Santoro aveva preso la metro in Piazza Lima. Anche lui aveva preso a pensare in Milanese. La metro. Non la metropolitana. D'un tratto si mise a pensare che se tutto era veloce, rapido, spidigonzalesiano...beh, che cavolo di amplessi potevano avere i milanesi. Intesi come abitanti di Milano. Che di trovare lombardi milanesi doc , aveva la stessa capacità di successo che usare un metal detector per cercare collanine d'oro per le strade periferiche di Kuala Lampur. Un coniglio che si accoppiava al confronto doveva essere una sorta di ultramaratoneta.
Scese in Piazza San Babila. La fontana di recente costruzione era inattiva. Austerity, la chiamavano. Proprio la fontana che aveva dato il nome alla piazza. Per un po' in passato l'avevano chiamata piazza del Tagliamento. Poi faceva troppo "tossico" e si tornò a chiamarla così. Fece due passi a piedi. Alle spalle dell'uscita della metro c'era Corso Monforte. E lì, al numero 31, c'era la prefettura. L'ingresso, in alto, era adornato con una scultura che raffigurava putti. Santoro si era sempre chiesto cosa rappresentassero. Poi gli venne da ridere quando pensò al brigadiere Strippoli, che li chiamava sempre "puffi". Le barzellette sui carabinieri non sarebbero mai finite. Erano appena iniziate.
Salì al piano superiore di questo austero palazzo a due piani, corridoi ampi, porte chiuse dietro le quali c'erano uffici dai compiti più disparati. C'era persino un ufficio che assegnava compiti agli altri uffici. Santoro odiava le scartoffie. Era un uomo d'alta montagna. Nel senso Nietzschiano della definizione. Poi improvvisamente recuperò lucidità. Per darsi la carica ed affrontare emotivamente le situazioni più stressanti- e i breafing in prefettura con i superiori rientravano nella categoria in oggetto-si creava una costruzione mentale:pensava a Che Guevara-lo aveva letto in una bella biografia di Pierre Kalfon-che per arginare i drammatici attacchi di asma che rischiavano di renderlo praticamente un disabile, aveva sviluppato una capacità di controllo delle emozioni e delle sensazioni del corpo fuori dal comune. Poi pensò che era davvero fortunato che non esistesse una macchina che leggesse nel pensiero. Perchè se solo i suoi superiori avessero lontanamente percepito tutti questi suoi contorti ragionamenti, probabilmente ne avrebbero chiesto l'internamento in un istituto manicomiale.
Davanti alla stanza che ospitava l'Ufficio del Prefetto, dette qualche colpo di nocca. Avanti, si sentì dall'altra parte del legno. Santoro girò la maniglia della porta e , lentamente, entrò nell'ufficio del prefetto.
-Oh, finalmente, Santoro...la stavamo aspettando...sempre in ritardo, mi raccomando, disse il capitano Vito Gianuli.
La dottoressa Grimaldi lo osservò con un espressione alquanto ironica. E così pure il commissario Nepoti. E poi c'era il prefetto. Seduto dietro la sua scrivania. Lo squadrò con severità.
Capelli grigi, corpulento, sopracciglia brezneviane e cipiglio ultraserio, il dottor Lagioia, in impeccabile giacca e cravatta che al confronto l'impermeabile gualcito di Santoro lo faceva sembrare un direttore d'orchesta al concerto di Capodanno di Vienna, non sembrava voler perdere tempo.
-Va bene, direi che a questo punto possiamo iniziare. Gianuli guardava Santoro con odio. Sempre in ritardo. Lo faceva a posta, secondo lui. Era una forma di snobismo verso le autorità superiori. Santoro sapeva che Gianuli lo pensava. Ma glielo lasciava pensare. Perchè perdere così tanto tempo ad estirpare convinzioni così comode e infantili? , pensava semplicemente.
-Ho già disposto la chiusura di alcune moschee in odor di terrorismo...e questo al fine di troncare possibili legami organizzativi dei terroristi islamici, fece il prefetto...e sottolineò la sua frase con sguardo luciferino.
-Molto bene disse Gianuli.
La Grimaldi e Nepoti non dissero niente. Nepoti agiva in tandem. Sembravano i fratelli Abbagnale versione "en travestì", pensò per un momento Santoro. Poi dette una sbirciata alla Grimaldi e decise che aveva pensato una cazzata. Bella donna. Un po' androgina, ma niente da dire. Una bellezza dei tempi moderni. Palestra ed happy hour la sera sui Navigli. Secondo Santoro , Nepoti non vedeva l'ora di proporglielo. Nepoti masticava una gomma nervosamente. Era del tutto evidente che stava cercando di smettere di fumare. E che stava soffrendo. Eh, considero' Santoro, quante cose si fanno per la fica!
-Fatemi il punto sulle vostre indagini, aggiunse il prefetto, chi comincia?
Gianuli osservò Santoro.
-Bene, prenderò il cenno del signor Capitano come un invito ad aprire le danze...Io ho chiesto ad un mio collaboratore un rapporto dettagliato sul killer. Ma anche su tutte le vittime della notte di capodanno in piazza XXV aprile.
-Perchè questa perdita di tempo e questo spreco di risorse umane, di energie?, chiese Gianuli.
-Perchè io prima sciogliere le mie riserve e dire che si è trattato di un attentato terroristico voglio essere certo. Inoltre l'eliminazione del presunto terrorista rappresenta un elemento poco chiaro in un quadro di riferimento che attiene ad un attentato terroristico di matrice radicale islamica.
Il prefetto sussultò sulla poltrona di pelle. Santoro sembrava pesare le parole e usava un linguaggio quasi cifrato che in pochi termini esprimeva intere concezioni antropologiche. Evidentemente distanti dalle facili evidenze a cui si voleva giungere . Per pressappochismo o mala fede, questo, Santoro , non aveva ancora avuto modo di appurarlo.
-Perchè dice "radicale islamico", maresciallo, vuole lasciar intendere qualche distinzione?, chiese la Grimaldi.
-Nel Corano c'è scritto "chi salva la vita ad un uomo salva la vita a tutto il mondo"...evidentemente non tutti gli islamici sono terroristi o approvano il terrorismo, dottoressa...non ne conviene?
-Beh, sì, ma francamente è una distinzione che non ci porta da nessuna parte.
-Può darsi...ma se dobbiamo indagare in quella direzione, in direzione del terrorismo di matrice islamica radicale, secondo il mio modesto avviso di uomo di strada , di antropologo da marciapiede, se vuole, non possiamo precluderci le porte di un mondo, che dico, di una galassia, come quella islamica. E proprio sfruttando le contraddizioni a suo interno potremo eventualmente trovare le risposte che cerchiamo. E i colpevoli che cerchiamo. Non quelli che vogliamo.
Aveva parlato chiaro, Santoro, fin troppo. Il prefetto non stava più nella poltrona. Gianuli però lo guardò con una certa ammirazione. Perchè in fondo sapeva che Santoro era autentico. Era uno che voleva scoprire il colpevole vero, non un capro espiatorio qualsiasi da offrire in pasto in una conferenza stampa ai giornalisti per tacitare opinione pubblica e mass media. Era lento e meticoloso. Una cosa che poteva dar luogo a fraintendimenti.
-Voglio seguire il suo ragionamento, disse improvvisamente Gianuli, però ci spieghi dove ci può portare.
-Questo ancora non lo so...altrimenti avremmo già il colpevole...O, meglio, i colpevoli, fece Santoro.
-Scusi maresciallo ma io non la capisco, intervenne Nepoti, questa gente, si insomma, i mussulmani..anche se non sono d'accordo comunque non denuncerebbero mai uno dei loro...secondo me stiamo perdendo tempo. Dobbiamo stringere il cerchio intorno agli ambienti in odor di tritolo. E secondo me il Signor prefetto ha fatto bene...
-Sarà, disse la Grimaldi, mentre il prefetto aveva l'aria gongolante di uno che per l'eccitazione a momenti aveva rischiato di inumidirsi le mutande, ma le osservazioni del maresciallo, ad una più accorta analisi non mi paiono peregrine. Continui pure a indagare in quella direzione. Tanto abbiamo la nostra ala destra, vero Nepoti, che indaga nella direzione opposta. E chissà se magari nella convergenza di queste due ipotesi investigative non si possa addivenire alla scoperta della verità.
Peccato che criminalizzare tutti gli islamici di Milano, come stavano per fare il Dotto Lagioia e Nepoti, sarebbe servito solo ad aumentare il muro impenetrabile di diffidenza fra il mondo delle istituzioni , diciamo così, occidentali e la galassia mussulmana in generale. E addio possibilità di svolgere indagini all'interno di quell'ambiente. Che a quel punto non poteva far altro che chiudersi a riccio nella propria autoreferenzialità e nel proprio vittimismo. Da sempre alimento di reclutamento di tutti i terrorismi del mondo. Questo fu il pensiero di Santoro. Ma tacque. Non disse niente. Avessero fatto pure come volevano. Tanto lui sarebbe andato avanti per la sua strada. Sentiva che la questione era più complessa di come la stavano pensando...Persino i figuri istituzionali presenti in quella stanza della prefettura.
-Curiose le sue considerazioni, maresciallo...un po' fumose, a dire il vero. Speriamo che riesca a ricavarci qualcosa di utile per le indagini. Se non fosse un sottufficiale dell'Arma dei Carabinieri, le sue affermazioni avrebbero potuto essere scambiate per quelle di qualcuno di questi agit prop del giornalismo di sinistra militante sempre in voga, disse il dottor Lagioia, affondando il colpo.
-Il paese più potente della terra ha appena avuto per 10 anni come presidente un uomo di colore di sinistra...ora, egregio dottore, pur non essendo io un uomo di sinistra,da persona obbiettiva, non si può certo negare che essendo noi un paese della Nato, indirettamente, magari, siamo stati un paese sottoposto a quell'egida?...O sbaglio, dottor Lagioia?
Il prefetto incasso contorcendosi sulla sedia-va beh, non la mettiamo in politica , adesso, se no non ne usciamo più fuori, disse. E sorrise con la stessa espressione sincera di un venditore di titoli azionari farlocchi.
La seduta era sciolta. Santoro aveva tenuto botta. Ma la sua colite ne aveva risentito. Salutò tutti, compreso il capitano Gianuli e sgattaiolo' via. In pochi minuti fu in corso Monforte. Fece due passi a piedi verso piazza San Babila. Si infilò nella metropolitana. Camminava lento. Dove sono i bagni ?,tento' di pensare. Poi li vide in fondo al corridoio di pavimento gommoso che portava verso i tornelli. Aumentò il passo, vide il simboletto dei bagni in cima ad una porta. Entro' di corsa. All'ingresso c'era uno che voleva dei soldi spiccioli per vendere della carta igienica. Si augurò che i bagni fossero puliti. Tirò fuori dal portafogli 50 euro. Il tizio, un anziano cingalese, cominciò a contare il resto da dargli.
-Tenga il resto, disse Santoro. Entro' nel primo bagno disponibile....era rotto. Uscì ed entrò in quello a fianco. Cioè, tentò di entrare. Ma era occupato. Sicuramente da uno stronzo, dopotutto si trattava di un cesso. Poi entrò nel terzo bagno. Era aperto e libero. Ma lo scarico era rotto. La scarica animata dalla colite era imminente. Richiuse il bagno, si chiuse le narici...fu come andare in apnea. Era un bagno di merda. Una tautologia. Ma non lo avrebbe mai detto al dottor Lagioia.
sabato 25 febbraio 2017
venerdì 17 febbraio 2017
La pianista cinese, capitolo 7
Santoro stava facendo colazione in corso Buenos Aires, al Cin Cin Bar, seduto al suo tavolo, il tavolo del maresciallo. Accanto a lui c'era Ahmed Salah, un marocchino spacciatore di hashish ben noto a lui. Due tavoli più in là Lenìn, il carrozziere anarchico.
Nando portò al maresciallo il suo tè e un pezzo di pizza.
-Portami anche un succo di frutta...tropical, gli chiese Santoro.
-A dispo , marescià.
A dispo?Ma come parlavano, tutti a Milano?, sono in circonvalla,prendo un coffi, vado in pisci, di completare le parole non se ne parlava, non c'era abbastanza tempo, andavano sempre di fretta. E ora anche Nando , da Avellino, si era subito adeguato, con il suo , a dispo, marescià.
Santoro stava osservando Ahmed Salah. Magro, capelli corti, baffetti ben tenuti, sigaretta in bocca. Sembrava fosse nato con la sigaretta. Santoro pensò che da quando lo aveva conosciuto se lo ricordava con la sigaretta in bocca
-Tutto bene, dalle tue parti?, gli fece all'improvviso.
-Bene, bene, maresciallo, io rigare dritto, io lavorare onesto, tutto a posto.
-Lavorare ? Tutti i giorni a colazione ti vedo qui e quando torno la sera sei ancora qui...Ahmed, ma che cazzo di lavoro fai, l'osservatore dei tavolini da bar?
-No, maresciallo, io dopo andare via, andare a lavorare .
-Che lavoro?
-Muratore...lavoro duro ma guadagnare bene.
-Ahmed guarda che lo so che spacci hashish...pensa che il mio lavoro consiste nel sapere cosa fanno gli altri. E questo lo so fare bene. Ma vuoi sapere una cosa? Non mi importa se spacci hashish, perchè io so che non hai mai spacciato altro, ma anzi, sei contrario al resto delle droghe...dico bene?
Ahmed chinò il capo. Poi osservò Santoro. A quel punto non sapeva se continuare a fingere o ammettere. Tanto Santoro non se la beveva.
-Dimmi una cosa , Ahmed, tu sei mussulmano?
-Sì, certo, tutti arabi sono mussulmani.
-E non è peccato spacciare hashish per Allah?
-Sì...è peccato, ma ci sono peccati peggiori, come bere, vendere eroina e cocaina, rubare, uscire con donne sposate...
-Tutte cose che a spizzichi e bocconi hai fatto anche tu, vero Ahmed?
Ahmed tacque.
Poi disse- ma adesso non fare più nienti di questo.
-A parte lo spaccio di hashish...ma non ti devi preoccupare, a me personalmente non interessa. Io credo che ci siano reati più gravi, come, ad esempio, gli omicidi. Togliere la vita è un peccato grave non solo per le religioni, anche per la giustizia degli uomini. Ho una questione da proporti.
-Cosa?
-Sì, Ahmed...ho bisogno di qualche informazione. In cambio mi disinteresserò alla tua attività di spaccio di hashish. La cosa cambia se passi alla vendita di sostanze più pesanti. In tal caso i nostri accordi saltano e ti verrò personalmente a prelevare per sbatterti in galera. Questo nella migliore delle ipotesi.
-Ah, fece Ahmed, figuriamoci nelle peggiori!
-L'hai detto, brother.
-Brother?
-Sì certo..Nando può dire a dispo, i milanesi possono andare in circonvalla, bere un coffi, andare a nuotare in pisci, potrò dire brother, come nei film americani!.
-Boh? , fece Ahmed.
-Comunque vorrei delle informazioni su dei frequentatori di moschee a Milano.
-Maresciallo, mi chiede cosa impossibile...sono migliaia.
-E' vero, sono migliaia gli arabi. Ma vedi a me interessano i frequentatori di moschee cinesi.
-Cinesi?
-Certo, cinesi. Ci sono cinesi che sono mussulmani, non lo sapevi?
-Mai saputo.
-C'è sempre da imparare, vedi Ahmed? Quindi mettiti subito in movimento e, per, diciamo... ieri, mi devi procurare le informazioni che ti ho chiesto.
-Per ieri?
-Il più presto possibile, intendevo, voi arabi prendete sempre tutto alla lettera.
Santoro dette un'occhiata ai bagni. La luce fuori dai bagni in fondo al Bar, lì di fronte , quasi, al suo tavolino, era verde. Segno che erano liberi. Si sentì rassicurato. Bingo, pensò,la giornata iniziava bene.
Ahmed pagò il caffè, infilò in bocca la già decima sigaretta della mattina e levò le tende. Era davvero strano , quel maresciallo, pensò. Particolare, con una sua etica delle cose. Ma doveva essere uno che conveniva non contrariare. Uno che sembrava buono e caro, finchè non gli facevi un torto. Allora ti metteva nel suo mirino ed erano cazzi da cacare .
In quel momento una coppia, lei milf d'antan bionda ossigenata in pelliccia bianca di volpe bianca, gonna a spacco e tacco 12, cagnolino Terrier d'ordinanza guinzagliato , seguita da un giovane adone sui trentacinque, giubbotto fico, occhiali da sole Dolce e Gabbana, foulard Gucci, entrano nel bar.
-Kevin, hai sentito che freddo che fa?, dice lei.
Ma Kevin non risponde.
-Gegè, tienimi Kevin , per favore vado in toilette.
Kevin era il cane.
E Gegè era l'uomo firmato dalla testa ai piedi.
Sembrava che tenesse il Terrier al guinzaglio. Ma a Santoro sembro' il contrario.
Squillò il cellulare. Santoro ci mise una vita per sfilare il cellulare dalla tasca dei pantaloni. Aprì lo sportellino. Due ragazze giovani , sui vent'anni, probabilmente est europa e probabilmente escort, lo osservarono come uno plesiosauro. Non si vedevano cellulari con sportellini da vent'anni.
-Pronto, disse Santoro.
-Pronti, sono il Cazzaniga. Era il maresciallo Ambrogio Cazzaniga, un milanese da ventisette generazioni. Del resto con quel nome e cognome, pensò Santoro...
-Sì, dimmi Cazzanì.
-Signur marescial, ho capito con che arma puo' aver sparato al killer il fioeu senza nome che stiamo cercando.
-Innanzitutto non chiamarmi signor maresciallo, siamo colleghi, Cazzanì.
-Eh ma te mi sei superiore di grado.
-Capirai, m'hanno fatto generale.
-Verament?
-Cazzanì, non mi far perdere tempo, se hai qualcosa da dire, dilla!
-Maresciallo, la pistola che ha sparato, si ricorda se era a tamburo?
-A tamburo?...non mi ricordo. Sai in quel momento ero impegnato a schivare proiettili.
-Trattasi di una P 38 a tamburo.
-Quindi fammi capire, non è che hai trovato l'arma, la tua è un'ipotesi. Cioè sei andato su Google ed hai cercato la voce "pistole che non rilasciano bossoli" e sono venute fuori le pistole a tamburo, vero?
-Beh, sì.
-Cazzanì, te le posso dire una cosa?
-Temo di sì.
-In natura , devi sapere, che ci sono delle cose che rasentano la perfezione. Sono rare, ma ci sono. Beh, una di queste è che se, per assurdo, rifacessero il concorso per entrare nell'arma dei carabinieri duemila volte, a te non te lo farebbero fare. Ti manderebbero direttamente la divisa a casa!
-Mi g'ho capì. Mandarmi a fanculo era meglio.
-Piuttosto ho bisogno di un favore da te.
-Non so se posso.
-Devi, è un ordine. Dovresti farmi un piccolo dossier sul killer , ma anche sui morti. Voglio sapere vita morte e miracoli delle vittime.
-Perchè?
-Perchè è così che lavoro io. Mi conosci da anni. Ci possono essere sfuggiti dei particolari.
-Come comandi.
-Ecco bravo. E chiamami appena hai fatto.
-Va ben.
-Per ieri, urlò Santoro nella cornetta autorticolata del suo telefono soprannominato da lui stesso Zanna di Dinosauro.
Due minuti dopo, mentre Santoro stava bevendo il suo succo "tropical", il telefono squillò ancora.
Nuove manovre per sfilarlo dalla tasca.
Le due escort ucraine, fra una boccata e l'altra di sigaretta, lo osservarono come un maschio di mantide religiosa dopo che aveva inseminato la femmina.Un essere inutile, inservibile. Santoro le squadrò con odio.
-Pronto, sono Santoro.
-Maresciallo, sono la dottoressa Grimaldi, la chiamavo per avvisarla che fra trenta minuti c'è un vertice in prefettura e lei è convocato.
-D'accordo dottoressa, non mancherò.
-Mi raccomando, Santoro, puntuale! Click. Telefono chiuso in faccia.
Santoro richiuse lo sportellino del cellulare e se lo mise nella tasca dell'impermeabile. Magari sarebbe stato più facile sfilarlo in caso di nuove chiamate.
Sorseggiò ancora il suo succo tropicale. Sul corso a pochi metri il traffico era già insopportabile. Clacson, marciapiedi pieni di varia umanità, neri, arabi, cinesi, donne con passeggini ad altezza scappamenti, terrier, milf, Gegè. I senegalesi sul marciapiedi opposto stavano vendendo borse griffate false. Avevano un occhio alle borse e uno ai vigili urbani che potevano arrivare da un momento all'altro per sequestrare la loro mercanzia. Era una giungla di asfalto, marmo , vetrometallo, e la lotta per la vita era in pieno corso. In tutti i sensi, si sarebbe potuto dire. Dato che si era in Corso Buenos Aires. Di tropicale c'era solo il succo. Il nome del succo, nemmeno il succo e il nome della strada. Tutto il resto faceva semplicemente schifo. Anche se te lo servivano con le paillettes. Santoro dette una sbirciata all'enorme pannello pubblicitario montato all'esterno di un ponteggio istallato per l'intonacatura sul palazzo di fronte . Era un poster gigantografico di Skin, la cantante inglese di origine giamaicana, calva, filiforme...impugnava un cornetto di una nota marca di gelati italiani come un microfono. E sembrava guardare sotto, la strada, il corso, con l'espressione gioiosa di chi ce l'aveva fatta a sbarcare il lunario sfangandosi il primo turno in fabbrica, pensò Santoro. E sicuramente anche un indagine per strage!
Nando portò al maresciallo il suo tè e un pezzo di pizza.
-Portami anche un succo di frutta...tropical, gli chiese Santoro.
-A dispo , marescià.
A dispo?Ma come parlavano, tutti a Milano?, sono in circonvalla,prendo un coffi, vado in pisci, di completare le parole non se ne parlava, non c'era abbastanza tempo, andavano sempre di fretta. E ora anche Nando , da Avellino, si era subito adeguato, con il suo , a dispo, marescià.
Santoro stava osservando Ahmed Salah. Magro, capelli corti, baffetti ben tenuti, sigaretta in bocca. Sembrava fosse nato con la sigaretta. Santoro pensò che da quando lo aveva conosciuto se lo ricordava con la sigaretta in bocca
-Tutto bene, dalle tue parti?, gli fece all'improvviso.
-Bene, bene, maresciallo, io rigare dritto, io lavorare onesto, tutto a posto.
-Lavorare ? Tutti i giorni a colazione ti vedo qui e quando torno la sera sei ancora qui...Ahmed, ma che cazzo di lavoro fai, l'osservatore dei tavolini da bar?
-No, maresciallo, io dopo andare via, andare a lavorare .
-Che lavoro?
-Muratore...lavoro duro ma guadagnare bene.
-Ahmed guarda che lo so che spacci hashish...pensa che il mio lavoro consiste nel sapere cosa fanno gli altri. E questo lo so fare bene. Ma vuoi sapere una cosa? Non mi importa se spacci hashish, perchè io so che non hai mai spacciato altro, ma anzi, sei contrario al resto delle droghe...dico bene?
Ahmed chinò il capo. Poi osservò Santoro. A quel punto non sapeva se continuare a fingere o ammettere. Tanto Santoro non se la beveva.
-Dimmi una cosa , Ahmed, tu sei mussulmano?
-Sì, certo, tutti arabi sono mussulmani.
-E non è peccato spacciare hashish per Allah?
-Sì...è peccato, ma ci sono peccati peggiori, come bere, vendere eroina e cocaina, rubare, uscire con donne sposate...
-Tutte cose che a spizzichi e bocconi hai fatto anche tu, vero Ahmed?
Ahmed tacque.
Poi disse- ma adesso non fare più nienti di questo.
-A parte lo spaccio di hashish...ma non ti devi preoccupare, a me personalmente non interessa. Io credo che ci siano reati più gravi, come, ad esempio, gli omicidi. Togliere la vita è un peccato grave non solo per le religioni, anche per la giustizia degli uomini. Ho una questione da proporti.
-Cosa?
-Sì, Ahmed...ho bisogno di qualche informazione. In cambio mi disinteresserò alla tua attività di spaccio di hashish. La cosa cambia se passi alla vendita di sostanze più pesanti. In tal caso i nostri accordi saltano e ti verrò personalmente a prelevare per sbatterti in galera. Questo nella migliore delle ipotesi.
-Ah, fece Ahmed, figuriamoci nelle peggiori!
-L'hai detto, brother.
-Brother?
-Sì certo..Nando può dire a dispo, i milanesi possono andare in circonvalla, bere un coffi, andare a nuotare in pisci, potrò dire brother, come nei film americani!.
-Boh? , fece Ahmed.
-Comunque vorrei delle informazioni su dei frequentatori di moschee a Milano.
-Maresciallo, mi chiede cosa impossibile...sono migliaia.
-E' vero, sono migliaia gli arabi. Ma vedi a me interessano i frequentatori di moschee cinesi.
-Cinesi?
-Certo, cinesi. Ci sono cinesi che sono mussulmani, non lo sapevi?
-Mai saputo.
-C'è sempre da imparare, vedi Ahmed? Quindi mettiti subito in movimento e, per, diciamo... ieri, mi devi procurare le informazioni che ti ho chiesto.
-Per ieri?
-Il più presto possibile, intendevo, voi arabi prendete sempre tutto alla lettera.
Santoro dette un'occhiata ai bagni. La luce fuori dai bagni in fondo al Bar, lì di fronte , quasi, al suo tavolino, era verde. Segno che erano liberi. Si sentì rassicurato. Bingo, pensò,la giornata iniziava bene.
Ahmed pagò il caffè, infilò in bocca la già decima sigaretta della mattina e levò le tende. Era davvero strano , quel maresciallo, pensò. Particolare, con una sua etica delle cose. Ma doveva essere uno che conveniva non contrariare. Uno che sembrava buono e caro, finchè non gli facevi un torto. Allora ti metteva nel suo mirino ed erano cazzi da cacare .
In quel momento una coppia, lei milf d'antan bionda ossigenata in pelliccia bianca di volpe bianca, gonna a spacco e tacco 12, cagnolino Terrier d'ordinanza guinzagliato , seguita da un giovane adone sui trentacinque, giubbotto fico, occhiali da sole Dolce e Gabbana, foulard Gucci, entrano nel bar.
-Kevin, hai sentito che freddo che fa?, dice lei.
Ma Kevin non risponde.
-Gegè, tienimi Kevin , per favore vado in toilette.
Kevin era il cane.
E Gegè era l'uomo firmato dalla testa ai piedi.
Sembrava che tenesse il Terrier al guinzaglio. Ma a Santoro sembro' il contrario.
Squillò il cellulare. Santoro ci mise una vita per sfilare il cellulare dalla tasca dei pantaloni. Aprì lo sportellino. Due ragazze giovani , sui vent'anni, probabilmente est europa e probabilmente escort, lo osservarono come uno plesiosauro. Non si vedevano cellulari con sportellini da vent'anni.
-Pronto, disse Santoro.
-Pronti, sono il Cazzaniga. Era il maresciallo Ambrogio Cazzaniga, un milanese da ventisette generazioni. Del resto con quel nome e cognome, pensò Santoro...
-Sì, dimmi Cazzanì.
-Signur marescial, ho capito con che arma puo' aver sparato al killer il fioeu senza nome che stiamo cercando.
-Innanzitutto non chiamarmi signor maresciallo, siamo colleghi, Cazzanì.
-Eh ma te mi sei superiore di grado.
-Capirai, m'hanno fatto generale.
-Verament?
-Cazzanì, non mi far perdere tempo, se hai qualcosa da dire, dilla!
-Maresciallo, la pistola che ha sparato, si ricorda se era a tamburo?
-A tamburo?...non mi ricordo. Sai in quel momento ero impegnato a schivare proiettili.
-Trattasi di una P 38 a tamburo.
-Quindi fammi capire, non è che hai trovato l'arma, la tua è un'ipotesi. Cioè sei andato su Google ed hai cercato la voce "pistole che non rilasciano bossoli" e sono venute fuori le pistole a tamburo, vero?
-Beh, sì.
-Cazzanì, te le posso dire una cosa?
-Temo di sì.
-In natura , devi sapere, che ci sono delle cose che rasentano la perfezione. Sono rare, ma ci sono. Beh, una di queste è che se, per assurdo, rifacessero il concorso per entrare nell'arma dei carabinieri duemila volte, a te non te lo farebbero fare. Ti manderebbero direttamente la divisa a casa!
-Mi g'ho capì. Mandarmi a fanculo era meglio.
-Piuttosto ho bisogno di un favore da te.
-Non so se posso.
-Devi, è un ordine. Dovresti farmi un piccolo dossier sul killer , ma anche sui morti. Voglio sapere vita morte e miracoli delle vittime.
-Perchè?
-Perchè è così che lavoro io. Mi conosci da anni. Ci possono essere sfuggiti dei particolari.
-Come comandi.
-Ecco bravo. E chiamami appena hai fatto.
-Va ben.
-Per ieri, urlò Santoro nella cornetta autorticolata del suo telefono soprannominato da lui stesso Zanna di Dinosauro.
Due minuti dopo, mentre Santoro stava bevendo il suo succo "tropical", il telefono squillò ancora.
Nuove manovre per sfilarlo dalla tasca.
Le due escort ucraine, fra una boccata e l'altra di sigaretta, lo osservarono come un maschio di mantide religiosa dopo che aveva inseminato la femmina.Un essere inutile, inservibile. Santoro le squadrò con odio.
-Pronto, sono Santoro.
-Maresciallo, sono la dottoressa Grimaldi, la chiamavo per avvisarla che fra trenta minuti c'è un vertice in prefettura e lei è convocato.
-D'accordo dottoressa, non mancherò.
-Mi raccomando, Santoro, puntuale! Click. Telefono chiuso in faccia.
Santoro richiuse lo sportellino del cellulare e se lo mise nella tasca dell'impermeabile. Magari sarebbe stato più facile sfilarlo in caso di nuove chiamate.
Sorseggiò ancora il suo succo tropicale. Sul corso a pochi metri il traffico era già insopportabile. Clacson, marciapiedi pieni di varia umanità, neri, arabi, cinesi, donne con passeggini ad altezza scappamenti, terrier, milf, Gegè. I senegalesi sul marciapiedi opposto stavano vendendo borse griffate false. Avevano un occhio alle borse e uno ai vigili urbani che potevano arrivare da un momento all'altro per sequestrare la loro mercanzia. Era una giungla di asfalto, marmo , vetrometallo, e la lotta per la vita era in pieno corso. In tutti i sensi, si sarebbe potuto dire. Dato che si era in Corso Buenos Aires. Di tropicale c'era solo il succo. Il nome del succo, nemmeno il succo e il nome della strada. Tutto il resto faceva semplicemente schifo. Anche se te lo servivano con le paillettes. Santoro dette una sbirciata all'enorme pannello pubblicitario montato all'esterno di un ponteggio istallato per l'intonacatura sul palazzo di fronte . Era un poster gigantografico di Skin, la cantante inglese di origine giamaicana, calva, filiforme...impugnava un cornetto di una nota marca di gelati italiani come un microfono. E sembrava guardare sotto, la strada, il corso, con l'espressione gioiosa di chi ce l'aveva fatta a sbarcare il lunario sfangandosi il primo turno in fabbrica, pensò Santoro. E sicuramente anche un indagine per strage!
sabato 11 febbraio 2017
La pianista cinese, capitolo 6
Stava attraversando via Paolo Sarpi, questa strada resa da anni pedonale ed epicentro di un'area compresa tra via Procaccini, via Montello e via Canonica che era convenzionalmente denominata "Chinatown di Milano", ore undici e trenta circa di mattina. Giovani cinesi elegantissimi, sia ragazzi che ragazze, camminavano velocemente sull'ammattonato di porfido, schivati come birilli da una miriade di biciclette e ai lati negozi, bari, ristoranti, laboratori, persino negozi per parrucche sempre affollati da trans sudamericane, sottostanti a case d'epoca ristrutturate di al massimo tre piani. Ma sembrava di stare a Pechino, o meglio in una sorta di suq cinese in qualche quartiere di Pechino. Donne con bambini in braccio cinesi, cinesi in bicicletta, negozianti cinesi dietro i loro banconi già in piena attività, e persino un'erboristeria, quasi ad angolo con via Giordano Bruno, dalla quale uscivano nonnetti centenari che probabilmente erano andati a rifornirsi di qualche elisir di lunga vita. Santoro non credeva in queste cose. Semplicemente secondo lui i cinesi campavano così a lungo perchè mangiavano riso e bevevano te' , per abitudine, e perchè lavoravano come matti. Ciò toglieva loro qualsiasi preoccupazione su come impiegare il tempo libero. I cinesi non conoscevano questo concetto e il fatto di essere concentrati perennemente sul lavoro impediva al loro cervello di vagare per improbabili paturnie ipocondriache , tipiche invece, dell'uomo occidentale.
Santoro non aveva idea del perchè avesse deciso di andare in via Paolo Sarpi. Semplicemente doveva iniziare la sua indagine da qualche parte. E stava percorrendo quel chilometro di strada camminando al centro, con ai lati panchine e griglie metalliche per parcheggiare biciclette quasi del tutto occupate. Insomma, era nel bel mezzo di un pezzo di Cina nel centro di una delle capitali commerciali d'Europa.
Arrivato in fondo a via Paolo Sarpi, vi era giunto da Corso Sempione, quasi all'altezza di piazza Baiamonti, decise di tornare indietro. A quel punto cominciò ad osservare più selettivamente, ripassando al centro di quel solco pedonale in mezzo ad abitazioni di inizio secolo che già a quell'epoca avevano cominciato ad ospitare i primi immigrati cinesi.
Ad un certo punto, seduti su una panchina, c'erano due anziani cinesi. Vestiti in modo classico, giacca e pantaloni di stoffa e camicia, ma senza cravatta.
-Buongiorno, disse loro Santoro avvicinandosi. Avrebbe potuto prepararsi meglio, scartabellare in archivio alla ricerca di qualche cinese con precedenti da ricattare al fine di estorcere informazioni con più rapidità. Ma la ricerca che stava facendo richiedeva maggior prudenza e una buona dose si fiuto che nessun casellario di caserma avrebbe potuto dargli.
-Buongiolno, disse uno dei due anziani.
Non c'è dubbio, sono cinesi, pensò Santoro. E sorrise interiormente.
-Vorrei sapere se qui, da qualche parte, nel quartiere cinese, c'è per caso qualche luogo religioso, di culto..
I due anziani si guardarono l'un l'altro in modo interrogativo. Poi, sempre fra di loro confabularono qualcosa nella loro strana lingua da mantidi religiose. O perlomeno questo era quello che sembrava a Santoro. Probabilmente si erano detti in cinese che cavolo cercasse quello strano individuo in impermeabile milk&cofee che aveva quello strano accento non di Milano.
-Sentite, buonuomini, vorrei semplicemente sapere se ci sono luoghi di culto, templi, o, addirittura, moschee!
I due si guardarono ancora. Bisbigliarono qualcosa con le loro mimiche da mantidi religiose e poi, uno dei due, quello che non aveva ancora detto nulla in italiano si rivolse a Santoro.
-Maggior parte dei cinesi non sono leligiosi. Alcuni sono genelalmente buddhisti, un buddhismo chan...non ci sono cinesi mussulmani...
-See, certo. Com'è vero che il presidente Mao è ancora vivo e vive sotto falso nome nel verso di un gatto, disse Santoro. E si meravigliò egli stesso che gli fosse uscita quella frase bizzarra.
-Come?, disse il cinese numero due.
-Niente, una cosa mia...ok, buonuomini, mettiamola così, e se per caso esistessero, così, puta caso, dei cinesi mussulmani, dove dovrei cercarli?
-Fla i mussulmani, disse l'anziano numero uno. E sorrise.
Saranno cerimoniosi, educati, posati, tutto quello che si vuole, pensò Santoro. Ma tutto sommato queste sono tutte caratteristiche che deve avere uno che ti sappia prendere bene per il culo.
-Ho capito, cose intendete, disse Santoro...intendete dire che i cinesi mussulmani a Milano li troverò fra gli arabi, giusto?
-Bingo! Disse il vecchio numero uno. E sorrise.
-Bingo?Fece Santoro.
Il cinese sorrise amabilmente.
-Come dile nei film americani, aggiunse.
Decisamente gli usufruttuari di quella esclamazione da film poliziesco americano stavano aumentando in modo sospetto!
Santoro osservò meglio il vecchio cinese che gli aveva parlato per ultimo: se lo immaginò la mattina mentre faceva Thai Chi lì nei pressi, nel Parco Sempione, danzando con quei movimenti lenti e compassati , come una mantide religiosa. Come in un film di Kung Fu della sua infanzia in cui c'era un tizio millenario che praticava il Kung Fu, neanche a dirlo, della mantide religiosa. Ovvero un Kung Fu basato sui movimenti di due mantidi religiose in combattimento.Il vecchio viveva sul cocuzzolo di una montagna e assumeva(era il caso di dire) erbe medicamentose che ne avevano prolungato la vita e la reattività per un tempo infinito.
La scherma verbale e i giochi diplomatici erano terminati. E tutto sommato Santoro si era sentito dire qualcosa che aveva comunque pienamente intuito. E cioè che i cinesi mussulmani avevano delle comunità in Cina , ma all'estero, se avessero voluto praticare l'Islam, sarebbero dovuti andare in una moschea. E chi aveva delle moschee o vecchi capannoni adibiti a moschee a Milano, se non gli arabi?
-Un ultima domanda, fece Santoro rivolto alla coppia di Ric e Gian cinesi, vorrei pranzare in un ristorante cinese, dove mi consigliereste di andare?
I due cinesi presero a confabulare fra loro. Parlarono a lungo. Tanto che a Santoro gli venne il dubbio che si fossero dimenticati della domanda e si fossero persi nei loro discorsi di fatti loro. Ad un certo punto Santoro vide che alzavano la voce. Si stavano riscaldando e stavano quasi per venire alle mani fra loro.
-Oh, oh...ma che cazzo state facendo?
-Voi italiani dile sempre cazzo...semple quella palola, disse il cinese numero uno.
-Voi italiani dile semple cazzo...semple quella palola, disse il cinese numero due.
Già erano cinesi, pensò Santoro, poi si erano messi a parlare uguali...Oddio, probabilmente i cinesi avrebbero pensato la stessa cosa di due anziani italiani seduti sulle panchine , sempre, del vicino Parco Sempione. Ma si dava il caso che ad essere torchiati erano i coglioni di Santoro. Per cui a quel punto Santoro, si accommiatò da loro con un bel gesto di saluto con il dorso della mano destra e li lasciò alle loro divergenze. Avrebbe deciso di seguire la scia dei vapori di noodles e del profumo di anatra all'arancia e si sarebbe fatto consigliare dal proprio naso.
Si allontano' mentre i due cinesi stavano litigando come qualsiasi attaccabrighe o bullo di quartiere di tutto il mondo. Le cerimonie iniziali erano andate a farsi benedire. E fra un po' sarebbe iniziato il Kung Fu alla moviola. Che più che quello i due anziani cinesi non avrebbero potuto esibire.
Santoro fece cinquanta metri e sulla destra , al numero 42, vide un'insegna con su scritto"Trattoria Cinese Long Chang". Entrò senza troppa esitazione. Senza tuttavia sentirsi Bruce Lee. Neanche lontanamente vicino al campione cinese di arti marziali. Ma di una cosa era sicuro:Bruce Lee non sarebbe stato neanche lontanamente vicino a Santoro come campione di rimpinzamento gastronomico.
L'ingresso era elegante, moderno, muri pannellati di bianco con contorni rosso veneziano. Ad accoglierlo venne una cameriera piuttosto in carne. Era carina, nonostante la sua stazza. Occhi a mezzaluna coricata, sopracciglia sottili e ciglia all'insu', ben curate...zigomi sporgenti, denti perfetti. Santoro era incuriosito, di solito le cinesi erano magre, per lo più. Non era frequente vedere delle cinesi rubiconde. Aveva la corpulenza di una corista di colore e lo sguardo ammaliante di una massaggiatrice orientale.
La cinese gli sorrise. I cinesi dovevano essere stati i maestri di Berlusconi, pensò Santoro.
-Plego, accomodale...avele fame?, disse la cameriera cinese.
-Con chi ho l'onore?, chiese galantemente e un po' ironicamente, Santoro.
-Con me, disse la cameriera.
-Intendevo dire...lei come si chiama?
-Ah...io, io?
-Lei, lei.
-Mi chiamo Hua, e lei come chiamale?
-Gabriele. Gabriele Santoro.
-Gabliele Santolo, disse Hua. E rise di gusto.
Ma che cavolo c'avranno sempre da ridere, 'sti cinesi, penso' Santoro.
Il maresciallo pugliese si accomodò .
Prese il menu che era scritto in cinese. Lo posò dopo un minuto.
-Ho dimenticato gli occhiali, disse mentendo, dimmi a voce Hua.
-Hua, disse Hua.
-No...dimmi a voce ,Hua.
-Hua.
Santoro aveva fame , il menu era scritto in cinese e per qualche lungo secondo accarezzò la possibilità di andarsene da lì e farsi portare da un taxi al ristorante "Il Veliero" di Corsico. Ma non sarebbe riuscito ad arrivare a Il Veliero senza prima morire di fame.
Prese il menu , con un gesto richiamò l'attenzione di Hua e disse-Ascoltami, bella mia, portami tu qualcosa da mangiare, qualsiasi cosa , purchè sia commestibile.
-Ahhh, ahhhh, fece Hua cerimoniosa, capito. Lasciale fale a me, disse. Si girò e andò verso la cucina, sculettando fra i tavoli allegramente. Santoro restò seduto al tavolo con la speranza che prima o poi sarebbe arrivato qualcosa di commestibile che avesse potuto alleviare un poco quell'imminente attacco di colite che gli sarebbe venuto a causa del tappeto musicale di musica cinese ,che doveva risalire all'epoca Ming, con quei miagolii cantati a squarciagola, in sottofondo. Più che un tappeto quello per Santoro era uno zerbino musicale. Ci voleva un po' di sano jazz. Un sax. Ecco un sax lo avrebbe messo di buon umore, con quelle sue curve muliebri che solo a vederlo in azione suscitava peccaminosi pensieri, forse più del suo lamento musicale malinconico senza tempo.
Un quarto d'ora dopo Hua, accompagnata da uno stuolo di ben quattro cameriere che si muovevano come mannequins, cominciò a posare sul tavolo di Santoro piatti a ripetizione. Santoro guardava planare quei piatti estasiato, sotto lo sguardo altrettanto estasiato di Hua.
Il maresciallo dette un'occhiata al tavolo e restò soddisfatto di quell'abbondanza. Il più era fatto. Ora bisognava capire che cosa era quella roba che si stava accingendo a ingurgitare.
Hua percepì lo smarrimento di Santoro.
-Tlippa di manzo e maiale,sangue di maiale, lingua d'anatla, olecchie maiale, bambù flesco e alachidi, disse Hua.
-Ah, disse Santoro, e quella cosa che sporge dal brodo?
-Ah, quella essele specialità cinese molto buona, essele zampe di gallina.
Santoro evito di fare una battuta d'occasione che a mala pena avrebbero capito in Puglia. E cioè se per caso lo avessero preso per un polpo e fingendo indifferenza cominciò ad assaggiare quei piatti.
Mentre mangiava, ogni tanto dava un'occhiata ai bagni, assicurandosi che fossero a tiro di scatto alla Usain Bolt verso la tazza. Ma la colite non stava dando segni e la cosa poteva significare che la qualità di quello che stava mangiando era buona.
Mangiò tutto avidamente e quando arrivo' al piatto brodoso dal quale sporgevano le zampe di gallina....titubò un poco. Ma poi le agguanto' una alla volta e se le spolpò avidamente. Beh, considerò a quel punto, tutti i pugliesi dovevano avere come ascendente un polpo preistorico, una piovra, quello era un segno evidente. Accompagnò il tutto con dell'ottima birra Tsingtao e concluse con un bicchierino di grappa al ginseng. Che metteva la folza di dieci toli, aveva detto a quel punto Hua, mentre gliela versava in un bicchiere mignon.
Santoro fu soddisfatto del pranzo, ma non poteva farsi sfuggire quell'occasione. Era nel quartiere cinese di Milano, in mezzo a cinesi, quale miglior occasione per avere notizie di Yuja Wang?
Dopo aver pagato il conto, davvero irrisorio, convenne, per la qualità e quantità delle pietanze consumate, si avvicino' al bancone del bar. Hua le offrì un'altra grappa al ginseng. Devo avere la faccia di uno che non ce la fa più a letto, penso' Santoro a quel punto, riferendosi alle note proprietà afrodisiache e toniche del ginseng.
-Hua, grazie, davvero, tutto molto buono...vorrei chiederti un ultimo favore, le disse Santoro.
-Dile pule, io fale favole a te, tu uomo molto bello, uomo molto simpatico...
-Ok, ok, ho capito...ti vorrei chiedere se conosci Yuja Wang, chiese Santoro.
-Yuja Wang? Celto, quale delle tante Yuja Wang, chiese a sua volta Hua.
Santoro si rese conto che il cognome Wang era diffuso fra i cinesi quasi come il cognome Rossi fra gli italiani.
-Eh, ma questa è speciale, suona il pianoforte.
-Conoscele almeno dieci che suonale pianofolte.
-Ma questa è conosciuta in tutto il mondo, fa concerti in tutti i paesi del mondo con i più grandi direttori d'orchestra.
Hua resto' un po' pensierosa. Poi tirò fuori dalla tasca il suo i-phone e cominciò a cercare su Google. Quando ebbe trovato la Yuja Wang a cui si riferiva Santoro , lo guardo' e disse-pelchè tu celcale lei?
-Perchè mi piace la musica classica, disse Santoro.
Hua sbotto' a ridere. Anche le altre cameriere sbottarono a ridere.
-Mi venga un colpo, disse Santoro, ma che cavolo avete da ridere?
-Bele altla glappa, disse Hua. E continuo' a ridere con tutte le altre cameriere.
-Lo sapevo, pensano tutti la stessa cosa. Lo so, è bella. Ma anche se è bella non puo' essere che suoni divinamente?
A quel punto sembrarono acquietarsi.
-Io non conoscele lei, disse Hua.
Santoro restò deluso. Nemmeno i cinesi di Milano la conoscevano.
-Io piacele Toto Cutugno, disse Hua.
-See, va beh, la giornata si sta sputtanando, disse Santoro.
-Tu simpatico disse Hua. Le altre quattro fotomodelle-cameriere confermarono con cenni d'assenso.
-Tu non essele di Milano, velo?
-No, io non essele di Milano, disse Santoro facendole involontariamente il verso più che altro perchè ad ascoltare quel modo di parlare ne era restato invischiato.
-Va beh... sono pugliese, sono a Milano per servizio.
-Ah, anche tu cameliele?, fece Hua.
-Che cameriere, Maresciallo. Maresciallo dei Carabinieri, disse.
-Ooooohhhhhh, che paura, disse Hua. E sbottò a ridere. Anche le altre quattro risero di gusto coprendosi la bocca per educazione.
Santoro non sapeva se ridere o incazzarsi. Decise di ridere, tanto in mezzo ai cinesi un po' di riso in più non lo avrebbe notato nessuno. Sperò che non ci fosse Giucas Casella lì nei pressi a leggergli il pensiero, perchè si sarebbe vergognato enormemente per quell'idiozia che aveva pensato.
-Non pleoccupale, Malesciallo, tu venile quì quando volele, Hua dale lei da mangiale specialità cinesi. Visto che tu mangiato tutto.
-Sì, devo dire che era tutto buono...certo non erano involtini di cavallo al sugo, piatto per cui stravedo, ma non mi posso lamentare.
-Alleglo, malesciallo, tu ola non più tellone.
-Tellone?
-Sì, sì, disse Hua, da quando essele quì noi cinesi voi telloni essele stati promossi a italiani!
Santoro restò folgorato. Osservò Hua in viso a lungo, molto seriamente. Poi sbottò a ridere..
-Hai proprio ragione, Hua, da quando ci siete voi cinesi a Milano a noi terroni ci hanno promossi a italiani.
Risero tutti e Santoro fece per salutare Hua. La quale con uno slancio inusitato per una cinese, che solitamente sono discrete e riservate, lo abbracciò e lo bacio quasi sulla bocca. Santoro restò lì davanti a Hua con un'espressione da cane impaurito. Poi si riprese subito. Non gli conveniva assuimere un'espressione da cane, sia pure impaurito, in un ristorante cinese. Si guardò intorno. Giucas Casella non c'era. Poteva stare tranquillo, le sue cazzate interiori erano rimaste tutte dentro lui. E non gli avevano neanche provocato un attacco di colite.
Santoro non aveva idea del perchè avesse deciso di andare in via Paolo Sarpi. Semplicemente doveva iniziare la sua indagine da qualche parte. E stava percorrendo quel chilometro di strada camminando al centro, con ai lati panchine e griglie metalliche per parcheggiare biciclette quasi del tutto occupate. Insomma, era nel bel mezzo di un pezzo di Cina nel centro di una delle capitali commerciali d'Europa.
Arrivato in fondo a via Paolo Sarpi, vi era giunto da Corso Sempione, quasi all'altezza di piazza Baiamonti, decise di tornare indietro. A quel punto cominciò ad osservare più selettivamente, ripassando al centro di quel solco pedonale in mezzo ad abitazioni di inizio secolo che già a quell'epoca avevano cominciato ad ospitare i primi immigrati cinesi.
Ad un certo punto, seduti su una panchina, c'erano due anziani cinesi. Vestiti in modo classico, giacca e pantaloni di stoffa e camicia, ma senza cravatta.
-Buongiorno, disse loro Santoro avvicinandosi. Avrebbe potuto prepararsi meglio, scartabellare in archivio alla ricerca di qualche cinese con precedenti da ricattare al fine di estorcere informazioni con più rapidità. Ma la ricerca che stava facendo richiedeva maggior prudenza e una buona dose si fiuto che nessun casellario di caserma avrebbe potuto dargli.
-Buongiolno, disse uno dei due anziani.
Non c'è dubbio, sono cinesi, pensò Santoro. E sorrise interiormente.
-Vorrei sapere se qui, da qualche parte, nel quartiere cinese, c'è per caso qualche luogo religioso, di culto..
I due anziani si guardarono l'un l'altro in modo interrogativo. Poi, sempre fra di loro confabularono qualcosa nella loro strana lingua da mantidi religiose. O perlomeno questo era quello che sembrava a Santoro. Probabilmente si erano detti in cinese che cavolo cercasse quello strano individuo in impermeabile milk&cofee che aveva quello strano accento non di Milano.
-Sentite, buonuomini, vorrei semplicemente sapere se ci sono luoghi di culto, templi, o, addirittura, moschee!
I due si guardarono ancora. Bisbigliarono qualcosa con le loro mimiche da mantidi religiose e poi, uno dei due, quello che non aveva ancora detto nulla in italiano si rivolse a Santoro.
-Maggior parte dei cinesi non sono leligiosi. Alcuni sono genelalmente buddhisti, un buddhismo chan...non ci sono cinesi mussulmani...
-See, certo. Com'è vero che il presidente Mao è ancora vivo e vive sotto falso nome nel verso di un gatto, disse Santoro. E si meravigliò egli stesso che gli fosse uscita quella frase bizzarra.
-Come?, disse il cinese numero due.
-Niente, una cosa mia...ok, buonuomini, mettiamola così, e se per caso esistessero, così, puta caso, dei cinesi mussulmani, dove dovrei cercarli?
-Fla i mussulmani, disse l'anziano numero uno. E sorrise.
Saranno cerimoniosi, educati, posati, tutto quello che si vuole, pensò Santoro. Ma tutto sommato queste sono tutte caratteristiche che deve avere uno che ti sappia prendere bene per il culo.
-Ho capito, cose intendete, disse Santoro...intendete dire che i cinesi mussulmani a Milano li troverò fra gli arabi, giusto?
-Bingo! Disse il vecchio numero uno. E sorrise.
-Bingo?Fece Santoro.
Il cinese sorrise amabilmente.
-Come dile nei film americani, aggiunse.
Decisamente gli usufruttuari di quella esclamazione da film poliziesco americano stavano aumentando in modo sospetto!
Santoro osservò meglio il vecchio cinese che gli aveva parlato per ultimo: se lo immaginò la mattina mentre faceva Thai Chi lì nei pressi, nel Parco Sempione, danzando con quei movimenti lenti e compassati , come una mantide religiosa. Come in un film di Kung Fu della sua infanzia in cui c'era un tizio millenario che praticava il Kung Fu, neanche a dirlo, della mantide religiosa. Ovvero un Kung Fu basato sui movimenti di due mantidi religiose in combattimento.Il vecchio viveva sul cocuzzolo di una montagna e assumeva(era il caso di dire) erbe medicamentose che ne avevano prolungato la vita e la reattività per un tempo infinito.
La scherma verbale e i giochi diplomatici erano terminati. E tutto sommato Santoro si era sentito dire qualcosa che aveva comunque pienamente intuito. E cioè che i cinesi mussulmani avevano delle comunità in Cina , ma all'estero, se avessero voluto praticare l'Islam, sarebbero dovuti andare in una moschea. E chi aveva delle moschee o vecchi capannoni adibiti a moschee a Milano, se non gli arabi?
-Un ultima domanda, fece Santoro rivolto alla coppia di Ric e Gian cinesi, vorrei pranzare in un ristorante cinese, dove mi consigliereste di andare?
I due cinesi presero a confabulare fra loro. Parlarono a lungo. Tanto che a Santoro gli venne il dubbio che si fossero dimenticati della domanda e si fossero persi nei loro discorsi di fatti loro. Ad un certo punto Santoro vide che alzavano la voce. Si stavano riscaldando e stavano quasi per venire alle mani fra loro.
-Oh, oh...ma che cazzo state facendo?
-Voi italiani dile sempre cazzo...semple quella palola, disse il cinese numero uno.
-Voi italiani dile semple cazzo...semple quella palola, disse il cinese numero due.
Già erano cinesi, pensò Santoro, poi si erano messi a parlare uguali...Oddio, probabilmente i cinesi avrebbero pensato la stessa cosa di due anziani italiani seduti sulle panchine , sempre, del vicino Parco Sempione. Ma si dava il caso che ad essere torchiati erano i coglioni di Santoro. Per cui a quel punto Santoro, si accommiatò da loro con un bel gesto di saluto con il dorso della mano destra e li lasciò alle loro divergenze. Avrebbe deciso di seguire la scia dei vapori di noodles e del profumo di anatra all'arancia e si sarebbe fatto consigliare dal proprio naso.
Si allontano' mentre i due cinesi stavano litigando come qualsiasi attaccabrighe o bullo di quartiere di tutto il mondo. Le cerimonie iniziali erano andate a farsi benedire. E fra un po' sarebbe iniziato il Kung Fu alla moviola. Che più che quello i due anziani cinesi non avrebbero potuto esibire.
Santoro fece cinquanta metri e sulla destra , al numero 42, vide un'insegna con su scritto"Trattoria Cinese Long Chang". Entrò senza troppa esitazione. Senza tuttavia sentirsi Bruce Lee. Neanche lontanamente vicino al campione cinese di arti marziali. Ma di una cosa era sicuro:Bruce Lee non sarebbe stato neanche lontanamente vicino a Santoro come campione di rimpinzamento gastronomico.
L'ingresso era elegante, moderno, muri pannellati di bianco con contorni rosso veneziano. Ad accoglierlo venne una cameriera piuttosto in carne. Era carina, nonostante la sua stazza. Occhi a mezzaluna coricata, sopracciglia sottili e ciglia all'insu', ben curate...zigomi sporgenti, denti perfetti. Santoro era incuriosito, di solito le cinesi erano magre, per lo più. Non era frequente vedere delle cinesi rubiconde. Aveva la corpulenza di una corista di colore e lo sguardo ammaliante di una massaggiatrice orientale.
La cinese gli sorrise. I cinesi dovevano essere stati i maestri di Berlusconi, pensò Santoro.
-Plego, accomodale...avele fame?, disse la cameriera cinese.
-Con chi ho l'onore?, chiese galantemente e un po' ironicamente, Santoro.
-Con me, disse la cameriera.
-Intendevo dire...lei come si chiama?
-Ah...io, io?
-Lei, lei.
-Mi chiamo Hua, e lei come chiamale?
-Gabriele. Gabriele Santoro.
-Gabliele Santolo, disse Hua. E rise di gusto.
Ma che cavolo c'avranno sempre da ridere, 'sti cinesi, penso' Santoro.
Il maresciallo pugliese si accomodò .
Prese il menu che era scritto in cinese. Lo posò dopo un minuto.
-Ho dimenticato gli occhiali, disse mentendo, dimmi a voce Hua.
-Hua, disse Hua.
-No...dimmi a voce ,Hua.
-Hua.
Santoro aveva fame , il menu era scritto in cinese e per qualche lungo secondo accarezzò la possibilità di andarsene da lì e farsi portare da un taxi al ristorante "Il Veliero" di Corsico. Ma non sarebbe riuscito ad arrivare a Il Veliero senza prima morire di fame.
Prese il menu , con un gesto richiamò l'attenzione di Hua e disse-Ascoltami, bella mia, portami tu qualcosa da mangiare, qualsiasi cosa , purchè sia commestibile.
-Ahhh, ahhhh, fece Hua cerimoniosa, capito. Lasciale fale a me, disse. Si girò e andò verso la cucina, sculettando fra i tavoli allegramente. Santoro restò seduto al tavolo con la speranza che prima o poi sarebbe arrivato qualcosa di commestibile che avesse potuto alleviare un poco quell'imminente attacco di colite che gli sarebbe venuto a causa del tappeto musicale di musica cinese ,che doveva risalire all'epoca Ming, con quei miagolii cantati a squarciagola, in sottofondo. Più che un tappeto quello per Santoro era uno zerbino musicale. Ci voleva un po' di sano jazz. Un sax. Ecco un sax lo avrebbe messo di buon umore, con quelle sue curve muliebri che solo a vederlo in azione suscitava peccaminosi pensieri, forse più del suo lamento musicale malinconico senza tempo.
Un quarto d'ora dopo Hua, accompagnata da uno stuolo di ben quattro cameriere che si muovevano come mannequins, cominciò a posare sul tavolo di Santoro piatti a ripetizione. Santoro guardava planare quei piatti estasiato, sotto lo sguardo altrettanto estasiato di Hua.
Il maresciallo dette un'occhiata al tavolo e restò soddisfatto di quell'abbondanza. Il più era fatto. Ora bisognava capire che cosa era quella roba che si stava accingendo a ingurgitare.
Hua percepì lo smarrimento di Santoro.
-Tlippa di manzo e maiale,sangue di maiale, lingua d'anatla, olecchie maiale, bambù flesco e alachidi, disse Hua.
-Ah, disse Santoro, e quella cosa che sporge dal brodo?
-Ah, quella essele specialità cinese molto buona, essele zampe di gallina.
Santoro evito di fare una battuta d'occasione che a mala pena avrebbero capito in Puglia. E cioè se per caso lo avessero preso per un polpo e fingendo indifferenza cominciò ad assaggiare quei piatti.
Mentre mangiava, ogni tanto dava un'occhiata ai bagni, assicurandosi che fossero a tiro di scatto alla Usain Bolt verso la tazza. Ma la colite non stava dando segni e la cosa poteva significare che la qualità di quello che stava mangiando era buona.
Mangiò tutto avidamente e quando arrivo' al piatto brodoso dal quale sporgevano le zampe di gallina....titubò un poco. Ma poi le agguanto' una alla volta e se le spolpò avidamente. Beh, considerò a quel punto, tutti i pugliesi dovevano avere come ascendente un polpo preistorico, una piovra, quello era un segno evidente. Accompagnò il tutto con dell'ottima birra Tsingtao e concluse con un bicchierino di grappa al ginseng. Che metteva la folza di dieci toli, aveva detto a quel punto Hua, mentre gliela versava in un bicchiere mignon.
Santoro fu soddisfatto del pranzo, ma non poteva farsi sfuggire quell'occasione. Era nel quartiere cinese di Milano, in mezzo a cinesi, quale miglior occasione per avere notizie di Yuja Wang?
Dopo aver pagato il conto, davvero irrisorio, convenne, per la qualità e quantità delle pietanze consumate, si avvicino' al bancone del bar. Hua le offrì un'altra grappa al ginseng. Devo avere la faccia di uno che non ce la fa più a letto, penso' Santoro a quel punto, riferendosi alle note proprietà afrodisiache e toniche del ginseng.
-Hua, grazie, davvero, tutto molto buono...vorrei chiederti un ultimo favore, le disse Santoro.
-Dile pule, io fale favole a te, tu uomo molto bello, uomo molto simpatico...
-Ok, ok, ho capito...ti vorrei chiedere se conosci Yuja Wang, chiese Santoro.
-Yuja Wang? Celto, quale delle tante Yuja Wang, chiese a sua volta Hua.
Santoro si rese conto che il cognome Wang era diffuso fra i cinesi quasi come il cognome Rossi fra gli italiani.
-Eh, ma questa è speciale, suona il pianoforte.
-Conoscele almeno dieci che suonale pianofolte.
-Ma questa è conosciuta in tutto il mondo, fa concerti in tutti i paesi del mondo con i più grandi direttori d'orchestra.
Hua resto' un po' pensierosa. Poi tirò fuori dalla tasca il suo i-phone e cominciò a cercare su Google. Quando ebbe trovato la Yuja Wang a cui si riferiva Santoro , lo guardo' e disse-pelchè tu celcale lei?
-Perchè mi piace la musica classica, disse Santoro.
Hua sbotto' a ridere. Anche le altre cameriere sbottarono a ridere.
-Mi venga un colpo, disse Santoro, ma che cavolo avete da ridere?
-Bele altla glappa, disse Hua. E continuo' a ridere con tutte le altre cameriere.
-Lo sapevo, pensano tutti la stessa cosa. Lo so, è bella. Ma anche se è bella non puo' essere che suoni divinamente?
A quel punto sembrarono acquietarsi.
-Io non conoscele lei, disse Hua.
Santoro restò deluso. Nemmeno i cinesi di Milano la conoscevano.
-Io piacele Toto Cutugno, disse Hua.
-See, va beh, la giornata si sta sputtanando, disse Santoro.
-Tu simpatico disse Hua. Le altre quattro fotomodelle-cameriere confermarono con cenni d'assenso.
-Tu non essele di Milano, velo?
-No, io non essele di Milano, disse Santoro facendole involontariamente il verso più che altro perchè ad ascoltare quel modo di parlare ne era restato invischiato.
-Va beh... sono pugliese, sono a Milano per servizio.
-Ah, anche tu cameliele?, fece Hua.
-Che cameriere, Maresciallo. Maresciallo dei Carabinieri, disse.
-Ooooohhhhhh, che paura, disse Hua. E sbottò a ridere. Anche le altre quattro risero di gusto coprendosi la bocca per educazione.
Santoro non sapeva se ridere o incazzarsi. Decise di ridere, tanto in mezzo ai cinesi un po' di riso in più non lo avrebbe notato nessuno. Sperò che non ci fosse Giucas Casella lì nei pressi a leggergli il pensiero, perchè si sarebbe vergognato enormemente per quell'idiozia che aveva pensato.
-Non pleoccupale, Malesciallo, tu venile quì quando volele, Hua dale lei da mangiale specialità cinesi. Visto che tu mangiato tutto.
-Sì, devo dire che era tutto buono...certo non erano involtini di cavallo al sugo, piatto per cui stravedo, ma non mi posso lamentare.
-Alleglo, malesciallo, tu ola non più tellone.
-Tellone?
-Sì, sì, disse Hua, da quando essele quì noi cinesi voi telloni essele stati promossi a italiani!
Santoro restò folgorato. Osservò Hua in viso a lungo, molto seriamente. Poi sbottò a ridere..
-Hai proprio ragione, Hua, da quando ci siete voi cinesi a Milano a noi terroni ci hanno promossi a italiani.
Risero tutti e Santoro fece per salutare Hua. La quale con uno slancio inusitato per una cinese, che solitamente sono discrete e riservate, lo abbracciò e lo bacio quasi sulla bocca. Santoro restò lì davanti a Hua con un'espressione da cane impaurito. Poi si riprese subito. Non gli conveniva assuimere un'espressione da cane, sia pure impaurito, in un ristorante cinese. Si guardò intorno. Giucas Casella non c'era. Poteva stare tranquillo, le sue cazzate interiori erano rimaste tutte dentro lui. E non gli avevano neanche provocato un attacco di colite.
sabato 4 febbraio 2017
La pianista cinese , capitolo 5
Non sapeva bene da dove iniziare. Sembrava un'indagine scontata, invece non era affatto un'indagine semplice. Be', decise che doveva iniziare da una buona colazione. Il cervello per carburare aveva bisogno di energia e che cosa c'era di meglio di una sana e abbondante colazione al suo bar preferito? Uscì di casa , fece duecento metri su via Gran Sasso e a quell'ora, nove di mattina era già affollato. Ma non vide nessun essere umano. Questa l'aveva letta da qualche parte. fece mente locale. Doveva essere un racconto di Bukowski, il grande scrittore americano, un barbone alcolizzato che aveva venduto milioni di libri nel mondo facendo esplodere i fegati di milioni di letterati che o vendevano molti meno libri o a male pena riuscivano a non farsi fotocopiare quelli che imponevano ai propri studenti. E comunque Bukowski, piaceva , a Santoro. Chissà perchè. Magari perchè un po' era uno come lui, poco appariscente, un uomo dal fisico normale, tendente alla leggera pinguedine mediterranea, parlatore non affetto da logorrea, ma di giustezza, uno che quando apriva la bocca si capiva subito che sotto quell'aria da duro era di burro fuso...ma guai a sottovalutare il burro fuso. Faceva venire il colesterolo e ti intasava le vene, quando meno te lo aspettavi e cedevi alla prima impressione di bontà. E poi aveva un'altra cosa in comune con Bukowski. Gli piaceva la buona musica. Jazz latina , ma anche Classica. Era sicuro che Bukowski sarebbe riuscito a conoscere Yuja Wang. Per lui restava solo un sogno.
Una volta su Corso Buenos Aires, a quell'ora del giorno in pieno fermento, Santoro fece due passi diretto al Cin Cin Bar, il suo bar preferito: negozi aperti, vetrine luminescenti e illustrate da fior di artisti falliti come artisti ma eccellenti vetrinisti, passeggini con signore postpartum ma già anfetaminicamente in forma, modelle in giro dirette alle fermate della metro verso i vari ateliers, arabi sigarettimbocca ciondolanti con i loro volti scuri, denti scuriti dagli ettolitri di tè verde consumato quotidianamente,posse di Latin Kings con radioloni in spalla come cadaveri di bande rivali, collane a catena di cesso ciondolanti, cappellini da rappers e tattoo in evidenza su avambracci grossi come polpacci di ciclisti in pensione, ragazze dirette a scuola con zainetti all'ultimo grido del commercialista dei padri, skaters nullafacenti diretti al Mac Donald dell'angolo a spendere le loro paghette settimanali, cingalesi e indiani con fiori già a quell'ora, qualche ambulante senegalesi con il sacco della mercanzia chiuso e pronto ad essere srotolato alle velocità di Beep Beep lo struzzo corridore perennemente sfuggito a Willy il Coyote...un campionario umano multiculturale e variegato da far impallidire Blade Runner , il film di Ridley Scott.
Arrivato al Cin Cin Bar, Santoro si sedette ad un tavolo che normalmente era riservato a lui: il tavolo del maresciallo. Nella spianata di tavolini era il più esterno, sul marciapiede sinistro del Corso, guardando verso Porta Venezia, e verso il Duomo.
-Marescià, come state, tutto a posto?, gli fece avvicinandosi Nando.
Nando era il cameriere diurno del Cin Cin bar . Era di Avellino, emigrato in cerca di lavoro. Laureato in Scienze Politiche. Un cameriere laureato. Ma ci scherzava su, ormai, tanto più che i suoi colleghi politologi coetanei o i nuovi laureati in quelle materie boccheggiavano in stage aziendali retribuiti appena con rimborsi spese. Aveva preso a cuore Santoro e scherzava spesso con lui, specie dopo quella volta che il maresciallo lo aveva apostrofato come "Diurno", riferendosi al suo turno di lavoro mattutino e lui, prontamente e da campano scafato gli aveva risposto-ma che niente niente mi avete preso pe' nu cess?
Da allora era scoccata una simpatia.
-Tutto a posto e niente in ordine, come dice sempre un mio collega, rispose Santoro al "tutto a posto?" iniziale di Nando.
-Beh, deve essere valdostano, 'sto collega.
Santoro sorrise.
.Che vi posso portare , marescià?
-Un te' verde e un pezzo di pizza, disse Santoro.
-Il solito, allora.
-Sì, è ancora presto per una camomilla.
Nando, trentacinquenne moro, capelli ricci corti, occhialini rotondi stilizzati, gli sorrise.
-Vedo che state guardando verso la toilette...eh, o cess c'entra sempre, con voi, alludendo alle note paturnie di Santoro che per via della sua colite. Ovunque andasse, si accertava di dove fossero i bagni
-Bingo! disse Santoro.
-Sì, maresciallo, come dicono nei film americani, disse Nando.
-Beh, sei l'unico che ha capito la sua origine nel senso in cui lo dico io, tutti gli altri rispondono che o ci giocano o non ci giocano...a Bingo.
Mentre Nando era andato a procurarsi le comande, al tavolo a fianco si sedette Beppe Marella, meglio conosciuto da tutti come Lenìn, pronunciato con l'accento sulla "i". Ufficialmente carrozziere, con tre lavoranti che pagava anche quando gli affari andavano male. Anarchico. Lo chiamavano come lo storico leader russo per via della somiglianza fisica, coroncina di capelli intorno al perimetro di un piccolo aeroporto per zanzare tigre in testa e pizzo d'ordinanza bolscevico.
-Buon giorno, maresciallo, disse Lenìn, rivolto a Santoro.
-Perchè non ti siedi al mio tavolo, disse Santoro.
-Cos'è, adesso mi dà del tu? A un vecchio anarchico come me?
-A quanto mi risulta , a parte le tue idee, non mi consta che violi più la legge da anni...da quando sei finito in galera perchè non volevi fare il servizio militare obbligatorio.
-Sì, è vero questo, maresciallo...ma le forze dell'ordine mi hanno sempre frapposto ostacoli.
-I tempi sono cambiati. Fra gli ultimi arrivati nei carabinieri, molti sono laureati . Persino gli alti gradi devono stare attenti a parlare con questi delle nuove leve. Stanno creando una nuova onda di barzellette sui carabinieri, disse Santoro.
Lenìn sorrise. Si alzò e andò a sedersi al tavolo di Santoro.
Nando portò il te' e la pizza.
-Te' e pizza, una strana accoppiata, disse Lenìn.
-Fa un certo effetto detto da un anarchico, disse Santoro.
Lenìn sorrise.
-Sicuro che lei è un maresciallo dei carabinieri?
-Così dicono, disse Santoro, 100% di casi di omicidio risolti, aggiunse. Ma senza un'enfasi d'orgoglio, così, come mero dato statistico.
-Su cosa sta indagando? Chiese all'improvviso Lenìn.
-Sulle fatture false per far quadrare i conti e pagare gli stipendi dei dipendenti, disse improvvisamente Santoro restando serio.
Lenìn si irrigidì.
-Stai tranquillo...queste sono cazzate a fin di bene. E io sono dei carabinieri, non della finanza. Piuttosto, come sono venuto a saperlo io, non passerà molto che lo verrà a sapere la Guardia di Finanza. Quindi, occhio.
-Perchè mi sta avvisando?
-Perchè queste per me , imbrogli ai danni di ricchi danarosi possessori di Rolls Royce al fine di far arrivare a fine mese dipendenti e famiglie, non sono dei veri e propri reati...nemmeno amministrativi. Tu guardati in giro, guarda la gente in giro per Milano, le auto che circolano, la cocaina neanche fossero sacchetti di sabbia di tricee palestinesi nei bagni dei più accorsati bar della città, e le cascate di denaro sporco che viene da tangenti su lavori milionari...cose per cui si uccide...e noi passiamo il tempo a perseguire queste minchiate? Sono solo manfrine per far capire che il sistema ha una sua capacità di colpire e punire. Ma non colpisce e non punisce dove si annida veramente il marcio.
Lanìn stette un momento a sentire.
Poi disse-Non sono discorsi da maresciallo dei carabinieri...
-Infatti, io queste cose non te le ho mai dette. Stavo parlando ad alta voce e a me stesso. Ma comunque le penso. E non vedo perchè non debbano far parte del corredo di buoni pensieri che dovrebbe avere in testa un buon servitore dello stato, disse Santoro.
-Touchè, disse Lenìn
-De rien, disse Santoro rispondendo a tono.
In silenzio bevve il suo te', con calma. Come un samurai giapponese. Ma del samurai non aveva nè la spada, ne' l'abilità nel combattimento. La calma , quella sì. Gli capitava quando si riscaldava come poco prima. Allora improvvisamente gli spasmi colitici scomparivano.
-La ringrazio, maresciallo, disse Lenìn.
-E perchè? Io di queste cose non so niente...mi occupo di omicidi, la monarchia dei reati. E sorrise.
-Buona giornata, disse Santoro, e buon lavoro, aggiunse.
In piedi su Corso Buenos Aires, stava chiamando un taxi. Era l'unico investigatore che non usava l'auto di servizio. Prendeva il taxi o i mezzi pubblici. Lo aiutavano a pensare, diceva. Perchè non erano mezzi troppo rapidi.
Il taxi arrivò a bordo strada.
-Fa la ricevuta fiscale? Chiese Santoro mentre si accomodava nel taxi "Balena Bianca",.
-Non siamo più tenuti, a farla, disse il tassista.
-Ah...e io come mi giustifico per il rimborso.
-Ah, beh, una carta farlocca gliela poso fare io.
"Una carta farlocca"...un uomo di 50 e passa anni che parlava come un ragazzino delle medie. Doveva essere colpa dei rappers. Questi cantanti delle new ages canore stavano diffondendo attraverso le loro canzonette insulse un opinabile gergo di strada. Un altro buon motivo per amare la musica classica.
-In via Paolo Sarpi, disse al tassista.
-Al quartiere cinese...disse l'autista. Ma non come domanda di conferma, come affermazione buttata lì per vedere se Santoro diceva altro. Era una buona tecnica, convenne Santoro, da investigatore.
-Vado a chiedere informazioni sul prossimo concerto di Yuja Wang a Milano...lei la conosce?
-Mai coperta...io anni fa ascoltavi il Wu Tang Clan, disse il tassista.
Cantati rapper di colore che si ispiravano ai film di Kung Fu di Hong Kong. Mettevano nei pezzi spezzoni sonori di quei film. Originali, tutto sommato.
-Beh, si , ho presente..ma quella non era musica...era chiasso, disse Santoro.
Il tassista non aggiunse altro, capì che non era aria. E Santoro apprezzò la cosa. Non gli sarebbe piaciuto dare asparagi ai conigli...parlando di musica.
Una volta su Corso Buenos Aires, a quell'ora del giorno in pieno fermento, Santoro fece due passi diretto al Cin Cin Bar, il suo bar preferito: negozi aperti, vetrine luminescenti e illustrate da fior di artisti falliti come artisti ma eccellenti vetrinisti, passeggini con signore postpartum ma già anfetaminicamente in forma, modelle in giro dirette alle fermate della metro verso i vari ateliers, arabi sigarettimbocca ciondolanti con i loro volti scuri, denti scuriti dagli ettolitri di tè verde consumato quotidianamente,posse di Latin Kings con radioloni in spalla come cadaveri di bande rivali, collane a catena di cesso ciondolanti, cappellini da rappers e tattoo in evidenza su avambracci grossi come polpacci di ciclisti in pensione, ragazze dirette a scuola con zainetti all'ultimo grido del commercialista dei padri, skaters nullafacenti diretti al Mac Donald dell'angolo a spendere le loro paghette settimanali, cingalesi e indiani con fiori già a quell'ora, qualche ambulante senegalesi con il sacco della mercanzia chiuso e pronto ad essere srotolato alle velocità di Beep Beep lo struzzo corridore perennemente sfuggito a Willy il Coyote...un campionario umano multiculturale e variegato da far impallidire Blade Runner , il film di Ridley Scott.
Arrivato al Cin Cin Bar, Santoro si sedette ad un tavolo che normalmente era riservato a lui: il tavolo del maresciallo. Nella spianata di tavolini era il più esterno, sul marciapiede sinistro del Corso, guardando verso Porta Venezia, e verso il Duomo.
-Marescià, come state, tutto a posto?, gli fece avvicinandosi Nando.
Nando era il cameriere diurno del Cin Cin bar . Era di Avellino, emigrato in cerca di lavoro. Laureato in Scienze Politiche. Un cameriere laureato. Ma ci scherzava su, ormai, tanto più che i suoi colleghi politologi coetanei o i nuovi laureati in quelle materie boccheggiavano in stage aziendali retribuiti appena con rimborsi spese. Aveva preso a cuore Santoro e scherzava spesso con lui, specie dopo quella volta che il maresciallo lo aveva apostrofato come "Diurno", riferendosi al suo turno di lavoro mattutino e lui, prontamente e da campano scafato gli aveva risposto-ma che niente niente mi avete preso pe' nu cess?
Da allora era scoccata una simpatia.
-Tutto a posto e niente in ordine, come dice sempre un mio collega, rispose Santoro al "tutto a posto?" iniziale di Nando.
-Beh, deve essere valdostano, 'sto collega.
Santoro sorrise.
.Che vi posso portare , marescià?
-Un te' verde e un pezzo di pizza, disse Santoro.
-Il solito, allora.
-Sì, è ancora presto per una camomilla.
Nando, trentacinquenne moro, capelli ricci corti, occhialini rotondi stilizzati, gli sorrise.
-Vedo che state guardando verso la toilette...eh, o cess c'entra sempre, con voi, alludendo alle note paturnie di Santoro che per via della sua colite. Ovunque andasse, si accertava di dove fossero i bagni
-Bingo! disse Santoro.
-Sì, maresciallo, come dicono nei film americani, disse Nando.
-Beh, sei l'unico che ha capito la sua origine nel senso in cui lo dico io, tutti gli altri rispondono che o ci giocano o non ci giocano...a Bingo.
Mentre Nando era andato a procurarsi le comande, al tavolo a fianco si sedette Beppe Marella, meglio conosciuto da tutti come Lenìn, pronunciato con l'accento sulla "i". Ufficialmente carrozziere, con tre lavoranti che pagava anche quando gli affari andavano male. Anarchico. Lo chiamavano come lo storico leader russo per via della somiglianza fisica, coroncina di capelli intorno al perimetro di un piccolo aeroporto per zanzare tigre in testa e pizzo d'ordinanza bolscevico.
-Buon giorno, maresciallo, disse Lenìn, rivolto a Santoro.
-Perchè non ti siedi al mio tavolo, disse Santoro.
-Cos'è, adesso mi dà del tu? A un vecchio anarchico come me?
-A quanto mi risulta , a parte le tue idee, non mi consta che violi più la legge da anni...da quando sei finito in galera perchè non volevi fare il servizio militare obbligatorio.
-Sì, è vero questo, maresciallo...ma le forze dell'ordine mi hanno sempre frapposto ostacoli.
-I tempi sono cambiati. Fra gli ultimi arrivati nei carabinieri, molti sono laureati . Persino gli alti gradi devono stare attenti a parlare con questi delle nuove leve. Stanno creando una nuova onda di barzellette sui carabinieri, disse Santoro.
Lenìn sorrise. Si alzò e andò a sedersi al tavolo di Santoro.
Nando portò il te' e la pizza.
-Te' e pizza, una strana accoppiata, disse Lenìn.
-Fa un certo effetto detto da un anarchico, disse Santoro.
Lenìn sorrise.
-Sicuro che lei è un maresciallo dei carabinieri?
-Così dicono, disse Santoro, 100% di casi di omicidio risolti, aggiunse. Ma senza un'enfasi d'orgoglio, così, come mero dato statistico.
-Su cosa sta indagando? Chiese all'improvviso Lenìn.
-Sulle fatture false per far quadrare i conti e pagare gli stipendi dei dipendenti, disse improvvisamente Santoro restando serio.
Lenìn si irrigidì.
-Stai tranquillo...queste sono cazzate a fin di bene. E io sono dei carabinieri, non della finanza. Piuttosto, come sono venuto a saperlo io, non passerà molto che lo verrà a sapere la Guardia di Finanza. Quindi, occhio.
-Perchè mi sta avvisando?
-Perchè queste per me , imbrogli ai danni di ricchi danarosi possessori di Rolls Royce al fine di far arrivare a fine mese dipendenti e famiglie, non sono dei veri e propri reati...nemmeno amministrativi. Tu guardati in giro, guarda la gente in giro per Milano, le auto che circolano, la cocaina neanche fossero sacchetti di sabbia di tricee palestinesi nei bagni dei più accorsati bar della città, e le cascate di denaro sporco che viene da tangenti su lavori milionari...cose per cui si uccide...e noi passiamo il tempo a perseguire queste minchiate? Sono solo manfrine per far capire che il sistema ha una sua capacità di colpire e punire. Ma non colpisce e non punisce dove si annida veramente il marcio.
Lanìn stette un momento a sentire.
Poi disse-Non sono discorsi da maresciallo dei carabinieri...
-Infatti, io queste cose non te le ho mai dette. Stavo parlando ad alta voce e a me stesso. Ma comunque le penso. E non vedo perchè non debbano far parte del corredo di buoni pensieri che dovrebbe avere in testa un buon servitore dello stato, disse Santoro.
-Touchè, disse Lenìn
-De rien, disse Santoro rispondendo a tono.
In silenzio bevve il suo te', con calma. Come un samurai giapponese. Ma del samurai non aveva nè la spada, ne' l'abilità nel combattimento. La calma , quella sì. Gli capitava quando si riscaldava come poco prima. Allora improvvisamente gli spasmi colitici scomparivano.
-La ringrazio, maresciallo, disse Lenìn.
-E perchè? Io di queste cose non so niente...mi occupo di omicidi, la monarchia dei reati. E sorrise.
-Buona giornata, disse Santoro, e buon lavoro, aggiunse.
In piedi su Corso Buenos Aires, stava chiamando un taxi. Era l'unico investigatore che non usava l'auto di servizio. Prendeva il taxi o i mezzi pubblici. Lo aiutavano a pensare, diceva. Perchè non erano mezzi troppo rapidi.
Il taxi arrivò a bordo strada.
-Fa la ricevuta fiscale? Chiese Santoro mentre si accomodava nel taxi "Balena Bianca",.
-Non siamo più tenuti, a farla, disse il tassista.
-Ah...e io come mi giustifico per il rimborso.
-Ah, beh, una carta farlocca gliela poso fare io.
"Una carta farlocca"...un uomo di 50 e passa anni che parlava come un ragazzino delle medie. Doveva essere colpa dei rappers. Questi cantanti delle new ages canore stavano diffondendo attraverso le loro canzonette insulse un opinabile gergo di strada. Un altro buon motivo per amare la musica classica.
-In via Paolo Sarpi, disse al tassista.
-Al quartiere cinese...disse l'autista. Ma non come domanda di conferma, come affermazione buttata lì per vedere se Santoro diceva altro. Era una buona tecnica, convenne Santoro, da investigatore.
-Vado a chiedere informazioni sul prossimo concerto di Yuja Wang a Milano...lei la conosce?
-Mai coperta...io anni fa ascoltavi il Wu Tang Clan, disse il tassista.
Cantati rapper di colore che si ispiravano ai film di Kung Fu di Hong Kong. Mettevano nei pezzi spezzoni sonori di quei film. Originali, tutto sommato.
-Beh, si , ho presente..ma quella non era musica...era chiasso, disse Santoro.
Il tassista non aggiunse altro, capì che non era aria. E Santoro apprezzò la cosa. Non gli sarebbe piaciuto dare asparagi ai conigli...parlando di musica.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)