lunedì 26 luglio 2021

Lisboa 32

 Mentre saliva per le scale del palazzo in Baixa Chiado dove si

 teneva il corso di aggiornamento interforze sui crimini

 informatici, gli squillò il nokia. Era Gianuli. Santoro sollevò gli

 occhi al cielo e imprecò mentalmente nel suo dialetto d'origine.

 Non diceva mai parolacce ad alta voce, in generale. Ma

 interiormente diceva a se stesso di tutto, nel suo dialetto

 d'origine. Rispose-Buongiorno, Signor Capitano, come va?

-Come va lo chiedo io a lei, Santoro. Dal momento che sembra

 scomparso. Dopo questa storia dell'appendicite! Replicò il

 Capitano Gianuli con fare sarcastico. Delle due l'una, o Gianuli

 intuiva qualcosa o Gianuli sapeva tutto. Ma non aveva molto

 tempo per occuparsi di questo, in quel momento. 

-Volevo appunto dirle che ho recuperato, disse mentendo, e che

 sto per assistere alle conclusioni del corso interforze sui crimini

 informatici...Così almeno potrò riferire le conclusioni. Una volta

 rientrato in patria.

-Uhm, fece Gianuli, vedremo se non ci saranno altre sorprese,

 disse.

-Ma quali sorprese? Può capitare di star male ogni tanto, no,

 capitano?

-Signor Capitano, Maresciallo, SIGNOR CAPITANO! Non

 dimentichi l'educazione formale della nostra Arma. E spero che

 non  l'abbia dimenticata nemmeno durante il corso. Per quel

 poco che l'ha frequentato.

-Non mancherò, signor Capitano...Ehm..Ora mi scusi ma devo

 andare, sono in ritardo.

-E' naturale, sennò che Maresciallo Santoro sarebbe, disse

 Gianuli beffardo. Santoro chiuse lo sportellino. Gianuli non

 avrebbe mai capito dove sarebbe stato mandato nei pensieri di

 Santoro. Ma il maresciallo giurò che ne avrebbe avuto il

 sospetto.

Una volta entrato nell'auletta del corso, vide che erano tutti al

 proprio posto. Thomson stava parlando. Santoro salutò con la

 mano, dando cenno come per scusarsi, per il ritardo. Vide che il

 posto di Carvalho era vuoto. E si andò a sedere proprio lì.

 Thompson lo squadrò con un certo sospetto. Poi continuò a

 parlare. Andò avanti un bel pò. Le conclusioni del corso

 prevedevano la snocciolatura di statistiche sui vari crimini

 informatici: truffe, virus che catturavano informazioni, crimini

 sessuali. Nessun accenno a droga e affini. E questo a Santoro

 sembrò piuttosto sospetto. Così, senza neanche rendersene

 conto, alzò la mano. Thompson lo ignorò, ma il francese

 interruppe il Maggiore inglese e gli dette la parola. Santoro lo

 ringraziò.

-Buongiorno, disse in inglese, vorrei fare una domanda, se è

 possibile. Thomson gli dette un cenno di assenso con il capo.

-Vorrei sapere come mai, riguardo ai crimini informatici, non è

 stato fatto cenno a traffici di droga. Il web sembra proprio un

 ambiente adatto a questo tipo di traffci, non crede, Maggiore Thompson?

Tutti i presenti guardarono prima Santoro. Poi Thompson. Come

 se stessero assistendo ad un incontro di tennis. Gli altri relatori

 seduti al tavolo, fecero lo stesso. Attendevano una risposta ad

 una domanda che pareva pertinente.

Thompson tossì. Come se stesse prendendo la rincorsa, per

 pensare a cosa sarebbe stato più opportuno dire. Poi fece-scusi,

 con chi ho il piacere? Chiese.

-Sono il Maresciallo Santoro, dei Carabinieri, Italia, disse

 Santoro.

-Ah, fece Thompson sogghignando, italian, aggiunse come a

 volersi fare beffe del Maresciallo a causa del suo paese di

 origine.

-Italian, sure, why? Rispose Santoro alquanto piccato.

-O niente, niente...Voi italiani siete bravi sempre a colorire le

 cose, disse Thompson.

-Ho fatto una semplice domanda, Signor Maggiore. Io sono

 mancato a molte lezioni per motivi di salute, ma non credo che

 questo tema sia stato affrontato durante il corso. Come mai?

 insistette il maresciallo pugliese.

-Perchè non è una materia del corso, disse Thomspon poco

 convintamente. Tutti lo osservarono esterrefatti.

-Mah...Con tutto il rispetto io non credo, disse Santoro. La

 tensione nell'aria dell'auletta cominciò a tagliarsi con il coltello. 

-Lei può credere quello che vuole. Adesso, se non le dispiace,

 finisco il mio intervento. Soddisfarà le sue curiosità leggendo la

 brochure che distribuiremo al termine del corso.

-Brochure sulla quale, immagino, non ci sarà scritto nulla

 sull'argomento traffico di droga tramite internet. O sbaglio?

Thomspon sorrise istericamente. Continuò la sua lectio

 magistralis. Riprese a snocciolare dati. Su crimini non meno

 gravi. Ma omettendo l'argomento droga. E forse non era un

 caso, pensò Santoro. 

Al termine della conferenza di Thompson, non ci furono altre

 domande. Tutti i presenti si guardarono bene dal farne.

 All'insegna del non calpestare i piedi all'orso con un favo di

 miele nelle mani. Oppure perchè erano stanchi e volevano

 tornarsene a casa.

Si alzarono tutti in piedi e Santoro stava per avvicinarsi a

 Thomspon, solo che in quel momento, due uomini gli si

 affiancarono. E con molta circospezione, senza dare nell'occhio,

 fecero segno a Santoro di seguirli. Santoro notò il rigonfiamento

 delle loro pistole sotto i loden verdi. Il Maresciallo fece come

 dissero. Uscirono dall'auletta, mentre tutti erano intenti nei

 convenevoli finali. Gli scelti dell'interforze europea riuniti e non

 si erano accorti che qualcuno stava "rapendo" Santoro.

 L'Europa era davvero in buone mai, pensò ironicamente.

Gli uomini , scortando Santoro, scesero le scale con una certa

 rapidità. Una volta fuori fecero pochi passi. Santoro non disse

 niente. Ne' aveva urlato niente nell'auletta per  attirare

 l'attenzione. Forse perchè voleva sapere chi c'era dietro quello

 strano rapimento. Docilmente si fece portare dietro l'angolo.

 Adesso mi sparano alla nuca, pensò. Pensò a Padre Pio. Non

 sapeva pregare. Ma pensò a Padre Pio. Che pugliese sarebbe

 stato se non avesse pensato a Padre Pio?

Si avvicinarono ad un furgone. Uno dei due uomini, due

 portoghesi, bussò al portello del furgone. Il portello si aprì.

 Fecero salire Santoro nel furgone. Ah, ok, pensò Santoro. Mi

 spareranno più tardi. Ma non ho lo stesso il tempo di imparare a

 pregare. Lo fecero sedere sul lato del furgone. Il furgone partì. I

 finestrini del furgone erano oscurati. Si poteva guardare fuori

 ma da fuori non si poteva vedere dentro il veicolo. Santoro si

 sedette e attese. Gli uomini che lo avevano preso in consegna

 confabulavano tra loro. Avevano tirato fuori le loro Glock. Arma

 in dotazione alle forze portoghesi, pensò Santoro. Ma magari

 sono al servizio degli inglesi. O dei libanesi.

Gli uomini stavano commentando tra loro, con meraviglia, del

 perchè Santoro non avesse chiesto niente. La cosa appariva loro

 alquanto strana. 

Tanto a che sarebbe servito chiedere? Pensava Santoro. Non gli

 avrebbero di certo risposto. Quei tizi erano dei fattorini e lui il

 pacco. I destinatari li avrebbe conosciuti di lì a poco. Oppure

 avrebbe scoperto se c'era un al di là. 

Dopo un pò di chilometri di saliscendi, Santoro avvertì che il

 furgone era entrato in qualche luogo chiuso. O almeno questa fu

 la sua sensazione.

Il veicolo si fermò. Uno dei due portoghesi in loden aprì il

 portello. Fuori c'era luce. Sembrava l'interno di un magazzino.

 Non voglio morire in un magazzino, pensò Santoro. Si preparò

 quindi a fare qualcosa di rapido per sottrarsi a quella

 situazione. Doveva agire più in fretta di quanto stesse pensando.

 Scese dal furgone. Aveva un faro puntato in faccia e davanti a

 lui c'erano due sagome umane. Ma Santoro non riusciva a

 scorgerne il viso. Spensero il faro e dopo qualche secondo

 Santoro riuscì a scorgere i volti delle sagome umane. Erano

 Fonseca e Quaresma. Ok, pensò, non erano due sagome umane.

 Diciamo due sagome e basta. -Porco giuda, disse, il gatto e la

 volpe.

I due si guardarono l'un l'altro interrogativi.

-Lasciamo stare, un'altra volta ve la spiego, disse Santoro

 sorridendo ironicamente.


sabato 24 luglio 2021

Lisboa 31

 Il fumo invase le stanze del museo e presto cominciò a non

 vedersi più niente. Santoro intravide degli uomini che

 monitoravano gli ambienti del museo con delle torce potenti.

 Erano armati di mitra e indossavano delle maschere antigas. A

 proposito di maschere antigas, pensò il maresciallo. Ne aveva

 notata una, d'epoca, rinchiusa in una vetrina a fianco ad

 un'armatura da samurai. Fece alcuni passi coprendosi la faccia

 con un lembo di maglietta, che s'era sollevata di proposito. Vide

 la maschera  rinchiusa nella vetrina. Con un calcio sfondò la

 vetrina e si impossessò della maschera. A volte stentava a

 credere di essere lui, un tranquillo Maresciallo dei Carabinieri

 italiani dall'aspetto mite da bibliotecario, a compiere quegli atti

 da film polizieschi d'azione. Ma quando sei immerso nella

 melma, se non vuoi annegare, devi darti da fare e nuotare. Fare

 l'abitudine alla puzza e al pantano. Indossò velocemente la

 maschera. Un pò si ricordò come fare, nonostante fossero

 passati anni dall'ultima esercitazione. Dopotutto si trattava di

 una maschera simile a quelle per esercitazione che avevano in

 dotazione i carabinieri. Maschere che erano sopravvissute alla

 guerra 15-18. Una volta indossata la maschera, constatò che

 funzionava. Gli uomini che erano entrati erano concentrati sulle

 due donne e sulla valigetta. Così Santoro, approfittando della

 confusione, sgusciò via verso l'uscita del museo. Lasciata

 imprudentemente aperta e incustodita. Dilettanti, pensò. Questa

 gente sta ancora seduta a bersi una birra "Sagres", anche

 mentre cerca di catturare criminali. Non ce la possono fare. Una

 volta uscito, si tolse la maschera e la abbandonò posandola per

 terra con cura. Non si dicesse che gli italiani spregiavano la

 cultura e vilipendevano i musei. 

 La  mente viaggiava veloce. Quasi come le sue gambe. Si mise

 a correre e presto si allontanò dal Museo D'Oriente.

 Era notte e c'erano pochi mezzi in giro. Fermò un taxi. Il mezzo

 nero-verde,  si fermò subito e, data l'ora, non senza una certa

 circospezione. Santoro non fece mosse avventate. A distanza,

 attraverso il finestrino aperto del taxi, disse dove voleva essere

 accompagnato. Il tassista lo fece salire dietro. In pochi minuti si

 ritrovò nei pressi del suo momentaneo rifugio.

Una volta nella sua stanza , si mise comodo. Fece una doccia con

 la Glock poggiata sulla mensolina a triangolo di porcellana sul

 lato doccia. Poi si stese a letto. Accese la radiolina e la lasciò a

 basso volume. Cercò fra le varie stazioni e quando capitò su una

 stazione di classica, lasciò lì la sintonia. Doveva pensare. Doveva

 riflettere sullo sviluppo degli eventi. Aveva avuto una giornata

 movimentata. Prima il Maggiore Thompson all'Oceanario, che

 passava una valigetta ad un tizio. Al "Libanese". Poi la nera del

 Charriz, Daniela Alves che voleva sottrarre la medesima

 valigetta, che, per inciso, era stracolma di eroina, alla bigliettaia

 del museo. C'erano un pò di cose che non quadravano.

 Dissonanze. Che gioco stavano facendo Fonseca e Quaresma? E

 Thompson? Un maggiore dell'Interpol che tiene corsi di

 aggiornamento o uno spacciatore di droga? Chi erano i buoni e

 chi i cattivi? Santoro si sentì confuso. E , infine, Carvalho...

 C'entrava in tutto questo? Era per questo che lo avevano fatto

 fuori? E poi lui. Come mai non era stato riconosciuto da

 nessuno nel video che lo ritraeva in un amplesso con Vanessa

 Dias, promettente mezzofondista portoghese, trovata poi morta?

 Quest'ultima cosa gli dava da pensare. Era come se qualcuno lo

 stesse proteggendo da qualcun altro che, invece, lo voleva

 tagliare fuori dall'indagine su Carvalho. Quindi, in base a

 questo ragionamento, Carvalho doveva centrare. 

E senza scomodare Aristotele e le reminescenze liceali. 

Oppure avevano paura di lui. Questo poteva anche essere. 

Più che altro per la sua integrità. Perchè no.

Sdraiato lì nel letto, con ancora  addosso un pò di calore della

 doccia calda appena fatta, la pistola stretta saldamente in mano,

 cercò di rilassarsi. Distese il collo sul cuscino. Doveva riposare.

 Mancava un giorno alla fine del corso di aggiornamento sui

 crimini informatici. Il corso era stato prorogato di qualche

 giorno. Come gli aveva riferito Cazzaniga. L'indomani si

 sarebbe presentato. Per le conclusioni del corso, all'apparenza.

 Per incontrare Thompson, in realtà. Ecco, si disse. Forse

 Carvalho non era al corso per caso. Forse stava indagando su

 Thomspon. Sua moglie gli aveva confermato che stava

 indagando su un importante traffico di droga. Collegò tutto

 nella sua testa e cominciò a comporre un puzzle.

 Improvvisamente gli venne un pensiero assurdo: l'indomani si

 sarebbe presentato al corso e si sarebbe seduto nel posto di

 Carvalho. E avrebbe cominciato a pensare come lui. Sarebbe

 entrato nella sua ottica, nel suo modo di pensare, nella sua

 mente. Del resto Quaresma gli aveva sempre detto che Tiago

 Carvalho gli assomigliava. Nel modo di pensare, nel modo di

 indagare. Ecco, si disse. Devo immaginare che cosa avrebbe

 fatto Carvalho. Non sarà difficile, ne' sarà una faccenda da

 lettrice di tarocchi. Dovrò solo essere me stesso. E mettere nel

 mirino Thomspon. Non sapeva esattamente cosa avrebbe fatto ,

 ne' come l' avrebbe fatto. Ma doveva andare a quel corso.

 Dicendo, magari, in premessa che era stato assente per motivi di

 salute ma che non avrebbe voluto perdersi le conclusioni.

L'indomani mattina si alzò di buon ora. Si fece una doccia e

 vestito di tutto punto si diresse di filata verso Praca Pombal. Poi 

camminò  verso il suo bar preferito. Curioso, pensò, come mi

 affeziono ai luoghi. Come sono abitudinario. A Milano ho il Cin

 Cin bar. Qui il Bar dei Tirannosauri. Lo ribattezzò così, seduta

 stante, quel bar ben fornito che stazionava proprio davanti ai

 palazzi abbandonati istoriati dai giganteschi graffiti a tema

 preistorico. Incontrò il clochard portoghese. Il tizio lo salutò con

un bel "buongiorno!". Non rispose. Ma pensò"a tua sorella".

  A  volte aveva l'impressione di essere controllato tutto il tempo. 

 la cosa cominciava a scocciarlo.

Dopo aver fatto colazione , prese un autobus. Direzione Rossio. E

 di lì, poi, a piedi, avrebbe proseguito per Baixa Chiado. Verso la

 sede del Corso. Gli autobus di Lisbona erano rossi, un pò come

 quelli londinesi. E sotto questo profilo Lisbona poteva sembrare

 una Londra alla moviola. Sassi e Vitaletti ci avrebbero sguazzato

 dentro. E quella battuta che si fece da solo l'avrebbero capita in

 tre o quattro in tutto il mondo. Ma il bello dei monologhi

 interiori, era quello pensò. In un mondo di gente che si prendeva

 maledettamente sul serio, senza accorgersi di essere ridicola,

 essere il buffone di se stessi, poteva essere soddisfacente. Se non

 altro calmava i nervi.

giovedì 22 luglio 2021

Lisboa 30

Il museo chiuse e Santoro era rimasto nascosto nel bagno. Si era 

occultato nello sgabuzzino dove c'erano materiali per le pulizie. 

In mezzo a moci e scope. Vi si era nascosto dietro. Così il 

vigilante dopo una veloce scorsa con la tascabile d'ordinanza , 

aveva richiuso la porta e nemmeno a chiave.

Dopo un paio d'ore, Santoro uscì dallo sgabuzzino. Puzzava di 

scope e di rancido ma la cosa non lo impressionò. Non era uscito 

da dentro ad una bomboniera a forma di batuffolo per 

borotalco. 

Nel museo c'erano luci di sicurezza che lasciavano ben 

distinguere ambienti, quadri e teche. 

Fece alcuni passi sul percorso. Nessuno in giro. Magari il 

vigilante si era portato la valigetta con se' e allora avrebbe fatto 

un buco nell'acqua ed era rimasto lì a perdere tempo e a passare 

una notte insonne tra i fantasmi degli oggetti coloniali. Dette 

un'occhiata alle telecamere e con sua sorpresa sembravano 

disattivate. La lucetta rossa a fianco al visore era spenta. Non le 

controllò tutte ma fu abbastanza sicuro che avrebbe potuto agire 

indisturbato.

 Poi avvertì un rumore e udì l'uscio di una porta frinire come un 

grillo metallico. Si nascose dietro un angolo non illuminato e 

osservò. La nera del Charriz apparve in tutto il suo splendore 

nero ed ex coloniale. E...aveva in mano una ventiquattrore 

identica a quella che "il Libanese" aveva passato al vigilante del 

museo. La donna non dava vista di essersi accorta di lui. Agiva 

con calma e con sicurezza. Posò la valigetta su una scrivania che 

era lì nel mezzo del percorso che serpeggiava in mezzo a vetrine, 

corazze di metallo di antichi guerrieri, quadri che raffiguravano 

caravelle e oceani e altri strani oggetti provenienti da Macao o 

dall'Indonesia. Con un coltellino che dalla  posizione di Santoro, 

sembrava svizzero, armeggiò con la serratura della valigetta e 

cercò di aprirla. Ma in quel momento la porta dalla quale la 

nera era uscita si aprì e vi uscì una donna. Santoro la riconobbe. 

Era la bigliettaia del museo. Impugnava una Beretta e la 

puntava verso la nera del Charriz. Disse alla nera di mollare la 

valigetta e di allontanarsene. Ma la nera frappose il suo corpo 

fra la valigetta e la Beretta. Si metteva male e Santoro sfilò la 

Glock infilata tra la cintura e il suo di dietro. Tolse la sicura. E 

uscì allo scoperto. Le donne lo guardarono incredule.

-Getta la pistola o sarò costretto a spararti. E io quando vedo 

una donna con una pistola che la punta verso un'altra donna 

disarmata, divento sentimentale, disse. Il suo portoghese non fu 

perfetto, ma le donne intesero. La bigliettaia tolse la sicura e 

Santoro  fu costretto a spararle. La donna non riuscì a sparare 

e, colpita, piombò pesantemente sul parquet del percorso del 

museo. Era ferita e si lamentava, Santoro aveva sparato per 

ferirla. E nonostante la scarsa luce, l'aveva presa alla spalla. 

Quella del braccio sinistro che impugnava l'arma. La pistola era 

in terra e la nera fece l'atto di impossessarsene. Santoro fu più 

veloce e mentre la donna si avvicinava fu lesto ad allontanarla 

con un calcio. La pistola andò a frangersi contro una parete 

laterale e restò lì nel buio degli angoli non irradiati dalle luci di 

sicurezza.

Poi puntò l'arma sulla nera.-Mi devi spiegare un sacco di cose. 

Però, prima vediamo per che cosa sta succedendo tutto questo 

casino, disse. La nera non diceva niente. Arretrò con prudenza e 

circospezione. La bigliettaia si contorceva dal dolore, per la 

ferita. Santoro doveva averla presa alla congiunzione scapolo 

omerale. Probabilmente a ottant'anni avrebbe avuto la 

periartrite, ma perlomeno non era morta, pensò fra sè un pò 

beffardamente.

Santoro, sempre puntando la Glock , si avvicinò alla nera. -Ho f

atto troppi errori in questa storia, non ne aggiungerò ancora. 

-Avvicinati con la mani sulla testa, le intimò. La nera senza dire 

una parola , lo fece. Santoro approfittò per perquisirla. Trovò 

una Glock infilata fra le natiche e la cintura. Gliela sfilò in tutta 

fretta. Poi, con molta circospezione, passò a perquisirle i 

pantaloni all'altezza dei polpacci. Altra sorpresa, la nera aveva 

infilato in una fondina di cuoio un coltello da caccia. Un'arma 

non d'ordinanza.

Si infilò la Glock della nera nella cintura dei pantaloni e lanciò il 

coltello verso dove aveva scaraventato con un calcio la Beretta 

della bigliettaia. -Sapete, ho un sacco di tempo a disposizione e 

sono armato. VOI NO. Quindi adesso apro questa valigetta e 

vediamo per che cosa stiamo lottando. Va bene, bellezze? Le due 

donne non dissero niente. Santoro aveva l'impressione che 

prendessero tempo. Magari avevano dei complici fuori che non 

vedendole arrivare nel tempo definito, erano pronti ad entrare 

in azione. Quindi doveva fingere di avere tutto il tempo ma 

prepararsi a risolvere le cose in fretta. 

Si avvicinò alla valigetta. La nera portoghese era riuscita ad 

aprirla. Santoro non dovette far altro che sollevarne la parte 

superiore. Dentro c'erano dei panetti ben confezionati e 

incastonati. Ad occhio un sei sette chili. E doveva essere eroina. 

Sul mercato corrente, calcolò mentalmente Santoro, poteva 

valere intorno ai 300 mila euro. Una bella sommetta. Se poi quei 

viaggi in valigetta avvenivano spesso, be', si stava parlando di 

una montagna di soldi.

-Normalmente in un film, avreste dovuto vedere me che con un 

coltello apro un sacchetto che capire di che droga si tratta. Ma, 

primo, non siamo in un film. Secondo so già che si tratta di 

eroina. E che sta rimontando alla grande in paesi come il vostro, 

rispetto ad altre droghe , persino rispetto a quelle sintetiche. 

Ora ho un paio di domande da farvi. Potete rispondere o anche 

non rispondere. Se rispondete potete ancora cavarvela. Se non 

rispondete, sappiate che ho notato che le telecamere sono 

disattivate e che qualsiasi cosa accadrà qui dentro, non lo saprà 

mai nessuno. Tranne me e voi. E se  voi moriste, capirete bene 

che io non avrò certo voglia di divulgare questa vicenda. Non so 

se sono stato chiaro.

-Certo...Le telecamere... Non funzionano. Le ho... Disattivate io, 

disse a quel punto la bigliettaia.

-Con chi ho il piacere di parlare? Le chiese Santoro.

-Io non parlo...Se parlo muoio...Se non parlo muoio...Per me 

parlare non fa differenza, disse la bigliettaia, mettendo delle 

pause fra le parole per controllare il dolore della ferita. 

-E tu, con chi ho il piacere di parlare?Chiese Santoro 

rivolgendosi alla nera.-  Basta il nome, per il resto so che cosa 

fai...Più o meno...DI GIORNO! Aggiunse Santoro imprimendo 

alle ultime due parole un tono sarcastico.

-Sottufficiale Daniela Alves, brigata speciale della Guardia 

Repubblicana Portoghese...Lei si sta mettendo nei guai. Guai 

molto grossi. Sappiamo chi è lei e che cosa sta cercando di fare, 

disse la nera del Charriz.

-Bene, il silenzio iniziale è stato una specie di rincorsa di 

catapulta per poi fare una specie di conferenza, vedo.

-Lei non sa in che guaio si sta cacciando, disse la Alves.

-Perchè non me lo dici tu...Scusa, ti do del tu, dopotutto siamo 

colleghi, no?

-Io non posso dire niente. Puoi anche uccidermi, tanto non so 

niente. Io dovevo solo recuperare la valigetta.

-Ah, davvero? Fece Santoro in tono sarcastico, e come mai sai 

che mi sto mettendo nei guai? 

La Alves tacque. La bigliettaia si lamentava ora più 

apertamente. 

A quel punto Santoro vide cadere dall'alto due bombolette. Le 

bombolette una volta cadute per terra, sul parquet, esplosero. 

Per fortuna, però erano fumogeni.

domenica 18 luglio 2021

Lisboa 29

Santoro andò dietro all'uomo che aveva preso la valigetta dal 

maggiore Thompson. Fonseca e Quaresma seguirono invece il 

maggiore.

L'uomo con la valigetta aveva dei tratti somatici mediorientali. 

Santoro inalberò le sue antenne di pericolo. Valigetta e 

Mediorientale gli fecero venire strani pensieri. Un attentato, 

pensò. Poi gli sovvenne che Fonseca e Quaresma non lo avevano 

seguito. Almeno direttamente. Quindi ci dovevano essere uomini 

della Guardia Nazionale in borghese, sulle tracce del "libanese". 

La sua mente schematica come quella di un cruciverbista aveva 

bisogno di dare un nome a tutti. Nei dialoghi interiori gli 

sarebbe servito. Magari non era libanese, quell'uomo. Ma lo 

sembrava.

Lo seguì in metropolitana. L'uomo si osservava intorno. Non 

certo compulsivamente. Ma lo faceva. Segno che il il suo carico 

era prezioso. Parecchia gente sui treni della metropolitana. 

Molti brasiliani. Santoro li riconosceva dagli accenti. Più aperti 

musicali, rispetto al portoghese stretto, stringato come un culo 

di gallina. Dopo vari cambi di treno, sottratto alla luce del sole, 

come uno speleologo a caccia di pipistrelli, Santoro rivide la luce 

del sole. Il Libanese scese a Rossio. E percorse tutta Rua 

Augusta. In mezzo a turisti, tavolini di bar e ristoranti, gitani 

elemosinanti, spacciatori d'origano spacciato per marijuana, 

caldarrostai e tutto il circo equestre clandestino di solito 

dimorante in quella strada, cuore pulsante di Lisbona. Giunto in 

Praca do Comercio, il Libanese si voltò come a volersi accertare 

di non essere seguito. E invece era seguito. Non solo da Santoro. 

C'era la nera del cambio della Guardia al Charriz do Carmo, 

che lo seguiva. Santoro doveva stare attento a non farsi 

riconoscere. Se ne stette a distanza. Sulla Praca do Comercio 

campeggiava come sempre la statua di Re Giuseppe, una statua 

equestre in bronzo in cui si poteva ammirare il sovrano 

schiacciare dei serpenti. Come la si metteva metteva, 

nell'iconografia di derivazione cattolica, i serpenti erano da 

schiacciare sempre e comunque. Che dessero la caccia a topi e 

ratti potenziali portatori di pandemie, non importava a nessuno. 

A partire dalla Genesi, pensò Santoro. Pensava ma non perdeva 

d'occhio il Libanese. Cercando di non farsi scorgere dalla nera 

della Guardia Repubblicana. "Il Libanese" passò all'interno di 

uno stuolo di spacciatori. A seguire la nera. Poi lui. Uno di loro 

gli mostrò la mercanzia. Un tocco di hashish a forma di 

supposta. 

Si ricordò di cosa gli aveva detto Carvalho. Il mondo è davvero 

strano, pensò. Se ci sono persone a cui non fa schifo fumare 

quella roba arrivata nella valigia di un culo.

"Il Libanese" prese per avenida Ribeira das Naus.  Camminava 

a passo svelto. Si capiva che era un camminatore dei deserti. 

Riusciva ad imprimere al suo passo in pianura accelerazioni 

improvvise. Come se la variazione di ritmo gli servisse per 

rendersi meno visibile. Era un geco e la strada che stava 

percorrendo il suo muro in pianura. Sulla sinistra c'era l'oceano 

e più avanti, di buon cammino, c'erano della navi da crociera 

attraccate. Tra la prima nave da crociera accosta alla banchina e 

la strada, c'erano degli scogli, sabbia. In quello stretto fazzoletto 

di terra non asfaltata, qualcuno aveva eseguito delle sculture con 

dei ciottoli. Turisti fotografavano ogni cosa. Ogni cosa è arte, 

non c'è una scala di valori, per il bello. Era questo che pensava 

Santoro mentre inseguiva il Libanese inseguito dalla nera del 

Charriz do Carmo. 

Quando sullo sfondo dell'oceano, apparve il ponte XXV  aprile, 

un lungo ponte metallico che congiunge l'area metropolitana di 

Lisbona con il distretto di Setubal, "il Libanese" virò a sinistra e 

si insinuò in uno spazio che separava una nave da crociera dalla 

strada, uno stretto passaggio di banchina. Santoro quasi li perse. 

Ma superata la strettoia e il cono d'ombra creato dall'immenso 

natante, Santoro vide "il Libanese". Non vide la nera. Ma a quel 

punto non se ne preoccupò. "Il Libanese" salì su delle scalette e 

si fermò davanti ad un ingresso: "Museo Do Oriente", c'era 

scritto su quell'ingresso di vetrometallo. Sparì dietro la porta. 

Santoro attese qualche minuto. Vide la nera del Charriz do 

Carmo percorrere le stesse scale. E la vide mentre veniva 

inghiottita dal Museo. Delle due l'una, pensò Santoro, o questa 

gente non conosce altri posti per scambiarsi 

informazioni..Oppure avevano deciso di fargli visitare Lisbona, 

con tutte le attrazioni turistiche del caso. 

A quel punto doveva entrare anche lui. E così fece. Pagò il 

biglietto di ingresso ad una ragazza tipicamente portoghese, 30 

anni, bianca, lentigginosa, magra e sorridente, capelli lungi 

mossi sciolti sulla schiena, che gli parò in quel lisboeta stretto in 

cui la vocali le dovevi cercare come l'uranio con un contatore 

geiger e si infilò nei corridoi fievolmente illuminati del museo.

Doveva stare attento a non farsi riconoscere. Non poteva usare il 

giornale, perchè uno che legge un giornale in un museo, sarebbe 

stato più sospetto di un bianco al congresso delle Black 

Panthers. 

Abbassò la visiera del cappellino e stette in campana. Pochi 

avventori, a quell'ora del pomeriggio che volgeva verso sera. E 

poichè gli occhi erano fatti per guardare, avrebbe approfittato 

per dare un'occhiata a quanto era esposto in quel luogo. Intanto 

aveva sbirciato un cartello affisso poco dopo l'ingresso. Vi si 

spiegava in sintesi che il museo era nato per contenere oggetti, 

manufatti, quadri e altro, prodotti in oriente per essere 

importati in Portogallo. Nelle epoche passate.  Oggetti e 

manufatti d'arte provenienti dalle ex colonie Portoghesi di 

stanza in Asia.

Santoro si aggirava fra le teche e le vetrine che mostravano 

tappeti, quadri, armature giapponesi, crocifissi prodotti 

artigianalmente in Indonesia o Macao. Cose che destarono la 

sua curiosità. Ma dei due inseguiti, neanche l'ombra. Svoltò 

sulla sinistra, ad un certo punto e vide che "il Libanese" 

confabulava con un sorvegliante. Si voltò per accertarsi che non 

fosse visto-Santoro lo vide riflesso in una vetrina dietro quale 

c'era la statua di una divinità buddhista demoniaca- e gli cedette 

la valigia. Subito dopo si avviò verso l'uscita. Il vigilante si 

eclissò dietro una parete. Santoro non sapeva che pesci 

prendere. 

Oltre a quelli che s'era preso in faccia durante tutta la sua 

permanenza lisboeta. Cinque minuti dopo, il vigilante si rifece 

vivo. Come se niente fosse continuò la sua perlustrazione e i 

controlli che nessuno fotografasse nulla. Santoro pensò che 

avesse poggiato la valigetta in qualche stanza o bugigattolo 

retrostante il percorso del museo, per riprenderla in seguito. 

Dette un'occhiata in giro per accertarsi se vi fossero telecamere. 

E ce n'erano. Ma non una selva. E quelle poche che c'erano, 

facilmente neutralizzabili, a prima vista. Avrebbe avuto bisogno 

di una sedia e di qualcosa per oscurare le piccole videocamere. 

Doveva avere pazienza e attendere la chiusura del museo. La 

nera del Charriz do Carmo sembrava scomparsa. Come 

volatilizzata. E se aveva preso lei la valigetta portagli dall'uomo 

della vigilanza? A quel punto tutto gli pareva possibile. Ma 

scommise sull'attesa.


giovedì 8 luglio 2021

Lisboa 28

 Santoro uscì di primo mattino. La nebbia trasfigurava i 

contorni dei palazzi rendendoli tondi e smussati. Prese la 

metropolitana e scese in Praca Marques Pombal. Partiva da lì, 

sempre, per spostarsi. Ognuno doveva avere un suo centro di 

gravità permanente, pensò. Era una cosa che faceva 

inconsciamente, ma forse era una tendenza appartenente alla 

notte umana dei tempi. Troppo presto per questi pensieri 

profondi. Ci voleva un te'. E qualcosa da mettere sotto denti. La 

mattina senza carburante era una mattina in salita. C'era un 

bar dove andava sempre quando dimorava nell'iniziale albergo 

Torino. In avenida de Loulè. E a piedi, di buon passo, vi si recò. 

Camminando a fianco alla pista ciclabile, incontrò un clochard 

che raccoglieva i soldi in un bicchiere di carta plastificata del 

Mac Donald...Che era giusto di rimpetto. Barba curata e 

giubbotto di pelle quasi nuovo. Non una buona immagine di 

presentazione, se si voleva chiedere la carità. Ma a volte le 

apparenze ingannano e il giubbotto poteva essere il generoso 

lascito di qualcuno o di qualche negozio. Comunque giunto al 

bar, Santoro, osservò, sul lato opposto della strada, due grandi 

edifici completamente abbandonati. Sulle facciate dei graffitari 

temerari vi avevano dipinto, due immensi realistici tirannosauri. 

Uno su ciascun edificio. E nella nebbia e nell'atmosfera grigia 

che circondava tutto , facevano davvero una strana impressione. 

Sembravano veri e alludevano ad un ritorno alla preistoria, 

come in un libro fantasy...Santoro immaginò la scena: 

tirannosauri resuscitati da qualche laboratorio, riconquistavano 

la terra invasa dagli umani che nel frattempo sembravano i veri 

extraterrestri: con i loro palazzi, le auto, lo smog e i panini in 

scatola di carne di mucche tenute a vivere in due metri quadri 

con mammelle piene di antibiotici.

Face colazione, il solito te' e due pastel da Nata. Era pronto ed 

era carico. Doveva afferrare il toro per le corna. Il che 

equivaleva a dire che doveva stare incollato a Fonseca e 

Quaresma. Più il primo. Spense il vecchio Nokia e se lo rimise 

nella tasca di un giacchino. Il borsalino di paglia in testa gli 

conferiva un aria da turista . Quando passò vicino al clochard, 

questi gli parlò in italiano:" fate la carità", disse. Andiamo bene, 

pensò Santoro. Questo tizio mi ha riconosciuto come italiano 

solamente guardandomi camminare. Immaginiamo quanto ci 

metterebbe a scoprirmi uno delle forze dell'ordine 

portoghesi...O delle forze speciali; servizi segreti, diciamo.

Una trentina di minuti dopo era davanti a Charriz do Carmo. Si 

godette il cambio della guardia. Una marea di turisti si divertiva 

a fotografare. C'era la stessa nera di quella volta che andò a 

parlare con Fonseca. Stava smontando. I suoi movimenti 

marziali furono perfetti. I neri delle colonie, i portoghesi, se li 

tenevano di rappresentanza, pensò Santoro. Giudicò questo 

pensiero un pò eccessivo. Ma non doveva essere troppo lontano 

dalla realtà.

Se ne stette tutta la mattina seminascosto dietro la fontana 

ch'era davanti all'ingresso della Guardia Nazionale 

Repubblicana. Sedette ad un tavolino del chiosco lì a fianco e 

bevve una camomilla. Il tizio del chiosco sollevò gli occhi al cielo 

come per dire "che campa a fare, questo, beve solo camomilla". 

Ma Santoro non ci badò.

Nel pomeriggio la pazienza del maresciallo, fu ripagata. Vide 

Fonseca, in divisa, uscire. Erano le 3 del pomeriggio e il sole si 

era levato nel cielo, alto, diradando la nebbia. I colori e i 

contorni dei palazzi erano ora estremamente vividi. 

Fonseca era solo. Decise di seguirlo. Prima o poi avrebbe fatto 

qualche mossa falsa, pensò e Santoro ne avrebbe capito di più di 

tutta la vicenda. Fino ad allora, pensava, era stato come un 

ombra. Le sue indagini erano state condotte su un altro piano. 

Come dall'intercapedine di un mondo a varie dimensioni che 

ricordava una cipolla e i suoi strati. 

Seguì Fonseca fino a Baixa Chiado. Il Colonnello portoghese 

prese un caffè seduto al banco de "A Brasileira", caffè che 

faceva da sfondo alla statua bronzea di Pessoa ritratto seduto ad 

un tavolino per un caffè, anche lui. Pareva che nel Bar dov'era 

andato Fonseca, il caffè fosse direttamente importato dal 

Brasile. Nota ex colonia portoghese. Il titolare doveva essere 

brasiliano e ora il suo caffè, i portoghesi, dovevano pagarlo. Il 

karma doveva esistere, in un certo modo, osservò tra sè 

Santoro.

Poi Fonseca uscì, fece cinquanta metri e si fermò davanti ad un 

furgone. Bussò al portello posteriore. Poco dopo il portello si 

aprì e Fonseca entrò dentro. Una scena sorprendente. Il portello 

si richiuse dietro il colonnello. Santoro attese. Aveva comprato 

un giornale portoghese e facendo finta di leggero, sbirciava da 

dietro le sue pagine. Attese. Dopo un quarto d'ora, il portello si 

riaprì e Fonseca vi discese. Era in borghese e sorpresa...Con lui 

c'era un altro uomo in borghese...Indovina indovinello? Si disse 

Santoro: era Quaresma. "Il gatto e la volpe", gli venne fatto di 

pensare. Sicuramente andavano da qualche parte e sicuramente 

per servizio. Vestiti in borghese e camuffati da semplici cittadini. 

Li seguì a distanza. Nel frattempo, però, abbandonò il borsalino 

di paglia in un negozio dove comprò un capellino con la visiera 

tipo da baseball. Non si sapeva mai, nel giorno precedente 

poteva essere stato seguito. 

Fonseca e Quaresma si infilarono nella metropolitana, fermata 

Baixo Chiado. Non davano segni che temessero di essere seguiti. 

Evidentemente erano loro che dovevano seguire qualcuno.

Santoro gli andò dietro, a distanza. Per circa un'ora, i due 

graduati portoghesi, saltarono di treno in treno della 

metropolitana. Poi uscirono davanti all'Oceanario. L'Acquario 

di Lisbona. L'equivalente dell'Acquario di Genova. Presero la 

teleferica. Santoro salì due cabine dopo. Sorvolarono le acque 

dell'Atlantico che lambiscono Lisbona. Poi scesero e si diressero 

verso l'Oceanario. Santoro sempre dietro di loro come un 

segugio. Non mollava la preda. 

I due portoghesi erano entrati pagando il biglietto. Non avevano 

mostrato il loro tesserino. Circostanza che confermò a Santoro 

che erano impegnati in qualche tipo di missione.

Le vasche mostravano alle scolaresche in visita orche, squali e 

foche. Separati a seconda della pericolosità e dell'impossibilità 

di convivenza pacifica in funzione dei loro istinti. Gli squali 

stavano con gli squali e le foche con le foche. Fonseca e 

Quaresma facevano finta di leggere una brochure che avevano 

rimediato su un banchetto lì all'ingresso delle sale buie, 

illuminate dalle vasche e dalle loro luci interne e dal sole che vi 

filtrava dentro. Ad un tratto si fermarono. Osservavano due 

uomini che confabulavano davanti alla vasca delle orche. Uno 

dei due aveva una valigetta 24 ore. Quello con la valigetta la 

passò all'altro uomo, che, senza mai voltarsi si diresse verso 

l'uscita dello zoo d'acqua.

L'uomo che aveva ceduto la valigetta era nella penombra. 

Santoro non lo riconobbe subito. Quando il suo viso fu irradiato 

da un cono di luce che veniva da una vasca lo riconobbe: era il 

maggiore Thompson. Santoro restò sconcertato. Cosa stava 

succedendo. Cosa accadeva? La vista di quell'uomo fece venire a 

Santoro i pensieri più disparati. Tutto andava assumendo una 

nuova luce. Che significava tutto quello a cui aveva assistito?




 

Lisboa 27

Rientrò alla base. La sua camera sembrava intonsa. Non

incontrò altri se non la senhora che gli aveva aperto la prima 

volta. Le chiese di Merzagora, lei mosse il capo in segno di 

diniego. Santoro era rientrato in camera. Riaccese il Nokia e 

chiamò Cazzaniga.

-Sciur marescial, cum te stet?

-Male, Cazzanì...Ho bisogno di più tempo. L'indagine si 

preannuncia complicata. Devi inventarti qualcosa con il 

capitano. Quello potrebbe mangiare la foglia. E io non posso 

tornare con quel fatto grave che pende sul mio capo, di cui sono 

accusato. Della morte di Vanessa Dias. Comprì?

-Uh capì, sciur marescial. Lasci fare a me. Mi invento qualcosa, 

un aggravamento. Non penso che Gianuli chiederà supplementi 

documentali. In questi giorni l'è incassà. Non sopporta più la 

moglie che gli lancia continui segnali di disturbo. Pare gli abbia 

dato una sorta di ultimatum. Vuole il trasferimento. Gianuli 

preferisce la promozione. L'è una guerra di nervi.

-Ho capito, Ambrò. Ci sono delle cose che non mi tornano. Vedi 

se riesci a trovarmi qualcosa su questo Colonnello Fonseca. 

Contatta le tue fonti nei servizi.

-Che servizi, sciur marescial, igienici?

-SEGRETI, Cazzanì, SEGRETI.  Non far finta di non capire.

-Certo, avevo capito. Ma con quelli meno ci hai a che fare e 

meglio è.

-Lo immagino. Ma te lo chiedo per favore.

-Per favore non lo faccio.

-Che vuoi, soldi?

-No, che ha capito, sciur Marescial? Se me lo ordina, non posso 

rifiutarmi.

-Uhm. Poi quello strano sarei io. Va be'. FALLO. E' UN 

ORDINE!

-Manca qualcosa, marescial!

-Cosa?

-Per quando?

-PER IERI!

-Ora la riconosco. Ora è tutto regolare. Le faccio sapere. Nel 

frattempo che farà?

-Non te lo posso dire. Il mio telefono potrebbe essere controllato. 

Chiamerò da qualche altro telefono. Magari un telefono 

pubblico. Ho visto che qualcuno ancora ce n'è, a Lisbona.

-Me racumandi, sciur Marescial. Non mi faccia stare in pensiero.

-Promesso. E' un'inchiesta difficile. Deve essermi sfuggito 

qualcosa. Ma sento che rimedierò. Passo e chiudo, Cazzanì.

Santoro accese la radiolina e mise su una frequenza di musica 

classica. Radio Classica Lisboa. Stavano suonando "Sarabande" 

di Hendel. Un classicissimo. Il suono del claviembalo gli 

massaggiò le tempie e lo rilassò. Non capisco perchè la gente , 

per rilassarsi, si debba drogare o ammazzarsi di ginnastica in 

palestra o fumare o bere...Nella musica classica ci sono note che 

ti massaggiano l'anima, pensò. Era un maresciallo dei 

carabinieri, si disse. Ma era anche un uomo. Un essere vivente. 

aveva una mente che filtrava una miriade di informazioni. I 

pori della sua spugna cerebrale dovevano avere qualcosa di 

particolare, di speciale, di diverso. Una sensibilità che andava al 

di là delle percezioni comuni. Ma non si sentiva superiore a 

nessuno. Cominciava però ad essere stanco della mediocrità 

generale. Prendiamo questi individui, si disse. Un colonnello e 

un sottufficiale di polizia: Fonseca, Quaresma: buoni stipendi. 

Potere. E loro a cosa pensavano? Ai soldi. Potevano morire da 

un momento all'altro e la loro vita sarebbe stata un monumento 

all'ingordigia. Un esistenza sprecata. Unica consolazione? Il loro 

patrimonio genetico sarebbe stato reso immortale dai figli. Ma 

non c'era nessuna certezza, in questo. Quanti figli poi hanno 

fatto la vita immaginata dai loro padri per loro. Per quanto lo 

riguardava, i loro figli, pieni di soldi accumulati dai padri, persa 

la forza di volontà, una vita spianata davanti, perchè avrebbero 

dovuto fare qualcosa si importante per l'umanità? Persino per 

loro? Si sarebbero goduti la vita e  forse non avrebbero neanche 

procreato. Fine dei giochi. Tanto rumore per nulla. Quello per 

cui lottavano Fonseca e Quaresma. Sulle note di Hendel, si 

addormentò. Con la Glock stretta nella mano destra. Non si 

sapeva mai.

Il giorno dopo, di buon mattino, Santoro si alzò, si fece la barba-

raramente la portava per più di un paio di giorni-mentre 

ascoltava un radiogiornale. Delle sue vicende, perlomeno in 

Portogallo, non si parlava più. Si parlava di questioni 

internazionali, terrorismo islamico, guerre commerciali, 

embarghi, le solite ripicche da mocciosi che si verificavano fra 

stati diretti da politici che si ritenevano adulti. Santoro aveva un 

caso da risolvere. Non ne aveva lasciato mai nessuno irrisolto, 

per strada. E non sarebbe stato così anche in questo caso. Aveva 

in mente un piano. La notte, sotto questo profilo, aveva portato 

consiglio. Avrebbe seguito Quaresma o Fonseca. La preda 

diventava cacciatore. Rimescolare le carte era sempre stata una 

sua specialità. Per questo avrebbe lasciato il Nokia in una 

cassetta di sicurezza, nella stazione ferroviaria di Lisbona. E 

l'avrebbe lasciato spento. Subito a quell'idea si sentì come 

libero. Oltre a non poter essere seguito nei suoi spostamenti, 

sarebbe stato libero da scocciature e telefonate da Quaresma e 

soci. C'era però una questione molto seria da dirimere: Botelho. 

ERA VIVO. Doveva contattare Merzagora e vedere come 

reagiva. Nessuno lo aveva visto, a quanto pareva, nel locale del 

fado. Quindi Merzagora non sapeva che Santoro sapeva. Si vestì 

in modo casual. Jeans, maglia intima di cotone e maglioncino. 

Lasciò l'impermeabile. Avrebbe messo in testa il borsalino di 

paglia. Con quel freddo umido tutti l'avrebbero, ad una prima 

occhiata scambiato per turista. Uscì dalla sua stanza e si diresse 

verso la fine del corridoio. Incontrò la signora che gestiva, si 

presumeva, quello strano B&B. 

-Cerco Merzagora, le disse Santoro.

La signora, senza parlare, indicò con il dito, la porta di una 

stanza. Santoro la ringraziò e bussò.

-Avanti, è aperto sentì dire. Santoro aprì la porta. Dietro quella 

porta c'era una stanza ben ammobiliata, ampia. In fondo alla 

stanza c'era un'altra porta. Doveva essere il bagno. Nessuna 

finestra. Uno schermo televisivo immenso, collegato in quel 

momento a internet. Merzagora lo spense con un gesto veloce 

pigiando un tasto del telecomando che aveva in mano.

-Buongiorno, disse Santoro.

-Buongiorno, maresciallo, come sta?

-Ho avuto momenti migliori, lei?

-Io benissimo, stavo per fare una colazione all'inglese. Vuole 

unirsi?

-La ringrazio, ma dovrei uscire.

-Maresciallo, deduco dalla sua espressione, che lei con le sue 

indagini, è ad un punto morto. Le offro una via d'uscita. La 

faccio espatriare in Spagna e di lì, con un volo privato, la faccio 

atterrare a Milano. 

Santoro non disse niente.

-Accetti...E' una buona offerta. Qui i giochi potrebbero farsi 

pericolosi.

Santoro era troppo intelligente per accennare a Bothelo, per cui 

scelse l'understatement.

-Ci penserò. Mi prendo un altro giorno. Voglio visitare bene 

Lisbona, poi credo che accetterò la sua offerta.

-Bene, bene. Mi faccia sapere presto. In tal modo potrò 

organizzarmi per tempo, ok?

-Ok, disse Santoro in tono americaneggiante e beffardo, 

chiudendo il pugno e lasciando il pollice all'insù.

-Ah, un' altra cosa, disse Merzagora, non vuol sapere di Botelho?

-Credo che lei abbia sistemato la cosa, disse Santoro, dopotutto è 

un professionista, giusto?

-Giusto, fece Merzagora, sorridendo. Le auguro una buona 

giornata...Mi dica solo una cosa, che monumento visiterà oggi?

-Credo che visiterò la zona di Belem: il monastero dos 

Geronimos e la Torre di Belem. Poi se ce la faccio gusterò 

qualche Pastel da Nata nella famosa Fabbrica di questi gustosi 

dolci.

-Ottimo, maresciallo, bella scelta. Buona giornata, disse  

Merzagora.

-Anche a lei, disse Santoro. Dopodichè uscì dalla stanza dell'ex 

agente dei servizi d'ogni dove e si incamminò nel corridoio.

domenica 4 luglio 2021

Lisboa 26

 Effettivamente i due uomini, Fonseca e Quaresma, in divisa, si

fermarono alla Ginjinha. Entrarono e bevvero un paio di

bicchierini in plastica trasparente del tipico liquore, ingollandosi

persino il pezzetto di ciliegia ancorato ad arte sul fondo del

bicchierino. Poi, sempre chiacchierando amabilmente, tornarono

indietro. Non sospettavano minimamente di essere seguiti,

perchè, Santoro osservò, non fecero le viste di guardarsi intorno

con sospetto. Entrarono in un tabaccaio, in Rossio e vi

riuscirono. Fonseca si accese un sigarillo e Quaresma lo stette a

guardare. E a respirare il fumo che il suo colonnello gli sbuffava

in faccia. Poi si fermarono in un bar più avanti. Santoro, confuso

tra la folla alla fermata del tram di fronte, stette lì a guardarli.

Le ombre della sera cominciavano a scendere e i due uomini

erano ben visibili nel cono della luce interna del bar.

Sembravano in confidenza e parlavano fitto, con una certa

espressività, tipica dei popoli latini. Santoro non sapeva cosa

pensare. Era in una situazione di stallo messicano. Come quando

ti puntano una pistola in faccia nel mentre tu a tua volta la punti

 in faccia a chi te la sta puntando. Nessuno però spara. Decise di

attendere. Mentre parlavano, Fonseca e Quaresma, ricevettero

diverse telefonate. Dopo l'ultima telefonata, Fonseca si voltò di

scatto verso Santoro. Santoro si nascose rapidamente dietro una

turista americana. Finse di ammirarle il didietro. L'americana,

evidentemente abituata a tali attenzioni e giudicate 

perfettamente inquadrabili nelle abitudini latine, gli sorrise.

Santoro intuì che qualcuno aveva avvisato Fonseca e Quaresma,

che potevano essere seguiti. Monitorò la gente circostante con

attenzione. Ma non vide volti che potessero destare qualche

sospetto. Così decise di spegnere il suo vecchio Nokia. Magari

qualcuno alle dipendenze dei due militari portoghesi, seguiva il

suo tracciato telefonico. A quel punto, a Santoro, apparve chiaro,

che Quaresma aveva cantato. Non c'erano più dubbi. Tranne

circa il motivo per cui l'aveva fatto. Non era ancora sicuro, ma

qualcosa gli diceva che Quaresma non aveva semplicemente 

paura per se' e per la sua pensione, ma che dovesse essere

complice negli affari, forse sporchi, del colonnello. A quel punto

 non poteva più tergiversare oltre. Doveva decidere il da farsi.

Fonseca e Quaresma osservavano intorno, fuori dalla vetrina del

 bar. Ma non scorsero Santoro. Perchè nel frattempo il

maresciallo pugliese, si era comprato un Borsalino di paglia e se

 l'era inchiavardato ben bene in testa.

Uscirono, sempre osservandosi intorno con sospetto. Fonseca

ricevette un'altra telefonata. Rispose con il suo cellulare ultima

 generazione. Al termine della conversazione telefonica, disse

 qualcosa a Quaresma, il quale assentì con il capo.

Presero un tram che era diretto verso Bairro Alto. La sera si era

fatta largo nella nebbia che rendeva i contorni dei palazzi, dei

tram, il luccichio delle rotaie, elementi di un paesaggio di

 fantasmi. Non potevano non nascere in continuazione poeti, con

simili ambientazioni, pensò Santoro che stava pensando a Pessoa.

Santoro salì sul tram successivo. La solita sfida alla forza di

gravità-Santoro riusciva a capacitarsene- e di lì a poco, in

 lontananza, vide scendere, dal tram che precedeva il suo, i due

militari.

Quando arrivò nella stessa fermata, Santoro, scese a sua volta.

E, a piedi, si diede da fare per recuperare terreno.

Li aveva persi. Percorse i vicoli di Bairro alto, a quell'ora già

affollati di giovani con in mano boccali di birra o ricolmi di

 cocktails alcolici all'ennesima potenza...ma, niente. Sembravano

inghiottiti dal quartiere. Dalla città. Stava perdendo ogni

speranza, quando, svoltando dietro l'ennesimo vicolo, vide una

divisa entrare in un locale. Era un ristorante dove si cantava il

fado. Fuori c'era una locandina che mostrava la foto di una

cantante di fado, che presumibilmente doveva esibirsi in quel

locale. Viso sensuale, mora, lingerie carica, corpo sinuoso. La

foto prometteva bene. Entrò con circospezione, ma prima che il

cameriere potesse chiedergli qualcosa, vide Fonseca e Quaresma

seduti ad un tavolo. Fonseca sfumacchiava il suo sigarillo. Di

regola nei locali pubblici non si poteva fumare, ma il colonnello

aveva l'aria di essere conosciuto da quelle parti e Santoro

presunse che doveva essersi guadagnato una sorta di status di

intoccabilità che gli concedeva persino di violare quelle stesse

leggi che avrebbe dovuto far rispettare agli altri. 

Si sedette al bancone del bar e con la coda dell'occhio, vedeva la

saletta del ristorante, dove i due militari portoghesi, avevano

cominciato a banchettare , con degli antipasti a base di pesce.

Santoro non aveva fame...Se non di giustizia, si disse. Bella

battuta, pensò, ma è il preludio per una buona morte per fame.

Chiamò il cameriere e chiese qualche stuzzichino. Il cameriere gli

offrì di sedersi in un tavolo. Santoro replicò che si sentiva più a

suo agio, seduto più in alto, ad uno sgabello, con il bancone bar

per piano tavolo. In quella posizione, con il Borsalino di paglia,

non correva troppi rischi di essere riconosciuto.

Così mentre se ne stava lì, seduto, in attesa si decidere il da farsi-

ad un certo punto gli era persino balenata l'idea di affrontare i

 due uomini a viso aperto-vide entrare un uomo, trafelato. La

sagoma gli parve familiare. Quando il suo viso fu illuminato da

un faretto da palcoscenico, messo di fronte all'ingresso, e

 proveniente dal palco dove si sarebbe esibita la cantate fadista,

 si accorse che lo conosceva. Era Botelho.

Colpo di scena, disse a se' stesso. Ma non doveva essere morto,

Botelho? Che storia è questa? Lisbona cominciò, a quel punto,

sempre più, a sembrargli una città di fantasmi.

Botelho si andò a sedere al tavolo con i due militari. Fonseca e

Quaresma lo accolsero come un vecchio compagno di scuola.

Uno spacciatore conclamato, che si sedeva con due elementi della

polizia militare, uno dei quali addirittura colonnello, era

qualcosa che in una democrazia occidentale moderna non si

poteva concepire. Sarebbe stato come sollevare il cappuccio al

maestro di cerimonia di un meeting del Ku Klux Klan, per

scoprire che era Barack Obama.

Uhm, pensò Santoro. La questione si complica. Non riuscirò a

concludere la mia inchiesta in due giorni. Aveva bisogno di più

tempo. Fossili, Camaleonti, e possibili varianti...Nessuno era più

quello che sembrava. Giocavano tutti sporco. Ma dov'erano le

 regole criminali di una volta? I criminali stavano con  i criminali

 e quelli in divisa stavano da un'altra parte. Opposta. Così

stando le cose, invece, era come assistere ad una partita di calcio

 tra mafiosi e magistrati, salvo poi scoprire, dopo anni, che il

giudice che era in porta si era fatto segnare di proposito perchè

 era d'accordo con i mafiosi. La cosa non gli tornava. E non era il

 caso di affrontare il problema direttamente. Doveva essere più

furbo. Spegnere il Nokia era stata una bella mossa. Morto il

 telefono morta la possibilità di individuare i suoi movimenti. E

così aveva fatto osservazioni molto interessanti. Di lì a poco tolse

le tende, non poteva correre il rischio di essere riconosciuto. Gli

era dispiaciuto non aver potuto assistere all'esibizione della

cantante fadista. Si ripromise, che per premio, se fosse riuscito a

 concludere l'inchiesta, sarebbe andato nel locale dove cantava

 Maritza. La grande cantate fadista di origine angolana, la cui

voce struggente, disperata e potente, si diceva fosse in grado di

 creare stati d'animo unici, particolari...Ascoltarla cantare, si

diceva, poteva persino cambiare la tua percezione del mondo,

della vita, della morte. Fece questa promessa a se stesso. E uscì

rapidamente dal ristorante. Si infilò nei vicoli del Bairro Alto e

scomparve in mezzo alla nebbia. In lontananza si intravedeva

solo il suo buffo Borsalino di paglia, bianco.