mercoledì 4 gennaio 2017

La pianista cinese, Capitolo 1

Era l'ultimo giorno dell'anno, fatidico 31 dicembre del 2016. Il maresciallo Gabriele Santoro non aveva nulla da fare. Non era di servizio e non aveva programmato nessuna abbuffata in ristoranti con spumante finale . Odiava quelle cose. Soffriva lievemente di agorafobia. Gli assembramenti umani lo destabilizzavano. Forse perchè era convinto che gli umani presi uno alla volta avessero tutti dei valori, dei pregi. Era lo stare insieme che li rovinava, li rendeva massa. E la massa da che mondo e mondo non ne faceva una giusta. 
Uscì di casa verso le 23. Abitava da qualche parte dietro viale Abruzzi, a Milano,una larga avenida che conduceva in piazzale Loreto, storico luogo dove fu giustiziato Mussolini. Tirò fuori dalla tasca il suo cellulare assolutamente non smartphone. La "zanna di dinosauro", lo chiamava così, affettuosamente. Chiamò una linea di taxi. Dieci minuti dopo "Zanna Bianca" , questo il nome del taxi, lo prelevò a bordo strada. Da Zanna di Dinosauro a Zanna Bianca, un po' troppe zanne per essere nell'epoca dei robot, pensò.
-Buona sera, disse al tassista, mi porti verso il centro, in corso Como.
-Passa lì da qualche parte l'ultimo, signore?, disse il tassista.
-No, voglio fare due passi a piedi all'aria aperta, vedere un po' di gente alla rinfusa, un po' a spizzichi e bocconi.
-Non le piace la gente?
-Tutta insieme no.
-Perchè?
-Non lo so, mi è più difficile inquadrarli, disse Santoro.
-Capisco, disse il tassista senza tuttavia capire realmente.

Scese nei pressi di corso Como, di fronte ai grattacieli imponenti di recente costruzione, immobili Godzilla di vetrometallo che avevano migliaia di finestrelle accese. Inutilmente accese, a quell'ora e in quel giorno. Il fabbisogno energetico persino di uno solo di quei palazzoni avrebbe potuto fornire energia ad un'intera megalopoli africana, non potè fare a ameno di pensare. Si insinuò nella strettoia che attraversava dei giardini intitolati ad Anna Politkovskaja, una giornalista russa indipendente fatta fuori non si era mai capito da chi. Un caso irrisolto. Lui, Santoro, vantava invece il 100% dei casi risolti. Un record. Fa niente se invece la gente si sarebbe ricordata del record di presenze in campionato di Buffon. Risolvere omicidi non era una competizione. Dette un'occhiata a quelle quattro piante striminzite messe alla base di uno dei grattacieli in questione. Niente male come esempio di valorizzazione del verde pubblico: fra vetrocemento ed erba le proporzioni erano  state rispettate. Ma così bene che quel giardinetto sembrava un vaso di gerani sulla terrazza con piscina di uno sceicco. 
Era per quello che non aveva fatto carriera, pensò. Aveva sempre di questi pensieri impuri. Impuri per chi voleva fare carriera, s'intendeva. Non dal punto di vista della giustizia. Ma poi perchè avrebbe dovuto fare carriera? Per partecipare a cocktails party e fare indigestione di tartine al salmone? Non era per lui. Lui era e voleva essere un servitore dello stato. La sua gerarchia dei valori metteva al primo posto la Costituzione, poi la Benemerita, a cui aveva scelto di essere Semper Fidelis. Infine la musica classica e jazz-latina e le buone letture. Bevanda preferita, la camomilla. Che lo aiutava a combattere la colite cronica , di cui era affetto praticamente da sempre. Ecco, aveva tracciato il suo curriculum vitae, pensò. E sorrise interiormente. 


Sulla destra , all'inizio di quella parte di corso Como che finiva in Porta Garibaldi, c'era l'Hollywood, storica discoteca Milanese. Davanti c'erano un paio di gorilla palestrati  vestiti con tute di servizio nere,  che cercavano con le loro dita a salsicciotto di centrare le lettere sullo smartphone per scrivere qualcosa. Probabilmente emoticons, pensò Santoro, non si poteva pretendere di più. Attendevano la ressa dell'ingresso che sarebbe arrivata dopo lo scoccare della mezzanotte. Al centro del corso reso da anni area pedonale, una spianata di tavolini riscaldati da stufe da esterno coperti da enormi ombrelloni di tela , piena di giovani che stavano consumando il cenone all'aperto, nonostante la temperatura rigida. Ci dovevano essere sei o sette gradi sotto lo zero. Fece due passi sul lato destro, in mezzo ad una miriade di giovani vestiti à la page, le ragazze bellissime e sexy, con spacchi vertiginosi, giarrettiere rosse e nere che si intravedevano in mezzo a quelle gambe, che, data l'età, erano refrattarie alla cellulite, i ragazzi con giubbotti di pelle semiumana, scarpe New Balance, un must, a quanto pareva. Sembrava che a Milano non potessi uscire di casa se non avevi quelle scarpe ai piedi. Perlomeno se volevi essere degnato dalle ragazze. E per essere alla moda si era decisi a sfidare il freddo rigido, a quanto pareva.
In fondo al Corso, davanti all'imponente Porta Garibaldi, mancavano pochi minuti alla mezzanotte . Un mucchio di ragazzi, molto giovani, si stavano preparando all'evento. Un po' di loro avevano in mano bottiglie di spumante, altri di wiskey, altri birre. I cingalesi vendevano fiori alle coppiette , fieri del fatto che data la temperatura rigida, gli sarebbero durati più a lungo e dei  pushers , senegal boys, monitoravano tutto cercando di piazzare la loro mercanzia. A Santoro, e gli sembrò molto strano, non gli era riuscito di individuare nessun agente in borghese di una qualsivoglia forza dell'ordine. Poco conveniente, in tempi come quelli che si stavano vivendo, con la minaccia del terrorismo islamico radicale che poteva colpire ognidove nel pianeta, specialmente in quei luoghi di assembramenti umani dediti al divertimento. Anche se di gente , c'era da giurarci, ce ne sarebbe dovuta essere di più. Segno che i terroristi stavano purtroppo ottenendo dei risultati. 
Santoro stette ad osservare quei gruppetti di giovani pronti a stappare i loro spumanti allo scoccare della mezzanotte. Notò alcune coppie interrazziali, i ragazzi bianchi italiani e le ragazze nere africane. Senegal o Centrafrica. Sembravano uscite da qualcuno di quei manifesti gigantografici di alta moda, che di solito stazionavano in corso Buenos Aires affissi sui ponteggi dei palazzi cui stavano rifacendo le facciate. 

A mezzanotte urla si levarono in cielo, davanti a Porta Garibaldi. Gli spumanti aperti cominciarono a riversare le loro schiume come su palchi della formula uno e a destra e a sinistra della strada, ad un centinaio di metri, cominciavano le gare pirotecniche. Fuochi multicolori e petardi a manetta corroboravano il giusto  casino d'occasione, mentre i cingalesi vendifiori inquadravano tutto con i loro videofonini, pronti per mandare in rete le immagini del capodanno a Milano.

Santoro si godeva quelle scene con un sorriso accennato, in pieno relax. Era contento di non essersi dovuto sottoporre a nessun cenone dove si sarebbe dovuto ingozzare , per lo più, di cibo cattivo, che nei ristoranti, in quelle occasioni, si sa la qualità ne risente, e se ne era potuto stare all'aria aperta a guardare i fuochi e ad osservare i comportamenti umani. Nonostante il freddo piuttosto rigido della serata.

Erano passati cinque minuti allo scoccare della mezzanotte, che ad un certo punto, in fondo alla strada che intersecava corso Como, davanti a Porta Garibaldi, vide un uomo che indossava un giubbino militare aperto sul davanti, avvicinarsi di corsa. Correva in mezzo ai fuochi . E imbracciava qualcosa. Santoro non ci giurò, ma poteva essere un arma. Vide quell'uomo sollevare quell'arnese nero. Colpi di Kalashnikov cominciarono a risuonare nell'aria, confondendosi con i botti. Santoro fu il primo a rendersi conto del pericolo. Corse verso quei ragazzi multirazziali, quelle coppie che stavano festeggiando, le ragazze nere in groppa ai ragazzi con bottiglie di spumante in mano.
-Porca puttana, ragazzi, correte, andate via, c'è uno che sta sparando! ,urlò'.
I ragazzi non sembrarono rendersi conto del pericolo. L'uomo in fondo alla strada si stava avvicinando. E le prime vittime erano state falciate. Il crepitio del Kalashnikov era inconfondibile. Una delle due nere in groppa ad uno dei due ragazzi si accorse di qualcosa e scese di colpo. Disse qualcosa in francese al gruppetto e immediatamente cominciarono a correre verso la parte opposta di Porta Garibaldi. Intanto l'uomo era quasi in prossimità di porta Garibaldi , lo storico arco da cui fece l'ingresso l'Eroe dei due mondi, nel periodo dell'Unità d'Italia. La gente cominciò a correre via impazzita. Santoro aveva sotto l'ascella, nella custodia, la sua calibro nove d'ordinanza. Si sbottonò il giubbotto imbottito e cercò di tirar fuori la pistola. L'uomo con il Kalashnikov gli era di fronte e sparava a destra e a manca, con calma, persino prendendo la mira. C'erano già parecchi corpi lungo il suo percorso di morte.
Santoro prese la mira con tutta la freddezza che cercò di richiamare a se', in quel momento. Poi sentì alcuni spari. Sembravano spari di una pistola. Qualcuno alla sua destra stava sparando all'uomo con il Kalashnikov. Dei colpi lo raggiunsero. Arrancando cercò ancora di sparare a qualcuno che correva per mettersi in salvo. Santoro contò  cinque o sei di colpi di pistola. Era un uomo di mezz'età, con la barba corta grigia, i capelli corti e grigi anch'essi. Doveva essere un collega, pensò Santoro. A quel punto l'uomo con il kalashnikov era a terra. Non si muoveva. La folla dei giovani comunque si era riversata in piazza Gae Aulenti, al centro dei grattacieli della "City", che era dalla parte opposta di Porta Garibaldi. Un bersaglio perfetto, pensò Santoro, per possibili kamikaze e attentatori in generale. Tirò fuori la zanna di dinosauro e chiamò in caserma, in via della Moscova.
-Sono Santoro, c'è stato un attentato in corso Como poco fa, chi parla?
-Sono Strippoli, marescià, non ho capito, c'è stato un attentato?
-Strippoli, per l'amor di Dio, comunica subito alle pattuglie in servizio di fare dei posti di blocco intorno alla City.
- Manchester City, marescia'?, disse Strippoli. E rise. Buon anno, aggiunse.
-Strippoli, porca puttana, non è uno scherzo, ci sono decine di corpi a terra, qui in Corso Como.
-Veramente , marescià?
-Strippoli, te le posso dire una cosa?
-Dite pure, marescia'!
-Vaffanculo!

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