venerdì 24 luglio 2015

Brasil, capitolo 5

La mattina dopo Santoro scese nella hall e pote' godere di un'ottima colazione alla brasiliana. Gusto' quel caffe' lungo tipico dall'aroma intenso, che per essere un caffe' lungo all'americana che nella maggior parte dei casi, in altri lidi o emisferi, nella migliore delle ipotesi poteva avere il sapore di acqua di rigovernatura, aveva un profumo intenso ed un gusto da espresso napoletano moltiplicato per dieci. O almeno questa fu la sensazione che ebbe Santoro. Poi mangio' del pane bianco e morbido con prosciutto, abbinando il dolce al salato, com'era del resto suo costume abituale. Infine bevve un succo di maracuja, dal colore giallo e dal sapore intenso e servito ben fresco. Adorava il succo di maracuja. E "l'agua de coco", il liquido aspirato direttamente da un cocco verde con una cannuccia dopo che il cocco medesimo era stato aperto con una sorta di cavatappi speciale che praticava un foro perfetto in cima al frutto. Quel liquido sembrava massaggiargli lo stomaco e rilassarlo. I ricordi di tutte queste delizie alimentari che la bella Vanessa gli aveva fatto assaporare riaffioravano alla mente piano piano,  dapprima sommessamente , ma nella direzione di diventare virulenti . E gli procuravano un nodo allo stomaco, facendogli provare in concreto quel sentimento struggente e inspiegabile, per un non brasiliano, di nostalgia estrema e malinconia che trabocca di quando in quando in improvvisi sbocchi di allegria alternata a disperazione , meglio conosciuta dai brasiliani  doc come "saudade". Subito dopo dette un'occhiata alla collocazione dei bagni. Mentre era seduto ad un tavolo al primo piano, all'aperto, al centro di un'ampia terrazza che traguardava l'oceano. Erano giusto a un tiro di schioppo da lui, poteva scorgerli dietro la vetrata che mostrava  in primo piano il bancone della reception. La nostalgia era una brutta questione e soprattutto un pericoloso grimaldello per un possibile riacutizzarsi della sua  proverbiale colite. Chiamo' il cameriere e gli chiese un bicchiere caldo di valeriana. Vanessa gliela preparava in alternativa alla camomilla. Sosteneva, la nera bahiana candomblecista e conoscitrice di erbe, che il disturbo di cui Santoro soffriva fosse causato da problemi ansiosi e che la valeriana fosse infinitamente piu' efficace, a tal scopo, della camomilla. Poco dopo sullo sfondo di quella vista oceanica, proveniente dalla filodiffusione dell'albergo, gli giunse alle orecchie un pezzo immarcescibile di bossa nova, uno dei generi musicali da lui preferito, un genere che nasceva dalla mescolanza di samba , musica tradizionale brasiliana, e jazz afroamericano. L'Africa stava decisamente entrandoci un bel po', in questa storia, penso' Santoro. E la cosa gli trasmise uno strano brivido e gli suggeri la traccia di un non ben identificabile presentimento. Era "Trem das Onze", un pezzo cantato da Caetano Veloso, piuttosto struggente, in cui si narrava di un amore fatto di treni che attraversavano migliaia di chilometri nel continente verdeoro, al tempo dell'assenza di internet e persino dei telefoni, in cui qualcuno si macerava dentro nel dover ripartire , prendere un treno, e abbandonare un'amore per accudire l'anziana madre solitaria e malata. Ma invece di fargli venire il magone a Santoro gli fece iniziare una certa carburazione cerebrale. Era ora di muoversi. Aveva tergiversato troppo, cosa che non rientrava nel suo costume. L'ozio lo concepiva al fine del ricaricare le batterie, un ozio attivo, come momento di estrema concentrazione rilassata. Poteva sembrare un ossimoro , invece si attagliava perfettamente al carattere di Santoro. Si alzo', ando' verso la reception.
-Por favor, me chama um taxi, disse ad Alvaro, il receptionist.
-Com certeza, disse Alvaro.
Dieci minuti dopo il cabloco che lo aveva accompagnato si presento' con una macchina americana bianca striata di celeste. Fece un sorriso a Santoro e gli apri lo sportello. Santoro sali in macchina dietro. Si accomodo' come si deve e disse al caboclo:" rua 109, bairro Jose' Valter". 
Era l'indirizzo della casa della famiglia di Vanessa. Il caboclo si sorprese nel sentire Santoro parlare cosi bene in portoghese. E il suo ghigno latino imbroglionesco si spense sotto i suoi baffetti.

venerdì 17 luglio 2015

Brasil, capitolo 4

Il maresciallo Santoro entro' nella hall dell'Hotel Beira Mar, un grattacielo di non avrebbe ben saputo dire quanti piani, situato nell'omonima zona , di fronte al mare, all'oceano. Una zona centrale e tradizionalmente di divertimento, piena di alberghi e locali che davano sul mare, con davanti   un ampio marciapiedi e una strada, frapposti fra campi di beach volley giocato alla brasiliana, con  mani e piedi, e baracche di sollazzo, vere e proprie costruzioni di legno antistanti a  spianate di sdraio e ombrelloni, solitamente pullulanti  ad ogni ora di ogni sorta di meninhos [bambini] ambulanti, indaffarati nel tentativo di vendere qualcosa a turisti e affini, di fronte all'oceano. Dai gamberi , che poco dopo si potevano consegnare ai gestori della baracca per farglieli cucinare alla griglia, agli spiedini di formaggio brucciacchiati sul momento ,di consumo rapido, alle immancabili ostriche aperte all'istante e condite con "pimenta", peperoncino piccante, giusto per non farsi mancare niente. E per mettere in chiaro che se si erano percorsi migliaia di chilometri in aereo per sbarcare nel continente verdeoro, bisognava prepararsi ad essere all'altezza della situazione in termini di appetiti sessuali.
Poggio' per terra il borsone da viaggio nero che aveva quasi la muffa all'interno, tanto era il tempo che non viaggiava, e chiese al receptionist "um quarto", una camera. Il receptionist era un bianco con somatico lievemente indio, apri un registro e dette a Santoro la chiave di una camera.
-Beautifull landscape, disse in inglese a Santoro, intendendo che dalla camera che gli stava assegnando avrebbe goduto di uno splendido panorama.
- O cenario da frente deve ser bonito, mas aquele de atras?, disse Santoro in perfetto portoghese, intendendo che sicuramente dal balcone si sarebbe goduto l'oceano, non senza pero' essere privato della vista di cio' che avrebbe scorto alle spalle dell'albergo, dove invece una miriade di baracche probabilmente con tetto in eternit, mattoni forati senza intonaco e panni appena lavati sventolanti garruli, dovevano essere nascoste quanto piu' all'occhio del turista.
Il ragazzo della reception lo osservo' restando lievemente imbarazzato. Non s'aspettava che Santoro conoscesse e parlasse il portoghese. La maggior parte dei turisti italiani che aveva conosciuto non parlavano bene nessuna lingua. A volte nemmeno la propria. Ma recupero' subito scusandosi e facendo i complimenti a Santoro per il suo portoghese.
- Non c'e' di che, rispose Santoro questa volta in italiano. Sicuro che il receptionist avrebbe capito.
Infatti il ragazzo, che poteva avere una trentina d'anni, fece un cenno d'assenso con il capo. Santoro lesse il suo nome sulla targhetta identificativa: " Alvaro".
Alvaro gli chiese se voleva qualcuno per il bagaglio. Santoro fece un segno di diniego e si avvio' verso l'ascensore.
L'Ascensore era panoramico, infilato in un tubone di plexiglass e da li, per un breve ma significativo istante, mentre si attorcigliava nella salita verso i piani alti, intravide le luci fioche della favela che dimorava dietro al grande albergo, una " comunidade" che doveva essere fra le piu' numerose di Fortaleza.
Una volta in camera , una camera doppia [in Brasile ,da  turisti,  non c'era verso di averne di singole], poggio' il borsone sul letto e apri la finestra. Dal basso, dalla strada, che dal piano da cui guardava doveva sembrargli lontanissima, vide un profluvio di luci e ascolto' il fracasso dei numerosi suv decapottati muniti di potenti casse che animavano sound systems che suonavano musica ad altissimo decibelaggio. Uno degli status symbol del brasiliano: piu' grosso era il sound system che mostravi, piu' fico potevi essere considerato . Una musica , colonna sonora, che in tutto il Brasile, andava in onda non richiesta a qualsiasi ora del giorno e della notte e che alla fine, se ti ci abituavi, diventava silenzio, ninna nanna. Poi guardo' davanti a se'. E nel buio percepi l'oceano. L'oceano silenzioso e misterioso, l'oceano degli squali, dei surfisti, dalla acque calde e accoglienti come la vagina di una mulatta. E che come la vagina di una mulatta, era capace di accoglierti fra le sue brame , mostrandoti le meraviglie subacquee...fino a quando sarebbe stato troppo tardi per risalire in superficie.

giovedì 9 luglio 2015

Brasil, capitolo 3

Mentre scendeva dalla scaletta del boeing, si trovo' a fronteggiare i 38 gradi, che , pur non essendo enfatizzati da un' umidita' di tipo milanese, avevano sempre una certa forza abbrustolente. Come quando aveva viaggiato in occasione del funerale di Vanessa, anche questa volta  aveva dimenticato di cambiarsi in aereo e mettersi addosso qualcosa di piu' adeguato a quella calura. Una canottiera, un paio di bermuda, delle infradito, cose cosi. Adeguate alla situazione climatica. Invece scese dalla scaletta con i jeans , camicia e maglione pesante di lana- del resto veniva da una temperatura sotto lo zero-, scarpe e calze e comincio' a sudare come un yak tibetano.Uno yak tibetano in un bagno turco, per essere piu' precisi . A piedi raggiunse l 'aeroporto, e si posiziono' vicino a rullo trasportatore dei bagagli, che, come in tutti gli aeroporti , scorreva in circolo. 
Recuperato il bagaglio dovette espletare le operazioni doganali e il controllo dei documenti. Ovviamente non aveva portato con se' l'arma. Per due ordini di motivi: non risultava in servizio e non voleva certamente attirare su di se' da subito le attenzioni delle autorita'. Come era suo costume non si fidava di nessuno. E le autorita' brasiliane , fossero le burocrazie come le forze dell'ordine, a occhio e croce, non dovevano essere diverse da quelle italiane. Imbottite di gente raccomandata con poche individuabili eccellenze investigative. Inutile dire che fra quelle italiane lui includeva se stesso. Penso' a questo con una certa ironia. E rise dentro di se', quando penso' che sua eccellenza investigativa stava per liquefarsi, cosi' vestito come d'inverno a Milano.
Le operazioni doganali pero' apparivano abbastanza laboriose. Vide che c'erano dei turisti, tre americani, che stavano questionando con un'addetta alla vigilanza dell'aeroporto. Un po' di portoghese che le aveva insegnato Vanesse gli basto' per capire cosa stesse accadendo. La ragazza, una tipa tosta, in divisa, mulatta, anche carina, ma dal viso deciso, stava spiegando con una certa fermezza che dovevano fare la fila come tutti gli altri e aspettare il proprio turno. Uno di questi ribatteva in inglese che erano sempre entrati per primi, che bastava sganciare un po' di dollari. La ragazza lo osservo'.Poi disse in portoghese che da quando c'era Lula, come presidente, gli americani dovevano fare la fila come tutti gli altri. Come tutti i brasiliani trattati come animali alla frontiera americane o alle frontiere europee. L'americano non capiva il portoghese, ma la ragazza con un gesto fermo gli fece capire che doveva rimettersi in fila. Che per primi toccava ai brasiliani, entrare.
I tre si rimisero in fila borbottando e insultando con improperi irripetibili la ragazza. Santoro resto' li a guardare la scena. Il mondo stava cambiando. Qualche anno prima, da quelle parti, agli americani avrebbero fatto i ponti d'oro, avrebbero fatto a gara per ospitarli. Un po' com'era a Cuba quando c'era Batista, prima di Castro.Ora questo Lula, questo presidente ex operaio metallurgico, sembrava aver ridato un po' di dignita' ad un paese che i politici che c'erano stati in precedenza aveva svenduto agli Stati Uniti e alle multinazionali. Quella semplice scena vista all'aeroporto, suggeri a Santoro tutte queste riflessioni. La qual cosa lo mise di buon umore, nonostante l'attesa. 
Quando giunse il suo turno l'operatore chiese quanto tempo pensava di restare in Brasile.
-Il tempo necessario, disse Santoro.
In portoghese l'impiegato gli chiese se poteva specificarlo.
-Ho un'anima da seppellire, disse Santoro.
L'impiegato lo guardo' in modo strano. Ma senza commentare mise un timbro sul passaporto e lo fece passare.
Appena fuori dall'aeroporto, c'era una fila di taxi . Sali su su uno di quei trabiccoli, una macchina americana, bella larga.
Chiese al tassista se conosceva un albergo a buon mercato.
Il tassista sorrise.
 -Ta bom, disse. 
Intendendo che ci avrebbe pensato lui. 
Santoro apri' la valigia che aveva tenuto con se sedendosi nel vano posteriore del taxi. Tiro' fuori una canottiera, un paio di bermuda e delle infradito verdi con la bandierina del Brasile al centro della "v" infraditale.
Si cambio' alla velocita' della luce, sotto gli occhi divertiti del tassista, un caboclo con i baffetti che masticava uno stuzzicadenti. Di li a poco sarebbe giunti a destinazione, in qualche albergo dal quale, quell'uomo che dirigeva il taxi, molto probabilmente, beccava una qualche percentuale.

giovedì 2 luglio 2015

Brasil, capitolo 2

Ore 21, ora brasiliana, il boeing sul quale viaggiava il maresciallo Santoro stava sorvolando una vasta area al di sopra di Fortaleza. Le luci fioche dei quartieri periferici della citta' trasmettevano un'atmosfera tipo Bagdad durante la guerra del golfo nelle descrizioni dell'indimenticabile Lucio Manisco. O almeno cosi venne fatto di pensare a Santoro. Quando era partito dall'aeroporto della Malpensa, vicino a Milano, c'era il ghiaccio sulle piste e aveva nevicato. C'era una temperatura di meno sette gradi. Una volta atterrato l'aereo all'aeroporto Pinto Martins, di Fortaleza, capitale dello stato del Ceara', nordest del Brasile, avrebbe trovato piu' trentotto gradi. Niente male come sbalzo climatico. Santoro sperava che non gli  accadesse niente. Che ne so, gli potevano esplodere le vene, per la pressione atmosferica. Oppure i coglioni. Quelli non credeva. Dal momento che per un bel po' non avrebbe visto il capitano Gianuli, il maresciallo Gargano e Crescenzi. Di Crescenzi, anche lui collega e maresciallo, un po' gli dispiaceva. Era simpatico e soprattutto non nascondeva le proprie imbranataggini. E non le mascherava con le inefficienze degli altri. Come faceva il capitano Gianuli. 
L'aereo, un boeing di una strana a mai sentita compagnia italiana denominata Itavia, atterro' lasciando che il carrello facesse un fracasso che in confronto il rumore dei barattoli dei matrimoni napoletani attaccati dietro le auto degli sposi, tanto per restare nel territorio di Crescenzi, sarebbe potuto apparire puro silenzio. Poverini, dovevano essere stanchi, i piloti, dopo nove ore di volo e dopo essersi sorbiti ben sette film con Ben Stiller. Dovevano odiarlo, ormai, quel comico americano. A parte che di comico non aveva niente. Il che dimostrava, penso' Santoro, che gli americani non ridevano per le stesse cose per cui ridevano gli europei. Infatti. Gli europei avevano ben poco da ridere, con la crisi economica che tutta l'area stava attraversando. Ma chi cavolo si credeva Roosvelt, penso' di se' Santoro. In realta' era un altro dei suoi artifizi mentali per rimandare sine die tutti i ragionamenti del caso sul perche' si trovava in Brasile. E il motivo era Vanessa. Non riusciva a non pensare a lei senza che il suo viso si venasse di malinconia. Era stato insieme a lei per poco piu' di un anno. E sentiva che era la donna della sua vita. A volte uno impiega l'intero arco della propria esistenza, mezzo secolo, per intenderci, per incontrare l'anima gemella. Ed ecco che il destino beffardo te la porta via. Vanessa e la sua pelle nera, da discendente di africani. Vanessa e il suo Candomble', mentre riempiva ciotole di riso crudo , accendeva candele e recitava preghiere in lingue africane sconosciute. Vanessa e il suo fare l'amore selvaggio, intenso, eppure leggero, leggiadro, naturale, come respirare, mangiare, giocare...precristiano. Senza la  becera sacralita' di un rituale prestabilito...come fra due animali, istinto, piacere, catarsi...
L'autobus sul quale viaggiava due anni prima aveva avuto un incidente. E Vanessa che stava andando a trovare una  sua sorella  di culto a Jericoacoara, a trecentocinquanta chilometri da Fortaleza, in un villaggio alimentato a pannelli solari e gruppi elettrogeni, una delle dieci spiagge piu'  belle e grandi del mondo, che resta coinvolta nell'incidente e muore. Santoro ricordo' il giorno del suo funerale . Con tutti i parenti della sua compagna. E una strana conversazione con un funzionario della Policia Militar che lo assicurava, e pure troppo, che era stato fatto tutto il possibile per salvarla. Una volta portata in ospedale. Ma tutti quei visi, del poliziotto e di parenti e amici ,a Santoro,  non convinsero troppo. Ebbe come la sensazione che fosse una terribile e tragica messa in scena modello  parche greche che piangevano a comando. Ma all'epoca stava conducendo un'indagine importante. E fu costretto a tornare  a Milano il giorno dopo il funerale. Seppelli' la sua Vanessa troppo in fretta. E spesso il volto raggiante ma con espressione di rimprovero della nera nordestina di origine , neanche a dirlo bahiana-dal momento che in quello stato del Brasile l'80% della popolazione era discendente di schiavi africani-era tornato a tormentarlo nei sonni agitati. Santoro non credeva al Candomble' , questo culto sincretico in cui gli orixas, dei semidei africani avevano intrecciato le proprie anime e i propri poteri con dei santi cristiani. Santoro non credeva e basta. Gli sarebbe potuto apparire Padre Pio [ genius loci religioso di tutti i pugliesi] davanti e avrebbe cominciato a pensare a cosa e quanto avesse bevuto il giorno prima. Ma era innamorato di Vanessa. E voleva dar seguito alle sue sensazioni. Glielo doveva. Non importava che cio' non gliel'avrebbe restituita. Magari, scoprire come e perche' era  morta, avrebbe dato ristoro alla sua anima. E concesso sonni piu'  tranquilli  a Santoro.