mercoledì 7 febbraio 2018

la pianista cinese, capitolo 44

Davanti a Gianuli Santoro non si era seduto. Erano lui e il capitano in quell'ufficio. E la foto di Mattarella alle spalle del capitano Gianuli.  Era una foto particolare, da qualunque parte la osservassi pareva che Mattarella ti stesse fissando. Come la Gioconda. Ma Mattarella di giocondo non aveva nulla. Quando rideva bisognava inviare fra le sue labbra un raggio laser speciale per percepire che stesse ridendo per davvero. Santoro pensava tutte queste idiozie , mentre era lì davanti a Gianuli.
-Maresciallo, disse ad un tratto Gianuli osservandolo in viso, lei mi deve dire qualcosa?
Santoro taceva.
-Ripeto la domanda, mi deve dire qualcosa?
Santoro non disse niente.Taceva. E osservava.
-Mi vuole far saltare i nervi?,disse Gianuli.
Santoro taceva.
-Perché non parla, per Dio!, disse Gianuli.
-Che cosa vuol sapere? Vuole che le dica quello che vuol sentire? O vuol sapere come stanno le cose?
-E come stanno le cose? Voglio proprio sentirlo da lei, come stanno ste cose?
-Sono responsabile di quello che è accaduto. Oggettivamente responsabile. Cazzaniga stava svolgendo delle indagini per mio conto. Aveva stilato dei dossier per mio conto. Dossier che presumo fossero nella borsa di pelle che Cazzaniga aveva con sé al momento dell'attentato?
-Attentato? , fece Gianuli.
-Certo, Capitano. L'unico vero attentato qui a Milano è stato compiuto stasera. E qualche giorno fa quando hanno tentato di farmi la pelle. A me. Un uomo delle istituzioni, un servitore dello stato. E a compierlo è stato un uomo della Polizia di stato. Devo aggiungere altro?
-Che cosa vuol dire con questo?
-Dico che sono mesi che indago sul caso del cosiddetto attentato di San Silvestro e  dopo tutto questo tempo sono giunto a delle conclusioni. Non del tutto definitive.
-Che vuol dire non del tutto definitive?
-La risposta definitiva era nei dossier del maresciallo Cazzaniga, disse Santoro, omettendo  volutamente che ne esistevano delle copie .
-E sentiamo a quali conclusioni, NON DEFINITIVE, sembra essere giunto?
-Dunque, ricapitoliamo, senza partire da Adamo ed Eva. L'attentatore di San Silvestro, era un cinese. Dopo mesi scopriamo grazie ad un intuizione non mia che non era un mussulmano, né si era islamizzato. Era stato pagato da qualcuno per fare quel casino. Presumibilmente un uomo magro, fumatore, che indossa un impermeabile bianco e che sfoggia un accento romano. L'uomo che uccide il cinese era Alessio Casalbene, uno degli ultimi militanti delle bierre latitante. L'uomo muore in circostanze misteriose a Roma. Sulla scena del delitto compare il commissario Nepoti, che è di stanza a Milano di solito, mi corregga se sbaglio.
Gianuli fece di si con la testa.
-Giungo all'individuazione di Casalbene grazie a delle foto segnaletiche mostratemi dal Maresciallo Cazzaniga. Lo riconosco. C'ero anch'io a Roma, poco prima che venisse ucciso. Ma non ho visto l'autore materiale del delitto.
-Ecco dove stava , lei, altro che malato a casa!
-Sì. Lo ammetto. Le ho mentito.
-Continui, disse Gianuli, voglio vedere dove vuole arrivare.
-In realtà Casalbene, oltre a far fuori Lì, il cinese accusato dell'attentato, che effettivamente  ha sparato e ucciso molte persone, mette nella traiettoria dei suoi proiettili anche una ragazza che era lì. Ma non era una a caso. E forse non era lì per caso. Si trattava di Giada Sponzini, la figlia di un miliardario lombardo che in gioventù aveva militato nella sinistra extraparlamentare. Ora, scopro che Sponzini studiava a Roma, e sin qui....ma studiava a Roma nel periodo in cui anche Nepoti studiava a Roma. I due pur militando rispettivamente nell'estrema sinistra e nell'estrema destra politica, si conoscevano.
Gianuli cercava di raccapezzarsi ma non sembrava a Santoro che ci stesse capendo più di tanto.
-Sì, ma le prove, Maresciallo, le prove, di queste sue elucubrazioni, dove cacchio sono?
-Le prove le troverò. Ora io sono qui per chiederle una cosa.
-Chieda, disse Gianuli quasi spazientito.
-Se lei ha fiducia in me. Se lei ha fiducia nel mio intuito e se lei ha fiducia nel fatto che questo puzzle di circostanze sospette porteranno a breve ad un quadro di definizione finalmente nitido, beh, desidero che me lo esprima. Desidero che lei mi permetta di andare avanti in questa indagine. Io mi voglio impegnare a fondo, sia per tutte le vittime civili che per l'amico e collega maresciallo Ambrogio Cazzaniga. Santoro terminò un po' commosso. E Gianuli se ne accorse.
-Maresciallo lei mi ha dipinto un quadro dei fatti a dir poco fantasioso. Sono coincidenze, fatti circostanziali, ma di prove provate non ne abbiamo. Come faccio a fidarmi? Poi lei è coinvolto direttamente ed emotivamente. E' una situazione difficile e pericolosa.
E tacque.
-Tuttavia, riprese, poiché lei ha sempre dimostrato grande intuito e grande equilibrio conducendo inchieste e portandole a termine in modo brillante, pur nelle circostanze succitate, le concedo di andare avanti. Solo due cose però pretendo. Una tempistica accettabile. Non è che dobbiamo andare avanti alle calende greche. E sia prudente. Non voglio che lei si esponga...NE' TANTOMENO ESPONGA ALTRI SUOI COLLEGHI A RISCHI CONSEGUENTI. SONO STATO CHIARO?
-Direi di sì, disse Santoro.
-Quanto tempo le occorre, maresciallo, per terminare l'inchiesta?
-Il tempo necessario. Ma non porterò la vicenda alle calende greche. Glielo prometto. Ma da lei vorrei una promessa.
-Che promessa?
-Mi deve promettere che se dovesse palesarsi, nel prosieguo dell'indagine, la responsabilità nei fatti accaduti di alti apparati dello stato, lei mi appoggerà. E non mi lascerà macellare in ogni senso. Posso contare su di lei?
Gianuli lo guardava in modo grave.
-Perché mi dice e mi chiede questo? Pensa che potrebbero emergere tali responsabilità?
-Capitano...Lei è troppo intelligente per non conoscere in cuor suo la risposta a questa domanda, disse Santoro. Aveva colpito nel segno. Solleticato la vanità di Gianuli. Il quale gongolava tutto. Anche se appariva preoccupato.
-La saluto capitano. Restiamo in contatto. Ora che godo del suo pieno appoggio.
-Senz'altro , disse Gianuli. E salutò Santoro militarmente.


Fuori dalla caserma Santoro , mentre camminava per strada, pensava. Lo so che Gianuli al primo refolo di vento che implicasse servizi segreti o altri apparati dello stato o , peggio, forze dell'ordine di altre armi, mi lascerebbe in braghe di tela. Ma lui non era Gesù. E Gianuli non era Pietro. Ma poteva sempre essere Ponzio Pilato. Il rischio c'era. In fondo Gianuli voleva andar via da Milano. A causa della moglie. E pur di non sentirla più sbuffare sarebbe stato disposto a tutto. Era ridicolo. Ma anche al contempo tragico. E gli faceva venire in mente quel concetto hegeliano secondo cui la storia comunque nel suo tragico ripetersi potesse assumere dei risvolti persino comici, per non dire grotteschi. In definitiva non doveva fidarsi di lui. Lo aveva lusingato per non farsi togliere l'inchiesta dalle mani. Ora la prima cosa da fare era leggere quei dossier. E accertarsi delle condizioni dell'amico Ambrogio Cazzaniga. Invertendo la gerarchia di come le cose gli erano venute in mente, possibilmente.

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