sabato 11 febbraio 2017

La pianista cinese, capitolo 6

Stava attraversando via Paolo Sarpi, questa strada resa da anni pedonale ed epicentro di un'area compresa tra via Procaccini, via Montello e via Canonica che era convenzionalmente denominata "Chinatown di Milano", ore undici e trenta circa di mattina. Giovani cinesi elegantissimi, sia ragazzi che ragazze, camminavano velocemente sull'ammattonato di porfido, schivati come birilli da una miriade di biciclette e ai lati negozi, bari, ristoranti, laboratori, persino negozi per parrucche sempre affollati da trans sudamericane, sottostanti a case d'epoca ristrutturate di al massimo tre piani. Ma sembrava di stare a Pechino,  o meglio in una sorta di suq cinese in qualche quartiere di Pechino. Donne con bambini in braccio cinesi, cinesi in bicicletta, negozianti cinesi dietro i loro banconi già in piena attività, e  persino un'erboristeria, quasi ad angolo con via Giordano Bruno, dalla quale uscivano nonnetti centenari che probabilmente erano andati a rifornirsi di qualche elisir di lunga vita. Santoro non credeva in queste cose. Semplicemente secondo lui i cinesi campavano così a lungo perchè mangiavano riso e bevevano te' , per abitudine, e perchè lavoravano come matti. Ciò toglieva loro qualsiasi preoccupazione su come impiegare il tempo libero. I cinesi non conoscevano questo concetto e il fatto di essere concentrati perennemente sul lavoro impediva al loro cervello di vagare per improbabili paturnie ipocondriache , tipiche invece, dell'uomo occidentale.
Santoro non aveva idea del perchè avesse deciso di andare in via Paolo Sarpi. Semplicemente doveva iniziare la sua indagine da qualche parte. E stava percorrendo quel chilometro di strada camminando al centro, con ai lati panchine e griglie metalliche per parcheggiare biciclette quasi del tutto occupate. Insomma, era nel bel mezzo di un pezzo di Cina nel centro di una delle capitali commerciali d'Europa.
Arrivato in fondo a via Paolo Sarpi, vi era giunto da Corso Sempione, quasi all'altezza di piazza Baiamonti, decise di tornare indietro. A quel punto cominciò ad osservare più selettivamente, ripassando al centro di quel solco pedonale in mezzo ad abitazioni di inizio secolo che già a quell'epoca avevano cominciato ad ospitare i primi immigrati cinesi.
Ad un certo punto, seduti su una panchina, c'erano due anziani cinesi. Vestiti in  modo classico, giacca e pantaloni di stoffa e camicia, ma senza cravatta.
-Buongiorno, disse loro Santoro avvicinandosi. Avrebbe potuto prepararsi meglio, scartabellare in archivio alla ricerca di qualche cinese con precedenti da ricattare al fine di estorcere informazioni con più rapidità. Ma la ricerca che stava facendo richiedeva maggior prudenza e una buona dose si fiuto che nessun casellario di caserma avrebbe potuto dargli.
-Buongiolno, disse uno dei due anziani.
Non c'è dubbio, sono cinesi, pensò Santoro. E sorrise interiormente.
-Vorrei sapere se qui, da qualche parte, nel quartiere cinese, c'è per caso qualche luogo religioso, di culto..
I due anziani si guardarono l'un l'altro in modo interrogativo. Poi, sempre fra di loro confabularono qualcosa nella loro strana lingua da mantidi religiose. O perlomeno questo era quello che sembrava a Santoro. Probabilmente si erano detti in cinese che cavolo cercasse quello strano individuo in impermeabile milk&cofee che aveva quello strano accento non di Milano.
-Sentite, buonuomini, vorrei semplicemente sapere se ci sono luoghi di culto, templi, o, addirittura, moschee!
I due si guardarono ancora. Bisbigliarono qualcosa con le loro mimiche da mantidi religiose e poi, uno dei due, quello che non aveva ancora detto nulla in italiano si rivolse a Santoro.
-Maggior parte dei cinesi non sono leligiosi. Alcuni sono genelalmente buddhisti, un buddhismo chan...non ci sono cinesi mussulmani...
-See, certo. Com'è vero che il presidente Mao è ancora vivo e vive sotto falso nome nel verso di un gatto, disse Santoro. E si meravigliò egli stesso che gli fosse uscita quella frase bizzarra.
-Come?, disse il cinese numero due.
-Niente, una cosa mia...ok, buonuomini, mettiamola così, e se per caso esistessero, così, puta caso, dei cinesi mussulmani, dove dovrei cercarli?
-Fla i mussulmani, disse l'anziano numero uno. E sorrise.
Saranno cerimoniosi, educati, posati, tutto quello che si vuole, pensò Santoro. Ma tutto sommato queste sono tutte caratteristiche che deve avere uno che ti sappia prendere  bene per il culo.
-Ho capito, cose intendete, disse Santoro...intendete dire che i  cinesi mussulmani a Milano li troverò fra gli arabi, giusto?
-Bingo! Disse il vecchio numero uno. E sorrise.
-Bingo?Fece Santoro.
Il cinese sorrise amabilmente.
-Come dile nei film americani, aggiunse.
Decisamente gli usufruttuari di quella esclamazione da film poliziesco americano stavano aumentando in modo sospetto!
Santoro osservò meglio il vecchio cinese che gli aveva parlato per ultimo: se lo immaginò la mattina mentre faceva Thai Chi lì nei pressi, nel Parco Sempione, danzando con quei movimenti lenti e compassati , come una mantide religiosa. Come in un film di Kung Fu della sua infanzia in cui c'era un tizio millenario che praticava il Kung Fu, neanche a dirlo, della mantide religiosa. Ovvero un Kung Fu basato sui movimenti  di due mantidi religiose  in combattimento.Il vecchio viveva sul cocuzzolo di una montagna e assumeva(era il caso di dire) erbe medicamentose che ne avevano prolungato la vita e la reattività per un tempo infinito.
La scherma verbale e i giochi diplomatici erano terminati. E tutto sommato Santoro si era sentito dire qualcosa che aveva comunque pienamente intuito. E cioè che i cinesi mussulmani avevano delle comunità in Cina , ma all'estero, se avessero voluto praticare l'Islam, sarebbero dovuti andare in una moschea. E chi aveva delle moschee o vecchi capannoni adibiti a moschee a Milano, se non gli arabi?
-Un ultima domanda, fece Santoro rivolto alla coppia di Ric e Gian cinesi, vorrei pranzare in un ristorante cinese, dove mi consigliereste di andare?
I due cinesi presero a confabulare fra loro. Parlarono a lungo. Tanto che a Santoro gli venne il dubbio che si fossero dimenticati della domanda e si fossero persi nei loro discorsi di fatti loro. Ad un certo punto Santoro vide che alzavano la voce. Si stavano  riscaldando e stavano quasi per venire alle mani fra loro.
-Oh, oh...ma che cazzo state facendo?
-Voi italiani dile sempre cazzo...semple quella palola, disse il cinese numero uno.
-Voi italiani dile semple cazzo...semple quella palola, disse il cinese numero due.
Già erano cinesi, pensò Santoro, poi si erano messi a parlare uguali...Oddio, probabilmente i cinesi avrebbero pensato la stessa cosa di due anziani italiani seduti sulle panchine , sempre, del vicino Parco Sempione. Ma si dava il caso che ad essere torchiati erano i coglioni di Santoro. Per cui a quel punto Santoro, si accommiatò da loro con un bel gesto di saluto con il dorso della mano destra e li lasciò  alle loro divergenze. Avrebbe deciso di seguire la scia dei vapori di noodles e del profumo di anatra all'arancia e si sarebbe fatto consigliare dal proprio naso.
Si allontano' mentre i due cinesi stavano litigando come qualsiasi attaccabrighe o bullo di quartiere di tutto il mondo. Le cerimonie iniziali erano andate a farsi benedire. E fra un po' sarebbe iniziato il Kung Fu alla moviola. Che più che quello i due anziani cinesi non avrebbero potuto esibire.

Santoro fece cinquanta metri e sulla destra , al numero 42, vide un'insegna con su scritto"Trattoria Cinese Long Chang". Entrò senza troppa esitazione. Senza  tuttavia sentirsi Bruce Lee. Neanche lontanamente vicino al campione cinese di arti marziali. Ma di una cosa era sicuro:Bruce Lee non sarebbe stato neanche lontanamente vicino a Santoro come campione di rimpinzamento gastronomico.
L'ingresso era elegante, moderno, muri pannellati di bianco con contorni rosso veneziano. Ad accoglierlo venne una cameriera piuttosto in carne. Era carina, nonostante la sua stazza. Occhi a mezzaluna coricata, sopracciglia sottili e ciglia all'insu', ben curate...zigomi sporgenti, denti perfetti. Santoro era incuriosito, di solito le cinesi erano magre, per lo più. Non era frequente vedere delle cinesi rubiconde. Aveva la corpulenza di una corista di colore e lo sguardo ammaliante di una massaggiatrice orientale.
La cinese gli sorrise. I cinesi dovevano essere  stati i maestri di Berlusconi, pensò Santoro. 
-Plego, accomodale...avele fame?, disse la cameriera cinese.
-Con chi ho l'onore?, chiese galantemente e un po' ironicamente, Santoro.
-Con me, disse la cameriera.
-Intendevo dire...lei come si chiama?
-Ah...io, io?
-Lei, lei.
-Mi chiamo Hua, e lei come chiamale?
-Gabriele. Gabriele Santoro.
-Gabliele Santolo, disse Hua. E rise di gusto.
Ma che cavolo c'avranno sempre da ridere, 'sti cinesi, penso' Santoro.
Il maresciallo pugliese si accomodò .
Prese il menu che era scritto in cinese. Lo posò dopo un minuto.
-Ho dimenticato gli occhiali, disse mentendo, dimmi a voce Hua.
-Hua, disse Hua.
-No...dimmi a voce ,Hua.
-Hua.
Santoro aveva fame , il menu era scritto in cinese e per qualche lungo secondo accarezzò la possibilità di andarsene da lì e farsi portare da un taxi al ristorante "Il Veliero" di Corsico. Ma non sarebbe riuscito ad arrivare a Il Veliero senza prima morire di fame.
Prese il menu , con un gesto richiamò l'attenzione di Hua e disse-Ascoltami, bella mia, portami tu qualcosa da mangiare, qualsiasi cosa , purchè sia commestibile.
-Ahhh, ahhhh, fece Hua cerimoniosa, capito. Lasciale fale a me, disse. Si girò e andò verso la cucina, sculettando fra i tavoli allegramente. Santoro restò seduto al tavolo con la speranza che prima o poi sarebbe arrivato qualcosa di commestibile che avesse potuto alleviare un poco quell'imminente attacco di colite che gli sarebbe venuto a causa del tappeto musicale di musica cinese ,che doveva risalire all'epoca Ming, con quei miagolii cantati a squarciagola, in sottofondo. Più che un tappeto quello per Santoro era uno zerbino musicale. Ci voleva un po' di sano jazz. Un sax. Ecco un sax lo avrebbe messo di buon umore, con quelle sue curve muliebri che solo a vederlo in azione suscitava peccaminosi pensieri, forse più del  suo lamento musicale malinconico senza tempo.

Un quarto d'ora dopo Hua, accompagnata da uno stuolo di ben quattro cameriere che si muovevano come mannequins, cominciò a posare sul tavolo di Santoro piatti a ripetizione. Santoro guardava planare quei piatti estasiato, sotto lo sguardo altrettanto estasiato di Hua. 
Il maresciallo dette un'occhiata al tavolo e restò soddisfatto di quell'abbondanza. Il più era fatto. Ora bisognava capire che cosa era quella roba che si stava accingendo a ingurgitare.
Hua percepì lo smarrimento di Santoro.
-Tlippa di manzo e maiale,sangue di  maiale, lingua d'anatla, olecchie maiale, bambù flesco e alachidi, disse Hua.
-Ah, disse Santoro, e quella cosa che sporge dal brodo?
-Ah, quella essele specialità cinese molto buona, essele zampe di gallina.
Santoro evito di fare una battuta d'occasione che a mala pena avrebbero capito in Puglia. E cioè se per caso lo avessero preso per un polpo e fingendo indifferenza cominciò ad assaggiare quei piatti.
Mentre mangiava, ogni tanto dava un'occhiata ai bagni, assicurandosi che fossero a tiro di scatto alla Usain Bolt  verso la tazza. Ma la colite non stava dando segni  e la cosa poteva significare che la qualità di quello che stava mangiando era buona.
Mangiò tutto avidamente e quando arrivo' al piatto brodoso dal quale sporgevano le zampe di gallina....titubò un poco. Ma poi le agguanto' una alla volta e se  le spolpò avidamente. Beh, considerò  a quel punto, tutti i pugliesi dovevano avere come ascendente un polpo preistorico, una piovra, quello era un segno evidente. Accompagnò il tutto con dell'ottima birra Tsingtao e concluse con un bicchierino di grappa al ginseng. Che metteva la folza di dieci toli, aveva detto a quel punto Hua, mentre gliela versava in un bicchiere mignon.

Santoro fu soddisfatto del pranzo, ma non poteva farsi sfuggire quell'occasione. Era nel quartiere cinese di Milano, in mezzo a cinesi, quale miglior occasione per avere notizie di Yuja Wang?

Dopo aver pagato il conto, davvero irrisorio, convenne, per la qualità e quantità delle pietanze consumate, si avvicino' al bancone del bar. Hua le offrì un'altra grappa al ginseng. Devo avere la faccia di uno che non ce la fa più a letto, penso' Santoro a quel punto, riferendosi alle note proprietà afrodisiache e toniche del ginseng.
-Hua, grazie, davvero, tutto molto buono...vorrei chiederti un ultimo favore, le disse Santoro.
-Dile pule, io fale favole a te, tu uomo molto bello, uomo molto simpatico...
-Ok, ok, ho capito...ti vorrei chiedere se conosci Yuja Wang, chiese Santoro.
-Yuja Wang? Celto, quale delle tante Yuja Wang, chiese a sua volta Hua.
Santoro si rese conto che il cognome Wang era diffuso fra i cinesi  quasi come il cognome Rossi fra gli italiani.
-Eh, ma questa è speciale, suona il pianoforte.
-Conoscele almeno dieci che suonale pianofolte.
-Ma questa è conosciuta in tutto il mondo, fa concerti in tutti i paesi del mondo con i più grandi direttori d'orchestra.
Hua resto' un po' pensierosa. Poi tirò fuori dalla tasca il suo i-phone e cominciò a cercare su Google. Quando ebbe trovato la Yuja Wang a cui si riferiva Santoro , lo guardo' e disse-pelchè tu celcale lei?
-Perchè mi piace la musica classica, disse Santoro.
Hua sbotto' a ridere. Anche le altre cameriere sbottarono a ridere.
-Mi venga un colpo, disse Santoro, ma che cavolo avete da ridere?
-Bele altla glappa, disse Hua. E continuo' a ridere con tutte le altre cameriere.
-Lo sapevo, pensano tutti la stessa cosa. Lo so, è bella. Ma anche se è bella non puo' essere che suoni divinamente?
A quel punto sembrarono acquietarsi.
-Io non conoscele lei, disse Hua.
Santoro restò deluso. Nemmeno i cinesi di Milano la conoscevano.
-Io piacele Toto Cutugno, disse Hua.
-See, va beh, la giornata si sta sputtanando, disse Santoro.
-Tu simpatico disse Hua. Le altre quattro fotomodelle-cameriere confermarono con cenni d'assenso.
-Tu non essele di Milano, velo?
-No, io non essele di Milano, disse Santoro facendole involontariamente il verso più che altro perchè ad ascoltare quel modo di parlare ne era restato invischiato.
-Va beh... sono pugliese, sono a Milano per servizio.
-Ah, anche tu cameliele?, fece Hua.
-Che cameriere, Maresciallo. Maresciallo dei Carabinieri, disse.
-Ooooohhhhhh, che paura, disse Hua. E sbottò a ridere. Anche le altre quattro risero di gusto coprendosi la bocca per educazione.
Santoro non sapeva se ridere o incazzarsi. Decise di ridere, tanto in mezzo ai cinesi un po' di riso in più non lo avrebbe notato nessuno. Sperò che non ci fosse Giucas Casella lì nei pressi a leggergli il pensiero, perchè si sarebbe vergognato enormemente per quell'idiozia che aveva pensato.
-Non pleoccupale, Malesciallo, tu venile quì quando volele, Hua dale lei da mangiale specialità cinesi. Visto che tu mangiato tutto.
-Sì, devo dire che era tutto buono...certo non erano involtini di cavallo al sugo, piatto per cui stravedo, ma non mi posso lamentare.
-Alleglo, malesciallo, tu ola non più tellone.
-Tellone?
-Sì, sì, disse Hua, da quando essele quì noi cinesi voi telloni essele stati promossi a italiani!
Santoro restò folgorato. Osservò Hua in viso a lungo, molto seriamente. Poi sbottò a ridere..
-Hai proprio ragione, Hua, da quando ci siete voi cinesi a Milano a noi terroni ci hanno promossi a italiani.
Risero tutti  e Santoro fece per salutare Hua. La quale con uno slancio inusitato per una cinese, che solitamente sono discrete e riservate, lo abbracciò e lo bacio quasi sulla bocca. Santoro restò lì davanti a Hua con un'espressione da cane impaurito. Poi si riprese subito. Non gli conveniva assuimere un'espressione da cane, sia pure impaurito, in un ristorante cinese. Si guardò intorno. Giucas Casella non c'era. Poteva stare tranquillo, le sue cazzate interiori erano rimaste tutte dentro lui. E non gli avevano neanche provocato un attacco di colite.


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