Era tornato da un paio di giorni , Santoro. A Milano. La sua città d'elezione. Di base restava pugliese, di Ostuni, altosalentino, mediterraneo, scettico ma rabdomante, colitico, camminatore indefesso, ascoltatore instancabile di musica classica o jazz latina (o greca , avrebbe detto fra sé e sé per autocoglionarsi) e consumatore industriale di camomille da bar...bar sui tavolini dei quali lasciava al termine del bivacco pomeridiano o serale, al fine meditativo d'indagine, mostre porcellanose di tazze della suddetta bevanda. Si era già industriato tramite il Cazzaniga, con l'articolo davanti, come solevano dire "a Milàn", per il trasferimento di Agostinelli. Lo attendeva a giorni. Gli alti vertici non se ne sarebbero nemmeno accorti. Delle vicende dei trasferimenti di carabinieri erano le faccende lattierocasearie o enologico-olearie ad averci voce in capitolo. Dipendeva dalle forme di parmigiano e dal numero delle bottiglie di Negramaro sganciate come moneta di scambio a compiacenti marescialli e affini che facevano siglare documenti ad libitum a ufficiali sbadiglianti , se uno da Roma passava a Milano. Anche se l'ipotesi contraria era maggiormente praticata. Per pregiudizi climatici, riteneva Santoro, perché a Milano c'era tutto per tutti persino migliorato rispetto alla forma originaria, persino depurato dalle indolenze temporali.
Camminava in viale Gran Sasso e andava verso Corso Buenos Aires. Verso il Cin Cin Bar. Aveva nostalgia di quel posto. In fondo starsene seduto al "tavolo del maresciallo" del suo Bar preferito in corso Buenos Aires a Milano, un luogo di passaggio del mondo, si sarebbe potuto dire, fra turisti, vips e modelle che in genere ci sfrecciavano davanti, non gli sembrava così diverso che starsene seduto ad un bar di paese di qualsiasi paese della galassia terracquea. Era la stessa cosa. Non sarebbe stato per quattro stronzi truccati à la pàge appena usciti da degli studi televisivi che si sarebbe potuto sentire diversamente. Anche perché per Santoro quel genere di persone avevano un superpotere speciale, particolare...erano invisibili....una volta tanto un superpotere che umanizzava, che stronzizzava un po' di gente , individui per lo più che s'atteggiavano a deità elettromagnetiche, solo perché trascorrevano il proprio tempo tra beauty centers e primi piani televisivi e nonostante tutto vivendo nel terrore di finire i propri giorni nel sottoscala della ignotorietà. Anche seduto davanti al bar del paese avrebbe notato vip e vippetti locali, professionisti di provincia e fotomodelle mancate distinte di giorno e sfatte di notte davanti a specchi di alberghi di quart'ordine ( che danno poco nell'occhio e molto al cazzo) e le sue sensazioni di piccolo Confucio gastroesofageoinfiammato non sarebbero state diverse. Quelle figure le avrebbe guardate ma non le avrebbe notate o , meglio, scorte, viste. Santoro era incuriosito da uomini comuni che possedevano doti eccezionali, magari colpiti da malattie invalidanti, poveri in canna, incapaci di lasciarsi corrompere e disposti a scivolare sempre più giù fra i ranghi più bassi della società, non per stupido orgoglio, né per il proprio indomito ego...ma semplicemente perché non erano capaci di muoversi in modo diverso. Era nella loro natura. Eppure ce la facevano sempre a risollevarsi. Perché non avevano paura dei sottoscala. Ci erano già stati. Risalire per la tromba delle scale per loro era già una vittoria. Ed era meritata. E senza che questo modo di pensare, credeva Santoro, potesse essere tacciato di estremismo , di radicalismo sociale o affini. Era solo che Santoro era uno di loro.
Una volta davanti al Cin Cin bar, Santoro vide che il tavolo del maresciallo era occupato. Ci si erano seduti dei turisti nordeuropei. Tedeschi o scandinavi, credette Santoro, esaminando di sfuggita i somatici dei loro volti.
In quel momento Nando uscì dal bar e con faccia mortificata fece-maresciallo, come va , è un secolo che non vi vedevamo, avevamo pensato che vi eravate stufato di noi.
-In quanti siete stati a pensarlo? , disse Santoro come al solito sarcastico
Nando sorrise amaramente, Santoro non era cambiato. E anzi, cominciava anche un po' a stargli sul cazzo.
-Aspettate qualche minuto che quei turisti consumino i loro cappuccini...che io poi do una pulita al tavolo e vi faccio accomodare.
-Beh, Nando, come avrai notato sono da solo, disse Santoro...
Nando non disse niente. Santoro non doveva essere dell'umore migliore. Ed era vero. Più tardi, quella stessa mattina , era stato convocato ad una riunione in prefettura. Con la dottoressa Grimaldi, il Capitano Gianuli, il Prefetto Lagioia e , udite udite, il commissario Nepoti. Inutile dire che quella mattina sentiva come delle coltellate nel colon...e solo l'idea di prendere un caffè lo avrebbe fatto preoccupare di averci un bagno a portata di mano...e per di più libero subito!
Bevve un tè deteinato...per la camomilla ritenne fosse troppo presto ancora. Se la sarebbe riservata per la sera.
Due tavoli più in là vide seduto Lenìn, il carrozziere anarchico. Con un gesto della mano gli chiese di avvicinarsi.
Lenìn non si fece pregare .
-Come sta maresciallo, gli fece Lenìn, senza tuttavia porgergli la mano. Santoro lo capiva. Un anarchico non si sarebbe mai fidato sino in fondo di uno sbirro...anche se nella realtà Santoro a volte avrebbe persino potuto surclassarlo, in anarchia!
-Bene, grazie...ho avuto un po' di influenza, ma sono guarito.
-Si è sentita la mancanza...un po' di gente ha chiesto di lei.
-Chi?
-Per esempio quel suo amico marocchino...Ahmed!
-Uhm...dopo vediamo cosa ha da dirmi. Contrariamente a quello che si possa pensare non è un mio confidente...a lui chiedo informazioni sulla cultura del suo mondo...informazioni gliele chiedo sono se sono alle strette...che ci posso fare, sono fatto così.
-Fa bene a essere così...la correttezza in fondo , alla fine, paga...
-Ma questo non vale per gli anarchici, disse Santoro.
-Giusto! Ma tanto a lei che gliele importa, sarà mica anarchico?
-No. Non lo sono. Sono un maresciallo dei carabinieri. Anche se non indosso abitualmente la divisa ci sono affezionato. Si possono servire gli stessi dei con divise e idee diverse, non credi?
-E' un punto di vista, disse Lenìn, ma alla fine a me interessa la libertà, a lei la giustizia.
-La giustizia è la forma più alta di libertà, disse Santoro.
-No, maresciallo, il motto era : l'anarchia è la più alta forma dell' ordine...
-Sia come sia, io non ho niente contro gli anarchici...basta che rispettino le leggi dei massimi principi...
-Le leggi dei massimi principi?
-Sì, precisamente: non uccidere, non rubare, non adulare, non fare falsa testimonianza, giudicare anche se solo a cose fatte ma senza emettere un giudizio...
-Interessante, disse Lenìn...sembra una cinquina che sintetizza il pensiero morale e religioso dall'inizio della vita dell'uomo fino ai nostri giorni...
-Può essere , disse Santoro...e sorrise...
In quel momento videro avvicinarsi una Ferrari Testarossa. Parcheggiò lì nei pressi.
Dallo sportello di guida che si sollevò verso l'alto, uscì un uomo sui 40 anni, abbronzato, elegantissimo. Inforcò degli occhiali da sole Armani. Mentre dallo sportello a fianco della ferrari uscì una creatura dello spazio. Un essere di sembianze femminili, di colore, capelli lunghissimi, più di due metri di altezza, sia pure con i tacchi, occhiali da sole alla moda, borsa Gucci, pantaloni attillati e camicia fucsia. Dette una sbirciata al tavolo di Santoro e Lenìn...Sollevò il braccio sinistro-il destro era impegnato con la borsa- e fece un gesto di saluto. Santoro ricambiò con un lieve movimento del viso.
-Chi è, chiese Lenìn, mentre i due soggettoni attraversavano il marciapiedi per andarsi a sedere due tavoli in là.
-Suzanna Holmert, disse Santoro. E' una transessuale brasiliana famosa nel suo ambiente...e negli ambienti della pornografia. Quello che è uscito dalla macchina con lei è un trafficante di cocaina calabrese. Già stato in galera.
-Lei...sì, insomma, la tizia...sembrava conoscerla.
- Sono un maresciallo dei carabinieri, disse Santoro, e come avrai già immaginato, conosco tutte le creature del sottobosco tolkieniano milanese....sì, hai capito bene, ho detto tolkieniano...perché il sottobosco di questa città ha così tanti personaggi e soprattutto così strani, da sembrare l'ambientazione di un romanzo fantasy.
Lenìn sorrise....
-Sì, lo so che adesso stai pensando un mucchio di cose. Io devo avere a che fare con queste creature del sottobosco. Perché questi pesci piccoli sono intrinsecamente legati con i pesci grossi. E se voglio arrivare a loro devo frequentarli...in qualche modo...e poi c'è dell'altro...
-Cosa?
-Sono stato io ad arrestare il suo fidanzato...o marito...e farlo sbattere in galera per una decina d'anni. Per traffico internazionale di cocaina.
Lenìn bevve il caffè con calma. Poi dette una scorsa al viso di Santoro. Era indubbiamente un tipo pieno di sorprese. E di ogni genere di risorse. Anche lui aveva una droga, come tutti. La sua però, dal suo punto di vista, pensò Lenìn, era benefica: la sua droga era la verità. O meglio, la ricerca della verità. Per lui , per Lenìn, la verità non esisteva. Ma Santoro, pensò ancora Lenìn, sarebbe stato in grado di rispondere a questa sua asserzione , lo immaginò in quel momento nel più sorprendente dei modi: avrebbe potuto dirgli che solo un cretino poteva pensare che la verità non esiste. Perché nel momento in cui pensava ciò era come se stesse dicendo che era vero che la verità non esisteva. Diavolo di un maresciallo dei carabinieri, pensò Lenìn. Era in grado si sollevare interrogativi come fossero interrogatori persino senza dire una parola. Con la sua sola presenza.
-E non ha paura che adesso che lui...si insomma, il tizio lì, è uscito, possa essere tentato dall'idea di vendicarsi? Lei sembra non aver mai paura, disse Lenìn.
-Oh, ti sbagli, io ho sempre paura. E' proprio questo che mi ha tenuto in vita...e in quanto a vendicarsi, Jimmy, questo il suo nomignolo, il calabrese...beh, devi sapere una cosa. Questa gente non è stupida come si può credere , in quanto delinquente. Fanno una scelta! E proprio perché non è stupido che dopo 10 anni di galera non perderà tempo a vendicarsi. Ma si dedicherà tutto il tempo della restante vita a viverla.
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