domenica 29 maggio 2016

Brasil, capitolo 33

Se ne stava a origliare cercando di capire che cosa dicessero Cezar Sampajo e Iguassu, il caboclo con una cicatrice sulla guancia. Costui agli occhi di Santoro sembrava veramente cattivo. Riusci a percepire che parlavano di lui. Cezar Sampajo disse che il gringo, lui cioe', era pericoloso. Non era cattivo, ma era sentimentale. E lui avrebbe preferito avere a che fare con uno cattivo anziche' con un sentimentale, perche' l'uomo sentimentale era imprevedibile, istintivo. Iguassu non sembrava molto addentro a questo ragionamento sottile. Continuava a dire che ogni organo di Vanessa doveva essere ucciso. Ad un certo punto chiese a Sampajo che fine le avesse realmente fatto fare. Cezar Sampajo disse, quella che meritava. Era una strega, una "bruxa", disse testualmente. Cesar Sampajo non credeva alla magia. Ma credeva che Vanessa era sul punto di denunciare tutti quelli del cartello. E a chi li avrebbe denunciati, chiese Iguassu , se il capo eri tu. C'e' sempre qualcuno che vuol prendere il tuo posto. E io non mi fido di tutti i miei sottoposti, principalmente di Junior Moreno, disse Sampajo. Bingo! penso' Santoro, qualcuno di pulito c'era. 
Poi Cezar Sampajo disse che effettivamente l'aveva venduta a Dona Jaqueline e che questa commerciava in organi. L'aveva fatta rapire da Lucio Orelhas Furadas.  Perche' non poteva rischiare di essere riconosciuto come capo del cartello. Dal momento che era un ufficiale della Policia Militar. Dal che Santoro dedusse che Vanessa non dovesse conoscere Sampajo.
Mentre armeggiava con la testa sotto il tetto, Santoro,avverti un sommovimento delle tegole e i due li sotto istintivamente sollevarono il capo. E videro la faccia di Santoro. Iguassu sfodero' il revolver e sparo' all'impazzata. Santoro fece appena in tempo a sentire lo "zing" metallico dei proiettili che lo sfioravano. Era stato scoperto. Doveva levare le tende alla svelta. Si chiese quando si sarebbe potuto sedere ad un tavolino e riempirlo di tazze di camomilla, mentre ascoltava un po' di jazz. Si chiese se ce l'avrebbe fatta a scappare da quel tetto senza cacarsi addosso. Letteralmente. Si chiese se in Vietnam magari non fosse accaduto qualcosa di simile ai marines che dovevano affrontare i Vietcong. E magari anche ai Vietcong. Che pero ' mangiavano riso e bevevano te' e quindi dovevano essere meno soggetti ad attacchi di colite rispetto a mangia-hamburger. Infine si chiese se fosse pazzo a tirare fuori questi pensieri nei momenti piu' impensabili. Adesso si era messo a fare cuoco televisivo della situazione valutando le diete dei popoli che avevano guerreggiato.
Cerco' di scendere velocemente da quella casa calandosi dal tetto. Da appeso alle tegole si lancio' giu' a peso morto. Cadde su alcuni giovani carnascialeschi che passavano li sotto. Erano ubriachi. Uno di loro gli mise  in testa un capello da cangaceiro e lo trascino' con loro. Santoro con la coda dell'occhio vide che Sampajo e Iguassu erano gia' fuori, armi in pugno e lo cercavano. Ma non lo avevano visto. I ragazzi lo trascinarono con loro e il copricapo da bandito nordestino servi alla perfezione al camuffamento.
Dopo un po' Santoro si riprese. Riusciva a camminare perfettamente con le sue gambe. Disse a due dei ragazzi che lo tenevano come un ubriaco che ce la faceva. ll suo accento tradi la sua provenienza di "gringo".
Saluto' velocemente e si dileguo' dietro le viuzze sterrate del villaggio. Che tale era Caponga, poco piu' che quattro case in croce di pescatori e autisti di buggy. Velocemente , nel buio appena illuminato fiocamente da qualche raro lampione, si fece largo nel dedalo delle viuzze, fino a tornare verso l'albergo.
Sali sul retro, si arrampico' sul balcone. Una volta in cima, entro' in stanza. Michel stava dormendo nella sua rede ignaro di tutto.
Si stese nella rede. Dunque Vanessa doveva essere morta. E i suoi organi le dovevano essere stati espiantati. Non sapeva se essere sollevato o meno . Ma voleva andare in fondo alla cosa. La chiave di tutto era Sampajo. Doveva aver venduto Vanessa alla curandeira . Tramite Lucio Orelhas Furadas. E questa con delle droghe doveva averla tenuta buona fintanto che non avesse trovato compratori per i suoi organi. Compratori nordamericani, s'intendeva. Oppure gente che aveva disponibilita' economica e non voleva aspettare. Si senti montare addosso una rabbia infinita. Mista a impotenza. Si alzo' dalla rede e prese lo zaino dove teneva le pistole. Prese la sua Taurus e usci di nuovo. Era ora di mettere fine a quella storia, si disse. Ma non lo diceva sempre Tex Willer prima che si concludesse uno dei suoi albi a puntate che poi eri costretto a comprarne un altro il mese dopo per vedere come andava a finire? Tanto vinceva sempre lui. Santoro invece non aveva queste certezze.
Usci dall'ingresso principale dell'albergo. In strada c'era il delirio del Carnevale. Gente che ballava forro' con birre e caipirinhas in mano, buggy con su degli enormi sound system che bloccavano la strada di pozzanghere di una recente pioggia, ragazze che lottavano in una di quelle pozze d'acqua e gente intorno che scommetteva sulle contendenti. Le ragazze erano seminude e se le stavano dando di santa ragione in mezzo alla fanghiglia sabbiosa. Durante il Carnevale c'era una sorta di licenza anarchica di fare qualsiasi cosa. Ed era il momento adatto per regolare i conti con qualcuno senza essere troppo ben individuati. Praticamente Santoro  aveva deciso di darsi all'uso del trapezio da circo dopo aver appreso che soffriva di vertigini. 
Con l'arma infilata nella cintura dei pantaloni comincio' ad andarsene in giro. Di sicuro Sampajo e Iguassu avevano abbandonato la casa dove si erano rifugiati. Era un luogo bruciato, dopo che li aveva scoperti, penso'.
Comincio' ad acuire la vista e a concentrarsi sulle sagome. Sentiva che ci sarebbe riuscito, che li avrebbe scorti. Vago' per mezz'ora con gli occhi spiritati in mezzo alle vie del Carnevale. In mezzo alle vie e basta, perche' il Carnevale era dovunque. Poi ad un certo punto li vide. Vide che stavano prendendo un pastel vicino ad un baracchino. E cercavano di starsene nell'ombra della tettoia del camioncino, nel cono d'ombra.
Si avvicino' lentamente facendosi scudo di alcuni giovani che ballavano al centro della strada. Quando fu abbastanza vicino , impugno' l'arma e si diresse con decisione verso i due. Ma quando arrivo' nel cono d'ombra non vide nessuno. 
"Oi, gringo, nos estamos aqui", udi distintamente alle spalle. Si giro' di scatto pronto a sparare. In una frazione di secondo penso' un milione di cose. Sicuramente loro due avevano le due loro pistole puntate su di lui, per cui mentre si voltava si lancio' per terra. A quel punto Sampajo e Iguassu fecero fuoco. La folla intorno non si accorse di nulla. Santoro raccomando' la sua anima a Padre Pio, da bravo pugliese. Cadde con la faccia  nella sabbia della sterrata. E si preparo' a morire. C'erano stati dei colpi d'arma da fuoco, ma non avvertiva alcun dolore. Sollevo' la testa lentamente. E vide Iguassu per terra, immobile e cadavere. E Sampajo in ginocchio che si reggeva un braccio. La pistola davanti a lui per terra. Sanguinava.

giovedì 5 maggio 2016

Brasil, capitolo 32

Arrivo' l'omnibus. Il maresciallo di Ostuni e Michel salirono.
-Come hai fatto a contattare Junior Moreno?
-Liguei na delegacia...ehm, chiamato delegacia con telefono, dove sapevo lui lavora.
-Tutto qui? E io chissa' cosa credevo.
Sull'omnibus c'era un sottofondo di musica sertaneja e molti giovani erano seduti vestiti da Cangaceiros, famosi banditi che imperversarono nei deserti del nordest brasiliano a cavallo fra l'XIX e l' XX secolo. Con un caratteristico copricapo, due cartucciere incrociate sul petto e fucili a tappo di sughero. Bevevano un mix di bibite e cachaca, in continuazione. Il trambusto era terrificante. Santoro in tutta quella confusione si alzo' e si diresse verso il conducente del bus. Sotto gli occhi esterrefatti di Michel. Il quale non immaginava certo cosa passasse per la testa del maresciallo. Si preoccupo' non poco. Santoro ultimamente gli pareva fuori controllo. Michel vide che confabulo' con l'autista del bus. Poco dopo torno' indietro.
Si sedette vicino a Michel.
-Cosa chiesto lui? Chiese Michel.
-Di cambiare questa musica orribile. Sono giorni che non sento un po' di jazz o bossa nova.
-ai, nao acredito, disse Michel incredulo.
Poco dopo all'interno dell'omnibus si diffuse la voce di uno speaker di Radio Atlantico Sul, un'emittente radiofonica di Fortaleza. Subito un pezzo di bossa nova comincio' a diffondersi all'interno dell'omnibus fra le proteste dei ragazzi nordestini del deserto che erano entrati nel trip del forro' o della musica sertaneja, un folk contadino molto apprezzato che poco ci mancava lasciasse trapelare uno sfondo di campanacci di mucche e vitelli al pascolo. Una canzone melodica di Djavan probabilmente intitolata "Flor de Lis" si diffuse dolcemente. Dopo qualche minuto di sconcerto e le proteste dei giovani scatenati vaqueros, si fece silenzio. E poco dopo tutti in coro, al colmo dell'ubriachezza tutt'altro che molesta, cominciarono a cantare questa canzone insieme. Una scena che quasi commosse Santoro.Non aveva mai visto nulla del genere. Persino l'autista aveva le lacrime agli occhi. Mai un popolo  era sembrato a Santoro cosi unito ai suoi poeti cantori come il popolo brasiliano. Vivevano in simbiosi, sembrava che interpretassero, questi poeti cantanti, alla perfezione i sentimenti della propria gente. E venivano ricambiati. Cantarono in coro e da fuori l'omnibus sfrecciante diretto a Caponga doveva sembrare una nave di folli vagolante nei deserti di un Brasile sempre fedele a se stesso e alla sua nostalgia tristallegra. 

Quasi a sera furono in dirittura di Caponga. L'omnibus li scarico' al centro di una piccola piazza, dove altri ragazzi stavano ballando e cantando con birre e bicchieri di cachaca in mano. Alcuni sound system messi su buggy coperti di polvere desertina dispensavano forro' a volume massimo. Era tornato l'inferno, penso' Santoro. 
Il maresciallo e Michel si diressero verso quella che sembrava una locanda. Entrarono dentro. Si sedettero. Michel ordino' una birra. Santoro da mangiare. Un panino tipo hamburger. La carne brasiliana gli piaceva. Si riusciva a percepirne il gusto persino in quei panini pieni zeppi di maionese e mostarda.
Dopo che si furono rifocillati Santoro disse:" beh, come ci muoviamo?"
-Non ci muoviamo, disse Michel.
-Perche'?
-Perche' dobbiamo riposare e studiare la situazione.
-Voi brasiliani avete la siesta incorporata...ma non erano i messicani quelli?
Michel disse che era necessario appartarsi e studiare la situazione.
Santoro convenne che era una decisione saggia. Michel chiese alla locanda se avessero due posti per dormire.
Il tizio alla reception, un nordestino con i baffi che aveva tutta l'aria di aver preso la moglie al lazo fra una vacca e l'altra da marchiare disse che si poteva fare. Con un piccolo extra fece capire. Michel comunico' la situazione a Santoro. Santoro acconsenti, purche' l'extra fosse ragionevole.
Michel contratto' il prezzo.
Dieci minuti dopo erano in una camera non male, su un paio di redes, mentre fuori i giovani del luogo urlavano come demoni infuriati. Santoro era un po' piu' tranquillo. La musica di Djavan in omnibus lo aveva rigenerato. Qualcosa di emozionante poi , sentirla cantare in coro.
-Devo andare in bagno, disse Santoro, dove sara' il bagno? Chiese a Michel.
Michel con un gesto fece capire che era fuori su un balconcino. 
Santoro usci sul balconcino e stava per entrare nel piccolo bagno ligneo li davanti a lui. Quando guardando verso la strada in basso , vide Cezar Sampajo.
Si nascose per non farsi scorgere e spio' da dietro il bagno. Segui i movimenti dell'ufficiale. Era solo. 
Senza dire nulla a Michel si calo' dalla finestra. Cadde in mezzo ad un gruppo di ballerini scatenati che risero nel vederlo cadere cosi come un piombo da canna da pesca. Santoro si rialzo' un  po' indolenzito. Voleva seguire Cezar Sanpajo. Ma per la tensione la sua colite si era riacutizzata. Per cui si trovava nella strana situazione di dover scegliere di quale merda occuparsi prima. Resistette e decise che Cezar Sampajo dovesse avere la priorita'.
Continuo' a seguirlo, in mezzo alla folla. Lui doveva sentirsi sicuro. Nemmeno si voltava per vedere se fosse seguito. Poi entro' in una pizzeria. Una pizzeria brasiliana. Ad un tavolo ad attenderlo, Santoro vide che c'era Iguassu. Cazuza, che Santoro aveva ferito, non c'era. Santoro era sempre stato un uomo prudente  ma quel termine poteva anche indicare che fosse uno a cui prudevano le mani, penso'. I calembour pure in queste occasioni! Era pazzo. O nervoso. Decise che avrebbe atteso. Se ne stette li a studiare i movimenti dei due che stavano mangiando una pizza e bevendo una birra.
Piu' tardi , quando ebbero finito , senza problemi si diressero verso una stradina secondaria ma pur sempre affollata. Santoro li segui. Si infilarono in un'abitazione ad un piano li nei pressi. A quel punto Santoro vide che non era difficile arrampicarsi su qualche casa vicina e arrivare sul terrazzo di quella dimora. Con un po' di fortuna, ascoltando i loro dialoghi, avrebbe cercato di cavarci un ragno dal buco. Perche' fino ad allora non ci aveva capito molto. Anzi, gli era persino venuto il sospetto che la sua ex se la intendesse con Cezar Sampajo. Ed era tutto dire.Attese qualche minuto, poi si arrampico' sul balconcino di una casa a fianco. Ci mise una vita e con sforzi enormi. Ad un certo punto temette il peggio. Ma la colite fece la brava. Cerco' di non umiliarlo proprio in quelle circostanze. Si rintano' nei suoi meandri lasciandogli solo degli strani brontolii allo stomaco. Una volta sul terrazzo della casa dove si era arrampicato si trattava di saltare sul terrazzo della casa attigua dove dimoravano il Sampajo e Iguassu. Un bel problema. Sarebbe dovuto atterrare con dei jet sotto le scarpe eppure avrebbe fatto rumore. Ma non aveva alternative. Se voleva sapere doveva rischiare.
Prese la rincorsa e si lancio'. Neanche lui seppe come ce la fece e plano' sulla cornice del terrazzino , restando in bilico con il carnevale sotto. Poi ce la fece. Gli sembro' che il trambusto fosse stato coperto dalla musica assordante dei sound system. Incredibilmente una parte del tetto era a spiovente. E sotto le tegole si riusciva a vedere chi ci fosse dentro. E a sentire qualcosa. Santoro mise l'orecchio in un pertugio che sembro' funzionare come antesignano del corno del primo telefono. Sentiva abbastanza bene. Sampajo e Iguassu ridevano.