lunedì 14 dicembre 2015

Brasil, capitolo 17

In macchina il tassista aveva messo la radio su una stazione di bossa nova. Stava passando "so danco samba" di Joao Gilberto. Ogni tanto il tassista dava un'occhiata dietro. Santoro se ne stava seduto con Michel disteso sulle sue ginocchia. Svenuto! Ma non osava chiedere niente. Anche perche' lo sguardo di Santoro incuteva un certo timore. Anche se contrastava con la sua vera natura, quando era arrabbiato aveva addosso l'arrabbiatura dei buoni, quella che esplode al termine di una infinita catena di tolleranze e che quindi assume l'aspetto piu' terrifico che ci possa essere, ancora piu' terrifico di quello che potrebbe avere quello di un cattivo genetico. La canzone diceva che qualcuno era stanco dal tanto danzare samba. A Santoro invece gli sambavano persino gli zebedei. E non era un bel segnale. Davanti all'"Hospital Geral de Fortaleza", Santoro scese dalla mercedes del tassista come una furia e senza degnarsi di pagare l'uomo si catapulto' verso l'ingresso, con Michel in braccio. Non era ancora rinvenuto e Santoro cominciava a preoccuparsi. Agli infermieri dell'accoglienza in portoghese cerco' di spiegare la situazione. In due lo presero in consegna e lo internarono in quello che doveva essere il pronto soccorso. La struttura era immensa, vista da fuori. Santoro si accomodo' nella reception. Una infermiera mulatta , capelli ossigenati, sorridente , gli servi un bicchiere d'acqua. Santoro lo prese e la ringrazio'. Lei gli sorrise. Le brasiliane sorridevano sempre, vento , fulmini, pioggia, sole a 60 gradi, sorridevano sempre. Certo con il sole a sessanta gradi sorridevano perche' la vasodilatazione era tale da non consentire a nessuno di tenere le labbra chiuse, penso'. Era nervoso. Anche se dentro di se' sapeva che il ragazzo era svenuto per lo spavento di tutta la serata e non solo dell'ultima parte.Mentre aspettava, la mulatta dietro al bancone della reception continuava a fissarlo. Ma non era solo curiosita'. Santoro avrebbe giurato che si trattava di interesse. Il capello brizzolato, la complessione robusta, la carnagione scura, faceva di lui una specie di latinamericano. Era un italiano del sud, un pugliese e solo allora , in quel momento si accorse che nonostante le vicende movimentate e grazie anche alla conoscenza della lingua, in Brasile si era, fino a quel momento, sentito perfettamente a suo agio. E adesso l'infermiera  lo guardava. Penso' per un momento che avrebbe potuto lasciar perdere tutta quella vicenda  e lasciarsi andare, farsi trasportare dalla dolce vita di quei luoghi esotici dove faceva sempre caldo e si aveva sempre voglia di fare sesso, dove potevi fare un bagno nell'oceano li davanti quando volevi, bere una birra, sbirciare il culo di qualche garota dalla femminilita' accentuata, una femminilita' che in Italia non si vedeva dagli anni  '50 o '60,  e nell'estremo sud del paese , tra l'altro... uscire con la mulatta che lo desiderava, entrare nella sua vita , passeggiare con lei al chiar di luna, ballare insieme un samba, sbirciare una novela sulla tv sullo sfondo, mentre una cameriera nippobrasiliana gli serviva una caipirinha con miele schiacciandogli l'occhiolino. Ma si, penso', in fondo Vanessa e' morta, che importa sapere com'e' morta, sapere perche' e' morta. Non la riportera' in vita. Era stanco e vaneggiava. E un secondo dopo si vergogno' di aver provato quelle sensazioni. Perche' lui che era un cercatore di verita' sapeva che tutto non sarebbe andato al suo posto senza che fosse stata ristabilita' la verita'. Era semplicemente qualcosa che aveva a che fare con l'armonia universale. E la scoperta della verita' avrebbe liberato il fantasma di Vanessa e lo avrebbe lasciando andare sereno la' dove la profonda ingiustizia di una morte non voluta, una morte che le aveva sottratto amore e desiderio e prospettive future, impediva che andasse a fluttuare. Induri lo sguardo. Si alzo' dalla comoda poltrona della sala d'attesa e si diresse verso l'infermiera.
-Passo' muito tempo, quero saber oque esta acontecendo? chiese ex abrupto e senza tanti convenevoli.
-Nao posso entrar para ver como o menino esta! E' o seu filho ?
Santoro disse che non era un figlio ma che era un parente e che doveva accompagnarlo a casa personalmente perche' sua madre soffriva di cuore e sarebbe stato meglio che non avesse saputo che suo figlio era finito in ospedale.
La mulatta, una quarantenne dalle forme procaci , tette sode come ananas e culo a predellino, labbra africanoidi ma tratti europoidi, recava sulla divisa bianca da infermiera una targhetta identificativa con il nome. Si chiamava Neusa. Sorrise a Santoro in modo incontrovertibile. Solo che Santoro non capiva dove finisse la naturale predisposizione alla socievolezza tipica dei tropici e dove iniziasse un reale interesse per lui. Per cui se ne stette sulle sue. Non tanto perche' aveva ancora nella testa Vanessa , ma anche perche' era preoccupato per l'evoluzione della sua indagine. In quel mentre le sliding doors del pronto soccorso si schiusero e apparse Michel. Era sorretto da un medico e da una infermiera. Aveva il naso fasciato e un'espressione da toro infilzato da una panoplia di banderillas. Il medico disse che sarebbe stato meglio trattenere il ragazzo, ma che lui aveva manifestato la volonta' di andarsene a casa e di restare a riposarsi li. Santoro ringrazio' il medico, poi dette un'occhiata a Neusa.
-A gente se ve, disse, sorridendo. Neusa ricambio' il sorriso di Santoro con uno da parte sua ancora piu' convinto. Il medico noto' la scena e sorrise a sua volta. Disse qualcosa in portoghese che doveva suonare come un" Neusa e' libera". Santoro prese sotto braccio Michel, ancora un po' intontito e ando' verso l'uscita. All'uscita c'era ancora il tassista che lo aveva accompagnato e che Santoro non aveva ancora saldato. Mise Michel in macchina e dette l'indirizzo di casa sua . E che una volta era anche di Vanessa. 
In auto non dissero niente. Non parlarono. Santoro non voleva insistere. Non voleva infierire. Tanto sapeva che sarebbe stata questione di tempo e il ragazzo avrebbe parlato. La traccia che voleva l'aveva trovata. E poi di sicuro Junior Moreno aveva rilasciato l'accoltellatore fallito...e s'era dimenticato di lui.
Una volta davanti a casa di Vanessa scarico' il ragazzo.
-Non e' finita qui. Ma questo lo sai bene. Tornero' a trovarti domani, disse Santoro.
Michel non disse niente. Sembrava rassegnato. O magari sperava che da quella situazione venisse qualcosa di buono per lui. Visto che a quanto pareva stava rischiando la pelle.
Santoro dette al tassista il nome dell'albergo, mentre in radio passava "Desafinado", uno dei suoi pezzi di bossa nova preferiti. La canzone  nel refrain diceva che non era importante stonare , ma la cosa piu' importante pur nello stonare, pur nel distorcere con la chitarra , e' che nel petto di chi suona batta un cuore. Santoro si riconosceva , metaforicamente, in quelle parole. Non era perfetto, ma  la  sua buona fede, la sua onesta', la sua correttezza e le emozioni del cuore, lo portavano a risolvere casi che  persino un approccio  professionalmente scientifico non arrivava a districare. Si rilasso' per un momento sul sedile posteriore. E penso' al posteriore di Neusa. Ecco, penso', com'e' il Brasile. Nella tragedia c'e' sempre un barlume di speranza, un'oncia di allegria, un anelito di piacere e desiderio, che ti fa sentire vivo, anche quando l'unica cosa che sembra distinguerti da un morto e' il fatto che la tua tragedia personale non passa inosservata. E il fascino della sofferenza non passa inosservato in queste latitudini, dove il confine tra il riso e il pianto non esiste veramente, perche' in fondo il riso non e' altro che un pianto rovesciato. E una sconfitta nei mondiali di calcio viene annegata inevitabilmente dal carnevale successivo per ristabilire l'equilibrio delle forze in campo.
Era gia' sera e quando il tassista si fermo' ad un semaforo Santoro, sovrapensiero, abbasso' il finestrino. Subito si avvicinarono due ragazzini. Meninhos de rua fortalensi. Chiesero qualche real in elemosina. Il tassista urlo' di chiudere il finestrino. Ma Santoro cavo' dalle tasche qualche real di carta e lo dette ai due ragazzini. Il tassista riparti di colpo. In auto mentre riportava Santoro al suo albergo si prodigo'  nello spiegargli che aveva rischiato di essere rapinato e che quei soldi che aveva dato sarebbero finiti in colla. Dal momento che la colla era la droga dei poveri, delle periferie e che  anche i bambini ne facevano uso. Santoro lo stette a sentire, mentre si affannava in spiegazioni. Prima di chiudere la portiera del taxi e dopo aver pagato il tassista Santoro gli disse:" colla o non colla,  i bambini erediteranno il mondo. E se c'era una sola possibilita' che portassero il pane a casa, beh, perche' escluderlo a priori? Non mi sembra che noi adulti siamo piu' nella posizione di fare la morale a qualcuno".
Il tassista penso' che Santoro era il solito gringo loco. O almeno cosi piacque pensare a Santoro. Mentre imboccava l'ingresso dell'albergo.

venerdì 4 dicembre 2015

Brasil, capitolo 16

La situazione era critica. Per non dire di merda. Merda, ecco cosa gli mancava, un po' di linguaggio cannibale. Gli sembro', a Santoro, che ultimamente si stesse sdolcinando. Uno dei tre in agguato , quello che aveva estratto il coltello si muoveva con circospezione in attesa di sferrargli un colpo. Santoro dette una stretta al braccio di quello che aveva bloccato. Ecco, disse, adesso il tuo braccio e' mio, ne faccio quello che voglio. In portoghese. I tre titubavano, anche perche' quello di loro che stava sotto si lamentava. Poi si senti' il suono di un fischietto. I tre si dettero un'occhiata di intesa e si liquefecero all'istante. Vaporizzati. Confusi con la folla che stava accorrendo. Un uomo in divisa armato di m16 si stava avvicinando. Doveva essere lui che aveva fischiato. La cavalleria e' arrivata, penso' Santoro. Quando il militare fu vicino Santoro vide che era Junior Moreno. Alleluia, disse, ma quanto ci hai messo ad arrivare? 
- Ainda voce, nao consegue ficar longe de problemas?
-Centrato, dove ci sono problemi trovi me, disse Santoro.
-Como?
-See, va beh, Brescia e Cremona, disse Santoro.
-Nao intendo.
-Mi sono capito da solo, disse Santoro.
-Que esta acontecendo, aqui?
-Niente, una divergenza di opinioni fra galantuomini, disse Santoro.
Junior Moreno prese in consegna il ragazzo che Santoro aveva preso in custodia forzata.
Si dimenava e diceva che lui era un brasiliano. Junior Moreno gli chiese spiegazioni. Sembrava disposto a lasciarlo andare.
-Ascolta, Junior, lui sara' brasiliano e io italiano, ma si da' il caso che voleva darmi una coltellata. Ora normalmente questo tizio dalle mie parti starebbe con la faccia per terra, due manette ben strette ai suoi polsi e nessun diritto da recitare. Non siamo in un film americano. Ora se tu lo rilasci, cazzo, per principio lo riprendo e gli spezzo il braccio. Era con quello che voleva bucherellarmi. E non e' carino.
Junior Moreno sembro' afferrare la situazione. Mise le manette al ragazzo , un bianco di chiare origini portoghesi. Ma poteva anche essere un gaucho indoispanico. Sbraitava come un ossesso. Santoro gli mollo' un manrovescio ben assestato. Il gaucho si tacque. Con le buone maniere, disse Santoro...
Santoro spiego' la situazione a Junior Moreno, il quale sembro' disposto a credere al maresciallo italiano. Ma a quel punto voleva prendere in consegna anche Michel.  Santoro doveva venire allo scoperto. Disse che era un suo mezzo parente e che doveva chiarire con lui alcune questioni. Dopo di che lo avrebbe accompagnato di persona alla piu' vicina delegacia. Junior, incredibilmente, acconsenti. Porto' via il gaucho e saluto' Santoro. Lo prego' di non mettersi nei guai, che il suo capo, l'Ufficiale nero di cui ripete' sinistramente  il nome, Cezar Sampajo, non lo avrebbe di certo perdonato. E avrebbe riempito il sacco anche a lui. A Junior. E lui questo non lo avrebbe tollerato. 
Ok, disse Santoro, ricevuto.
Quando Junior Moreno si allontano', dette una mano a Michel a rialzarsi. Lo aiuto' a ricomporsi. Strappo' un lembo dalle sue bermuda e glielo dette per asciugarsi dal sangue. Gli avevano rotto il naso. A Santoro invece gli avevano rotto il cazzo. E la questione gli sembro' notevolmente piu' grave. Lo accompagno' sotto braccio dietro un palmizio che separava il marciapiede dalla spiaggia. La Praia. Michel disse che voleva tornare a casa. Santoro era piu' propenso a portarlo in ospedale. Ma Michel non sospettava che la cosa sarebbe avvenuta piu' tardi, quando Santoro, se non avesse ricevuto le risposte che voleva, avrebbe completato il lavoro dei quattro accoltellatori. 
-Adesso vuota il sacco, fece ad un tratto Santoro. E la sua espressione non era di quelle raccomandabili. Sembrava incazzato nero. Non gli capitava tutti i giorni di schivare coltellate
-No capito, cosa tu volere da me, mugugno' Michel.
-Forse non mi sono spiegato. Ti ho visto spacciare droga. Cosa volevano quelli da te?
-No capito. Io ubriaco.
Santoro inspiro' profondamente. Sollevo' Michel di peso per un braccio e gli fece fare un tratto di spiaggia trascinandolo quasi con se'. Quando furono giunti davanti all'oceano, allorche' si avvertiva il rumore le onde, gli torse il braccio fino a costringerlo a piegarsi. La sua faccia , la faccia di Michel, incontro' la sabbia. Poi Santoro comincio' a spingere la faccia nella sabbia e , di conseguenza, il naso rotto. Adesso "era" incazzato nero, non lo sembrava solo.
-Ti ho visto dare bustine di coca tutta la sera, li dentro l'Armazem. Sei uno spacciatore. Ok, siamo mezzi parenti, ma non sono dell'esercito della salvezza e non sono della croce rossa. Quest'ultima questione sta a significare che se il tuo naso peggiora non saprei come curarti. Ora non scherzo piu', voglio che mi dici tutto.
-Ma tu ex fidansato di mia sorella, noi non essere parenti.
-Tanto meglio, cosi capisci  che di te non me ne frega un cazzo. 
Santoro presso' ancora un po' la faccia di Michel sulla sabbia. Vide sgorgare altro sangue.
Questo imbecille rischia veramente di farsi male. Spero che si sbrighi a vuotare il sacco, non e' mio costume comportarmi cosi, penso'. Anche se sono pur sempre un membro delle forze dell'ordine. Ma non vuol dire che la tortura rientri nei mie metodi estortivi della verita' . Per  quanto, questo bastardello, sa qualcosa che non mi dice. E questo qualcosa , mi gioco gli zebedei, ha a che fare con Vanessa.
-Ok, si, si, io vendo droga. Mia famiglia povera...
-Senti , stronzetto, non mi recitare la favoletta dello spaccio per bisogno o per fame, perche' con me non attacca. Voi non siete poveri. D'accordo, non siete ricchi, ma non vi manca niente. Tuo padre ha un ottimo lavoro.
-Ma io volere soldi per me.
-Tu volere , tu essere...mi hai rotto, hai capito, ragazzino. Dimmi una cosa, in tutta questa storia di droga e affini, c'entra Vanessa?
Michel non parlava. Si lamentava ma non rispondeva. E Santoro era ancora piu' incazzato nero. Piu' dell'ufficiale nero, secondo lui, in quel momento.
-Vanessa ...accenno' Michel...Vanessa ha aiutato me.
-Lo immagino. Ma ora dimmi come stanno le cose.
Michel sembrava perdere fiato. Poi riprese:" Vanessa aiutato me uscire da droga. Pagato spacciatori miei capi. Ma a loro soldi non bastavano mai...".
Eccola la verita' che stava venendo fuori. Bingo! Penso' Santoro. Dunque Vanessa c'entrava. Porca puttana. Affermazione , non definizione.
-Avanti, sputa il rospo!
-Sputo cosa?
-Dimmi come stanno le cose.
-Quei ragazzi volere da me soldi. Io ho debito con grossi capi della droga.
-Si, d'accordo, ma cosa c'entra Vanessa in tutto questo?
Michel svenne. Non ce l'aveva fatta. Santoro lo sollevo', lo prese in braccio e attraverso' il palmizio che lo separava dal marciapiedi e dalla strada. Una volta in strada vide un taxi fermo li nei pressi.
"No hospital mas perto", urlo' al tassista. Poi davanti all'uomo perplesso, agito' il suo portafoglio di pelle. Cosi il tassista si convinse. Levo' le tende di li tempo zero. E tempo zero arrivo' davanti ad un ospedale.