giovedì 25 novembre 2021

Il ministro dell'interno

 

Il ministro dell'interno

-Sciur Marescial l'è successa una cosa brutta. Era Cazzaniga. Santoro aveva risposto al telefono con voce assonnata.

-Che c'è, Cazzanì, che è successo?

-Sciur Marescial. Nel palazz de la region c'è uno con una bomba. Tiene tutti in ostaggio.

-Cazzanì, ma che ore sono?

-Sette e mes, perchè?

-Non sono orari in cui uno prende in ostaggio della gente. Io dico, ci vuole una decenza anche nel crimine!

Il Maresciallo Ambrogio Cazzaniga, della Sezione Omicidi dei Carabineri della Legione di Via Moscova, Milano, non disse niente. Era il più fidato collega del Maresciallo Santoro. Meno anziano, per cui tendeva a dargli del lei. Pur senza rinuciare al suo perenne intercalare milanese. Santoro invece era pugliese. A Milano da trent'anni. Ma ci aveva messo una vita per capire Cazzaniga. E alla fine lo capiva qualsi al volo. Google Translate sarebbe arrossito, al confronto, gli disse una volta Cazzaniga. Be', se dici questo vuol dire che non ti capiscono nemmeno i milanesi, aveva risposto il Maresciallo Gabriele Santoro. Non senza che prima si fosse fatto spiegare che cosa fosse Google Translate. Data la generazione a cui apparteneva, Santoro era praticamente tecnoleso. Ma la cosa non lo preoccupava. Poteva sempre contare su Cazzaniga. Un po' più giovane e cacciatore di corsi d'aggiornamento.

***

Ore otto circa. Santoro odiava fare le cose di fretta. Dalla bocca della metro di Piazzale Duca D'Aosta, attraversò l'impiantito di pietra levigata. Passò in mezzo alle due solite

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camionette dell'Esercito di servizio dentro le quali i militi sbadigiavano della grossa. Evidentemente non erano stati allertati, oppure Cazzaniga chissà cosa s'era bevuto. Comunque gli parve strano. Non aveva potuto fare colazione per cui gli girava la testa. Oltre che gli zebedei. Ma la seconda cosa era normale. Attraversò via Melchiorre Gioia. Traffico intenso già a quell'ora. Un novembre non ancora freddo come qualsiasi altro novembre, la produzione ripresa già da un pezzo, a Milano. E l'estate era già molto lontana. Dietro il nuovo palazzo della Regione Lombardia, vide un assembramento di pattuglie di Polizia e Carabinieri. Tutti, fra agenti, dirigenti e ufficiali delle varie armi, indossavano giubbini antiproiettile. Scorse Cazzaniga e gli andò incontro.

Cazzaniga era robusto, viso olivastro, brizzolato, un metro e settantacinque circa. Il meridionale tra i due sembrava lui, constatò Santoro. Ma non rise per quella battuta che fece a se stesso. Era un comico senza pubblico. Erano i migliori, pensò. Nessuno sapeva che erano esistiti e si portavano il segreto del loro successo nella tomba. Tanto quelli di successo ci avrebbe pensato il tempo a cancellarli. Tanto valeva diventare comici di se stessi ed avere successo nel breve lasso della propria vita presso se stessi. Quando era nervoso pensava sempre queste cose assurde.

-Sciur Marescial, l'è un maroc...

-Di cosa stai parlando, Cazzanì?

-L'attentatur che è lì denter...

-Cazzanì, c'è stato un attentato?

-No, ancora no.

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-E allora perchè lo chiami già attentatore? Mi devo toccare gli zebedei?

-No, ma che c'entra, sciur Marescial, era così per dire.

-Altra domanda, hai detto che è marocchino? Qualcuno gli ha controllato i documenti?

-Certo che no...è che l'è un arabo...e voi sapete che l'ottanta per cent di questi qui sono del Marocco.

Santoro storse il labbro. Cazzaniga aveva usato una sineddoche tipica, a Milano. Un po' dovunque, a ben pensarci. Ma poi sineddoche ci sarebbe stata su Google Translate? Non c'era il tempo per chiedere a Cazzaniga.

-Ragguagliami sulla situazione, fece sbrigativo, Santoro.

-El maroc...insomma l'arabo, l'è entrà denter al palazz de la region. Ha chiuso l'ingresso. E si è barricato dentro. Il Commissario Salvemini ha avviato le trattative. Per telefono. Parla da un cellulare.

-Chi, parla da un cellulare...Cazzanì, spiegati bene, fece Santoro.

-L'arabo ha un cellulare... e, non so come ha chiamato il Commissario; e ora stanno trattando.

-Ho capito, devo parlare con questo Salvemini. Portamici.

-Subìt, sciur Marescial.

-Cazzanì...evita di ripetere ossessivamente sciur Marescial..

-U capì sciu...Maresciallo...

Cazzaniga si fece largo fra gli agenti che erano lì ammassati al riparo dietro le auto frapposte di lato o in diagonale a fare

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da barriera a eventuali attacchi con armi da fuoco.

Salvemini era sui 40. Impermeabile bianco immacolato. Nessun capello grigio. Abbronzatura da lampada. Aveva uno smartphone avvitato all'orecchio.

-Non ti capisco, parli inglese? Stava dicendo.

-Cazzo, questo parla solo arabo, urlò Salvemini verso gli agenti appostati. Forse sperando che qualcuno parlasse arabo.

-Visto cosa significa essere ossessivamente contro l'integrazione? Disse Santoro.

-E lei chi cavolo è? Fece Salvemini.

-Sono il Maresciallo Santoro, Legione dei Carabinieri di via Moscova, omicidi.

-Ah, scusi...non la conoscevo.

-Non c'è problema. Capisco che stia gestendo una situazione molto delicata.

-Si, ma lei cosa fa qui, cosa vuole? Disse scorbutico, Salvemini.

-Be', intendo aiutarla...sempre se lei non pone un problema di conflitto di attribuzioni.

Salvemini chiuse la comunicazione con l'arabo.

-Dunque, Maresciallo, vediamo di capirci. La situazione è questa: stamattina presto un arabo è entrato nel palazzo. Era armato e forse indossa una cintura esplosiva, di quelle che indossano i kamikaze. Ha parlato con qualcuno, lì dentro, non so con chi e alla fine mi ha telefonato. Credo che mi abbia individuato come interlocutore. Sono nella merda più nera!

-Che cosa vuole? Tagliò corto Santoro.

-Se lo capissi potrei dirglielo. Ma parla poco e male italiano

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e arabo. E l'arabo come dice la parola stessa, per me è arabo.

Il commisario anche era un comico. Ma non per se stesso. Aveva ambizione di esserlo anche per gli altri, pensò Santoro. Finirà per non essere ricordato nemmeno da se stesso.

-Cazzanì, guadagnamo tempo. Telefona al Cin Cin bar. Chiedigli se c'è Ahmed. Salvemini era al telefono, ma assisteva a tutti questi traffici tra l'ammirato e lo stranito. Ma che razza di gente erano, quei carabinieri, sembrava pensare.

***


Dieci minuti esatti dopo, Ahmed apparve in zona. Accompagnato da Cazzaniga superò la spessa coltre di divise e giubbotti antiproiettile, mitra e fucili di precisione. Cecchini appostati sui palazzi non ce n'erano, un po' per impreparazione ad un evento del genere e un po' perchè gli altri palazzi erano più bassi del grattacielo della Regione Lombardia.

-Ciao Ahmed. Lui è il Commissario Salvemini, disse Santoro.

Ahmed accennò un saluto con un gesto del viso.

-Chiamiamo, disse Santoro. Salvemini schiacciò un tasto del suo smartphone. Quando dall'altra parte risposero dette il telefono in mano a Santoro. Santoro lo dette ad Ahmed.

-Mi raccomando, Ahmed. Vogliamo sapere cosa vuole, che intenzioni ha. Di che nazionalità è...vita ed opere.

Ahmed prese il telefono e attaccò a parlare in arabo. Salvemini guardava la scena con una certa preoccupazione. Gli era stata affidata, suo malgrado, la responsabilità dell'operazione. Parlarono fitto per un quarto d'ora circa. Poi Ahmed chiuse il telefono e lo riconsegnò a Santoro. Santoro lo riconsegnò a

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Salvemini.

-Allora? Fece il Maresciallo.

-E' palestinese. Vuole liberazione di Gaza. Se israeliani non escono da territori occupati lui fare saltare in aria.

-Fare saltare in aria cosa, esattamente? Chiese Santoro.

-Tutto il palazzo e tutti che sono dentro palazzo.

-Ma è pazzo, disse Salvemini preoccupatissimo. Dobbiamo entrare e prenderlo.

-Bravo, così lui si fa esplodere e insieme a lui il palazzo, quelli che sono entrati e noi che siamo qui...Commissario, mantenga la sua freddezza, disse Santoro.

-Altra cosa. Lui parlare in italiano, disse Ahmed.

-Cosa? Disse Salvemini. E come mai con me non parlava una parola in italiano?

-Lui non fidare di te, disse Ahmed sorridendo.

-Questo qui , ride pure, disse il Commissario.

Santoro restò qualche secondo a riflettere, poi chiese ad Ahmed-secondo te lo farebbe?

-Secondo me farebbe. Lui shaid, lui ha giurato su Allah. Pronto a morire per Allah.

-E che c'entrano i palestinesi con Allah? Chiese Salvemini.

-Territori dove ci sono arabi è terra santa. Via tutti stranieri, offendono Allah.

-Anche tu pensi questo?, gli chiese Santoro.

Ahmed nicchiò qualche secondo. Poi disse-non essere importante cosa pensare io. Lui detto che farà questo. Lui farà. Siamo tutti nella mani di Allah. Io ora andare via.

-Ma come, non vuoi morire anche tu per Allah?, disse Santoro

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sarcasticamente.

-Allah non dare da mangiare a mia famiglia, disse Ahmed.

-Sentite ho un'idea, disse a quel punto il Maresciallo pugliese.- Forse c'è un modo per evitare una strage. Potrebbe morire una persona sola. Oltre all'attentatore, aggiunse.

-In che modo? Chiese Salvemini interessato.

-Chiediamogli uno scambio. Uno di noi, un occidentale...importante però. Uno la cui perdita potrebbe spostare equilibri politici. In cambio lui libera tutti i dipendenti della Regione che tiene in ostaggio. E tutti qui, si allontanano di qualche isolato. Preparandosi al peggio. Non vedo altra soluzione. Conosco i miei polli e se quello è uno shaid, un martire, non c'è verso... si farà esplodere.

-Non credo sia una buona idea, disse Salvemini. Cazzaniga taceva. Assisteva al ping pong verbale fra i due uomini.

-Perchè? Chiese Santoro.

-Nessun politico si consegnerà mai per salvare i dipendenti della regione...anche se questo io non l'ho mai detto, disse Salvemini.

-Io però l'ho sentito, disse Cazzaniga.

Santoro sorrise.

-Non si consegnerà nessun politico...ammesso che il nostro

amico accetti...questo deve essere chiaro.

-Non la capisco, Maresciallo, che sta dicendo?

-Lo so io che sta dicendo. Sta lavorando al suo suicidio, disse Cazzaniga. Conosceva a menadito il Maresciallo pugliese e il suo modo di pensare. Di agire.

-Non vi capisco, confermò Salvemini.

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Questo è di coccio, pensò Santoro. Poi fanno le barzellette sui carabinieri. A far ridere però è la polizia. Se ha dirigenti così...

-Commissario...sarò io a propormi per lo scambio. Ma a lui diremo che sono il Ministro dell'Interno. Dubito che il palestinese abbia mai visto in faccia il nostro Ministro dell'Interno.

-Io non ci giurerei. Questa gente fa corsi di aggiornamento, studia gli obbiettivi, li fotografa. Secondo me è un rischio. Se conoscesse il Ministro dell'Interno? Disse a quel punto Salvemini.

-Beh, correremo il rischio. L'importante è che accetti. Una volta liberi tutti, sarà un problema mio, disse Santoro. Soprattutto se fosse stato vero quello che andava dicendo Salvemini, sulla conoscenza del nostro Ministro dell'Interno, da parte del terrorista. Anche perchè era una donna. Ma questo a Salvemini non lo disse. Nella sia pur grave situazione il comico che era in lui scoprì che c'erano altri comici più bravi di lui. E per di più involontari.

-Tentiamo, Commissario? Che dice? Chiese Santoro.

-Io non sono d'accordo, disse Cazzaniga.

-Tu sei di grado inferiore al mio, per cui non puoi dirmi cosa fare.

-Ah, questa è bella. Prima non le dovevo dare del lei o del voi e non la dovevo chiamare sciur Marescial, perchè eravamo colleghi. Ora son passà al grado inferiur?

-Cazzanì, per favore, non ti ci mettere anche tu...stai tranquillo. So quello che faccio, disse Santoro. Cazzaniga però

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non si tranquillizzò. E Santoro capì che ormai lo conosceva come le sue tasche. Perchè aveva capito che Cazzaniga aveva capito che lui, Santoro, non aveva la più pallida idea di come sarebbe uscito da quella situazione. Se intero o a pezzetti. Molto probabilmente, comunque, nel classico vestito di legno buono per quelle occasioni.

Salvemini disse che si poteva tentare. Ma che se fosse fallito il tentativo, avrebbe fatto piazzare dei cecchini sui palazzi di fronte. Che erano più bassi del grattacieo della Regione Lombardia. E presumibilmente il terrorista, in previsione, si era trincerato all'ultimo piano. Un altro piano inutile. Un piano debole. A lui, invece, a Santoro sarebbe piaciuto un piano forte. Scritto tutt'unito. Gli sarebbe piaciuto suonarlo. Per questo era diventato un fedele ascoltatore di musica classica: pianoforte in particolare. Pianoforte suonato da belle donne era il suo paradiso preferito. Ed era sulla terra. Ma chi sa se l'avrebbe rivisto prima di uscire a pezzetti e in un vestitino di legno. C'era solo un modo per saperlo. Entrare lì dentro e disarmare il terrorista.

Dettero lo smartphone ad Ahmed. Il marocchino schiacciò il tasto indicatogli da Salvemini memorizzato con la

parola”marocchino”. Un secondo prima Ahmed guardò il Commissario. Per loro erano tutti marocchini, gli arabi. Non capivano niente. Con questa gente a capo delle forze dell'ordine avrebbe potuto continuare a fare i suoi loschi affari per sempre. Vendeva hashish, e mai avrebbe venduto altro. Per questo Santoro lo tollerava. E si serviva di lui di quando in quando come informatore.

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Poi parlò con il terrorista. Gli spiegò la situazione e ci aggiunse qualcosa di suo, per invogliare il palestinese ad accettare. Probabilmente disse che il tizio che si sarebbe consegnato in ostaggio era un pezzo grosso, molto importante per il governo italiano e che per liberarlo si poteva pensare che avrebbero imposto agli israeliani di liberare per sempre Gaza. Santoro non capiva l'arabo, ma conosceva Ahmed e le sue abilità di venditore. Spesso di frottole. Ma persino le frottole devi essere buono a venderle, pensò.

Ahmed terminò la telefonata.

-Be'? Che ha detto, accetta? Chiese Salvemini, impaziente.

Cazzaniga sperò che non avesse accettato. E anche Santoro, in fondo in fondo.

Ahmed non si decideva a rispondere. Si accese una sigaretta.

-Sì, disse, all'improvviso. Loro sono così. Credono a tutto. Perchè non hanno nienti da perdere. Sono già morti. E se muoiono uccidendo una persona importante, un politico, per loro è meglio che uccidere gente come loro. Del popolo. Mi capisci?, fece Ahmed rivolto a Salvemini.

Santoro cominciò ad entare nell'ordine di idee. Stava anche entrando in una valle di lacrime. Ma non lo disse a nessuno

dei presenti.

-Lui detto fare uscire tutti, quando Ministro entra, aggiunse Ahmed. Era regolare, pensò Santoro, fanatico per quanto si voleva, ma mica stupido. Non fino a quel punto.

Salvemini organizzò il tutto. Disse ai suoi uomini di indietreggiare. Cazzaniga lo disse ai Carabinieri. Il capitano Gianuli era assente per ferie. Meno male, pensò Santoro. C'era

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un suo sostituto. Il Capitano Sotri. Che fece come disse Cazzaniga che gli aveva detto che era un ordine del commissario Salvemini. Che fino a prova contraria aveva la responsabilità dell'operazione.

Santoro tirò fuori la beretta d'ordinanza e la consegnò a Cazzaniga.

-Ambrò, trattamela bene, mi raccomando.

-Sciur Marescial, te se propri matt, disse Cazzaniga.

-Tanto torno, non ti preoccupare.

-Non sappiamo come, però, disse duro Cazzaniga.

Santoro attraversò lo spiazzo antistante la volta a botte sulla quale reggeva il palazzo della regione e si avviò verso l'ingresso principale.

Davanti alle porte di cristallo, provò a spingerle. Si aprirono facilmente. O non erano state bloccate, mai, o qualcuno era stato mandato ad aprirle. Qualcuno che aveva qualcun altro di caro, tenuto in ostaggio. Di modo che fosse costretto a non darsela a gambe.

Entrò sotto lo sguardo terrorizzato di vari impiegati che se ne stavano seduti ai loro scranni burocratici, semiparallizzati dalla paura.

Era strano vedere tutta quella gente immobile controllata da un solo uomo. Che nemmeno vedevano. Infatti anche Santoro non vedeva nessun terrorista. Tanto che ad un certo punto mentre camminava, fece ad uno della vigilanza che stava lì imbambolato anche lui- ma dov'è il terrorista?

-E' all'ultimo piano.

-E perchè voi non uscite, non scappate?

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-Quello ha minato tutto il palazzo. Se uno esce lui fa saltare tutto. Lì dove sta lui adesso è in una stanza dove con le telecamere controlla tutto.

Santoro temette che il terrorista potesse aver visto le sue manovre con Ahmed, Salvemini e company. Ma poi si tranquillizzò pensando che non poteva aver sospettato niente. Anzi, l'idea che un uomo in borghese si rechi nel luogo in cui si sta per commettere un crimine, parli con chi sta gestendo la situazione e finisca per suggerire uno scambio, suggeriva anche che poteva trattarsi benissimo di un dirigente di alto livello, persino di un Ministro. Ma non la dette a bere a se stesso. Questa gente, i terroristi,non erano degli sprovveduti. Nessun Ministro di un qualunque paese occidentale si sarebbe consegnato per salvare altre persone, in cambio. Ufficialmente perchè non si tratta con i terroristi. In realtà perchè non avevano abbastanza attributi per farlo. E comunque ora era dentro. Era in ballo e avrebbe ballato. Si sarebbe visto se era plausibile come Ministro. Prese l'ascensore e schiacciò il pulsante dell'ultimo piano. Sul tasto c'era scritto proprio così “ultimo piano”. Sembrava il titolo di un film sulla sua morte.

Arrivato all'ultimo piano, dopo vari minuti, uscì dall'ascensore. Una ragazza bionda e carina lo prese in consegna. -Lui la sta aspettando, signor Ministro, disse la ragazza. Uhm, pensò Santoro, gli impiegati se l'erano bevuta, a quanto pareva. E in sovrappiù c'era che nessuno nel suo paese sapeva che il ministro dell'interno fosse una donna. Non poteva deprimersi più di quanto non lo fosse già per tutta la vicenda.

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La ragazza lo fece entrare in una stanzetta. Dentro c'erano

altre persone. Tutte donne. Segretarie, pensò di primo achito.

C'era una scrivania e dietro una scrivania c'era lui. Il terrorista.

-Buongiorno, sono il Ministro dell'Interno, disse Santoro.

L'uomo, un giovane arabo che Ahmed aveva detto essere palestinese,aveva in mano una specie di maniglia. La manigia era collegata ad un cavo il quale si insinuava sotto la giacca del vestito. Un vestito elegante all'occidentale. Sotto la giacca ci doveva essere l'esplosivo. Presumibilmente al plastico, pensò Santoro. Applicando a quella situazione la legge di Murphy.

-Se tu sei il Ministro dell'Interno, io sono Aladino, disse il giovane. Il vostro Ministro dell'Interno è una donna, aggiunse.

Lo sapevo, pensò Santoro. Salvemini aveva ragione. A volte succede anche agli stupidi. Che a dire baggianate ogni tanto ci azzeccano. Gli seccava che l'occasione azzeccata fosse quella.

-Quindi non libererai tutti gli ostaggi? Chiese Santoro.

-Certo. Io sono un uomo di parola. Al contrario di voi. Di LEI!.

-Uscite tutti, aggiunse il giovane. In men che non si fosse detto si scatenò una baraonda. Poco dopo, Santoro si voltò a dare un'occhiata fuori. Quell'uomo era un genio. Aveva creato un domino umano perfetto. Fuori si riversarono centinaia di persone che lavoravano lì in Regione. Seguendo un meccanismo da telefono senza fili, di voce in voce, mano mano che dall'ultimo piano a seguire gli impiegati passavano l'informazione che si poteva uscire.

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-Ma le porte non erano minate? Disse Santoro.

-Ci può giurare, disse il giovane. Poteva avere una trentina d'anni, viso duro, spigoloso. Atteggiamento ieratico, da fanatico.

Mentre Santoro osservava dalla finestra il torrente umano che si allontanava, tornò ad osservare il terrorista.

-Mi chiamo Mohamed Salah, sono palestinese. Per rispondere alla sua domanda...sì, le porte sono minate, ma sono io che posso farle esplodere. O non esplodere. Ho le vostre vite, tutte, in questa specie di freno di bicicletta, disse. E sollevò la maniglia collegata all'esplosivo al plastico. Santoro raggelò. Stavolta non sapeva proprio come ne sarebbe uscito. E accontentarsi di sapere com'era entrato non gli rallegrò la giornata, in quel momento.

-Eccoci qua, disse Santoro. E adesso che cosa conti di fare? Hai capito che non sono un Ministro...quindi di me non puoi fartene niente. Tanto vale che lasci perdere tutta questa faccenda. Non crederai mica che un'azione come la tua potesse servire a liberare Gaza, vero?

-Vero, disse Mohamed. Ma la mia vita è ormai segnata. Ho fatto

la mia scelta. Sono uno shaid. Un martire. Devo morire per la gloria di Allah. La mia famiglia sarà onorata e nessuno di loro dovrà più morire. Perchè hanno già sacrificato un figlio, un soldato di Allah.

-Aspetta un attimo. Ancora non è successo niente, disse Santoro.

-Oh, ma succederà. Fidati, uomo, succederà.

-Ma perchè fai questo? Perchè sacrifichi la tua vita?

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-Sono palestinese. Il mio popolo è oppresso. Prigioniero,

torturato, occupato...i coloni ebrei comprano terre a prezzi stracciati e ci cacciano per abitarci loro. Se reagiamo ci sparano addosso, ci bombardano.

-Tutto giusto e in parte vero, disse Santoro. Ma pensi che con questo gesto, facendoti esplodere, cambierai qualcosa?

-Non lo so. Io sono un soldato di Allah, obbedisco a lui.

-Non credo. Tu obbedisci a uno sceicco figlio di puttana che manda giovani come te a morire per i suoi sporchi interessi di potere. Un senza scrupoli cui importa della Palestina quanto a una mucca di una lepre.

-Poetico, disse Mohamed. Ma non mi ha convinto. Parlava un italiano pressocchè perfetto, quasi senza inflessione.

-Dove hai imparato a parlare in italiano?

-Sono nato in Italia. Miei genitori hanno avuto me qui.

Un altro della generazione Balotelli. Ma perchè anche lui non aveva imparato a giocare al pallone? Pensò.

-Non hai motivi per fare tutto questo. Non sei neanche palestinese, disse Santoro alla disperata.-E poi, aggiunse, ci siamo solo tu e io, in questo palazzo. Non avrai nessun

vantaggio a farci esplodere. Potevi farlo prima. Ora non ha più molto senso, non credi?

-Al contrario. Farò esplodere questo grattacielo e sarà una grande vittoria per Allah, disse Mohamed.

-Se volevate colpire gli islaeliani bastava invitare tutti a non comprare più pompelmi Jaffa, disse Santoro. Aveva esaurito tutte le munizioni dialettiche. Era alla frutta. Per quello stava citando il pompelmo Jaffa? Il comico interiore si stava

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rifacendo vivo.

Osservò Mohamed. E la maniglia che aveva nella mano destra. Sembrava già pronto a schiacciarla. Con il fanatismo era una battaglia persa. Ci aveva provato e aveva perso. Doveva cambiare strategia. Era un uomo di cinquant'anni e ne aveva viste e passate tante. Era abbastanza freddo, in certe situazioni. Le pagava dopo, le conseguenze. Avrebbe avuto un attacco di colite. Forse il disturbo che lo affliggeva da una vita sarebbe diventato ancora più cronico, dopo quella storia. Oppure sarebbe morto e buonanotte al secchio. E alla colite.

Era a cinque metri dal palestinese. Dall'italo-palestinese. E aveva esaurito le cartucce verbali. E la pazienza. Sarebbe morto da eroe. O da stronzo. A seconda dei punti di vista. Aveva salvato molte vite umane. Ma stava sacrificando la sua. Molti di quelli che aveva salvato non si sarebbero nemmeno ricordati di lui. Forse all'inizio. Poi moglie e figli, bollette da pagare, i genitori in un'ospizio, la vita li avrebbe riassorbiti nel gorgo del tran tran quotidiano.

Con un balzo insospettabile, per la sua età, le sue capacità ginniche, la pancetta da dieta mediterranea e la corporatura

tutt'altro che atletica, raggiunse Mohamed. Il quale restò sorpreso del gesto di quell'uomo di mezz'eta. Che era comunque pur sempre un Maresciallo dei Carabinieri. Che non rideva alle barzellette sui Carabinieri.

Mentre era in volo, a Santoro, gli passò la vita davanti. Sarebbe potuto starsene a casa, ad ascoltare Yuja Wang, la pianista cinese, mentre suonava Rachmaninov, immaginandola seduta al pianoforte con lo spacco alla gonna già corta di suo,

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dopo aver divorato un piatto di orecchiette di farina nera al

sugo di pomodoro. Avrebbe potuto leggersi un libro, qualsiasi libro, purchè non fosse un giallo. Li odiava. Qualunque cosa lo tenesse attaccato alla vita e lontano dalla colite. E invece era lì, in volo, verso la morte.

Planò addoso a Mohamed e cercò di afferrare la maniglia a cui era collegato l'esplosivo al plastico che il palestinese aveva addosso. Cercò di impossessarsene. Ma non ci riuscì. Ora Mohamed poteva schiacciarla e buonaotte al secchio. E a Santoro. Con tutto il circo equestre di pianiste, orecchiette, libri e colite.

Mohamed schiacciò la maniglia e Santoro chiuse gli occhi.

Non successe niente. Mohamed schiacciava la maniglia ma non succedeva niente. Santoro stava per avere un attacco di colite.

Ma si riebbe. Mollò un manrovescio a Mohamed che restò stordito. Poi si alzò in piedi e gli sferrò un calcio nelle parti basse. Mohamed accusò il colpo. Scoppiò in un pianto inaspettato. Santoro lo guardava, in piedi, ormai. E Mohamed lì, in terra, steso. Dolorante e piangente.

Tirò fuori dall'impermeabile milk&cofee il suo antico Nokia. La Zanna di Dinosauro, lo chiamava. Era l'unico nell'Europa Occidentale ad usare ancora quel tipo di telefono.

Nell'era dei videotelefoni.

Chiamò Cazzaniga.

-Ambrò, entrate. Ultimo piano, seconda stanza a destra. Fate presto.

-Sciur Marescial, tutto a posto?

-Cazzanì, ancora lì sei? Sbrigati.

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Dieci infiniti minuti dopo, Santoro vide entrare Cazzaniga e

Salvemini, nella stanza.

Cazzaniga si occupò di mettere le manette a Mohamed.

-Complimenti, fece Salvemini, ma come ha fatto a disarmarlo?

-E chi le dice che l'abbia disarmato?

-No...pensavo, disse Salvemini.

-Il Maresciallo l'è un eroe, disse Cazzaniga.

-Cazzanì, non dire cazzate, disse Santoro. Ora devo andare, aggiunse. E si mosse velocemente.

-Dove va, Maresciallo? Fece Salvemini. Ci lascia così senza raccontarci come ha fatto a disarmarlo? Lei ha salvato tutti. Sinceramente non credevo che ce l'avrebbe fatta. Che metodo ha usato?

-Culo, disse Santoro. La bomba non è esplosa.

Salvemini non disse niente. Cazzaniga fece strada.

-Da questa parte, sciur Marescial, i bagni sono in fondo a destra. Era proprio vero, pensò Santoro, quando si diceva che gli amici si vedevano nel momento del bisogno.










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Canini da trasporto

 

Canini da trasporto


Squillò il telefono: un Nokia old generation con sportellino autorticolato. Zanna di dinosauro, lo chiamava affettuosamente il Maresciallo Santoro.

-Pronto? Fece il Maresciallo con voce assonnata.

-Sciur Marescial, sono Cazzaniga.

-Sì...che vuoi a quest'ora?

-Sono le nove, Marescialo, si disciuli.

Il maresciallo Ambrogio Cazzaniga era milanese doc da sette generazioni e ci teneva ai suoi intercalari meneghini.

-Uhm...spara, che è successo?

-C'è un morto. Si tratta di un tassista.

-Uhm...e com'è morto?

-L'è una cosa strana, sciur Marescial...non so come spiegare.

-Cerca di spiegarti.. non con il linguaggio dei segni, però...non ho il videotelefono!

-Ecco...l'è mort azzannato al collo...non so come dirlo...sul collo c'aveva dei piccoli fori come di denti canini.

-Azzannato da un cane?

-No, sciur Marescial, canini umani.

-Uhm...Va bene, faccio un salto a vedere.

-Certo, sciur Marescial, c'è già Grenci, della scientifica.

-Dov'è l'ambaradan?

-Zona Stazione Centrale. Lo noterà subit, l'area è circondata e in mezzo il taxi.

-Va bene, Cazzanì, vedo di recarmi sul posto.

-Ci sarò anch'io lì, sciur Marescial.

-Solo una cosa, Cazzanì...

-Cosa?

-Perchè continui a chiamarmi Signor Maresciallo e a darmi del lei?Dopotutto siamo colleghi.

-Lei è tre binari rossi, io ancora no.

-Sentì un po', se c'è una cosa che non sopporto di prima mattina sono le pignolerie burocratiche. E...non solo di prima mattina. Per cui falla finita. Ci vediamo sul posto.


Scese con la metro in Stazione Centrale, Milano, piena pandemia da Coronavirus. Indossava il suo solito impermeabile milk&cofee,mascherina ffpp2, capelli corti brizzolati,cinquant'anni, passo da plantigrado,atteggiamento meditativo. Poco prima aveva preso un tè deteinato e dei biscotti al miele. Non poteva sopportare altro, in quel giorno, a quell'ora, senza incorrere in un attacco di colite, di cui soffriva praticamente da sempre.


Uscì nello spiazzo di Piazza Duca D'Aosta. A quell'ora, undici circa di un giorno d'aprile, semideserto.Non fosse per i soliti grupposcoli di senegalesi seduti sotto la facciata stile impero che vendevano qualunque cosa. Molti non indossavano la mascherina chirurgica per evitare di diffondere e proteggersi dal virus. Dette un'occhiata al vecchio palazzo della Regione Lombardia, sull'ultimo piano del quale, anni prima, era atterrato un biposto governato da un anziano che ci aveva rimesso la pelle. A destra vide un capannello di curiosi, intorno ad un area corcordata da nastri biancorossi. Attraversò la piazza in quella direzione. Si insinuò in mezzo alla piccola folla di curiosi.

-Largo, largo, evitiamo assembramenti, disse con fare deciso. Ma non sembrò che le sue parole facessero particolare effetto. Non indossava la divisa, non lo faceva quasi mai. Se lo poteva consentire, visto che era della squadra investigativa dei Carabinieri: Comando Legione Provinciale di via Moscova.

In mezzo all'area isolata dai nastri scorse il maresciallo Grenci, dei Ris. Più in là, Cazzaniga stava interrogando un senegalese.

-Ciao Grenci, come stai?

Grenci era di Imola. Era robusto, carattere ridanciano, pizzetto a forma di cobra.

-Bene, Santoro. Non vedo l'ora di fare un break per un panino e una birra. Sono a digiuno da stamattina.

-Da stamattina a che ora?

-Dalle 9, disse Grenci meravigliandosi per la domanda. Da quel Santoro c'era da aspettarsi di tutto, pensò.

-E già c'hai fame?

-Be', perchè? Ci deve essere un orario particolare per avere fame?

-No, no, figuriamoci. Era così per dire...Piuttosto, che mi racconti?

-Del morto?

-Si capisce...oh, poi se mi vuoi parlare dei fatti tuoi di famiglia, sai, adesso c'abbiamo lo psicologo pure noi dei Carabinieri. Forse è meglio se ti rivolgi a lui.

Grenci tagliò corto-era un tassista, 35 anni circa. Pare non fosse sposato. L'ha trovato un extracomunitario avvicinandosi alla macchina. Lo sta interrogando Cazzaniga. Il tassista era in un lago di sangue. Collo squarciato con evidenti segni di morsicature. Denti umani, Santoro.

-Denti umani?

-Sì...E non ci giurerei ma il tizio che ha fatto questo deve anche aver succhiato parecchio sangue...Ma questo te lo dirà poi il Dottor Aliprandi, quando farà l'autopsia.

-Dì un po', Grenci, tu che ne pensi?

-Non lo so...Ormai sul mercato ci sono droghe sintetiche, micidiali, che inducono la gente a fare cose terribili di cui nemmeno si ricordano.

-Pensi che l'assassino fosse drogato? Chiese Santoro.

-Altrimenti dovrei pensare a qualcosa a cui non mi sento di pensare. Sono un uomo grande e vaccinato e non credo a queste cinnate sui vampiri.

-Vampiri? Fece Santoro.

-Be', se non era fatto di qualche strano acido, Santoro, potrei dire che quel tassista è stato morso e parzialmente dissanguato da un vampiro!

-Uhm...Hai rilavato impronte?

-No...A parte quelle del tassista. L'assassino deve aver usato i guanti...Ah, un'altra cosa. C'era un forte odore di cloroformio. Il killer deve aver stordito il tassista con quello.

Mentre Grenci parlava, insieme, si avvicinarono al taxi.

Santoro ci infilò dentro la testa. Il vano del guidatore era separato dal sedile posteriore da una lastra di plaxiglass. Una misura anticontagio. A centro del plexiglass c'era uno sportellino che doveva servire per le comunicazioni tra tassista e cliente.

-Uhm...grugnì Santoro...E come ha fatto a stordirlo con il cloroformio infilando la mano da quello sportellino?Chiese Santoro.

-Non ne ho idea, disse Grenci.

-Avete trovato altro?

-No...Effetti personali del tassista, il suo cellulare ancora su google maps...Ah, non so se può avere rilevanza, abbiamo trovato sui tappetini anteriori un paio di pastiglie Valda.

-Bingo! Esclamò Santoro.

-Che c'è? Chiese Grenci.

-L'assassino deve aver messo del cloroformio in una scatoletta di pastiglie. Dopotutto le scatoline metalliche di quel tipo di pastiglie sono ben sigillate. Magari su un batuffolo posto alla base. Poi ha offerto la scatola al tassista e una volta aperta...Il gioco era fatto.

-Però...Sì, certo, può funzionare come ipotesi, disse Grenci meravigliato.

-Però questo non ci dice chi possa essere stato...Per ora. Lo annoto nel mio taccuino mentale, va...Disse Santoro.

Il cadavere del tassista giaceva sul sedile del guidatore. Sembrava sbarbato di fresco. La testa era piegata su un lato, quello ancora intonso. Sull'altro lato in tutta evidenza lo squarcio sanguinolento prodotto dai morsi dell'assassino. Sui lati della ferita scavata, due forellini come di denti canini. O era una messa in scena formidabile o doveva essersi trattato davvero di un vampiro. Santoro scartò immediatamente quest'ultima ipotesi. Era uno scettico, non credeva quasi in niente. Quando stava bene. Quando stava male credeva a tutto, persino a Padre Pio, di cui era devoto, in questo suo modo part time, come la maggior parte degli abitanti della Puglia. Regione dalla quale proveniva. Coraggioso quando scoppiava di salute, vile quando s'ammalava. Sotto questo aspetto si sentiva un italiano medio.


Il giorno dopo Santoro fece un salto dal dottor Aliprandi. Entrò nella sala autoptica dell'ospedale Niguarda.

-Dottor Aliprandi, buongiorno.

-Salve, disse Aliprandi con fare scocciato.

Il dottor Aliprandi era magro scheletrico, occhiali spessi come fondi di bottiglie e fumatore incallito. Fumava sigarette senza filtro. Sosteneva che il fumo uccidesse i microbi. Una baggianata che il dottor Aliprandi doveva aver mutuato da un po' di gialli di cui era ghiotto lettore.

-Allora? Che mi dice del tassista.

-Aliprandi dette una boccata alla sigaretta e non si preoccupò minimamente di avere la mascherina abbassata, né di peritarsi della distanza di sicurezza dal maresciallo. Aveva più volte sostenuto di essere fatalista e che i virus si sarebbero impossessati del mondo portandolo alla catastrofe finale. Tutta questa corsa ai vaccini non sarebbe servita a nulla, perchè sarebbero sorte tamente tante varianti, del Coronavirus, che si sarebbe trattato di una inutile corsa a tappare buchi di una barca di legno continuamente crivellati dai colpi di una mitragliatrice. I vaccini erano tappi di sughero momentanei per i fori di proiettile. Raccontava sempre questa metafora a chiunque gli chiedesse un'opinione sulla pandemia.

-Ho appena finito l'autopsia, disse secco Aliprandi.

-E posso avere qualche ragguaglio, per gentilezza? Chiese timidamente Santoro. Sapeva che non lo doveva irritare più di tanto, perchè Aliprandi aveva un brutto carattere.

-Che vuol sapere?

-Non so...causa della morte?

-E' morto per perdita copiosa di sangue, disse Aliprandi.

-E i segni di morsi?

-Compatibili con denti umani...Ah,è stato stordito con del cloroformio, prima.

-Che idea si è fatto?

-L'investigatore è lei.

-I giornali hanno cominciato a parlare di vampiri e robe del genere, vorrei che mi dicesse se si è trovato davanti ad altri casi del genere.

-No, mai...C'è una cosa però che potrei dire.

Aliprandi fece una pausa. Raccoglieva le idee.

Santoro aspettò.

-Ci sono due fori ai lati della ferita principale, dello squarcio...E secondo me non sono stati praticati da denti, ma da qualche attrezzo, da una forchetta del tipo di quelle che si usano per le grigliate.

-Questo è interessante, disse Santoro...E smentisce l'ipotesi del cosiddetto vampiro.

-Perchè, lei crede ai vampiri?

-No, appunto. Mai creduto. Esistono vampiri energetici, vampiri politici, vampiri emozionali, ma vampiri classici tipo Dracula...be', francamente, non c'ho più l'età...

-Posso chiederle una cosa? Chiese improvvisamente Aliprandi.

-Prego, dica pure.

-Da quanti anni è a Milano?.

-Trent'anni, circa...Non ricordo con certezza...

-E non ha mai preso l'accento lombardo?

-No. Sono venuto da ste parti che ero già grandicello. L'imprinting l'ho ricevuto dalla mia terra d'origine.

-Dunque, mi lasci indovinare...lei con questo accento che mi ricorda quel tizio che imita quei musicisti...quelli che si chiamano come un vino tipico pugliese...da dove potrebbe venire?

-Sì, ho presente. Checco Zalone che imita i Negramaro. Lo so, me l'hanno già detto. Sono di Ostuni.

-Ah...Dovevo indovinarlo: la Città Bianca.

-Precisamente.

-Complimenti, disse Aliprandi.

-Per cosa?

-Per non aver perso l'accento. Io odio i terroni che parlano milanese.

Santoro lo osservò seriamente. Poi sorrise.

-Non l'avrei mai immaginato, disse.

-Cosa, maresciallo?

-Che io e lei potessimo avere qualcosa in comune.



Il capitano Vito Gianuli sedeva sulla sua scrivania, nel suo ufficio. Comando Legione Carabinieri di via della Moscova. Coetaneo, circa, di Santoro, era barese purosangue. E nemmeno lui aveva perso l'accento. Sognava un giorno di tornarsene nella sua terra. Una moglie casalinga piena di grilli per la testa e due figli in età scolare lo tenevano in costante apprensione e interferivano con la sua carriera. Per questo era sempre nervoso. Santoro cercava di non irritarlo ultriormente. Lo ascoltava e ogni tanto diceva la sua. Tanto poi faceva di testa sua. La cosa più curiosa era che Gianuli lo sapeva e stava al gioco. Dopotutto Santoro aveva risolto molti casi e Gianuli aveva potuto sfoggiarli come medaglie al valore personali presso i suoi superiori.


-Allora, Maresciallo, a che punto è l'indagine sul tassista ucciso? Chiese Gianuli.

-Ad un punto morto, rispose Santoro.

-Maresciallo, è una risposta inaccettabile.

-Sono passati pochi giorni, Signor Capitano, cosa posso dirle?

-Mi dica cosa ha scoperto fino ad ora...Ah, a proposito, a cosa devo il “Signor”davanti a “Capitano”?

-Gerarchie, disse Santoro laconico.

-Capisco...E io invece che pensavo che finalmente si fosse dato una raddrizzata generale nell'uso di un linguaggio formale...

Santoro non disse niente. Qualsiasi cosa avesse potuto dire, a quel punto, avrebbe solo potuto irritare maggiormente, Gianuli.

-Ho capito. Siamo alle solite. Ha scoperto qualcosa ma non me lo dirà se non alla fine dell'indagine, vero?

-Sono così trasparente? Disse Santoro.

-Conosco i miei polli, disse Gianuli. E mi sta bene. Le raccomando però, ed è un ordine, qualsiasi cosa dovesse scoprire di importante per la risoluzione del caso, deve parlarmene immediatamente. Devo poter andare dal giudice con qualcosa di concreto. Questo è chiaro, vero?

-Signor sì, signor Capitano, disse Santoro.

Le parole erano formali, ma il tono di voce di Santoro, suonò alle orecchie di Gianuli, un tantino canzonatorio. Ad ogni modo lasciò cadere la cosa. Tanto se Santoro voleva stare abbottonato non gli avrebbe comunque potuto cavare nulla di bocca. Meglio lasciarlo lavorare in santa pace. Tanto sapeva che qualcosa aveva scoperto. Ma che aveva bisogno di tempo per mettere insieme quelle informazioni.




Santoro era a casa. Abitava da qualche parte in viale Gran Sasso, una larga via che si intersecava con Corso Buenos Aires, la strada dei negozi, a Milano. In linea d'aria a qualche chilometro dal celeberrimo Duomo. Stava ascoltando, come di solito faceva, un brano di musica classica. Aveva selezionato un cd dalla pila che teneva ben in ordine in un raccoglitore. Ascoltava “Fantaisie Improptu” di Chopin. L'esecutrice al pianoforte era Lola Astanova. Sulla copertina dell'album campeggiava una foto della pianista dell'Uzbekistan, capelli lunghi castano chiari, seduta al piano di lato in abito da sera mentre mostrava la coscia a corredo di una silouette da modella un po' curvy. Quella copertina e l'immagine che Santoro si creava nella testa mentre ascoltava quel brano era una delle cose che rendevano la vita degna di essere vissuta. Perlomeno la sua vita. Santoro non pretendeva che queste sensazioni potessero essere capite nel suo ambiente. Ma anche in altri e più disparati ambienti che avrebbero pensato all'immagine di un maresciallo dei carabinieri melomane con la stessa meraviglia che avrebbero potuto provare se avessero scoperto che a Gandhi piaceva la boxe.

Mentre Santoro se ne stava sdraiato sul sofà, estasiato dalla musica e dalle immagni che si andavano formando nella sua mente, squillò la “Zanna di dinosauro”. Santoro rispose di malavoglia.

-Pronto?

-Sciur Marescial, sono Cazzaniga.

-Che c'è?

-Un altro morto. Un altro tassista. Stavolta in via San Gregorio, una stradina vicino dalle sue parti. Una parallela di Corso Buenos Aires.

Santoro stette per qualche secondo in silenzio.

-Sciur Marescial?

-Sì, Ambrogio, sono ancora qui...fammi indovinare: il vampiro?

-Sì, purtroppo sì. Le modalità sono quelle.

-Vado subito sul posto, disse Santoro.


In via San Gregorio, sera inoltrata, dopo cena, si era da poco fatto buio. Santoro parlava con Cazzaniga.

-Che ha detto Grenci? Chiese Santoro.

-Le stesse modalità. Nessun impronta digitale. Odore di cloroformio. Stavolta nessuna pastiglia Valda trovata.

-Uno squarcio sul collo e ai lati due fori come di canini?

-Precisamente, sciur Marescial.

Santoro osservò seriamente Cazzaniga. Ancora con sto “sciur marescial”. Ne aveva gli zebedei pieni. Ma non disse niente. Doveva concentrarsi sull'indagine.

-Dì un po', Cazzanì, c'era il cellulare del tassista?

-Sì, lo abbiamo trovato.

-Fallo analizzare. Voglio sapere da dove è è partito, per l'ultima corsa e dove si è fermato a prendere l'ultimo cliente.

-Agli ordini, sciu...ehm..agli ordini e basta.

-Ecco, bravo. Mi raccomando. PER IERI!

Santoro dette un occhiata dentro il taxi. Altro spettacolo raccapricciante. La posizione del cadavere però era identica a quella dell'altro tassiata assassinato.

-Cazzanì, un ultima cosa, prima di andare. Stampami due foto degli assassinati per una comparazione. Domani fammele avere.

-Signor...sì...sì, ok, lo faccio subìt...

-Ecco, bravo, stai imparando. Un'ultima cosa. Anche questo PER IERI!



Un paio di giorni dopo Santoro era dal Dottor Aliprandi. Per entrare nella sala autoptica del Niguarda ci aveva messo una vita e mezza. Le disposizioni anticovid erano molto severe. Nella sala autoptica invece, nel mondo del Dottor Aliprandi, sembrava tutto normale. Il dottore fumava.

-Buongiorno, dottor Aliprandi.

-Salve.

-Scoperto qualcosa di nuovo?

-Le modalità sono le stesse. Cloroformio, poi morsi sul collo. Non ci giurerei, ma il tizio, l'assassino, voglio dire...

-Cosa....

-Deve aver ingerito buona parte della carne sul lato del collo morsicato.

-Uhm...e questo dove potrebbe portarci?

-Non lo so. L'investigatore è lei.

Santoro non disse niente.

-Però c'è una novità interessante....Stavolta l'assassino ha lasciato una traccia.

-Bene, disse Santoro, di che si tratta?

-Un capello lungo. Rosso.

-Un capello lungo rosso?

-Potrebbe essere di una donna. O anche di una parrucca, disse Aliprandi, escludendo che poteva trattarsi di una donna.

-Una parrucca, e perchè?

-Una donna non può avere così tanta forza. Poi non ce la vedo una donna che azzanna un uomo sul collo.

-Be', questa è la sua opinione come medico legale? O come uomo?

-Come uomo, disse senza esitare Aliprandi. Intendiamoci, è solo la mia opinione. Tutto qui.

-Uhm...Vediamo. La terrò in debito conto.



A sera Cazzaniga era riuscito a far pervenire a Santoro le foto dei due tassisti assassinati. Le posizioni erano identiche. Gli uccisi erano entrambi piegati, col capo reclinato. Una posizione innaturale. Santoro non poteva giurarci, ma sembrava che fossero stati “sistemati” in quel modo dall'omicida. Una sorta di firma. Inoltre Cazzaniga aveva comunicato i dati racolti dal vidofonino del tassista. In più li aveva comparati con i dati del cellulare del primo tassista ucciso. E, sorpresa, l'ultima corsa era partita , in entrambi i casi, da un punto ben preciso. Un parciapiedi di Corso Buenos Aires. All'altezza del Cin Cin Bar. Guarda caso il bar preferito da Santoro. Le circostanza gli parve molto strana.


Più tardi Gianuli, arrabbiatissimo perchè i suoi superiori lo pressavano, desiderava sapere notizie dettagliate sul “vampiro”. Santoro non si era scucito più di tanto. Aveva dato qualche informazione generica e assicurato che stava seguendo delle tracce più concrete. Quando Gianuli gli aveva chiesto più dettagli, Santoro si era taciuto. A quel punto Gianuli era andato su tutte le furie.


Il giorno dopo Santoro chiamò Cazzaniga.

-Ambrò, senti un po', dobbiamo farci un giro al Cin Cin Bar.

-Dove va di solito?

-Esatto.

-Aperitivo?

-Può essere...Ma io camomilla. Mi calma i nervi e previene la colite.

-Come al solito.

-Non come al solito. Hai capito perchè andiamo lì?

-Ciumbia! Certo che ho capito. Il punto di partenza dell'assassino!

-Bravo! Volevo vedere se stavi attento. Se seguivi l'indagine con la testa. E non con altre parti innominabili.

Cazzaniga rise.

-Ci vediamo lì dopo le 19. Mi raccomando, PER IER... puntuale, volevo dire.

Cazzaniga rise.

Santoro gli chiuse lo sportellino in faccia.

Poi uscì di casa. Lì nei pressi, in viale Gran Sasso, c'era un Internet Point. Santoro, bardato di mascherina, entrò dentro.

Il tizio dietro la vetrata, un pakistano, gli disse che non sarebbe potuto entrare. Santoro mostrò il tesserino. Motivi d'urgenza, di servizio, disse. Il paki gli mise un pc a disposizione.

Santoro non era molto ferrato nelle materie informatiche, apparteneva alla generazione pretecnologica. Però una ricerca di su Google era in grado di eseguirla.

Digitò sulla barra di ricerca di Google:”Donna Vampiro”. Subito venne fuori l'immagine di un quadro. Si trattava di un'opera di Edward Munch. E il quadro raffigurava una donna, dai capelli rossi, che addentava il collo di un uomo con la testa reclinata verso il basso.

Bingo! Pensò. La scoperta era molto interessante. Ancora non sapeva a dove potesse portare. Ma la sua mente cominciò a organizzare i particolari di cui era venuto a conoscenza. E quel quadro pittorico cominciò a fornire informazioni molto utili per il più generale quandro dell'indagine. Dunque, pensava Santoro: la posizione dei cadaveri è identica a quella dell'uomo ritratta in questo quadro. Sull'uomo è riversa una donna che morde il collo dell'uomo. Aliprandi ha rinvenuto un capello rosso. Lui dice di una parrucca. Ma non ne è sicuro. Perchè anche le parrucche sono fatte con capelli veri, spesso. E se fosse di una donna? Che tipo di donna poteva rendersi colpevole di simili atti? E se fosse un serial killer emulatore di quadri? Di quel quadro, in particolare?

Aveva letto su Google che quel quadro si trovava a Oslo, in Norvegia. Presso la Galleria D'Arte Nazionale. Ma in giro dovevano esserci delle stampe. E qualcuno poteva averne ordinate. Si mise nei panni dell'assassino. Non era ancora sicuro che ci fossero dei collegamenti, ma cosa gli costava provare a crederci? L'assassino emulatore di un quadro doveva possederne di sicuro una copia. E non tanto piccola. Che osservava e ammirava tutti i giorni. Doveva averla in casa. Un buon filone d'indagine, si disse. O stava prendendo una cantonata o aveva avuto un'illuminazione. Gli sembrava molto strano che l'assassino o, a questo punto, l'assassina, avesse lasciato i cellulari delle vittime lì vicino ai loro corpi. E non aveva pensato che si potesse risalire al tracciato del taxi. O era un particolare irrilevante e casuale, quello della posizione dell'ultimo cliente caricato dai due tassiti morti. Oppure...c'era un oppure: il killer voleva farsi prendere. Voleva essere fermato. Gli stava esplodendo il cervello. Perchè non aveva fatto il politico, pensò? Non avrebbe avuto questo problema.


A sera, Santoro, camminava in corso Buenos Aires, nei pressi del Cin Cin bar. Aveva sempre un tavolo riservato per lui, lì. Il propprietario e i camerieri avevano finito per chiamarlo “il tavolo del maresciallo”.

Questo in tempi normali. Con la pandemia in corso, il bar era chiuso. Funzionava solo per la vendita di tabacchi. Quindi fare qualche domanda ai due impiegati dell'area tabacchi, non gli sarebbe costato nulla. Nel frattempo lo aveva raggiunto Cazzaniga.

-Ciao Cazzanì, come va?

-Bene, sciur Marescial, bene...

-Mi dispiace, niente aperitivo oggi, c'è la pandemia.

-Già, che disdetta.

-Facciamo due domandine a questi dei tabacchi.

Entrarono nel tabacchi del Cin Cin bar.

Santoro si qualificò.

-Buonasera, sono il Maresciallo Santoro. Lui è il maresciallo Cazzaniga.

-Ma va là, disse uno dei due impiegati. Indossava una t-shirt con una scritta indecifrabile che era in sintonia con la sua faccia.

-Senta, vorrei farvi qualche domanda, se non vi dispiace.

-Prego Maresciallo...Eh eh eh, divertente, sembra il film “I due marescialli”.

Santoro guardò Cazzaniga. Cazzaniga guardò Santoro.

-Sì, ho capito e uno sa leggere e l'altro sa scrivere, giusto?

-Non ho capito, disse il giovane dietro al banco dei tabacchi.

-Mi sono capito io, disse Santoro...Senta un po', avete per caso notato nei giorni scorsi qualcuno che prendeva un taxi, qui all'angolo? Diciamo a sera, più o meno a quest'ora, sei di sera.

I due giovani banconisti si guardarono.

-Allora vero è? Disse quello a cui Santoro aveva rivolto la domanda.

-Vero cosa?

-Veramente state facendo?

-Senta, non ho tempo da perdere, questo è il tesserino. Se non vuole collaborare la faccio tradurre in questura.

-Tradurre cosa? Disse il banconista numero due, che non aveva ancora parlato.

-Il maresciallo vi mette in gattabuia, al gabbio, in galera, capito? Compris? Disse Cazzaniga a muso duro.

Il banconista numero uno decise che non era aria.

-Scusi, Marescià...E' che è pieno di gente che fa “ischerzi...”

Santoro guardò Cazzaniga. Cazzaniga guardò Santoro.

-Insomma, giovane, ha visto qualcuno prendere un taxi, o no? E' una domanda semplice.

-Come quelle di Bonolis? Disse il banconista due.

Santoro guardò Cazzaniga. Cazzaniga tirò fuori le manette.

-D'accordo, disse il banconista numero uno. Io ho visto una donna che prendeva il taxi...Diciamo un paio di volte.

-Uhm, grugnì Santoro. E saprebbe descrivermela?

-Bella figa, disse il banconista numero due.

-Dopo i Carabinieri siamo noi e le barzellette sono tutte per noi, giusto? Fece Santoro.

-No, il mio collega voleva dire che era 'na bella donna, soprabito scuro, gonna corta. Non giovanissima ma spaccava.

-Bene, capelli di che colore, lunghi, corti? Stivali? Chiese Cazzaniga.

-Capelli lunghi, ricci....

-Di che colore? Chiese Santoro.

-Completamente scuri a metà, disse il banconista due.

Delle due l'una, pensò Santoro, o li prendevano dai Carabinieri, i banconisti da tabacchi, o i Carabinieri stavano per diventare genì. Ma da dove venivano questi tizi? E soprattutto, come parlavano?

Mentre i due marescialli cercavano di cavarci un ragno dal buco, videro una donna avviarsi sul marciapiedi dietro di loro. Si fermò all'angolo. La descrizione corrispondeva. I capelli però erano neri corvini. L'ipotesi dei capelli rossi andava a carte quarantotto. Santoro dette di gomito a Cazzaniga e si avviarono verso la donna. Probabilmente stava aspettando un taxi.

Santoro si avvicinò alla donna che, voltandosi, lo guardò con tranquillità.

-Cosa posso fare per lei, disse a Santoro.

-Maresciallo Santoro, prego, ci segua, disse inopinatamente.

Con l'auto di Cazzaniga portarono la donna in caserma, in via della Moscova. In una sala per interrogatori.

Santoro si sedette di fronte alla donna e Cazzaniga anche, alla sinistra del maresciallo pugliese.

-Posso fumare, disse la donna. Era una bella donna, sui quaranta passati da poco. Minigonna, stivali, capelli lunghi ricci , scuri. Viso da attrice anni '50, film in bianco e nero.

-Non si può fumare, qui, signora. E poi indossi bene la mascherina, tanto l'abbiamo già identificata.

Marta Semenzato, 45 anni, sposata con Marco Ranucci. Ufficialmente gestisce una galleria d'arte. Tutto giusto? Fece Santoro.

-Sì. Cosa volete sapere. Perchè sono qui?

-Le faccio una domanda. Lei si tinge i capelli? Le chiese a bruciapelo Santoro.

La donna tergiversò un poco. Poi assentì con il capo.

Bingo! Pensò Santoro. Siamo sulla buona strada.

-Prende spesso taxi da quel punto di Corso Buenos Aires?

-Molte volte. Vado dal mio analista.

-Dal suo analista? E come si chiama questo analista?

-E' il dottor Mazzoleni. E' uno psicoterapeuta.

-Signora, soffre di qualche disturbo, chiese Cazzaniga.

-E chi è, al giorno d'oggi, che riesce a restare sano di mente? Rispose la donna.

-Buona risposta, ammise Santoro. Voglio essere franco con lei. I due tassisti morti nei giorni scorsi...Vicenda, questa, che ha dato corpo a fantasiose ipotesi sull'esistenza di un vampiro dei tassisti...Ecco, avevano raccolto il loro assassino esattamente dalla mattonella di marciapiede dove lei stava prendendo il taxi , stasera. E dove lei lo ha preso molte altre volte. Come mi ha appena confermato.

-E questo cosa ha a che vedere con me? Chiese la donna.

-Be', direi che, a questo punto, è fortemente sospettata per due omicidi.

-Quindi? Chiese la Semenzato.

-Quindi dobbiamo trattenerla.

-Posso chiamare il mio avvocato? Chiese la signora Semenzato.

-Strano...Non chiama suo marito, prima?Disse Santoro.

-No di certo. E' un problema mio.



Il giorno dopo Santoro, tramite il Capitano Gianuli, si fece fornire un mandato di perquisizione dal giudice Gallinari. Nell'appartamento della Semenzato furono trovati molti indizi compromettenti. Incluse parecchie stampe del famoso quadro di Munch, Il Vampiro. Appeso in quasi tutte le stanze dell'appartamento sito in viale Abruzzi. Una parallela di Corso Buenos Aires. I Ris avevano anche trovato delle lamette sporche di sangue. E in cucina una forchetta da barbecue, compatibile con i fori ai bordi degli squarci sulle gole dei tassisti.

Il marito della signora Semenzato, Marco Ranucci, ufficialmente disoccupato e nullatenente, era irreperibile. Risultava però essere presidente, senza emolumenti, di un'Associazione Culturale denominata:“Ali nella notte”. Particolare che incuriosì Santoro.

Ad una rapida scorsa sul sito internet, l'associazione sembrava occuparsi di occulto.

Risultò poi che i capelli della signora Semenzato erano rossi naturali e che lei se li tingeva. Il capello trovato nello sguarcio della gola del secondo tassista assassinato fu trovato compatibile con i suoi. Restava solo una cosa da fare. Trovare il movente e capire il perchè di tali efferate modalità di uccisione.

Santoro decise, quindi, di far visita al dottor Mauro Mazzoleni, l'analista della Semenzato.



Santoro suonò al citofono di via San Gregorio, al 16. Stranamente la strada dove era stato trovato morto il secondo tassista. La Semenzato doveva essere andata a farsi la sua seduta di analisi dopo averlo eliminato.

Mentre era nell'ascensore, per raggiungere il terzo piano, dove Mazzoleni lo stava attendendo, gli vennero in mente un po' di cose che non quadravano. Santoro si chiese, perchè proprio i tassisti. Perchè erano stati uccisi con quelle modalità. La Semenzato era una squilibrata che giocava a fare la vampira? O c'era dell'altro? A questi interrogativi, Santoro, sperò avrebbe risposto il dottor Mazzoleni.



Il dottor Mazzoleni ricevette Santoro nel suo studio. Sedeva dietro la scrivania. Un uomo filiforme, dal viso scavato e bianchissimo. L'aspetto di quell'uomo aveva qualcosa di inquietante. Alle sue spalle c'era una libreria piena di libri di argomento psicanalitico. Spiccavano un mucchio di libri di Freud. Ma anche di Jung. Due maestri della psicanalisi. Mazzoleni doveva essere uno psichiatra che procedeva nelle sue disamine con tecniche psicoterapeutiche. In giro Santoro non vide farmaci.

-Dottor Mazzoleni, fece Santoro, vengo subito al punto. Abbiamo fermato una sua paziente, la signora Semenzato. E' accusata di omicidio. Per che cosa era in cura da lei?

-Ah, fece Mazzoleni, vedo che non perde tempo...Lei sa bene che queste sono informazioni coperte da segreto professionale...

-Lo so bene. Sono un Maresciallo dei Carabinieri e si suppone che conosca la legge. Ma non perdiamo tempo. Come lei immagina potrei farmi autorizzare dal giudice a sbirciare nel fascicolo della sua paziente, quindi propongo di guadagnare tempo, tutti.

Dopo qualche secondo di stallo, Mazzoleni, inaspettatamente disse-ne convengo.

-Bene, la ascolto, disse Santoro.

-La signora Semenzato soffre di una sindrome non ancora ufficialmente accettata dalla psichiatria. Trattasi di vampirismo. Una patologia consistente nel provare piacere sessuale nell'ingestione di sangue umano. Al di là delle leggende metropolitane o meno, questo fenomeno esiste. E trova le sue radici non in fascinazioni letterarie o fumettistiche, bensì in una serie di conflitti irrisolti risalenti al'infanzia del paziente. Le è chiaro di cosa sto parlando.

Santoro raccolse i pensieri per qualche secondo. Poi disse-sì, mi è chiaro. Quindi a suo giudizio la signora Semenzato potrebbe aver ucciso e dissanguato i due tassisti morti di recente in circostanze simili?

-Be', credo che lei stia correndo molto, disse Mazzoleni. Comunque, per rispondere alla sua domanda a bruciapelo, direi di sì.

Mazzoleni era stato diretto nella risposta quanto lui nella domanda. Il caso si avviava quindi ad una conclusione. Le prove a carico della Semenzato erano schiaccianti. Ma c'erano ancora alcuni particolari che non quadravano. Nell'appartamento della Semenzato non era stata trovata traccia alcuna di cloroformio, la sostanza usata a quanto pareva per stordire i tassisti prima che fossero uccisi in quella maniera barbara.

-Ancora una domanda, disse Santoro. Quali sarebbero i conflitti irrisolti, risalenti all'infanzia della signora Semenzato, che avrebbero potuto scatenare questa sedicente sindrome vampiresca.

Mazzoleni sembrò raccogliere le idee.

-Il padre della signora Semenzato, abusava di lei. E la picchiava. Si divertiva anche a provocarle dei tagli sul corpo con coltelli o altri oggetti da taglio. A lungo andare la signora Semenzato, mi è parso di capire, avrebbe assaggiato il suo sangue e avrebbe cominciato a provare sensazioni piacevoli. Voglio dire che quando subisci una violenza prolungata la mente produce dei meccanismi di autodifesa attraverso i quali il dolore si trasforma in piacere. Sono meccanismi sadomasochistici presenti in tutti gli esseri umani.

-Che intende dire, che chiunque può sviluppare queste tendenze, se sottoposto al trattamento subito dalla signora Semenzato?

-Ogni individue è a se'. E ogni individuo, di fronte al dolore, sviluppa proprie strategie difensive. Se così non fosse tutte le ragazze violentate dai padri svilupperebbero tendente vampiresche o omicide...E poi, in questo caso, c'è l'aspetto antropofago...Vale a dire del sangue ingerito.

La conversazione era terminata. Santoro salutò il dottor Mazzoleni e si avviò verso l'uscita. Poi all'improvviso, si voltò e gli chiese-un'ultima domanda, dottore. Dove tiene i farmaci di primo intervento. Credo che uno psichiatra se ne serva, di quando in quando.

Mazzoleni restò per qualche secondo in silenzio. Poi disse-Li conservo in un apposito frigo. Nel retro dell'ufficio. Ma...Perchè me lo chiede?

-Nulla, curiosità professionale da detective, disse Santoro. Salutò ancora Mazzoleni e uscì dal suo ufficio e dal suo appartamento.



Santoro interrogava la Semenzato. Era presente il suo avvocato. C'era ancora qualcosa che non lo convinceva. Il capitano Gianuli lo aveva pressato per chiudere l'inchiesta in fretta.

-Signora Semenzato, le prove raccolte nel suo appartamento sono schiaccianti. Che cosa ha da dire in merito?

-Sono affetta da una sindrome. Mi eccita il sangue. Durante gli amplessi sessuali, con mio marito, ci provocavamo dei tagli e leccavamo il sangue. Ma non ho ucciso nessuno.

-E che mi dice di un suo capello trovato sul luogo del delitto del secondo tassista?

-Non ne ho idea. Magari ho preso quel taxi. Ma chi dice che poi io abbia ucciso il tassista.

Non faceva una grinza, pensò Santoro. In altre circostanze l'inchiesta sarebbe già conclusa e Santoro si starebbe godendo qualche giorno di licenza a casa, ad ascoltare musica, cucinarsi prelibati piatti mediterranei e leggere. Leggere era per lui una sorta di yoga della mente. Quando leggeva riusciva a pensare meglio. Le pagine dei libri erano come posizioni yoga. Gli strizzavano le meningi, purificandole e restituendole ad un funzionamento ottimale. Ma lui era un investigatore scrupoloso. E voleva avere la certezza matematica che la Semenzato fosse l'autrice di quei delitti. Ma molte cose ancora non collimavano fra loro. Il marito della Semenzato era praticamete latitante. Ed era una persona che doveva essere sentita, prima di chiudere l'inchiesta. E poi c'era qualcosa nel candore della Semenzato, mentre raccontava quei particolari scabrosi della sua patologia, che lo autorizzava a pensare che poteva anche essere sincera.

-Mi dica una cosa, signora....Accennò Santoro

-La signora ha già risposto abbastanza, disse l'avvocato, un giovane virgulto della buona borghesia meneghina alle prime armi.

-Scusi, avvocato Villa, non siamo a Csi Miami. Mi lasci terminare l'interrogatorio. La domanda che farò potrebbe essere anche a favore della sua cliente. Almeno me la faccia fare. Poi decida se far rispondere la sua cliente o meno.

-D'accordo, maresciallo, disse Villa.

-Dunque, dicevo...Signora, quando lei prendeva il taxi e andava dal dottor Mazzoleni...Be', mi racconti, come avveniva il tutto?

La Signora Semenzato dette un'occhiata all'avvocato. Il giovane procuratore assentì con il capo.

-Ecco...Prendevo il taxi da Corso Buenos Aires. Facevo due passi a piedi da casa mia verso il corso, per rilassarmi. Una volta arrivata in via San Gregorio, scendevo. Dicevo al tassista di attendermi.

-Diceva al tassista di attenderla? Quanto durava una seduta?

-Circa un'ora...Disse la Semenzato.

-E cosa avveniva?

-Non molto. Il dottor Mazzoleni è uno psichiatra che ha un metodo tutto suo. A volte me ne stavo lì tutto il tempo. Lui se ne andava nel retro del suo ufficio e tornava dopo. Diceva che così, attraverso il silenzio e la visualizzazione della sua assenza avrei riacquistato il controllo delle mie emozioni. E di conseguenza dei miei desideri. Dovevo concentrarmi sulla sua assenza e immaginare che mi parlasse. Al suo ritorno dovevo riferirgli cosa immaginavo che c'eravamo detti.

-Uhm. Grugnì Santoro. Un metodo di cui non avevo mai sentito parlare. Avvocato, mi conceda un'ultimissima domanda alla signora, posso?

L'avvocato Villa disse a denti stratti-d'accordo. Poi però basta.

-Signora, questa informazione me la deve...Dov'è suo marito?

-Mio marito? E' in giro per il mondo. Tiene convegni con la sua associazione.

-Immagino già quale sia l'argomento, vero?

-Vampirismo, disse la Semenzato.

Santoro stette un po' a congetturare. Pensò che il racconto della Semenzato fosse molto strano. Ad ogni modo si congedò dalla Semezato e dal suo avvocato e uscì dalla stanza.



-Pronto, Cazzaniga? Sono Santoro.

-Sciur Marescial, lo so, ho visto il numero sul cellulare.

Santoro bestemmiò mentalmente in silenzio e maledisse la sua fondamentale natura di tecnoleso.

-Senti, fammi una ricerca sul dottor Mazzoleni, lo psichiatra della signora Semenzato: vita morte e miracoli. Un'altra cosa...

-Sì, sciur Marescial?

-Abbiamo degli esperti informatici?

-Certo. Perchè?

-Manda ad analizzare i tracciati dei tassisti uccisi. Voglio sapere quando si sono fermati e dove...

-'Gnorsì...

-Ah, Cazzanì...PER IERI!



Ore 18 di un venerdì. Aprile. Comando Legione Via della Moscova, Milano. Il maresciallo Santoro aveva convocato il dottor Mazzoleni nella stanza degli interrogatori. Era presente anche il Capitano Gianuli. Che si era già lamentato per le lungaggini dell'inchiesta.

Il dottor Mazzoleni si era presentato puntuale. Sorrideva in modo innaturale. Santoro non ci giurò, ma in quel momento sembrava un paziente di se stesso.

-Maresciallo...Capitano...A cosa debbo l'onore? Ah, avete poi arrestato la signora Semenzato?

-Non ancora, disse Santoro. Gianuli lo lasciava fare.

-Senta, dottor Mazzoleni, dove andava quando lasciava la signora Semenzato da sola nel suo studio?

-Che domanda strana? Ero nel retro del mio studio. La spiavo. Ne studiavo i comportamenti. La signora Semenzato parlava da sola.

-Interessante, disse Santoro, ma non mi ha convinto.

-Perchè, maresciallo?

-Perchè io so che l'assassino dei due tassisti è lei.

A quell'affermazione di Santoro, Mazzoleni restò in silenzio. Si fece serio.

-Immagino abbia delle prove. Io sono uno psichiatra molto potente, nella mia categoria. Ed ho collaborato anche con molti giudici, per delle perizie. Una mia parola e voi due passereste un brutto quarto d'ora.

-Davvero? Disse Santoro con tono sarcastico.

Gianuli stava per dire qualcosa, ma Santoro, con un gesto della mano lo stoppò.

-Dottor Mazzoleni, mi dica una cosa, lei da piccolo è stato abusato?

Mazzoleni taceva.

-Risponda alla domanda.

-Cosa c'entra questo. Non si rovista nel privato delle persone, dovrebbe saperlo. E' molto scorretto.

-Dipende, dottor Mazzoleni, dipende, disse Santoro.

-Comunque, sì...Sono stato abusato dal mio patrigno.

-La prego di credermi. Me ne dispiace molto. E, mi dica un'altra cosa...Dottor Mazzoleni, lei è sposato?

-Sono vedovo, rispose Mazzoleni.

-Come è morta sua moglie?

-Mia moglie è morta di incidente stradale...Ma lei questo lo sa già...

-Ci può giurare, che lo so...Il mio collega Cazzaniga è un ottimo segugio: il migliore, quando si tratta di scovare informazioni sul passato di qualcuno.

Mazzoleni si fece serio. Il suo viso si atteggiò dapprima a dispiacere, poi mostrò panico.

-Senta, possiamo stare qui tutta la notte, se vogliamo, noi tre. E anche domani e dopodomani. Finchè non vuota il sacco. In questo momento gli uomini della squadra scientifica stanno rivoltando come un calzino il suo appartamento...Be', se non vuole aggravare la sua posizione, mi pare che le convenga vuotare il sacco.

-Cosa vuol sapere? Chiese Mazzoleni. Tremava.

-Corrisponde al vero che lei intratteneva con la sua paziente una relazione intima?

Mazzoleni titubò un poco, poi ammise con un gesto del capo.

-E, corrisponde al vero che lei ha di proposito fatto trovare un capello della signora Semenzato sul luogo del secondo omicidio di uno dei due tassisti uccisi?

Mazzoleni non disse niente.

-Ha sistemato i cadaveri dei tassisti uccisi in quella posizione perchè assomigliassero al quadro di Munch di cui vi sono alcune riproduzioni nell'appartamento della signora Semenzato?

Mazzoleni sorrise debolmente.

-E, se mi permette, dottor Mazzoleni, corrisponde al vero che si sia servito di una forchetta da barbecue trovata nella cucina della signora Semenzato per infilzare i due tassisti cui ha squarciato la gola, per far credere che si trattasse dell'opera di un vampiro? Tra parentesi, deve averla rimessa al suo posto poco prima della perquisizione ...Dato che lei lì era di casa...Con un marito sempre fuori per convegni...

Mazzoleni taceva. Guardava il pavimento a capo chino.

-Insomma, facciamola breve. Abbiamo fatto analizzare i tracciati di google maps dei due tassisti. Erano stati fermi un'ora davanti a casa sua. In attesa che la signora Mazzoleni terminasse la seduta. In un paio di queste sedute lei si è assentato con la scusa di quella baggianata dello stare soli in silenzio. E' sceso in strada. Ha cloroformizzato i poveretti e gli ha fatto il lavoretto, vuole forse negare tutto questo? Senta, risparmiamo tempo, CONFESSI E NON CI FACCIA FESSI, urlò Santoro.

-Un particolare, non mi è chiaro, continuò incalzante Santoro. Perchè ha ucciso il primo tassista in zona Stazione Centrale? Forse non era previsto? Ha agito d'impulso? O l'ha fatto per sviare le indagini?

Mazzoleni a quel punto disse-voglio il mio avvocato.

Santoro guardò Gianuli. Gianuli fece un gesto come per dire di andare avanti.

-E a che le serve il suo avvocato? Lei è colpevole di omicidio. Di due omicidi.

-Io sono solo colpevole delle cose che ho subito e che mi hanno reso il mostro che sono, disse Mazzoleni, all'improvviso.

-Ah, allora confessa, disse a quel punto Gianuli.

-Che cosa dovrei confessare? Sono le circostanze che hanno mosso le mie azioni, urlò Mazzoleni.

-C'è sempre una scelta, amico mio, disse Santoro. C'è sempre una scelta, ripetè quasi a se stesso. E lei ha fatto la sua. E ora deve pagare le conseguenze. Cosa direbbe alla famiglie delle vittime? Che ha ucciso per vendetta nei confronti del genere umano?

Mazzoleni chinò il capo. La sua era una tacita ammissione di colpevolezza. Non sarebbe mancato molto che avrebbe firmato la propria confessione. Probabilmente era già oltre tutto quello che gli stava accadendo. E stava già pensando a come manovrare con il suo avvocato per dichiararsi infermo di mente. Pensava tutto questo, Santoro, mentre tutt'altro che eccitato per la chiusura del caso, metteva in ordine la cartelletta zeppa di appunti aperta sulla scrivania che aveva davanti a se e che lo separava dal Mazzoleni.

A quel punto Gianuli fece una domanda a Santoro-maresciallo, io non ho capito una cosa...perchè scegliere di assassinare dei tassisti?

Santoro scrutò il capitano. Poi dette una scorza a Mazzoleni.

-Già...Anche a questo c'è una risposta. E anche se non l'abbiamo accertato, con Cazzaniga, siamo quasi sicuri.

-Di cosa, chiese Gianuli.

-La moglie del Dottore, qui...E' morta di incidente stradale, no?

-Certo, disse Gianuli.

-Immagini su che auto viaggiava...Disse Santoro.

A Gianuli arrivò il fosforo al cervello.

-Era un taxi, vero?

-Già, disse Santoro. Si alzò in piedi, prese la cartelletta con gli appunti e si avviò verso l'uscita. Il suo compito era terminato. Ora toccava alla legge, alla giustizia. E spesso entrambe non si contemperavano a dovere. Ma questa era un'altra storia. E lui era semplicemente uno dei tanti investigatori della benemerita. Cambiare il mondo non era affar suo.