lunedì 25 settembre 2017
La pianista cinese, capitolo 28
Santoro ascoltava in lontananza la teoria di passi dei due uomini che salivano per le scale, inseguendosi. Qualcosa gli diceva che non avrebbe dovuto seguirli, nonostante volesse comunque dar manforte ad Agostinelli. Ma era una specie di sesto senso. E gli suggeriva di restare lì fra il portone e l'ascensore.
Al momento nessuno sparo. Immaginò che l'inseguimento stava continuando sopra i tetti e che dai tetti si sarebbe potuto spostare lungo le balconate piene di piante e giardini. Una vera a propria caccia grossa , si sarebbe potuto dire.
Passavano i minuti e Santoro non aveva nessun segnale, nessuna avvisaglia. Ne si erano sentiti esplodere colpi d'arma dia fuoco.
Poi d'improvviso sentì netti in lontananza i rumori di due spari. Lì per lì non seppe dire se appartenessero alla stessa pistola o fossero il frutto di un vicendevole scambio di cortesie piombesco.
E a quel punto si mosse. Salì per le scale. Con circospezione ma anche con una certa rapidità, saliva su .
Ad un certo punto la gente aveva cominciato ad uscire dagli appartamenti e Santoro cominciò ad urlare- c'è un nucleo di teste di cuoio che è entrato nel palazzo, vi consiglio vivamente di rientrare in casa. E anzi, stendetevi per terra, potreste rimediare un proiettile in corpo come niente. C'è già in corso un conflitto a fuoco.
-Più che teste de cuoio me sembrate teste de cazzo, disse uno che era uscito in canotta, pelazzi fuoriuscenti dal petto , calvo al centro della testa circondata da una coroncina di peletti alla Lino Banfi.
-Rientri subito in casa, lei, non faccia cazzate...
-Ma annate a morì ammazzati, disse l'uomo , sulla cinquantina, rientrando nel suo appartamento.
Bell'augurio, pensò Santoro.
Santoro continuò a salire. Ad un certo punto sentì distinto il rumore dei passi di qualcuno che stava scendendo.
Santoro restò fermo dietro la curvatura delle scale a metà fra un piano e l'altro. Si acquattò. E attese.
Passò un minuto, poi due minuti.
Passi in avvicinamento.
Si preparò a far fuoco.
Vide spuntare un'arma dietro l'angolo della curvatura delle scale, il muro girava in tondo come la superficie di un enorme cilindro di calcestruzzo che doveva contenere l'ascensore. Contò fino a due e stava per premere il grilletto....eh....
-Porca puttana, Agostinè, e dai una voce, no?, disse il maresciallo pugliese.
-C'avete ragione, marescià, ma stavo a inseguì uno....
-In che senso, non ti seguo...
-Marescia...Casalbene è morto. Freddato da uno con du colpi da professionista.
-Coooooocooo...come?
-Eh sì, marescià, voi nun l'avete visto scendere per de qua?
-No, di qui non è sceso nessuno, parola mia..
-Beh, allora deve essere ancora nel palazzo...dentro quarche appartamento...
-Che facciamo?, chiese a quel punto Agostinelli.
-Uhm, fece Santoro, non possiamo certo chiamare i Beretti verdi! In capo a dieci minuti tutt'Europa saprebbe che stavamo facendo qui. E noi questo lo vogliamo?
-Noi questo lo vogliamo?,ripetè Agostinelli.
-Agostinè, noi questo lo vogliamo?
-No, che non lo vogliamo, disse infine Agostinelli.
-Beh, ci sei arrivato, finalmente, disse Santoro.
-Facciamo così, squagliamoci. Facciamo perdere le nostre tracce. Tanto qui fra poco arriva la polizia...la gente ha sentito gli spari. Prima però andiamo a prendere il cadavere di Casalbene e facciamolo sparire.
-Marescia, ma dite sul serio?
-Sono serissimo. ultraserio, arciserio! Porca puttana, affermazione, non definizione...anche perché in giro non vedo puttane né porche.
Si dettero un'occhiata.
Dieci minuti dopo erano sul tetto dello stabile.
Casalbene giaceva disteso, il petto traforato da due fori di proiettile sanguinanti.
-Come facciamo a nasconderlo? , chiese Agostinelli.
-E' una parola, disse Santoro.
-No,marescià, le parole so quattro...come-facciamo-a-nasconderlo...
-Facevo per dire, Agostinè, disse Santoro.
C'era lì vicino una specie di gazebo. Qualcuno che amava passare qualche ora d'estate sul terrazzo doveva averlo sistemato. C'era persino un'amaca sotto al gazebo.
Santoro si mosse.
Due minuti dopo era con il telo dell'amaca vicino al cadavere di Casalbene. E ce lo stava avvoltolando dentro.
-Marescia, voi sarete pure un genio, ma come facciamo a scendere con il cadavere , evitare la polizia, e di essere visti, senza essere due x-men?
-Noi non dobbiamo andar via con il cadavere. Lo dobbiamo occultare come si deve. E poi ce lo veniamo a prendere con calma, nei prossimi giorni. A bocce ferme.
-Beh, a me le bocce me piaciono che ballonzano...disse Agostinelli.
Santoro si chiese se fosse un ritardato. No. Era solo un ragazzo e pensava cosa da ragazzo, nulla di più.
-Aiutami, disse a quel punto Santoro.
-Che vole fa marescià?
-Aiutami a sollevare il cadavere. Lo mettiamo sulla tettoia di quello che deve essere il locale caldaie.
-Ho un'idea, martescià, perché non lo mettiamo nella caldaia, lo facciamo sciogliere ner gasolio?
Santoro non credeva alle sue orecchie.
-Ma che cavolo dici, ti sei bevuto il cervello? Non siamo dei criminali. Stiamo facendo tutto questo perché qualcuno che è implicato in questo caso non mangi la foglia.
-Uhm, fece Agostinelli. E si dette una botta di mano sulla fronte, con una certa forza.
Riuscirono a sollevare il cadavere di Casalbene e lo mollarono sul tetto del locale caldaie. A fianco al quale c'era il piccolo gazebo.
-Ok, disse Santoro, il più è fatto.
Dalla strada giù in basso, si notavano i lampeggiamenti delle pattuglie della polizia e c'era da giurarci, in quel momento, stavano di certo entrando nel palazzo e interrogando a tappeto.
Santoro era stato visto dall'uomo della battuta sulle teste di cazzo, ma non si preoccupò più di tanto. Con l'aspetto che aveva non sembrava certo una testa di cuoio. Adesso che ci pensava pareva più una testa di cazzo. Quindi sarebbe stato scambiato per il solito mitomane di turno. E i rumori degli spari potevano essere rumori attutiti del locale caldaie, miccette o petardi fatti esplodere dai discoli del quartiere o chi sa quale altre diavolerie innocue. Tutti questi ragionamenti sarebbero stati fatti , ovviamente , in assenza di un cadavere.
Speriamo bene, pensò Santoro.
Saltarono di tetto in tetto e al terzo tetto di uno stabile, Agostinelli forzò una porta metallica che dava sulle scale ed entrarono.
Scesero lentamente e in silenzio.
Una volta fuori la strada era pattugliata neanche in tempo di guerra. Ma nessuno fece caso a quei due uomini che si stavano allontanando sul marciapiedi con l'aria di confabulare leziosamente fra di loro, persino annoiati.
Dieci minuti dopo erano seduti in un bar della zona.
Erano seduti ad un tavolino , seminascosti, quando nel bar entrarono dei poliziotti. Erano preceduti da un uomo magro con un impermeabile chiaro.
Quell'uomo era il commissario Carlo Nepoti.
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