sabato 13 maggio 2017

La pianista cinese , capitolo 16

Passò un'altra settimana e Santoro non aveva preteso di far scrivere il nome del maresciallo Grenci nel registro degli indagati. Pensò che prima di farlo avrebbe dovuto capire due o tre coserelline. Doveva capire se Grenci fosse in buona fede, quando diceva che lui i proiettili di un'arma diversa li aveva trovati, nel corpo della signorina Sponzini. Ma che aveva omesso di segnalarli nel rapporto conclusivo dei Ris per tutelare lui, Santoro. Oppure se facesse parte di una macchinazione i cui contorni non gli erano per il momento ben chiari.


Seduto al tavolo del maresciallo, al Cin Cin Bar in Corso Buenos Aires, adesso aveva davanti agli occhi la gigantografia di una splendida ragazza. Non doveva superare i trent'anni, pensò Santoro. Si trattava di una cantante, come indicato nella scritta pubblicitaria, tale Levante. Carina era carina, ma bisognava ascoltare le sue canzoni. L'informazione finì nella sua coscienza deposito.


-Nando, una camomilla, per favore!
-Ancora? Marescia, è la terza già...da stamattina!
-Ma qual è il problema, non ti ho mica chiesto una dose di cocaina.
-E ci mancherebbe, disse Nando sorridendo, arrivo subito, marescià...


Stava bevendo la camomilla. Gli acquietava i sensi e gli calmava gli spasmi intestinali. Ma sentiva che era tempo di muoversi. Doveva entrare a piedi uniti nell'inchiesta . Fino a quel momento aveva vissuto tutta la vicenda un po' defilato. Anche perché le luci della ribalta se li erano voluti prendere altri. Altri che avevano finito per fare figure barbine, con quella storia della chiusura delle moschee. Sarebbe stato come se in Egitto avessero detto ai cristiani copti, beh, da domani le preghiere ditele in casa. Le vostre chiese sono chiuse. E non gli sembrò un ragionamento tanto azzardato. Che ne sapevano loro, in Italia, delle abitudini dei paesi arabi. Per quanto ne sapeva, dai colloqui con un mucchio di arabi, sia delinquenti che brava gente, nei paesi arabi del magreb c'erano comunità cristiane, chiese cristiane copte, e una corrente libertà religiosa. C'erano persino delle sinagoghe. Ora non è perché lo aveva detto Oriana Fallaci, che tutti i mussulmani erano un pericolo, che , senza documentarsi, avrebbe dovuto uniformarsi all'impressione diventata generale. Gli arabi non erano i marocchini che pulivano i vetri alle fermate dei semafori. Erano anche loro...ma gli arabi avevano avuto una grande civiltà e sotto i sultani Almohadi, in Andalusia, (intorno al 1100) per esempio, avevano creato un impero basato sulla tolleranza religiosa e gli scambi commerciali e culturali. Tutte cose che Santoro si era letto negli anni scorsi, quando era iniziata questa crociata al contrario contro l'Islam.
Ma l'Islam sembrava contarci veramente poco, in questa inchiesta. Cominciavano ad emergere particolari torbidi. E Santoro voleva vederci chiaro. Per prima cosa chiamò un taxi. E si fece portare sul luogo della strage.




Da piazza Gae Aulenti, un tondo di mattoni moderni circondato da grattacieli newyorkesi, si mosse verso Corso Como. C'erano dei particolari che potevano essergli sfuggiti.
Squillò il cellulare.
-Pronto?
-Santoro, sono il capitalo Gianuli.
-See?
-Come see?
-Intendevo che avevo capito che fosse lei ancor prima di dire nome e grado.
-Ah, volevo ben dire.
-A cosa debbo ?
-Come a cosa deve? L'inchiesta...voglio sapere a che punto siamo.
-A che punto sono, vorrà dire.
-Sssì, certo, certo...
A quel punto Santoro doveva sondare la buona fede di Gianuli .
E lanciò lì una frase sibillina. Dalla risposta di Gianuli avrebbe capito come stavano le cose.
-Beh in questo momento sono sul luogo della strage. E' pomeriggio, fa freddo, ma si sta bene perché c'è il sole.
-Io le sto parlando dell'inchiesta, non delle passeggiate pomeridiane, cribbio.
-Ma sono venuto qui perché ho l'impressione che i verbali dei Ris firmati da Grenci possano avere qualche lacuna.
-Qualche lacuna? In che senso, si spieghi bene!
Ecco, al 60% Gianuli non sapeva niente del pastrocchio di Grenci.
Aveva risposto troppo in fretta, come se davvero non sapesse niente.
-No, niente, voglio ripercorrere i luoghi dell'evento delittuoso per vedere se mi ricordo di qualche particolare che la mia memoria mi ha celato fino ad ora.
-Va bene, ho capito, ma qualsiasi cosa la sua mente abbia tenuta celata poi la dica a me, mi raccomando.
-Senz'altro, signor Capitano. La saluto e le auguro una buona giornata!
Santoro chiuse lo sportellino del telefono in faccia a Gianuli . Avrebbe voluto chiudergli lo sportello di una vettura, in faccia a Gianuli. Ma lo sportellino era sufficiente. Gianuli nella vicenda era neutrale. Pensava ai cavoli suoi, alla sua carriera, non era interessato a manovre per dirigere la verità in un altra direzione. Inoltre il sospetto che Grenci aveva adombrato con lui, con Santoro, non era evidentemente giunto alle orecchie di Gianuli. E poteva essere indicativo del fatto che Grenci avesse agito in buona fede. Occultando le prove per coprire un collega. Spirito di corpo, insomma. Peccato che lo spirito di corpo così come lo intendeva Grenci a Santoro sembrava tanto un'altra è più alata definizione di scorreggia.
Scese lungo quella spianata di mattoni, verso Corso Como. A destra e a sinistra c'erano dei passamano. Con tutto quel sole era pieno di ragazze trentenni che, si era a metà Febbraio, avevano visto bene di scoprirsi mostrando spalle e braccia tatuate. La moda del momento. Se vivevi a Milano, avevi sui trent'anni e non avevi tatuaggi eri una sfigata, pensò Santoro. O perlomeno era quello che Santoro pensava che si pensasse fra quei ragazzi. Però a Milano, appena usciva il sole, sentivano tutti l'esigenza di svestirsi. Anche oltre quello che la temperatura permetteva. Si dovevano sfoggiare i bicipiti e i polpacci di quasi un anno di palestra, pensò Santoro.
Una volta in corso Como lo ripercorse. Affollato di scolaresche. Ragazzi che avevano bigiato a scuola o che non erano andati alla lezione universitaria per farsi un aperitivo, in quella splendida giornate di sole. Al termine di Corso Como, davanti a Porta Garibaldi, Santoro si fermò. Chiuse gli occhi e tentò di rivivere con i ricordi la terribile scena.
Al frastuono dei fuochi d' artificio si unì il crepitìo delle raffiche di kalashnikov. Vide l'uomo, il cinese, avvicinarsi con quello che sembrava un nero bastone sputafuoco e i corpi crollare a terra e contorcersi per il dolore. E poi vide quell'uomo. Lo osservò bene mentre faceva fuoco sull'attentatore. E poi, dopo che ebbe atterrato il terrorista cinese, sparò altri tre colpi. Ebbe una specie di visione. Eccolo il tassello mancante. Quell'uomo, "il giustiziere" dell'attentatore cinese, aveva sparato altri tre colpi. Tre per il cinese e tre per la ragazza. Bingo! Qui si tratta di un depistaggio, pensò Santoro. Di un vero e proprio diversivo. Una messa in scena , ecco cos'era. Bisognava indagare sulla famiglia della ragazza uccisa dal "giustiziere". Focalizzò ora, più che potè il volto di quell'uomo, del cosiddetto "giustiziere". Capelli corti grigi, barba tenuta corta e curata. A occhio e croce doveva avere una sessantina d'anni. Una sessantina d'anni portati bene. Uno che faceva sport. O addirittura un militare che non aveva smesso di addestrarsi.
-Imbecille, proprio qui ti dovevi fermare? Esaurito...togliti dai coglioni, sentì urlare Santoro.
Se ne era stato lì in mezzo alla strada per un bel po', con gli occhi chiusi. Come in meditazione, in una sorta di rêverie.
Un tizio ben vestito, sui trent'anni, occhiali Rai Ban (prepotentemente tornati di moda), continuava ad inveire, dal finestrino della sua auto di lusso.
Santoro tirò fuori il tesserino.
-Alt, Carabinieri, intimò.
Il ragazzo ammutolì. Ad occhio e croce, secondo l'esperienza di Santoro, doveva essere fatto di cocaina.
-Scendi dalla macchina, mani sulla cappotta, allarga le gambe.
Il giovane , elegantissimo, in giacca e cravatta, dopo un iniziale stupore, aveva recuperato la sua alterigia.
-Scusi, sa , ma io conosco i miei diritti.
-Stai zitto, mammalucco. Tu non sai nemmeno farti le seghe, disse Santoro.
-Ma come si permette...io...protesto...
-Guarda , ti va bene che ho altro da fare, ma se chiamo un ambulanza e ti faccio fare un test per uso di droghe, ti faccio ritirare la patente per due anni. E non sarebbe tutto. Parlerei con il giudice personalmente per farti  affidare temporaneamente ai servizi socialmente utili. E li deciderei io. Servizio svuotamento pale per lungodegenti. Quant'è vero che mi chiamo Santoro.
-No, ma io...io non volevo. Mi deve scusare, sono mortificato..
-Ah, ora sei mortificato. Fino a due minuti fa io ero un imbecille esaurito che stava interrompendo il tuo tranquillo inutile sgasare con la tua auto del cazzo.
-Oh, oh...è una Lamborghini...auto del cazzo, dice.
-Beh, le marche non le conosco. Mi baso su chi le possiede, per le definizioni.
-E comunque ora smamma, aggiunse il maresciallo pugliese. Figli di papà del piffero, pensò.
Mentre il giovane rientrava nella sua Lamborghini, dal finestrino giungeva una canzone, che a sua volta veniva dalla radio che era rimasta accesa durante tutto il diverbio.
"Non me ne frega niente di niente", diceva il ritornello della canzone.
-Scusa un attimo, giovane, ma di chi è questa canzone imbecille?
-Di Levante.
-Levante? Uhm, capisco.
-Che cosa?
-Le mode interpretano sempre , anzi, direi che suggeriscono, quasi, le spinte ideali delle giovani generazioni.
-Sì, certo, disse il giovane. Mise in moto levò le tende come berberi sotto attacco nemico.
Non me ne frega niente di niente, diceva la canzone, pensò Santoro. Rappresentava i trentenni. Ne aveva visti migliaia in giro per Milano. Con quelle facce ciniche e bare. Senza ideali, senza idee...sempre persi dietro soldi, carriera e successo...e morti  di noia se non ottenevano tutte e tre. Dopotutto era libero di pensare questo ed altro, pensò ancora Santoro. Il bello del pensiero era che se non lo esternavi restava una cosa tua per sempre. E non c'era nessuno che ti potesse rompere l'anima, al riguardo.
Trotterellando su corso Como, e tornando indietro verso la stazione di Porta Garibaldi, chiamò Cazzaniga.
-Cazzanì, disse, sono Santoro.
-Ciumbia, sciur marescial, stavo proprio pensando a lei!
-Perché?
-Così, non c'è un motivo.
-Va be', basta che non ti innamori per il resto va bene tutto, disse Santoro per scherzare.
-Semper voglia di scherzare, Santoro?
-Senti, fammi una cortesia. Raggiungimi al Cin Cin Bar.
-Ma come mai non viene più in caserma, sciur marescial..
-E sciur marescial, e sciur marescial...e Cazzanì, non sono tenuto a venire in caserma, io svolgo servizi investigativi...anzi, a proposito, puoi collegarti con il tuo  tablet al casellario centrale d'identità?
-Ciumbia, se posso, come no...
-Ecco, allora ci vediamo stasera al Cin Cin Bar, ok, Cazzanì?
-Certo, sciur marescial...cosa debbo dire a mia moglie?
-Cosa devi dire a tua moglie? E che ne so cosa devi dire a tua moglie... dille che quando ti ha sposato lo doveva sapere che sarebbe stata in concorrenza con l'Arma, ecco cosa devi dire.
-Però...che maresciallo aiutante! Non ci avevo pensato.
-Datti una mossa, Cazzanì, invece di prendermi per i culo.
-Non mi permetterei mai.
-Hai finito?
-Siorsì.
-Ecco, dai, leva le tende e vai casa a cambiarti poi leva le tende da casa a vieni al Cin Cin più tardi.
-Levo di qua e levo di là..eh?
-Ciao, tagliò corto Santoro.
Levante si chiamava quella a cui non fregava niente di niente e che sarebbe scesa in piazza solo per il suo cane. Doveva essere una metafora, il cane. Se volevi stare a fianco di una così, giusto un barboncino, potevi essere.







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