistola.
Era l'ex Commissario Carlo Nepoti. L'altro,
più robusto, felpa verde, jeans e Nike fluorescenti.
Era Angel Cruz. Siamo alla resa dei conti, pensò Santoro.
Imprudentemente non aveva ancora tirato fuori
la sua pistola. Ma a quel punto gli sembrò inopportuno
fare qualsiasi gesto.
I due dovevano credere di avere la situazione in pugno.
E ce l'avevano.
-Allora, Maresciallo. Te vedo in forma, disse Nepoti
on fare strafottente. La vita all'aria aperta, nei boschi,
fa bene. E sorrise.
Angel Cruz non disse niente. Non era armato.
E Santoro scommise con se stesso che doveva
essere anch'egli ostaggio di Nepoti.
-Come vedi, Commissario. Anzi, ex Commissario,
sono qui. Dove mai ti saresti aspettato.
-Al contrario, disse Nepoti. Te sei proprio dove volevo
che fossi. Sapevo perfettamente che mi stavi seguendo.
Ma ora, qui, finalmente, possiamo saldare i conti.
E io rientrerò ar gabbio in tempo per la fine
della licenza premio. E il premio indovina cos'è? Tu!
-Be' spara, allora, che aspetti. Sarò solo un
Maresciallo dei carabinieri in meno e un morto in più
sulla tua coscienza.
-Non me fa er sentimentale, adesso. Dopo che ammazzi
er primo, tutti gli artri...be'...so 'na boccata de sigaretta.
A quel punto Santoro doveva tentare qualcosa.
Estrasse rapidamente la pistola che aveva nella fondina,
infilando la mano sotto l'ascella attraverso l'impermeabile.
Nepoti non si fece pregare e fece fuoco. Una sequenz
impressionante. Santoro cadde folgorato al suolo.
Nessuno di loro aveva la mascherina anticovid,
pensò buffamente un istante prima.
Restò lì per terra fermo immobile.
-Così impara, 'sto fijo de 'na mignotta! Esclamò Nepoti.
Angel Cruz si avvicinò per ispezionare il corpo di Santoro.
Quando la sagoma dell'ispanico coprì con l'ombra
completamente il corpo del Maresciallo pugliese,
ostruendolo alla vista di Nepoti, Santoro sollevò la Beretta
che aveva ancora stretta ben salda in mano,
scartò di un niente e fece fuoco. Nepoti non si mosse.
Eccettuato per un movimento rapido, impercettibile,
che assomigliò al gesto di scostarsi una zanzara dal viso.
Restò in quella posizione per un tempo che a Santoro
sembrò infinito. Poi Nepoti cadde folgorato al suolo.
A quel punto Cruz si avventò su Santoro.
Con un movimento rapido, il Carabiniere si sfilò
da quella posizione. Era tutto un dolore. Ma ce la fece
a rotolare. Quando Cruz si accinse a scagliarsi ancora
contro di lui, Santoro gli puntò la pistola in faccia.
Cruz sollevò le mani.
-Non dobeva matar el flaco.
-El flaco? Bel soprannome, per Nepoti. Era il
soprannome di Menotti, allenatore storico dell'Argentina
anni '80. Ma non se lo meritava.
-Mia figlia...adesso non troverò più, disse in un italiano
appena decente, Cruz.
Santoro , si tolse l'impermeabile e lo lanciò per terra.
Poi si tolse il giubbotto antiproiettile e lo scagliò al suolo.
Era crivellato di colpi.
-Questi cosi ti salvano la vita. Ma il dolore lo senti lo stesso.
Poi io sono già un colabrodo, non è vero Cruz?
Cruz abbassò la testa. Sembrava dovesse piangere
da un momento all'altro. Il feroce capo di una gang
latina era piegato dal dolore. Per sua figlia.
Di cui non sapeva ancora nulla.
-Dimmi una cosa, Cruz. Sei stato tu a spararmi vero?
Cruz non rispose.
-Tanto lo so che sei stato tu. E so anche perchè
non mi hai ammazzato, disse Santoro.- Sapevi che Nepoti
aveva preso tua figlia e non avevi nessuna garanzia
che a lavoro finito...dopo la mia esecuzione, voglio dire,
te l'avrebbe restituita, vero? E volevi una specie
di assicurazione sulla vita di tua figlia.
Qualcuno che avrebbe potuto cercarla e trovarla, vero?
Cruz piangeva. Assentì debolmente con il capo.
-Anche sei sei un pezzo di letame...ti informo che tua
figlia è a casa con tua moglie.
-Gracias a Dios! Urlò Cruz, inginocchiandosi.
-Grazie a Cazzaniga, disse Santoro. Stavolta Dio non c'entra
...e poi se c'è una cosa che odio, di voi latini...è che peccate
dalla mattina alla sera: violenze, stupri, rapine, spaccio
e tutto il resto del campionario...però, dal lunedì al sabato.
La domenica poi vi ripulite chiedendo perdono a Dio.
Comodo, così.
Cruz non disse niente. Pregava a bassa voce.
Santoro lo osservò. Era in piedi. Era una fabbrica di dolori,
pensò. Ma era ancora vivo. Guardò Cruz
lì, davanti a lui. Il latino era in ginocchio.
-Alzati, fece Santoro, minacciandolo con la Beretta.
Devi lavorare per me. Lo guidò, puntandogli la pistola,
verso la mercedes parcheggiata lì, dietro la scena del crimine.
-Apri il portabagagli, intimò Santoro a Cruz.
Il latinamericano eseguì. Santoro dette un'occhiata
all'interno. Vide che c'era una pala. Nepoti aveva pensato
proprio a tutto. Doveva aver messo nel conto anche che,
tramite il suo telefono, gli uomini dei Carabinieri,
avrebbero individuato il nascondiglio della figlia di Cruz.
Tanto poi era sicuro di eliminarli entrambi. Lui e Cruz.
Ma gli era andata male.
Santoro prese la pala e la cedette a Cruz.
-Andiamo verso il bosco, dobbiamo scavare una buca
er metterci dentro l'ex Commissario. E falla bene.
Poi, da cattolico quale sei, dovrai pure recitare
qualche preghiera prima di seppellirlo.
Cattolico part-time, si intende, continuò
Santoro beffardo.
Al termine dell'operazione, Cruz stava facendo
una croce di legno per porla sul mucchio
di terra di sepoltura.
-Che fai? Non possiamo mettere una croce.
Così individuerebbero il corpo tempo zero.
Uhm...ora devi scavare un'altra buca, disse Santoro.
Cruz lo guardò fisso negli occhi.
-Ho ricaricato. Adesso ho tutti e quindici i colpi.
Scegli. Scava e avrai il tempo di pensare ancora un po',
di stare ancora su questa terra ad ammirare questi boschi,
questi cieli. Oppure posso eliminarti subito.
Cruz prese la pala e si mise all'opera.
Quando ebbe scavato un buca abbastanza profonda,
Santoro gli disse di andare a prendere il giubbotto
antiproiettile che aveva gettato in terra dopo la sparatoria.
Il giubbotto era ad una trentina di metri.
Santoro sapeva leggere nell'animo umano. E sapeva che se
Cruz avesse tentato la fuga avrebbe potuto centrarlo
con facilità. E infatti il capo gang, tornò con il giubbotto.
-Gettalo lì dentro, gli intimò Santoro. Il giubbotto
finì in fondo alla buca.
A quel punto Cruz cominciò a pregare.
Santoro mise il colpo in canna e sollevò la sicura.
-Alzati, fece a Cruz.
-Estoy pronto, disse il capo dei Barrio 19.
-Leva le tende, disse Santoro.
-Como?
-See...Cremona e Brescia...Hai capito bene. Togliti dagli
zebedei. Prima però mettiamo in chiaro due cose.
Questa storia non è mai accaduta. Qui io e te non
ci siamo mai stati. Seconda cosa: la prossima
volta che ci incontriamo...nemici come prima.
E adesso volatilizzati.
Cruz lo guarsò bene in viso. Fu orgoglioso.
Di se stesso. Non di Santoro. Ci aveva visto giusto.
Sapeva valutare gli uomini. Aveva intuito che aveva
fatto bene a non eliminarlo, sparandogli in modo
da non ucciderlo. E aveva ottenuto quello che voleva,
alla fine. Non è questo che doveva fare un capo?
-Bueno, disse Cruz. Osservò Santoro intensamente
col suo somatico indio. Poi si girò e a passo svelto
prese la salita verso il bosco.
Santoro stava salendo le scale del Comando
Legione Carabinieri di via Moscova.
Mentre saliva lentamente aveva un vago senso di nausea.
Aveva ucciso un uomo. L'uccisione di un uomo era per
lui un evento estremo a cui ricorrere solo se si era
in pericolo di vita. Ma, si avesse fede o meno,
era comunque un atto grave. Non ne andava fiero.
Era stato un male necessario.
Davanti alla porta dell'ufficio del Capitano Gianuli
dette di nocche. “Avanti”, si sentì da dietro la porta.
Santoro entrò. Gianuli era seduto dietro la scrivania.
Alle sue spalle l'immancabile foto del presidente Mattarella.
-Maresciallo, oggi ritorna in servizio.
-Già...disse Santoro, lapidario.
-Sono qui a discutere con lei di fatti gravi, che dico,
gravissimi che la riguardano.
Santoro si sedette.
-La ascolto, signor Capitano, disse il Maresciallo pugliese.
-Ho fatto svolgere un'inchiesta su di lei.
L'ho fatta seguire. Sapevamo esattamente dove
lei fosse e cosa stava facendo, disse Gianuli. Scrutò Santoro.
Il suo volto era impassibile. Gianuli si aspettava una
reazione, ma Santoro restava in silenzio.
-Ho qui, in questo fascicolo, il risultato dell'inchiesta
svolta su di lei da alcuni uomini della sezione disciplinare.
Santoro ascoltava. Taceva. Guardava Mattarella.
-Mi sta ascoltando?
-Sì, disse Santoro.
-E non ha niente da dire?
-Non conosco i fatti ne' le circostanze di cui sta parlando.
Magari potrebbe esplicitarmeli? Disse.
-Sa bene di cosa parlo. Lei ha svolto un'inchiesta per
conto suo mentre era in convalescenza. Come sempre fa
di testa sua. Non si fida dei suoi superiori.
-Scusi un momento, disse Santoro. Lei ha svolto
un'indagine disciplinare sul mio conto
mentre ero in convalescenza? E a che scopo?
-Sapevo che lei avrebbe indagato sul suo tentato omicidio.
-Uhm, grugnì Santoro. E lei, invece di indagare
sul mio tentato omicidio stava indagando su di me?
E per cosa?
-Abbiamo seguito tutti i suoi spostamenti,
utti i suoi movimenti. Il Maresciallo Grenci ha
svolto un'indagine non autorizzata su una
sparatoria in zona Crescenzago, qui a Milano.
Ho dovuto minacciarlo per conoscerne i motivi.
-Dunque, se lei sa tutto...cosa posso fare per lei?
Lei è il mio dirigente. Che le devo dire: prenda
le decisioni del caso.
-Questo è tutto quello che ha da dire?
-Ci può giurare....senta, sono stanco, sono pieno di dolori
...ho rischiato un paio di volte di morire, pensa che
abbia così tanta voglia di fare conversazione?
Capitano, qualcuno le ha mai scaricato addosso
quindici colpi di pistola?
Gianuli incassò. Santoro era un insolente
Insofferente alla disciplina e alle regole. Era un cane sciolto.
E per di più, tutti, da Grenci a Cazzaniga, passando
per il Brigadiere Agostinelli, e persino il brigadiere
Strippoli, lo idolatravano. Ma aveva un bel paio di
attributi, questo, ecco, glielo concesse.
-L'ex Commissario Nepoti... sappiamo dov'è sepolto.
Ma di Cruz non ne sappiamo nulla. Anche lui ha fatto
la stessa fine di Nepoti? Cruz non aveva un cellulare
con se', per cui non conosciamo le sue mosse
degli ultimi giorni. Che cosa mi può dire, al riguardo?
-L'ho lasciato andare. Nepoti aveva fatto rapire sua figlia
e lo ricattava. In cambio Cruz doveva farmi fuori.
Lui invece ha pensato bene di far finta di aver fallito
il tentativo di farmi la pelle. Errori di mira,
avrà detto a Nepoti. Credo sia andata così.
Non si fidava di Nepoti. Fino ad ora le cose
che ho detto le tornano?
-Sì, disse Gianuli. Come ha fatto a uscirne vivo?
-Istinto di sopravvivenza, immagino. Ho dovuto
sparare a Nepoti. A proposito, avete trovato il cadavere?
Gianuli stette in silenzio alcuni secondi.
Per far aumentare la tensione. Ma a Santoro
non importava nulla, di questi giochetti.
Poi, il Capitano si decise-non abbiamo trovato il cadavere.
Anche se sappiamo dov'è. E sta bene lì dov'è, fece.
Poi prese il fascicolo che aveva davanti. Si alzò in piedi.
i avvicinò alla macchina trinciacarte che aveva alle sue spalle.
Ne infilò dentro il fascicolo e lo coriandolizzò.
-Quest'inchiesta non c'è mai stata. Ho un altro caso
da affidarle. Una cosa urgente. Vada da Cazzaniga
, per i particolari. Buongiorno, Maresciallo...
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