- Meu bem, como voce esta? Disse rivolta al nipote.
- Estou bem , cia, disse Michel. Ma non dovette sembrare alla zia molto convincente. Tanto piu' che al rallenti dei movimenti non corrispondeva quello dei pensieri dell'anziana. Era lucida, occhi vispi, brillanti.
-Voce acha que me engana?, disse cia Marinette. Aveva i capelli color volpe argentata, una veste lunga di un tessuto che dava l'idea di mantenere freschi. In fondo alla sala d'ingresso-cucina, c'era un ventilatore e sui muri alcune foto di un prete, tale Padre Marcelo[come era scritto su una di quelle foto], un bell'uomo, giovane, dall'aspetto affascinante, carismatico.
Cia Marinette rivolta al nipote chiese chi fosse l'uomo che lo accompagnava. Michel disse che era il marito di Vanessa. Santoro non lo corresse aggiungendo, compagno. Non era necessario. Nella mentalita' brasiliana ci si sposa con o senza Dio quando si decide di vivere insieme, vogliano o meno le autorita' amministrative o religiose. Sacro e profano si mescolavano in un alchimia perfetta che si adattava a tutte le fattispecie della vita, perche' quando si aveva la buona sorte di avere qualcuno accanto che avesse qualche fortuna economica in grado di mandare avanti le cose, beh, era Dio , comunque, che lo aveva mandato.
Marinette osservo' Santoro per un lungo minuto. Gli chiese se fosse italiano.
-Com certeza, disse Santoro in perfetto portoghese e intonazione cearense. Marinette sorrise debolmente e nel fargli le condoglianze, disse che sembrava "bem brasileiro". Santoro lo prese come un complimento. E come una sorta di accettazione nel limbo casalingo.
Marinette mise la casa a disposizione. Invito' Santoro ad entrare in bagno e ad usufruire della vasca. Spiego' che la penuria d'acqua da quelle parti era un problema annoso, e che tentavano di risolverlo raccogliendone quanta piu' potevano nelle ore in cui l'acqua c'era, poche ore mattutine, per poterne poi usufruire per il resto del giorno. Marinette chiamo' qualcuno da una stanza attigua. Entro' una ragazza mulatta stupenda, molto giovane. Marinette le disse qualcosa, Michel sorrise. Di li a poco la ragazza prese Santoro per mano e lo condusse in bagno. Lo invito' a spogliarsi davanti alla vasca da bagno, una vasca da bagno di zinco che Santoro aveva visto prima di allora solo in qualche film western. La ragazza lo invito' a fare in fretta. Santoro titubava. La ragazza che presentandosi disse di chiamarsi Marcia, comincio' a riempire la vasca svuotando dei secchi di plastica che erano messi in fila li nei pressi, sempre all'interno del bagno. Dopo aver riempito la vasca, Marcia, ando' verso Santoro e comincio' a spogliarlo. Dal modo pratico in cui si muoveva, Santoro comprese che non c'era nulla di lascivo in quel che stava accadendo e che atteneva soltanto ai suoi compiti di domestica. Rilevo' un tratto di superiorita' , in tutto cio', in primo luogo da parte della ragazza in quanto donna, capace di distinguere i momenti della sensualita' da quelli di un semplice bagno e in secondo luogo in quanto brasiliana, per cui il sesso, oltre che non essere un tabu', faceva parte della vita come qualsiasi aspetto dell'esistenza quotidiana . Ed aveva un suo momento. Che non doveva essere quello.
Poco dopo Santoro giaceva in quella vasca provando la meravigliosa sensazione di un bagno tiepido, dopo un viaggio in omnibus che gli aveva quasi fracassato la schiena, tante le buche prese dal mezzo e che lo aveva liquefatto di sudore, a causa della mancanza di aria condizionata. Marcia gli stava frizionando la schiena. Dov'era che aveva letto che il paradiso era starsene immersi in un fiume, all'ombra di alberi maestosi in compagnia di cento vergini? Nel Corano, penso'. Era l'unico maresciallo dei carabinieri che aveva letto il Corano. Tutto serve, penso' Santoro sorridendo interiormente.
Dopo il bagno , Santoro asciutto e rivestito rientro' in sala da pranzo. Michel se ne stava stravaccato sull'amaca che i brasiliani chiamano "rede", altro onnipresente supporto indispensabile e ben inserito nella routine quotidiana e , vieppiu', notturna. La tavola era imbandita con pane bianco fresco, formaggio, prosciutto, caffe' lungo appena filtrato e succo di maracuja. Santoro sedette , bevve il succo e mangio' un panino. Michel se ne stette sdraiato. Sembrava depresso. Marinette doveva essere uscita , probabilmente a fare la spesa.
-Allora, come ci muoviamo?
-Aspettiamo sera, disse Michel.
-Perche'?
-Perche' con questo caldo in giro solo scorpioni e serpenti.
-Proprio quelli che cerchiamo, disse Santoro. Ma Michel sembro' non cogliere la metafora.
Stettero tutto il giorno in casa. Marinette preparo' un pranzo imperiale a base di riso , fagioli neri, puntine di maiale, la classica "feijoada". E nonostante il caldo, forse per il modo in cui era stata cucinata, con le puntine completamente prive di grasso, fu un pasto che Santoro gradi molto.
A sera, verso le dieci, Michel si alzo' dall'amaca. Ando' in bagno per lavarsi. Poi usci.
-Andiamo, disse rivolto a Santoro. Marinette che aveva da poco dispensato Marcia, se ne stava davanti al ventilatore a vedere una novela in tv.
-Ficam com Deus, disse vedendo uscire i due dalla porta. Come se sapesse che probabilmente stavano per correre dei pericoli. Michel non disse niente. Santoro disse a Marinette di non preoccuparsi, che sarebbero tornati presto.
Per strada avvicinandosi a Michel gli chiese come mai Marinette sembrava preoccupata.
-E' inteligente, disse Michel.
-Ti dispiace dirmi dove stiamo andando?
-Noi andare in una boite...una discoteca...
-E ti sembra che io sia venuto qui per passare il mio tempo a ballare?
-Li dove andare troverai le risposte, disse enigmatico Michel.
-Potresti darmi qualche altro dettaglio?
-Sul posto, disse Michel.
A piedi, fra quelle strade fiocamente illuminate, percorsero un paio di chilometri, in silenzio. Mentre sui lati delle strade qualche ragazza affacciata alla finestra di dimore dimesse, fumava voluttuosamente guardando i due uomini come coni gelato apparsi improvvisamente nel deserto.
Ad un certo punto, in uno spiazzo sabbioso, si avvertiva musica in sottofondo. Sembrava musica sertaneja.
L'ingresso della discoteca all'aperto, una specie di fortino, appariva presidiato da uomini ben messi fisicamente. Palestrati, o qualcosa del genere. Michel saluto' uno di loro , che fece entrare i due. L'uomo dette un'occhiata radiografante a Santoro.
Una volta entrati , un profluvio di gente accalcata, ballava pazzamente, mentre sul palco un gruppo musicale stava suonando "ao vivo".
Michel si insinuo' in mezzo a quei corpi in movimento, ragazze bellissime, forse non palestrate, con qualche inestetismo di troppo, ma sprizzanti sensualita' e femminilita' da tutti i pori e ragazzotti di campagna dalle fattezze quasi azteche, messicane. Ad un certo punto Michel si fermo'. Alcuni uomini sulla quarantina lo avevano notato e stavano confabulando fra di loro. Lo avevano scorto e sembravano non troppo contenti di vederlo.
-Adesso arrivano guai, disse Michel.
Santoro maledisse tutti i santi del calendario romano cattolico. Che erano gli unici che conosceva. Era impreparato, disarmato. E non conosceva alcuna tecnica di lotta giapponese. I corsi fatti in illo tempore erano un ricordo sbiadito. E non erano comunque il suo pezzo forte. Tre uomini stavano venendo dritti dritti verso di loro. Avevano espressioni patibolari, pur non essendo particolarmente distinguibili nella calca. Santoro cerco' un bagno , voleva un litro di camomilla. Ma non c'era nulla di tutto cio'. Ad un certo punto penso' di cacare seduta stante. Tanto era gia' una situazione di merda e nessuno se ne sarebbe accorto. Quando gli uomini furono a tiro vide scintillare nelle loro mani delle lame.
-E' un suicidio, ebbe il tempo di dire.
Michel non disse niente. Rideva come un folle.
Doveva inventarsi qualcosa, penso' Santoro.
Non seppe nemmeno a lui come gli venne, ma si frappose fra quegli uomini e Michel e in perfetto portoghese urlo' che era un poliziotto. Gli uomini si fermarono. Le lame sparirono immantinente dalle loro mani. Nella confusione, si dileguarono all'istante.
Michel li vide confondersi con la gente danzante e dirigersi verso l'uscita. Santoro aveva la merda nel culo. Letteralmente.
-Ho bisogno di una camomilla, disse. Prese Michel per un braccio e si diresse verso il bar. Una volta davanti al bancone, Michel ordino' una birra. Santoro una camomilla. Il tizio al bar si fece ripetere l'ordinazione tre volte perche' non sembrava sicuro di aver capito. Infine disse che la cosa piu' simile alla camomilla che avevano era un cocktail analcolico. E vada per quello, disse Santoro.
-Ma mi spieghi che cazzo stai facendo? Urlo' Santoro rivolto a Michel.
-Quegli uomini possono avere ucciso Vanessa.
-Che significa, possono aver ucciso.
-Non ho prove, ma loro sono capi mafia di cocaina di tutto nordest Brasili. Vanessa aveva detto a loro di farmi uscire da giro. Ma se entri in giro non si esce piu' . Cosi lei ha fatto qualcosa con loro e loro famiglie. Fatto una macumba.
Santoro non riusciva a credere alle sue orecchie. Anche perche' non solo non credeva a cio' che non vedeva, ma non credeva a cio' che non capiva. E francamente non riusciva a immaginarsi Vanessa che faceva una macumba contro qualcuno. Non la Vanessa che aveva conosciuto.
Comunque una cosa positiva c'era. Qualcosa si era smosso. E aveva fotografato con la sua potente memoria fotografica le facce di quei bellimbusti. Erano fottuti, penso'. Quando fiutava la preda era come un uomo primitivo. La inseguiva finche' non la sfiniva. A quel punto si arrendeva da sola. Adesso pero' aveva bisogno di un bagno, altro che inseguimento. E avrebbe dovuto affrettarsi, ora si, altro che inseguire la preda. Ci voleva un cesso tempo zero. Oppure la situazione si sarebbe complicata. Per non essere troppo espliciti